Il ritorno di Garibaldi a Caprera

“Sulle tue cime di granito io sento di libertà de l’aura, o mia selvaggia e solitaria Caprera”
Giuseppe Garibaldi

Quanti dei protagonisti della nostra storia hanno tenuto a battesimo un’isola? Garibaldi, transitando nel mare delle Egadi, sulla Clorinda, diretto in Oriente, vide nascere dal mare e in un certo senso fece da padrino ad un’isola, l’isola Ferdinandea.

Andrea Rossi, marinaio della Muraglia e futuro comandante del Piemonte, quella vicenda la narrò così: «ritto sul cassero della prua della Clorinda» vide un giovane biondo come il sole, intento ad osservare uno strano fenomeno. Era il ventiquattrenne Giuseppe Garibaldi che, con voce armoniosa come una vibrazione d’arpa, scuotendo la sua nobile testa incoronata di ciocche d’oro, commentava le prime manifestazioni di un prodigio di cui era spettatore. Era un fenomeno singolare e inusitato per lui che per le isole nutrì sempre uno straordinario interesse, destinato a trasformarsi nel tempo, prima in passione, e poi in vero e proprio amore.

Dopo le vicende della prima guerra d’indipendenza e della Repubblica romana, Garibaldi, praticamente cacciato dalla Liguria, riprese la sua antica professione di comandante marittimo. Su una nave di costruzione americana, ma di armatori italiani, affrontò, in qualità di comandante marittimo, il primo grande viaggio nell’Oceano Pacifico, giungendo a Canton, in Cina, dopo 93 giorni di navigazione. Trasportava un carico di argento e grano, come ha scritto con grande deferenza Giuseppe Guerzoni, o un carico di guano, come risulta dai registri di bordo? Guano o grano, è certo che quel carico puzzava molto più del grano e, in realtà, costava non come l’argento, ma come l’oro.
Nel viaggio di ritorno sfiorò l’Australia e gettò l’ancora in una delle isole Hunter, nello stretto di Bass, tra la terra di Van Diemen (l’attuale Tasmania) e l’Australia. Rimase affascinato dalla bellezza dell’isola. Si entusiasmò e quasi si commosse per il senso di pace e di solitudine che la avvolgeva, inducendolo a sognare. Perlustrando il territorio, per rifornirsi d’acqua, trovò una fattoria da poco abbandonata. Un biglietto, lasciato sulla porta di casa, raccontava la storia del fattore e di sua moglie. Dopo la morte di un socio, che aveva condiviso la loro iniziativa, dilaniati dalla nostalgia e tormentati dalla solitudine, avevano deciso di abbandonare quell’atomo di mondo, per tornare nell’isola di Van Diemen, che per essi rappresentava la civiltà.

Garibaldi nel conoscere la loro storia si commosse. Quell’isola sperduta nel più remoto dei mari, lasciò nel suo cuore un ricordo indelebile. A lungo, negli anni successivi, avrebbe ripensato ad essa con nostalgia e rimpianto. Nelle Memorie, non in quelle scritte da Dumas e da Elpis Melena per lui, ma in quelle scritte da lui per se stesso, ebbe ad esprimere questa commozione e questo rimpianto con parole venate di poesia: «Isola deserta dell’Hunter Islands, quante volte tu m’hai deliziosamente solleticato l’immaginazione, quando stufo di questa civilizzata società…io mi trasportavo coll’idea verso quel tuo grazioso seno, ove approdando per la prima volta fui ricevuto da uno stormo di pernici, e ove tra secolari piante di alto fusto, mormorava il più limpido, e più poetico ruscello, in cui ci dissetammo piacevolmente, e con abbondanza fecimo la necessaria provvista d’acqua per il viaggio».

Nel ’60 si innamorò della Sicilia, grande aristocratica come alcune delle nobildonne che, amate da lui, lo riamarono, rifiutandosi però di sposarlo. Ma il suo vero grande amore, la sua “petrosa Itaca”, la sua “Anita delle isole” fu Caprera, che di Itaca aveva tutta la bellezza verginale e la sensualità, ma anche la natura solitaria e l’estrema, commovente frugalità.

