Prostituzione nella Piccola Parigi

Anni or sono la legge n.75 del 20 febbraio 1958, più nota come legge Merlin (dal nome della senatrice prima firmataria del provvedimento di legge), abolì in Italia la regolamentazione della prostituzione e vietò l’esercizio della stessa nelle case di tolleranza. Scopo “nobile” della legge era quello di eliminare il fenomeno vecchio quanto il mondo. Anche a La Maddalena la “professione” era ben rappresentata, ed i locali siti nel forte Piticchia a Moneta ne rappresentavano il caso più emblematico.

Sino ad allora la regolamentazione della prostituzione era diretta alla salvaguardia della della moralità e della sanità pubblica.

Nelle case di meretricio doveva essere autorizzata dall’autorità locale di pubblica sicurezza (nei piccoli paesi il sindaco ed il podestà) e sottoposta a continua sorveglianza della stessa e delle autorità sanitarie. Il locale di meretricio Piticchia, nato intorno alla fine degli anni 20′, ubicato a Moneta, a poche decine di metri dalla caserma Faravelli, con la sua piccola sala d’aspetto e le cinque camerette a disposizione, rimase complessivamente aperto per una trentina d’anni, ed ebbe anche i suoi fasti.

Ad esso ricorse, con entusiasmo, una numerosa e baldanzosa utenza, sia militare che civile. Sebbene ai margini e ben delimitata, questa presenza fu comunque parte del tessuto sociale isolano. Si racconta che alla fine degli anni quaranta, “le signorine della casa”, offrirono alla parrocchia una discreta somma di denaro, rifiutata da don Capula, non potendo la chiesa accettare “l’obolo del peccato”.

Piticchia venne definitivamente chiusa il 27 settembre 1958. Nata nel 1767 con l’occupazione militare piemontese, la comunità maddalenina vide in pochi anni, nei pressi di Cala Gavetta, l’erezione della chiesa e la presenza di prostitute che, da che mondo e mondo, fanno parte del “vettovagliamento ” delle truppe. Esse dovettero aumentare o diminuire di numero, a seconda dell’alterna consistenza della presenza militare, savoiarda e straniera (si pensi alla flotta di Nelson presente in rada agli inizi dell’ottocento) che, unitamente alla costante presenza della balda e godereccia utenza locale, gallurese e corsa, fecero dell’isola “la piccola Parigi” anche in questo senso. Con lo sviluppo della città, agli inizi del nostro secolo, si intensificarono i controlli medici, sia delle autorità militari che di quelle civili. Nel 1925, per motivi igienico – sanitari, venne chiusa dal podestà la casa di tolleranza di via Balbo, gestita da un certo signor Giacomo.

Altre due erano tuttavia in funzione in via Magnaghi e via Mirabello, per militari. Altre prostitute esercitavano presso le proprie abitazioni (via Cairoli, via Montebello, via Maggior leggiero etc.). E’ del marzo 1927 una relazione al podestà del maresciallo Corona, comandante della locale Stazione dei Reali Carabinieri, con la quale “Risultando a quest’Arma che le sottonotate persone nelle rispettive case do abitazione esercitano abitualmente la prostituzione, pregiomi pregare la S.V. affinché avvalendosi delle facoltà concesse dagli articoli 194 e 195 della nuova legge di P.S., si compiaccia dichiarare d’Ufficio locali di meretricio le case di dette prostitute, diffidando le medesime acchè si attengano strettamente ai nuovi obblighi imposti in materia di meretricio…” La legge Merlin del 1958, come detto, abolì le case chiuse ma non la prostituzione ne tanto meno le prostitute. Anzi, le buttò in strada e senza più controllo. A La Maddalena non giunsero più col Postalino, ogni 15 giorni, per imbarcarsi poi su un calessino appositamente noleggiato, ma con i traghetti, alla spicciolata. Tra indigeni, militari italiani e dal 1972 anche americani, c’era ancora sufficiente lavoro per chi, come spesso accade, esercita la “professione” più per bisogno che per vocazione.

Una partita importantissima 

A fine anni 40’e nei primi anni 50′ gli italiani non avevano ancora scoperto il turismo; faceva eccezione La Maddalena che, complice involontaria l’Ilva, era meta di un turismo domenicale piuttosto …rilevante. Specie quando i biancocelesti giocavano in casa. Molti giovanotti e non pochi ammogliati della vicina Gallura – notevole l’apporto turistico della vicina Palau e da Cannigione – giungevano a La Maddalena per non perdere una “importantissima” partita dell’Ilva. Una volta sull’isola si poteva scoprire che la ragione di tanto affetto per il calcio era una visita, non proprio di cortesia, a madama Carbonetti ed alle sue ragazze. Se rimaneva tempo, alcuni facevano anche una puntata al campo…

La “quindicina” 

Negli anni a cavallo della guerra a La Maddalena si compiva un rituale che poco aveva da invidiare agli arrivi delle ragazze nei ‘Saloon’ del Far West. Lo spettacolo, puntuale, si teneva ogni quindici giorni: le ragazze, giunte per “esercitare” a Forte Piticchia, facevano il giro del paese nelle Carrozze dei cocchieri Fanti e Campana. Il risultato, a quel che raccontano oggi i giovani (di allora), era gradito da quasi metà dei maddalenini (tra i venti e i quarant’anni). L’altro 50 per cento, circa, era composto da donne. Le isolane, ovviamente, non potevano apprezzare i colori vivaci e le penne di struzzo (insieme ad invitanti sorrisi) dalle “signorine”.