Quadro storico. Origini della famiglia Tarantini

I partecipanti alla Spedizione dei Mille, o meglio i 1089 che partirono da Quarto il 5 maggio 1860, diretti a Marsala dove giunsero l’11 maggio, rappresentavano un piccolo spaccato di quella Italia che all’epoca si andava componendo: la maggior parte proveniva dall’Italia centro-settentrionale, molti erano operai ed artigiani, quasi altrettanti intellettuali, possidenti, cioè negozianti, commercianti ed industriali, ed un certo numero militari, fra i quali anche i marinai delle navi della Spedizione, il Piemonte ed il Lombardo.
Dietro di essi vi era una grande spinta ideale, una spinta che traeva la sua ragion d’essere dal desiderio dell’unità nazionale ma che si inseriva a pieno titolo in quel caratteristico clima così ottocentesco, «nel mito di antichi eroi, al comando del biondo generale, reduce da anni di esilio, già narrato con parole fantastiche, già divenuto incarnazione di tutte le aspirazioni e le fantasie di avventura della gioventù» e che «costituiva per quell’irrequieta generazione lo sbocco naturale di aspirazioni ed ideali, di energie e desiderio di avventura. Si trattava pertanto di un momento magico, irripetibile, ma nello stesso tempo memorabile e paradigmatico ».
È ovvio, naturalmente, che i garibaldini non furono mossi soltanto da ideali suggestivi, ma furono profondamente legati a tutte quelle aspirazioni di libertà nate con la Rivoluzione Francese del 1789, una libertà non solo dei singoli, ma anche delle nazioni. Certamente poi, la grande partecipazione popolare alle campagne delle guerre d’indipendenza, va inserita nel più ampio contesto della mutata condizione sociale, soprattutto della piccola e media borghesia, una condizione modificatasi principalmente a causa della evoluzione industriale che aveva spinto molti a prendere le armi per realizzare l’unità nazionale; non va dimenticato poi, che proprio l’unità nazionale avrebbe potuto facilitare la realizzazione delle loro aspirazioni, non solo politiche, ma anche materiali, sì da ottenerne un definitivo miglioramento economico.
Al contempo, il garibaldinismo va collocato all’interno del più ampio movimento del volontarismo risorgimentale, un volontarismo che rappresenta il tratto distintivo del nostro risorgimento, un momento storico di profonda, reale e consapevole partecipazione della popolazione alle sorti del proprio paese; il garibaldinismo fu figlio di tale contesto ponendosi « all’interno di questo fenomeno fino a costituirne la manifestazione più eclatante e peculiare »; il garibaldino incarnava le aspirazioni libertarie di una generazione che vide per la prima volta la possibilità di essere, non più spettatrice, bensì attrice del proprio destino, in un impegno, patriottico e politico insieme, che costituì il fondamento di una nuova classe dirigente che da lì a pochi anni diede prova di sé con alterne vicende e risultati.
Nella ricerca di quella identità garibaldina può essere inserito il presente lavoro, dedicato ad un personaggio non particolarmente noto. In genere, nella letteratura risorgimentale, poco ci si sofferma sulle figure minori del volontariato, garibaldino e non; il nostro è un modesto tentativo quindi, di dare un contributo che possa meglio aiutare la comprensione di quel grande consenso di cittadini, non solo intellettuali, che rappresentò il fondamento caratterizzante il nostro risorgimento nazionale.
Si diceva quindi dei Mille. Uno solo di quelli che accompagnò Garibaldi da Quarto fino in Sicilia era nativo dell’isola di La Maddalena, proprio di fronte ad un’altra isola, quella Caprera, dove l’Eroe dei Due Mondi aveva già costruito verso il 1856 la sua casa, quell’isola che negli anni a venire sarebbe diventata per lui e per il movimento patriottico un importante centro di confronto, organizzazione e coordinamento delle iniziative democratiche del nostro risorgimento.