Il tempo correva. Il tempo volava. Tornato in Europa dopo l’esperienza americana, trascorse quasi un anno a Nizza. Partiva da Nizza, la sua città, con l’Esploratore, un piccolo bastimento attrezzato per la navigazione in Mediterraneo. Spesso il regime dei venti e la risacca dei commerci lo sospingeva, alcune volte volente, altre volte nolente, verso le Bocche di Bonifacio e la Sardegna.

La tradizione vuole che durante un fortunale si riparasse dai venti e dal mare in burrasca proprio nell’isola della Maddalena. Con i risparmi accumulati col lavoro e con una modesta eredità comprò allora una parte dell’isola di Caprera.
Si potrebbe discutere a lungo sulla catena dei perché. Perché abbia comprato lì e non a Capo Testa o nel Golfo di Arzachena, come gli era stato consigliato da alcuni amici e da alcuni possidenti locali.

Qualcuno si domandò pure perché mai Garibaldi, l’eroe dei due mondi, che conosceva bene e mondi e mari, avesse scelto un’isola fuori dal mondo, sperduta e quasi dimenticata nel più remoto dei mari, in una sorta di far west mediterraneo. Perché, insomma, fra tante possibilità, avesse optato per un’isola Cenerentola, bella, stupendamente bella, ma, allo stesso tempo, povera e selvatica. E qui bisognerebbe raccontare forse la storia di un uomo che amò molte cose. E tra queste cose, oltre all’avventura, alla pietà per gli umili e i sofferenti, alle donne, ai bambini, ai mari, agli animali, alle navi, alle stelle, e in particolare alla stella d’Italia, amò le isole per la loro commovente semplicità. Oggi sarebbe impossibile pensare a Garibaldi senza pensare a Caprera, così come sarebbe impossibile pensare ad Itaca senza pensare ad Ulisse. Eppure la storia, la grande storia si era svolta tutta o quasi tutta lontana da lì, e l’isola era per lui solo il centro degli affetti, il luogo designato, vagheggiato del ritorno. Il ritorno a Caprera.

Mai un ritorno fu virtuoso, semplice, opportuno, necessario come il ritorno di Garibaldi da Napoli a Caprera dopo le vicende del ’60. Partì al mattino presto col vapore Washington. Partì, come raccontò nelle Memorie, dopo aver “proclamato Vittorio Emanuele re d’Italia”. Quella partenza, quel ritorno fu interpretato da molti come una fuga, una sconfitta, la sua più grande sconfitta. Solo alcuni osservatori illuminati, al contrario, videro in essa non una sconfitta, ma una vittoria, e probabilmente, la sua più grande vittoria. Mentre la Washington usciva dal porto, le navi della squadra inglese gli resero onore con una salva di saluto, come se si fosse trattato di un sovrano, o di un capo di stato. Solo i cannoni delle navi sabaude tacquero. Quel silenzio fu più eloquente di molte parole, di pomposi e ampollosi discorsi di circostanza e di qualche cannonata che si volle risparmiare, per paura, onorando Garibaldi, l’eroe popolano, il tribuno della plebe, di sminuire Vittorio Emanuele, re aristocratico. Mai Cavour, Vittorio Emanuele, i piemontesi tutti e i moderati, senza moderazione nelle loro pretese, avrebbero perdonato a Garibaldi quelle 10 battaglie vinte e quel “regale” regalo, che lui, popolano e plebeo, si era permesso il lusso di fare ad un re.
Dieci vittorie, dieci grandi vittorie per un Vittorio piuttosto piccolo e in fin dei conti “banale” come Vittorio Emanuele II, furono davvero troppe.

