Ricordo di Gin Racheli

12 settembre 2001. Questo è il giorno giusto per ricordare Gin Racheli. Non mi era stato possibile farlo prima d’ora, credo per una forma di rifiuto della sua morte. Oggi, all’indomani della strage compiuta negli Stati Uniti, mi rendo conto di quanto il pensiero di Gin sia attuale, e quanto sia utile il suo insegnamento per non disperdere il senso profondo della vita.
Il primo omaggio da renderle è nel riconoscere che, anche se avrebbe potuto averne qualche ragione, mai si scoraggiava. Lei che non era stata madre credeva nei giovani, li elevava collettivamente a suoi eredi. Nelle ultime sue opere, suggeriva programmi per l’educazione della gente di mare, e non era mai cosi’ felice che quando si trovava in mezzo a loro, di parlare in libertà. Questo è il modo più antico e sicuro d’insegnare a chi vuol sentire. A chi non vuole, non serve in ogni modo insegnare.
Cosi’ mi raccontava la presentazione di un suo importante libro dedicato all’isola di Ventotene: “E’ stata una presentazione molto bella per la presenza di tutte le famiglie dell’Isola, con tanto di banda musicale e gran pranzo finale con tutti i giovani: sono le cose che piacciono a me…Vento e mare ruggivano come leoni e le onde arrivavano sopra Punta Eolo“.
Perché proprio oggi mi torni cosi’ presente, cara Gin, quale spiraglio di luce, per me e per la gioventù, davanti alla grande oscurità della morte? Un ricordo particolare si fa mentore della tua rinnovata presenza, anche se naturalmente ti sento sempre più vicina qui a La Maddalena: indugiavamo a passeggio, oltre a Piazza Comando. La luce del tramonto era dorata, il mare era liscio, ci eravamo fermate rivolte al sole, per gustare quell’istante prezioso. Tu mi dicesti, con quella voce un poco bassa, e lenta, che usavi quando qualcosa volevi insegnarmi, che un giorno quel paradiso, in un attimo, sarebbe potuto essere distrutto, se si fosse realizzata la minaccia rappresentata da una sagoma nera, la sagoma di una nave, che vedevamo poco lontano. Con questa osservazione, credo che tu volessi farmi notare la superficialità del nostro sguardo sul mondo. che coglie l’istante ma non l’intreccio tra l’opera divina e l’opera umana, che potrebbe anche giungere a distruggerla o degradarla.
Vi era in Gin un’immensa capacita’ di meravigliarsi, di amare la vita, e assieme un pessimismo profondo, forse atavico, sicuramente impastato dalla sua personale esperienza di vita.
Nel 1987, mi scrive da Milano, come risposta alle mie preoccupazioni per lo stallo in cui verte l’integrazione europea: “Colgo al volo nella tua lettera il cenno alla “terribile impressione di non fare niente”, per le analogie con lo stato in cui mi trovo anch’io: con l’aggravante di un solenne esaurimento intellettivo che mi fa stare per ore davanti alle pagine bianche di un nuovo libro da scrivere, senza sapere da che parte incominciare. Né mi consola il ripetersi di questa caduta di tensione tra un impegno e l’altro…Finita un espressione, si cade nelle dispute tra l’inespresso, l’inesprimibile e i propri limiti, con le relative tentazioni di ritirarsi, di proiettare giudizi esterni che velino la nostra insoddisfazione interiore”. Il dubbio, prima di tutto su se stessi, e orgoglio e dignità dell’intellettuale, Cartesio insegna. Quanto orgoglio in Gin!
L’incanto per la bellezza di una tramonto regale, l’estasi quotidiana, coltivata sotto la guida di Giovanni Cesaraccio, davanti a quelle miglia di piccoli fiori che corrono sul suolo dell’isola, davanti all’infinita varietà delle creature del mare, modeste conchiglie, piante subacquei… e poi la contraddizione che nascerebbe dal accettare quella sagoma nera, che ubbidisce ad un altrettanto solida logica ma dal ventre della quale in un attimo può esplodere la distruzione di tutto, natura e umanità…Tormento dell’intellettuale innamorato del mondo, della vita, e che tuttavia si trova nel vortice aperto dalla scarna e definitiva formula di Sartre : ” l’enfer, c’est les autres…”.