Quell’uomo si chiamava Angelo Tarantini: un personaggio per alcuni versi sfuggente e a lungo nascosto nelle pieghe dei documenti dell’Ottocento e nei ricordi della sua famiglia, un personaggio che visse a lungo in un centro della Sardegna, il paese di Thiesi, tranquillo abitato del Logudoro coinvolto però in episodi storici di rilievo; Thiesi aderì, infatti, alla rivolta anti-feudale avvenuta in Sardegna nel 1795-1796, personificata dal magistrato sardo Giovanni Maria Angioy, il quale si mise a capo di un movimento insurrezionale per il rinnovamento sociale dell’isola contro le vessazioni di carattere feudale ancora operanti nella società sarda del Settecento. Il legame con la rivolta popolare angioyana comprova come i Tarantini e i volontari sardi del risorgimento siano in pratica gli autentici prosecutori di quell’epopea rivoluzionaria le cui idee permearono il pensiero politico di tutto il mondo occidentale.
Questo libro vuol essere un tentativo di rievocare la storia di Angelo Tarantini e di entrare nell’atmosfera di quegli anni, nella speranza di far emergere in maniera più precisa la sua vita privata e, soprattutto, la sua attività pubblica.
La biografia di Tarantini sì è presentata sin dall’inizio difficile in quanto il nostro personaggio, a differenza di altri garibaldini, non ha lasciato testimonianze scritte sul suo passato; ciò che è stato possibile ricostruire è dovuto in parte a documentazioni raccolte negli archivi comunali di La Maddalena e Thiesi, in quelli parrocchiali di La Maddalena, Thiesi, Procida e Ischia, inoltre in modo particolare negli Archivi con fondi risorgimentali di Milano, Roma, Genova e Torino; infine la ricerca si è potuta completare grazie ai ricordi familiari tramandatisi fra gli eredi.
Purtroppo rimangono alcuni vuoti nella sua vita e, sfogliando il testo, il lettore avrà modo di rendersene conto; anche su di essi si è comunque cercato di presentare delle considerazioni fornendo tesi diverse.
Va infine sottolineato come lungo lo svolgersi della biografia di Tarantini, si siano messe in evidenza alcune figure di garibaldini che, in modo diretto o indiretto, si sono rapportate con la nostra camicia rossa nei diversi momenti della sua vita; su di loro si è cercato di fornire brevi note biografiche.
Dunque, si hanno notizie documentate circa la presenza della famiglia Tarantini nell’arcipelago maddalenino già dal 1811 (in effetti il cognome “Tarantini” scaturisce da una modificazione intervenuta nei registri parrocchiali ed anagrafici comunali di La Maddalena; in realtà il cognome originario della famiglia era “Tarantino”, come si vedrà nel seguito del testo). All’epoca La Maddalena era una piccola comunità, staccatasi dalla madrepatria corsa da più di quarant’anni e ormai parte del Regno di Sardegna; il principale sbocco lavorativo per i giovani locali era rappresentato dall’arruolamento, spesso in giovanissima età, sui regi legni della piccola marina piemontese o il cabotaggio marittimo, spesso illegale, effettuato con proprie imbarcazioni, di merci e bestiame, fra le coste sarde e quelle corse.
La Storia era già entrata in rapporto con le acque maddalenine: un giovane ufficiale d’artiglieria, Napoleone Bonaparte, fece parte del corpo di spedizione franco-corso guidato dal colonnello Colonna Cesari, nel febbraio del 1793, il cui tentativo di conquista dell’arcipelago fallì per la resistenza dei locali e in particolare per il coraggio, dimostrato durante gli scontri, del nocchiere maddalenino della Regia Marina Sarda, Domenico Millelire, al quale venne concessa la medaglia d’oro al valor militare da parte del piccolo Regno Sabaudo.
Dalla fine del Settecento poi, l’arcipelago era divenuto sede della Marina Sarda, riparatasi nelle sue acque per sfuggire alle note conquiste napoleoniche. Infine, tra il 1803 e il 1805, l’Ammiraglio in capo della flotta inglese del Mediterraneo, Horace Nelson, soggiornò nelle acque dell’arcipelago maddalenino da dove, al centro del Mare Nostrum, poteva meglio seguire gli spostamenti della flotta francese, della cui contesa è famoso l’epilogo con la decisiva vittoria inglese nello scontro navale di Trafalgar, il 21 ottobre 1805.
In questo quadro storico, a cavallo tra il Settecento e l’Ottocento, si mosse dall’isola di Procida il gruppo familiare di tale Angelo Tarantino, originario dell’isola di Ischia; la sua era una famiglia che traeva sostentamento dal mare e, come molte altre famiglie di pescatori e corallari provenienti dall’area campana, si mosse alla ricerca di migliori condizioni di vita e di zone di pesca quasi vergini lungo le coste sardo-corse.