Più tardi uomini di governo, giornalisti, intellettuali, diplomatici, politici di questa o di quella colorazione, storici di parte e qualche volta anche di partito si sarebbero affannati e persino prodigati a dimostrare che Garibaldi durante le vicende dell’unificazione era stato un semplice strumento, una cosa inanimata, un incidente della storia, cioè niente, mentre Cavour, Vittorio Emanuele e la diplomazia piemontese erano stati tutto. Perciò Garibaldi venne descritto come un uomo semplice, disinteressato, altruista, privo di esigenze, elementare, e quindi sostanzialmente “sciocco”. Perché un altruista, un generoso, un uomo semplice e disinteressato in un paese caratterizzato da un “furioso” utilitarismo come il nostro, non può che essere o sembrare uno sciocco. Non tutti per fortuna la pensavano così. Quando nel ’60 Garibaldi lasciò Napoli per Caprera, Lajos Kossuth affermò che quel gesto senza precedenti nella storia dell’umanità avrebbe oscurato l’esempio di Cincinnato. E in effetti questi due personaggi così lontani nel tempo e così vicini a livello ideale non avevano in comune solo i cincinni, vale a dire i riccioli dei capelli, ma una propensione, un’attitudine alla semplicità che non è comune a nessuna di queste due epoche, e che oggi è assolutamente sconosciuta agli esponenti della nostra classe politica.

A Caprera si incontrarono due semplicità, due frugalità e, in realtà, due vere povertà, quella dell’uomo e quella dell’isola. Un uomo semplice come Garibaldi aveva bisogno di un’isola, un atomo dell’universo, una nave di roccia con ali di vento, protesa sul mare, dalla quale partire indisturbato verso nuove avventure e dalla quale, a seconda dei casi e delle necessità, evadere al momento opportuno. Lì, all’isola di “Utopia”, avrebbe potuto unire l’ideale di una vita semplice con il sogno di una «rivoluzione navigante pronta ad attraccare a questa o a quella sponda, indipendente e irraggiungibile». Quel sogno, raccontato e rivissuto ad occhi aperti, fece sognare anche Alessandro Herzen, che se ne innamorò. Col tempo, alcuni dei garibaldini, anche se a piccoli passi, con una certa prudenza, si avvicinarono all’area moderata, lasciandosi assimilare. Alcuni altri si lanciarono verso quell’area, luogo di favori, di privilegi, di onori, a passo di carica. Alla fine di veri garibaldini in Italia non rimase che il solo Giuseppe Garibaldi e pochi altri.

Ma ecco il generale democratico al lavoro nell’isola di Utopia, dove aveva piantato le «nomadi tende della sua vita». Lì il futuro agricoltore dovette improvvisarsi, in un primo tempo, muratore. Questo fu per lui un atto di vero e proprio eroismo. La pratica gli rivelò che con cazzuola, martello e filo a piombo non aveva altrettanta dimestichezza che con carte nautiche, portolani, bussola, compasso e sestante. Visto che aiuto-muratori, manovali e soldati iniziavano a “rumoreggiare”, il generale dovette abbandonare il “comando delle operazioni” e cederlo al più semplice dei soldati semplici: un muratore della Maddalena. Lui, l’invincibile generale, vinto dalla necessità, soverchiato dalle circostanze, si limitò, o meglio, si rassegnò a fare l’unica cosa che era in grado di fare in quel campo, vale a dire il manovale. E forse fu proprio in quella circostanza che il rivoluzionario dei rivoluzionari, il disobbediente dei disobbedienti, pronunciò, per la prima, ma non ultima volta, la famosa frase: «obbedisco!».

Se per quanto concerne la casa il modello prescelto fu quello della dimora di Montevideo, il modello di azienda agricola sarebbe dovuto essere quello delle estancias di Bento Gonçalves e delle sorelle Dona Ana e Dona Antonia, nel Rio Grande do Sul, ai margini della Laguna dos Patos. Ma mentre nell’area dei gaúchos brasiliani (leggi gaúscius) tutto era grande e maestoso, a Caprera tutto era piccolo, modesto e, in realtà, povero. Se Brasile aveva “da essere”, doveva essere perciò un Brasile “sardo”, dove ogni cosa era ridimensionata e adattata alla realtà isolana. La modesta e frugale azienda di Caprera rassomigliava in realtà ad uno dei tanti stazzi galluresi, la cui vera nobiltà risiedeva proprio nell’estrema frugalità.