Lei stessa mi scrisse:” C’è una bellissima poesia, di due soli versi, del grande spagnolo Jimènez, che mi porto dentro da almeno trent’anni e che ti trascrivo come un segreto tra compagne di viaggio:

SUD
Nostalgia acuta, infinita,
tremenda. di quel che ho.

E poi, chiedeva lei, chi si ferma più a guardare, per lasciare estasiarsi la sua anima fanciullesca davanti al dono dell’universo? Gin lo sapeva fare. Era arte sua, o magia, introdurre, non senza preamboli, i suoi discepoli nel suo mondo personale, allo stesso tempo raccolto ed infinito, per fare capire poi che lei era semplice scheggia, ma scheggia conscia di esserlo, dell’universo.
Se vi era in lei tanto orgoglio della propria missione, non vi era pero’ nessuna vana gloria: sapeva i limiti dei successi, la probabili delusioni. Il suo stile nel raccontare gli eventi era scarno, crudo, ed in questo molto simile al Garibaldi delle ” Memorie”.
Scrive il 28 settembre 1987: “Sono reduce da un interessantissimo viaggio in Yugoslavia, dove si e tenuto il seminario internazionale per lo sviluppo e la tutela delle Isole Minori del Mediterraneo; ho avuto la soddisfazione di vedere accettate in pieno le mie tesi, che pertanto entrano nella politica dell’UNESCO per il nostro mare.” Punto.
Il preambolo, tra noi, era stato ben combinato dagli dei. Vi fu, naturalmente, un’isola, dove ci trovavamo ambedue, ma per ragioni diverse. L’isola era Ventotene, che io lasciavo dopo avere partecipato ad un seminario di federalisti europei. Ventotene, stretto recinto per antifascisti, aveva imprigionato Altiero Spinelli, e tanti altri, fino al 1943. Era diventato per i federalisti un luogo di studio e di raccoglimento, un simbolo per noi cultori di pace e di libertà tra uomini e popoli. Gin invece lasciava uno dei suoi luoghi di vita, dopo lunghi mesi di lavoro a servizio della fauna e della flora dell’isola. Ci siamo conosciute sulla nave del ritorno verso il continente.
Più tardi mi scrisse: ” Non stiamo ad indagare il perché un ” incontro” e’ diverso da una “conoscenza”: la vita e’ più complessa, sottile e misteriosa di quanto normalmente si immagina.”