La presenza nell’isola di La Maddalena di famiglie di origine procidana e ponzese è da annoverare fra le più rilevanti fra quelle di provenienza campana; in particolare sino al 1825, si riscontrano provenienti da tale area ventiquattro famiglie: dieci da Napoli, otto dall’isola di Procida, tre da Ischia, e una ciascuna da Ponza, Resina e Sorrento; quindi dal 1826 al 1861 si ebbe un incremento consistente delle presenze campane con trentanove nuclei familiari, con netta prevalenza di ponzesi, ben trentatré; da Procida provennero solo due famiglie, a riscontro anche della coeva diminuzione dei Tarantini nei registri parrocchiali maddalenini, mentre una a testa da Ischia, Napoli, Resina e Torre del Greco.
Vi è da rilevare che la consistenza di queste presenze, quantomeno nella prima parte dell’immigrazione campana a partire dalla seconda metà del Settecento, è da considerarsi con difetto in quanto molti pescatori, pur rimanendo nelle zone di pesca per sei – otto mesi, mantenevano la residenza delle loro famiglie nei luoghi di origine, non lasciando a La Maddalena alcun riscontro nei registri della Parrocchia di Santa Maria Maddalena. Questa situazione andò man mano modificandosi con la progressiva affermazione della marina da guerra piemontese nelle isole maddalenine, un’affermazione che ebbe inizio nell’anno 1767 con l’occupazione armata delle stesse effettuata da un corpo di spedizione sardo-piemontese, inviato dal re di Sardegna Carlo Emanuele III; in tal modo si determinò una sicura difesa e protezione delle acque dell’arcipelago dalle scorrerie dei barbareschi e dei pirati saraceni molto comuni a quei tempi.
Tornando ai Tarantino, nei registri dell’archivio parrocchiale della Chiesa di Santa Maria Maddalena si trova come capostipite il citato Angelo, sposatosi a Procida nel 17898 con Maria Antonia (Jolla) Giannò; dal loro matrimonio risultano presenti a La Maddalena sei figli: Maria Grazia, Chiara, Salvatore, Antonio, Giuseppe e Maria, nati fra la metà dell’ultimo decennio del Settecento ed i primi anni dell’Ottocento, dei quali non vi è traccia nei registri dei battezzati della parrocchia maddalenina.
La necessaria ricerca su tale discendenza ha evidenziato per le prime due figlie una loro origine procidana; in particolare su Maria Grazia Tarantino, si sa con certezza che fu la prima ed unica dei figli a nascere nell’isola di Procida, esattamente nel 1795; su Chiara, pur non avendo riscontrato dati certi sulla nascita, si sono trovati, nei registri parrocchiali di La Maddalena,insieme a quelli della primogenita, dei riferimenti specifici sulla provenienza procidana. Circa gli altri fratelli e sorelle, iniziali ricerche rivolte agli archivi parrocchiali dell’isola di Ischia, da cui proveniva il capostipite, hanno dato esito negativo. Successivi approfondimenti nell’Archivio parrocchiale di Santa Maria Maddalena, precisamente negli atti di matrimonio, hanno rilevato come tutti i figli risultino provenire dal Regno di Napoli, (i registri riportano genericamente omnes neapolitani); al contempo, in molti atti di battesimo dei figli di questi, è spesso presente il richiamo, riferito ai genitori, circa una derivazione dalla città corsa di Bastia.
A tale riguardo, raffronti effettuati presso l’Archivio Dipartimentale della Corsica del Nord a Bastia hanno dato i seguenti risultati: Giuseppe Maria Tarantino, padre del nostro garibaldino, nacque a Bastia il “3 germinale dell’anno IX”, cioè nel marzo del 1802, mentre l’ultimogenita Maria nacque nella stessa città il “21 ventoso dell’anno XIII”, cioè nel marzo del 1806.
Sui rimanenti figli maschi ovvero Antonio e Salvatore, si è rilevato nei registri dei morti della parrocchia maddalenina anche il loro anno di nascita.
A questo punto, dal predetto contesto, si può rilevare come i Tarantino, una volta lasciata l’isola di Procida, si siano diretti dapprima a Bastia, dove rimasero all’incirca una decina d’anni (orientativamente dalla metà dell’ultimo decennio del Settecento sino al primo decennio dell’Ottocento) e quindi a La Maddalena.