Caprera non era sulle foci del Rio Orinoco, come l’isola che Daniel Defoe aveva assegnato in “usufrutto” al suo e “nostro” Robinson. Ma ne aveva comunque tutte le caratteristiche.

Nel gennaio del 1857 il cutter Emma, l’imbarcazione con la quale trasportava un carico di calce dal “continente”, fu investito da un fortunale. A causa di una falla, l’acqua si insinuò nella stiva. La calce entrò in ebollizione. Garibaldi, vinto dalle circostanze, dovette abbandonare l’imbarcazione su un fondale sabbioso. Da quella data in poi, nonostante la passione e l’attitudine per il mare, egli fu soprattutto agricoltore e, a suo modo, pastore e allevatore. Con la sua figura ieratica, la sua sensibilità per la natura, divenne una sorta di Noè e Caprera l’Arca che doveva preservare lui stesso, la sua famiglia, i suoi amici e collaboratori, i suoi animali e le piante stesse da un nuovo diluvio.
Quando Garibaldi ritornò a Caprera dopo il ’60 era felice di calcare ancora una volta il suolo di quell’isola nella quale aveva trascorso anni sereni ed era desideroso di riprendere le attività di comune cittadino e operoso agricoltore.

I “grandi personaggi” che lo avevano disgustato con la loro politica, i loro maneggi, i loro intrighi e i manicheismi della diplomazia, mai e poi mai avrebbero potuto apprezzarne le scelte, o condividerne lo stile di vita semplice e frugale. Né Cavour, né Vittorio Emanuele, né Ricasoli, né Farini, nonostante le loro utilitaristiche e strumentali profferte di amicizia, mai e poi mai andarono a trovarlo a Caprera, isola plebea. Messe da parte le armi, strumenti della guerra, riprese in mano la zappa, la vanga e la falce, strumenti della pace, e non disdegnò l’aratro. Come il tipico pastori-fattore gallurese, si alzava all’alba, dedicandosi con passione, come ebbe a dire Giuseppe Guerzoni, a «quei pochi frastagli di terreno che la roccia concedeva e che egli con ingenua pomposità, decorava con il nome di campi e vigne». Che differenza di valori e di stile! Cavour, al tempo della mietitura, si recava personalmente in risaia, non per lavorare, certo, ma semplicemente per pagare personalmente i braccianti giornalieri, visto che non si fidava dei suoi fattori.

Il luogo preferito da Garibaldi era il podere di Fontanaccia, «dove lo si poteva vedere sovente, affaccendato a sterpare, a potare, o innestare, ora seduto su un certo gradino, naturale rialzo del terreno, con il cappello sugli occhi e il sigaro spento nella mano, lo sguardo fisso sul mare, tutta la persona immobile e quasi abbandonata, a nuotare nel gorgo infinito dei suoi ricordi e nella spirale dei suoi sogni». Appena sbarcato a Caprera, provenendo da Napoli, mise in libertà i due cavalli utilizzati nella campagna del ’60, Borbone e Marsala. Quei cavalli così cari a lui, cavaliere-marinaio, appena giunti nell’isola, furono lasciati liberi, curati, accuditi, nutriti. Fu allora che, ancora una volta, sentì nascere e crescere dentro di sé un sentimento di fraternità nei confronti degli animali, che, con l’età, andò rafforzandosi e consolidandosi.

Dopo le vicende dell’unificazione, un’autentica processione di estimatori, simpatizzanti, ammiratori e postulanti si riversò sull’isola di Caprera. La vita di Robinson Crusoe presentava le prime difficoltà. Ma se Robinson era Robinson e voleva rimanere tale, non poteva non avere il suo Venerdì. Non c’è Venerdì senza Robinson e non c’è Robinson senza Venerdì. Questo Daniel Defoe lo sapeva bene. Venerdì fu perciò per lui il vapore postale che tutti i venerdì arrivava alla Maddalena con la posta, le notizie del continente e le visite per lui.