Mi accorsi subito che lei sapeva quasi tutto di me, mentre io non sapevo nulla di lei. Ci volle molto tempo perché mi parlasse di lei, del suo passato, della nascita dei suoi interessi attuali, non i primi, diventati allora i soli. Ci vollero anni. Invece mi disse subito del suo legame particolare con Giuseppe Garibaldi, del quale parlava con un raro rispetto. Quanti “specialisti di Garibaldi “che si impadroniscono del loro ” oggetto ” e lo spiegano, perentoriamente, con teorie qualche volta tanto insindacabili quanto improbabili. Lei proponeva invece una sua poesia, una dichiarazione d’amore, ad un Garibaldi che di per se era un’isola nella storia e nel mondo degli eroi. In questo caso, il mentore era stato Toni Frau. (Del 1982 il loro prezioso ” Garibaldi a Caprera. Bibliografia cronologica della vita privata dei Garibaldi nell’isola” Vert Sardegna 1982.) Niente cronache del Garibaldi intimo, rivelazioni un poco fuori stile, come tanto si amava nel dopo Centenario. In quella occasione lei fu seriamente impegnata a La Maddalena, e pubblico’ il suo ” L’arcipelago della Maddalena nella storia” per le edizioni i Microcosmi, Vert Sardegna. (1982). Lì ci eravamo appena intraviste, ma l’occasione vera e’ stata nel 1986. Le celebrazioni del centenario avevano spolverato la figura dell’Eroe, ma nella storiografia, avevano lasciato il tempo trovato, mentre le dispute su piccoli punti di cronaca alimentavano altrettanti piccoli protagonismi. Gin invece, amava l’uomo di Caprera, il Garibaldi più segreto, più lontano dalla storia, il Garibaldi agricoltore, che nei suoi diari scriveva di semine, uova e pecore, e vi mescolava considerazioni sull’Italia, per dissodare e tracciare il solco anche della patria. Gin si riscaldava al mistero dell’eroe ed al suo fascino lontano che sa di mare, di sole, di ginepro e di mirto, di poco vino buono e di tanto pane. Io credo che, senza nessuna vanità, Gin trovasse in lui un suo pari, un’anima gemella per la forza e l’elevatezza del loro sogno. Ed io mi fermavo davanti a questo loro dialogo, la loro intimità, un sodalizio forte, razionale.
Nel 1985, allargo’ i suoi interessi pubblicando ” La Sardegna, un’isola, un mondo” (Mursia, Milano) e non citerò la lunga fila delle sue pubblicazioni perché questo e’ un ricordo, non una bibliografia., seppur non possa mancare di citare “ Le isole del ferro “ da Mursia nel 1987 “ Le Isole del vento: San Pietro e S.Antioco” sempre Mursia , nel 1989, che dimostrano con quale intensità cedeva alla sua passione.
Gin era sufficientemente laica per non temere di credere nei miracoli, o più esattamente nei segni del destino, come il trovare, nella casa che avevamo preso, con famiglie e amici, per trascorrere l’estate a La Maddalena, un nido abitato da tre uova sopra la porta d’entrata. Tutta la nostra vita era condizionata dal non disturbare la famigliola, il lavoro attivissimo della madre quando le uova diventarono pulcini da nutrire. Quasi come se questo nido avesse significato una sorta di consenso della natura al nostro incontro, e sotto sotto, del padrone dell’isola.
Mi porto’ per sentieri ripidi, per spiagge irraggiungibili, mi fece amare Caprera. Io non amavo Caprera come lei, l’amavo, direi quasi per forza di cose. Non si discute la casa di famiglia. Ma davanti al museo, il mio cuore aveva fatto necessariamente, e dovutamente, un passo indietro. In quell’epoca, poi, mi dovevo dedicare alla casa di Ricciotti, a Riofreddo, dove lei venne ma rimase perplessa davanti all’immensità dell’opera da compiere per salvare la casa ed il parco, o quello che ne rimaneva, dal degrado, dall’abbandono, e delle velleità di lottizzare. Mi promise di occuparsi del parco quando avrei fatto la mia parte. L’ho fatta, ma Gin non c’è più. Lei tuttavia vi sarà sempre presente perché mi ha insegnato a “vedere”, le ferite di un albero, la nascita di un virgulto, il pregio di erbe vellutate, e soprattutto, cosa essenziale nella vecchia casa, a distinguere tra una radice morta ed una vita che aspetta solo amore per rinascere. Chi dirà mai il profumo, il sapore, la gioia, delle rose bianche, tanto amate dalla moglie di Ricciotti, Costanza, non del tutto inselvatichite, abbandonate da mezzo secolo, e che si affacciano di nuovo tra l’edera ed i rovi? A Caprera, prima di Gin, mi commuoveva solo il piccolo cimitero, mentre la casa mi sembrava ormai priva di vita vera. Lei invece mi rivelò l’armonia dei luoghi, la straordinaria integrazione di pietre e natura, e fece emergere alla mia coscienza un’antica intuizione. In effetti, a volere troppo sarda quella casa, non avevo visto quanto somigliasse alle fazende del Rio Grande, dove Garibaldi penso seriamente di radicare la sua vita, prima che le sorti d’Italia manifestassero il loro irresistibile richiamo, sancito, quasi come un simbolo, o un sacrificio rituale, dalla morte di Anita.