Negli anni successivi al trasferimento nell’arcipelago, parrebbe che i rapporti con l’isola ove nacque Napoleone si siano mantenuti (lo testimoniano in particolare i matrimoni di Maria Grazia e Antonio Tarantino) alternando, forse in relazione alle loro campagne di pesca, spazi di tempo a Bastia con periodi consumati a La Maddalena.
Il nucleo dei Tarantino si integrò bene con le etnie sardo-corse caratterizzanti in origine il tessuto sociale maddalenino; oltre ai citati matrimoni legati alla componente corsa, sono presenti quelli riferibili alla componente gallurese, quale quello di Salvatore, poco dopo il 1820, con una Luigia o Lucia Ragnedda, tempiese. Parimenti essi mantennero stretti rapporti anche con la loro area di origine, come dimostrano, oltre al primo matrimonio già citato, i rimanenti contratti in quegli anni, ossia quello di Giuseppe, il padre del garibaldino, sposatosi nel 1821 con la procidana Maria Scotto (sorella del predetto Costantino), e quello di Maria sposatasi nel 1823 con un Andrea Coppa dell’isola di Ponza. Di tale integrazione un’ulteriore conferma viene dall’elenco delle famiglie che aderirono ad una sottoscrizione, promossa per fare fronte alle spese relative alla costruzione della Chiesa di Santa Maria Maddalena, edificata fra il 1814 ed il 1819; in detto indice risultano donatori anche le famiglie di tali Angelo ed Antonio Tarantino.
Per tirare le somme, dopo il primo citato matrimonio del 1811, nell’arco di poco più di un decennio si celebrarono le restanti nozze; nel 1839, nello Stato nominativo degli abitanti dell’isola, i Tarantino erano oramai presenti con numerosa prole.
Il nostro Angelo Tarantini (da adesso in poi si utilizzerà sempre questa derivazione del cognome, giacché così lui si firmerà e sarà conosciuto), nacque a La Maddalena, il 13 dicembre 1836 da Giuseppe e Maria Scotto sua unica moglie, coniugatisi a La Maddalena il 12 agosto 1821.
Sulla questione dell’ubicazione della casa ove nacque Tarantini, secondo testimonianze orali sita in località Moneta, cioè nella parte sud-orientale dell’isola. Vi è da tener presente che, nel presumibile periodo in cui il capostipite Angelo arrivò con i propri figli nell’arcipelago maddalenino, ossia sul finire del primo decennio dell’Ottocento, quest’area era occupata da rade abitazioni a carattere agricolo – rurale, mentre l’area cittadina, concentrata intorno alla baia di Cala Gavetta, offriva migliori e sicure possibilità di alaggio per le imbarcazioni ed era strettamente difesa dalla presenza, ai suoi lati, dei forti piemontesi che, in seguito all’occupazione militare dell’arcipelago maddalenino avvenuta nel 1767 da parte del Regno di Sardegna, ne attestavano la sovranità e ne garantivano la sicurezza dalle insidie barbaresche.
Vi è da dire che solo sul finire dell’Ottocento, primi anni del Novecento, le abitazioni dei pescatori cominciarono ad avere una consistenza non solo numerica ma anche fisicamente tangibile all’interno dell’area urbana; la dislocazione delle dimore dei pescatori seguiva l’ubicazione dei due gruppi allora predominanti, ovvero i ponzesi che abitavano nel tratto di costa detto U molu (Cala Gavetta), mentre i puteolani dimoravano Abbass’a marina, attuale tratto di banchina di Via Amendola; il resto dei pescatori, seguendo il destino delle minoranze, senza una localizzazione precisa, viveva il più possibile vicino al mare. La dimensione delle loro abitazioni era normalmente insufficiente per i componenti la famiglia, quasi sempre numerosa, la quale poteva sempre contare su una dépendance della casa, in genere poco distante dalla stessa, ossia la barca sulla quale dormivano i ragazzi più grandi finché non si creavano un loro nucleo familiare.
Il padre di Angelo Tarantini, Giuseppe, di professione marittimo, era imbarcato su un bovo, impegnato nei traffici nel Mediterraneo; è probabile che egli visse a lungo lontano dall’arcipelago come testimonia il fatto che Angelo, suo unico figlio, nacque quando lui aveva già trentaquattro anni in un periodo nel quale generalmente ogni famiglia, comprese quelle dei fratelli e delle sorelle, era composta da numerosi figli.