La vita a Caprera divenne meno solitaria e Garibaldi da allora in poi ebbe molto tempo in meno e qualche preoccupazione in più. Accanto agli emissari del governo, tutt’occhi e tutt’orecchi, e agli epigoni della democrazia europea arrivavano a Caprera, per far visita al generale-agricoltore, simpatizzanti, ammiratori, pari d’Inghilterra, profughi polacchi, esuli russi, o semplicemente curiosi, sfaccendati.

C’era poi una legione di donne, che si interessava a lui, trepidava per lui, fantasticava su di loro e sulle sue e le loro avventure, o si accontentava magari di scorgerlo all’orizzonte dalle prode dell’isola della Maddalena, mentre piantava viti, zappava, vangava o concimava l’orto, falciava il grano, riuniva il gregge. Se Garibaldi era stato originale e quasi singolare in guerra, ancora di più fu singolare e originale in tempo di pace. Si era detto e scritto molto su Garibaldi in tempo di guerra, perciò bisognava scrivere almeno altrettanto su Garibaldi esperto agricoltore, perché se c’è una virtù e un eroismo del tempo di guerra, c’è anche un eroismo e una virtù del tempo di pace. Quasi tutti coloro che scrissero su di lui nell’Ottocento, da Felix Mornand a Charles Mc Grigor, sottolinearono l’estrema semplicità della sua casa e la frugalità della sua vita. La casa bianca di Caprera non era la Casa Bianca del presidente Lincoln. Spoglia, nuda, con le pareti imbiancate a calce, pochi se non addirittura rari i mobili, mancava di tutto, anche di sedie.

C’era davvero il serio pericolo che Garibaldi, i familiari e i garibaldini che lo attorniavano dovessero trascorrere l’intero Risorgimento in piedi. Per fortuna per il nostro Risorgimento, per noi e per loro, a un certo punto della storia, gli ufficiali del Washington, essendo venuti a conoscenza della cosa, decisero di regalare all’eroe un buon numero di sedie. Forse per pura simpatia e semplice ammirazione, o forse perché, non si sa mai, un garibaldino seduto è sempre meno pericoloso di un garibaldino in piedi.
Questa carenza di sedie per fortuna non affligge oggi una classe politica come la nostra, largamente e generosamente fornita e corredata di comodità di tutti i tipi e, in particolare, di sedie, sgabelli, panche, seggi, scranni, poltrone, troni, sofà, divani, e quindi comodamente e placidamente “accomodata”.

Garibaldi stava ormai in permanenza a Caprera. I piemontesi, i moderati, moderati in tutto, tranne che nelle pretese e nell’appetito, si diffusero a macchia d’olio nella penisola e, come racconta Garibaldi nelle Memorie, trovarono «la tavola apparecchiata» e vi si sedettero, banchettando lautamente e allegramente.

Il liberalismo neounitario veniva predicato al dritto, ma applicato al rovescio. I piemontesi, sedendosi alla tavola del Risorgimento, si rivelarono insaziabili. Si chiamavano moderati, ma si sarebbero dovuti chiamare smodati, screanzati. Avevano a modello Vincenzo Gioberti, Massimo d’Azeglio, Cesare Balbo, o Rabelais, Pantagruel, Gargantuà, Morgante e Panurge?

Lui, Garibaldi, si lavava e si stirava le camice da solo. Tagliava e cuciva abiti per sé, per i familiari, per gli amici e per chi semplicemente non ne possedeva una, aiutato in ciò da Menotti, che per questa delicata operazione non si serviva dell’ago, ma di una guglia per le vele. Andava in parlamento vestito, non da gran signore, avvezzo alla “tirannia del frac”, ma da gaucho, cioè da uomo libero. Naturalmente per i moderati, borghesi o aristocratici, tutto ciò era uno scandalo e qualcuno tra loro si permise pure di farglielo notare e di protestare. La grandezza di Garibaldi sta tutta nella sua modestia, nella sua semplicità, che molti volontariamente o ad arte hanno scambiato per mediocrità, per piccolezza, forse perché sapevano e sanno di essere mediocri e piccini loro.
Garibaldi regalò un regno a un re e ad una classe dirigente furiosamente monarchica.