Cosi abbiamo cominciato a parlare anche di Ana Maria De Jesus Ribeiro da Silva, la sposa scomparsa ancora prima che Giuseppe incontrasse Caprera, eppure un luogo ed una casa fatti per lei, come una dedica, un pegno di fedeltà. Se ebbi un qualche merito, fu di sviluppare il suo interesse per Anita, e di arricchire la sua idea dei figli di Giuseppe e della sua prima moglie. Gin non si era mai chiesta, per esempio, che cosa i figli di Garibaldi avevano preso dalla loro madre, quasi come se i figli dell’Eroe avessero solo fuggitive genitrici. Rimase sorpresa quando le ricordai che il “marchio” di Anita era forte nella famiglia di Ricciotti, bruno di pelle e di cappelli, grandi occhi e folte sopracciglia neri, più simile in questo alla sorella Teresa che al leonino fratello Menotti. Teresa, la preferita di Gin, per la sua fedeltà a Caprera. Ne portava il nome all’anagrafe, mentre al mondo offriva il nome di battaglia, Gin, acquisito tra i partigiani. Quella Teresa che dormiva a Caprera era forse percepita come la sua laica protettrice, nel suo andar per isole…. Restituire alla scrittrice, un poco ridendo, una visione più umana del suo eroe, seppur con il dovuto rispetto, attraverso l’aspetto molto sudamericano di due dei suoi figli, fu cosa da farsi con molte precauzioni. Quando si lascio’ andare a ridere con me di alcune stranezze nel mito dell’Eroe, della sua strumentalizzazione, seppi che potevamo andare d’accordo.
Lei organizzò per me ed i miei figli uno spettacolo grandioso: una sera limpida di luna piena, andammo nel posto giusto per rivivere la fuga di Garibaldi da Caprera, quel momento in cui, scomparendo dietro il monte, la luna si fece complice della fuga dell’eroe che voleva conquistare Roma all’Italia. Un tempo veramente breve, da giallo storico, sufficiente per restituire l’eroe a vera vita.
Intanto, mentre noi stavamo incantati davanti allo spettacolo del quale era protagonista il nero ed ispido ” Teggiolone” Gin assorta, leggeva le “Memorie”:
“Era plenilunio, circostanza che rendeva difficile assai la mia impresa, e secondo i miei calcoli la luna doveva uscire dal Teggiolone (montagna che domina la Caprera) un’ora circa dopo il tramontar del sol. Io dovevo quindi profittare di quell’ora per il mio passaggio alla Maddalena, non prima ne più’ tardi: prima mi avrebbe tradito il sole, e più’ tardi la luna…. Giunsi a greco dell’Isolella e vi approdai fra i numerosi scogli che la circondano, quando il disco della luna spuntava dal Teggiolone.”
Ci fu concesso, grazie a Gin, di capire che l’azione dovette essere più rapida del tempo necessario per scriverla, anche se la luna compi’ la sua eclisse usando qualche minuto in più un 14 ottobre di quanto gli servì a luglio, mese che era il nostro. E la gioia di Garibaldi doveva essere grande. Riapparso l’astro notturno ma alquanto luminoso, tutti avremmo giurato di avere sentito anche il rumore del remo del bargozzo.