All’epoca tutti i Tarantini, sicuramente, erano legati ad attività marinare e il loro livello economico era modesto: ciò è confermato dai dati rilevati presso l’Archivio Storico del Comune di La Maddalena, allorquando nel 1842, negli atti riguardanti la divisione dei terreni demaniali, si predispose un apposito elenco per stabilire gli aventi diritto alla successiva divisione degli stessi, avvenuta nel 1843; in esso nessuno dei Tarantini risultava proprietario, al contrario della maggior parte degli altri isolani, né di casa né di vigna.
Molti terreni assegnati risultarono non coltivabili e inoltre molti nuovi proprietari non avevano i mezzi economici per sfruttarli a dovere; fu sicuramente questo il caso dei tre capi-famiglia Antonio, Salvatore e Giuseppe Tarantini; i terreni loro assegnati, capitati per sorteggio nell’isola di Caprera, furono venduti dagli stessi, non trovandosi alcuna traccia dei loro nominativi nel successivo Catasto Rustico realizzato intorno al 1854.
Angelo Tarantini, giovanissimo, rimase orfano di padre; infatti Giuseppe morì all’età di quarantun anni il 12 novembre 1843; il libro parrocchiale isolano dei morti, a conferma dello stato di indigenza del capo famiglia riporta la seguente frase: « testamentum non fecit quia pauper ».
La morte del padre comportò una sorta di adozione dello stesso Angelo da parte dello zio Antonio, fatto che trova riscontro nei ricordi degli attuali eredi e negli accadimenti successivi collegati alle vicende della famiglia dello zio.
Nella loro permanenza a La Maddalena, un solo episodio lega le famiglie Tarantini alla figura del Generale Garibaldi: la vicenda si colloca nel 1849 quando, dopo la caduta della Repubblica Romana avvenuta alla fine di giugno (la resa venne annunciata in data 2 luglio 1849), la fuga verso Venezia che ancora resisteva all’assedio dell’esercito austriaco, la morte di Anita il 4 agosto e l’arresto che Garibaldi, fortunosamente rientrato nel Regno di Sardegna, subì a Chiavari per opera del governo piemontese il 6 settembre dello stesso anno, allorquando venne stabilito da quest’ultimo di condannare l’Eroe all’esilio, nonostante le proteste di una parte del parlamento torinese.
In seguito all’arresto e al conseguente esilio, per un fatto assolutamente fortuito, al comando della nave da guerra Tripoli che lo aveva in consegna, si trovava il tenente di vascello maddalenino Francesco Millelire, cugino carnale del predetto Domenico; questi, dopo aver avuto l’incarico di recarsi a Tunisi per lasciarvi il nizzardo, come richiesto dallo stesso, avendo ricevuto dal locale governatore un secco rifiuto ad ospitare un personaggio così scomodo, convinse le autorità preposte a trasferire il Generale nella sua isola, ove sbarcò con altri tre garibaldini esiliati (il maddalenino Giovanni Battista Culiolo, noto Maggior Leggero, Luigi Coccelli e Raffaele Teggia), il 25 settembre 1849, in attesa di ricevere comunicazioni sulla destinazione finale dell’esilio.
Garibaldi visse nell’isola giorni sereni, lontano dai clamori delle vicende politiche e militari; trascorreva la notte nell’abitazione del Comandante militare della piazza, il tenente – colonnello Falchi Pes, nell’alloggio di servizio che si trovava a Cala Gavetta, dove oggi è insediata la Guardia di Finanza; durante il giorno era libero di muoversi nell’isola.
Spesso consumava le giornate con la famiglia di Francesco Susini, con i cui figli Antonio e Nicolò, era già unito da saldi rapporti di amicizia, avendo con essi condiviso la scelta patriottica.