Regalò un sogno a tutti gli Italiani che a lungo lo avevano vagheggiato. Imperfetto certamente e pieno di contraddizioni, come sono normalmente tutte le realizzazioni umane e quelle politiche in particolare, ma certamente meno oscuro e meno triste degli stati e dei regimi che lo avevano preceduto.

In un paese come il nostro, dove ormai la politica, più che onorata e praticata con coerenza e con onestà è soprattutto gridata, urlata, declamata, rappresentata spesso in modo teatrale, è difficile, se non impossibile, apprezzare un uomo così. In un’epoca di utilitarismo sfrenato, di grandi egoismi e di grandi egoisti, un altruista, un generoso, un coraggioso come Garibaldi dava e dà di certo fastidio. Il suo ricordo, la sua testimonianza pongono l’esigenza di affrontare la realtà in modo diverso e soprattutto di un diverso modo di fare politica. Ed ecco perché ad alcuni immemori e ad alcuni “smemorandi” e smemorati Garibaldi oggi non piace.

Così in una società priva di memoria sono nati i diversi revisionismi su, da e per Garibaldi. Ce n’è per tutti i gusti. C’è il revisionismo tiberino e quello trasteverino, c’è il revisionismo borbonico classico, quello barocco e quello neoborbonico. C’è il revisionismo alto e basso padano, a seconda che il Po, fiume risorgimentale di riferimento, venga preso in considerazione alla foce, o alle sorgenti e a seconda che l’acqua sia torbida o limpida. Non bisogna dimenticare il revisionismo toscano collinare, o fluviale e quello pedemontano. E infine c’è il revisionismo sardo vernacolo, quello che dà spettacolo proprio nei giorni delle elezioni. Si parte sempre da lì, dal “bandito di primo catalogo”, ricercato come disertore della marina militare nel 1834. Gratta gratta, e nella nostra epoca, quasi sempre, grattando l’italiano, trovi lo storico. E’ la storia fai da te, mordi e fuggi, dove le fonti a volte ci sono e a volte non ci sono. Il metodo è quello dell’approssimazione, della verosimiglianza. Una volta, quando si avevano dei dubbi, quando si avvertiva il bisogno di approfondimento, l’esigenza di nuovi strumenti, di nuovi e più adeguati concetti, di un’ulteriore verifica delle fonti e di ricerca di una terminologia opportuna, tutto si risciacquava in Arno. Ma erano altri tempi quelli, normali e per così dire regolari e perciò troppo banalmente italiani.

Ora tutto si risciacqua in Po, nel Tevere, nel biondo Tevere, e nel Volturno, fiume che è rimasto sporco e limaccioso forse da quando Garibaldi vi ha lavato le sue camice. Lui che era solito lavare e rilavare la camicia rossa, più volte al giorno, soprattutto d’estate, nelle pause della battaglia. Questi risciacqui vengono chiamati, vengono definiti, con una certa presunzione e con una malcelata pomposità revisioni. Revisioni di che?…Revisioni storiche?!…Sì e no! Anzi, a dire il vero, più no che sì, perché di storico in genere hanno molto poco e, in taluni casi, niente o meno di niente.

Tant’è che si parla di revisionismo padano, toscano, cattolico, borbonico. Il revisionismo in epoca contemporanea è nato come fenomeno di indagine, di riflessione, di comprensione e di conoscenza delle proprie radici e della propria storia. Bernstein e Francesco Saverio Merlino, due revisionisti che si interrogavano sulle origini e sulla natura del socialismo procedevano così. Ma gli altri, i revisionisti borbonici, classici o barocchi, i revisionisti alto e basso padani, quelli sardo vernacolo d’elezione e di spettacolo, lo sanno?

Cartella clinica del piede di Giuseppe Garibaldi. Tavola tratta dal volume “Storia medica della grave ferita toccata in Aspromonte dal Generale Garibaldi” 1863, Pietro Ripari