Gin aveva abbandonato la sua professione di imprenditrice in Lombardia perché l’aveva tradita la salute. Ma prima ancora, aveva avuto un’adolescenza diversa, quella di una giovane che si affaccia alla vita durante la guerra, appartiene ad una famiglia ebrea, vede morire attorno a lei la famiglia, poi coloro che l’hanno nascosta tra i partigiani, e protetta. Io potevo parlare con lei del suo dolore, in nome del padre mio sconosciuto ucciso dagli stenti subiti nei campi di concentrazione nazisti. Da tanta sofferenza lei aveva tratto un silenzio interiore che si esprimeva attraverso lunghi silenzi reali, interrotti dal lieve soffio esalato nell’aspirare la piccola pipa di tabacco profumato, sola consolazione al non potere più fumare. E il lento caricare la pipa, godersi il momento di voluttà, era come accarezzare con lo sguardo il piccole fiore, cosi fragile, al quale l’amico Cesaraccio sapeva dare un nome…. Pensando alla sua giovinezza tradita, si intuisce perché lei abbia dato tutto il suo amore al mare, alle terre che esso accerchia, fuggendo dalle creature troppo simili a quelle che avevano martoriato la sua vita. Diverso era un eroe cosi puro e bello come Garibaldi, e quasi scontato a questo punto il loro incontro. Ambedue volevano capovolgere il mondo.
Mi racconto’ che quando si sveglio’, sopravvissuta all’infarto, prese coscienza di essere in vita, prese coscienza che la morta era quello che aveva vissuto poco prima, il niente, mai più niente, e penso che voleva vedere il mare. Di questo pensiero non conosceva le radici, lei solida emiliana con i piedi in terra. A questa idea si aggrappo’ per rivivere, provare di nuovo un desiderio che sia programma di vita, e da allora stretta al mare, andando per isole, (un programma di vita trasformato nel titolo di tutta una collana editoriale} portandosi dietro ” Italia Nostra” ci ha regalato un’opera unica, scritta con grande spirito scientifico ma anche con l’arte non minore della divulgazione. Non saprei dire dei contenuti del suo rapporto con il mare, non oserei, se non per azzardare che abbia pagato con gioia il debito per la resurrezione che la visione interiore del mare aveva accompagnato. Gin ha detto tutto lei stessa nel suo libro testamento, “Isole e insularità futura”, edito da Paolo Sorba, a La Maddalena, nel 1996 con una chiara prescienza della fine. “Ben sapendo – scrive Gin con una forte emozione, la nostra – a ciglio asciutto, che l’età incalza e che obiettivamente gli anni che restano non bastano più per una risolutiva azione sul campo, e’ importante lanciare un ultimo messaggio nel codice infallibile delle ” voci di mare” che pilotarono in ogni tempo le rifioriture dell’ethos marinaro.” Quel libro e’ un’apoteosi. Si coniuga il contenuto, il senso della completezza dell’opera, persino l’amico editore, isolano, l’inchinarsi con rimpianto non eluso davanti alla legge naturale della vita che non e’ infinita. Leggerlo e’ ricevere tutto quello che Gin voleva fare sapere di se, il resto rimane prezioso ricordo per chi ha avuto il privilegio di incontrarla.
Una piccola barca disegnata con minuscole conchiglie incollate su un foglio colorato, costruita da lei con il suo animo giovane, e regalata ad un’adolescente, mio figlio, ci restituirà per sempre la sua capacita’ di parlare agli altri. La giovinezza, Gin dimostra, non e solo un’età, e’ una capacita’ di eludere una vita troppo amara, e trovare la forza di sognarla, incontrarla ancora negli altri quando sfugge a se.
Sul sogno di Gin, vi sarebbe tuttavia da costruire, una grande politica per le isole, un ministero del mare che ne contempli unitariamente tutte le risorse. Forse nel grande mutamento che investe i nostri tempi, vi e necessità che l’immaginazione vada finalmente al potere, e se, oltre ai nostri corpi, si tenta di salvare anche le nostre anime, allora Gin può fare da mentore, indicando ad ognuno di noi la strada per una propria insularità futura.

Annita Garibaldi Jallet – Articolo pubblicato dal Co.Ri.S.Ma nel primo Almanacco Maddalenino realizzato dalla casa editrice Paolo Sorba di La Maddalena

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