La casa dei Susini era sita nella piazza degli Olmi, attuale piazza Garibaldi, prospiciente il municipio; essi possedevano una vigna con una casetta, situata nella zona di Barabò, vicino al passo della Moneta. Il 12 ottobre 1849 Garibaldi si trovava proprio in quella vigna; si possono seguire i fatti di detto episodio, grazie alla narrazione raccolta dal dott. Angelo Falconi, medico condotto a La Maddalena e appassionato ricercatore locale, pubblicata in un suo opuscolo:
«Adunque, tutti gli uomini della comitiva, mentre le donne accudivano nella casetta ai preparativi del pranzo, con a capo il Generale, si recarono all’Isuleddu, che sta di contro a Caprera dalla parte di tramontana, per la partita di pesca prestabilita. In quei paraggi il vento infuriava e il mare erasi fatto grosso; una barca di pescatori, con a bordo il patrono Antonio Tarantini, un figlioletto di questo [Domenico, che vive ed è in Maddalena pensionato, ndr] e altri due uomini, non potendo reggere il fortunale, si capovolse. E fu tutt’uno vedere Garibaldi, mezzo vestito, tuffarsi in mare e condurre alla spiaggia i tre uomini; ma avendogli detto che il ragazzo, avvolto nella vela, era calato in fondo, si rituffò, stette alcuni secondi sott’acqua, e ricomparve con in braccia il piccolo Tarantini quasi svenuto…».
Questa notizia, in seguito citata in un altro opuscolo, scritto dal colonnello medico della Regia Marina di nome Giovanni Petella, in servizio a La Maddalena, desta una certa perplessità, per il semplice fatto che attesterebbe la presenza di un bambino in tenera età, tre anni, quale era allora il Domenico Tarantini, in una barca da pesca; al dottor Petella comunque, tali notizie, come racconta lui stesso nel libro citato in nota, « furono bellamente confermate da una gentile signora proprietaria di una lettera autografa di Garibaldi toccatale in eredità [lettera inviata a Francesco Susini da Gibilterra il 10 novembre 1849] che nel 1907 adornò, in minime proporzioni una cartolina commemorativa del centenario [della nascita di Garibaldi] ».
Vi è comunque da rilevare come l’episodio si sarebbe svolto, leggendo fra le righe degli autori dei due opuscoli, durante una giornata festiva; in particolare si parla di una gita nella quale Garibaldi, con gli amici Susini, si accingeva ad una partita di pesca; in una tale giornata, la permanenza di un bambino di tre anni su di una barca potrebbe anche essere legittimata.
Certo nel merito sarebbe significativo poter chiarire con certezza quale fu il piccolo Tarantini a venir salvato dal Generale, specie in considerazione della credibile presenza alla Maddalena, in quel momento, dello stesso Angelo.
Egli, in tale periodo, aveva tredici anni, era figlio unico ed orfano del padre, come detto, già dal 1843; con la madre Maria Scotto faceva parte, direttamente o indirettamente, del nucleo familiare dello zio Antonio, ed il dubbio, nonostante le predette precisazioni, che possa essere stato proprio Angelo Tarantini il ragazzo salvato da Garibaldi rimane, alla luce poi di ciò che egli compì nella sua esistenza e di quell’occhio di riguardo che Garibaldi, come si vedrà, ebbe nei suoi confronti; purtroppo tale dubbio, malgrado le ricerche fatte, sarà difficile, se non impossibile, sciogliere. Con buona certezza si può affermare che quel gesto di coraggio compiuto da un uomo che già nel 1849 era circondato da una grande fama, nella mente di un ragazzo di tredici anni assunse una tale rilevanza che gli avvenimenti successivi della propria vita ne furono probabilmente influenzati.
Dal quel 1849 passarono molti anni: Garibaldi visse un secondo esilio americano, viaggiò fino all’Estremo Oriente, lavorò negli Stati Uniti e nel 1854, al comando della nave inglese Commonwealth, tornò in Europa. Il ritorno dall’esilio fu per lui un nuovo inizio; dalla fine del 1855 iniziò a comprare terreni nell’isola di Caprera, anche grazie all’interessamento dell’amico Pietro Susini, figlio di Francesco. Nel 1856 iniziò a costruire la Casa Bianca e a porre le basi della futura azienda agricola, che nel corso degli anni avrebbe sempre più occupato le sue giornate. Caprera divenne la sua residenza stabile dalla quale si allontanò nei periodi durante i quali la sua azione fu decisiva per il compimento dell’unità d’Italia. Nel 1859, nella Seconda Guerra d’Indipendenza, guidò il corpo dei volontari denominato Cacciatori delle Alpi e nel 1860 iniziò i preparativi di quella che fu la più grande impresa della sua vita, la Spedizione dei Mille, partita da Quarto, presso Genova, il 5 maggio 1860.

Antonello Tedde e Gianluca Moro