Il romanzo Casa Collins – Le memorie della segretaria inglese di Garibaldi

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Naturalmente un manoscritto, direbbe Umberto Eco, parafrasando Thomas Mann. In questo caso un manoscritto ritrovato che però non aggiunge molto alla verità storica che vi viene narrata e che anzi la conferma e la arricchisce solo di piccoli aneddoti in parte già noti.

Le stesse vicende del manoscritto non rivendicano l’aurea di mistero che di solito circonda fortunosi ritrovamenti, rimanendo nella banalità del quotidiano lavoro dell’archivista. Ed è proprio ad un giovane bibliotecario, in forza all’Archivio storico di Sassari grazie ad un contratto a termine di co.co.co., che dobbiamo la segnalazione del memoriale, un insieme di fogli polverosi e in alcuni punti illeggibili, conservati in una scatola di cartone non catalogata, nascosta sotto una serie di plichi e faldoni senza valore, chissà da quanti decenni.

Alla sensibilità della Direttrice dell’Archivio, devo poi il passaggio di mano a me medesimo, impressionato ed elettrizzato da quella mole del tutto inedita di ricordi e di puntuali descrizioni, in parte riferiti in lingua inglese.

Il lavoro di traduzione ( solo alcuni brani sono in lingua inglese) e di limatura è stato piuttosto lungo, ma sicuramente interessante, per certi versi anche divertente e spero che le mie numerose manomissioni al testo per renderlo il più possibile attuale, non abbiano in alcun modo stravolto quanto emergeva tra le righe sulla personalità dell’Autrice.

In quanto studioso e docente di Memorialistica risorgimentale, non posso che sottolineare quanto anche questo testo confermi la caratteristica fondamentale delle autobiografie di quel periodo: l’autore non parla tanto di sé quanto della sua partecipazione ad un vasto movimento collettivo, di popolo, del quale egli entusiasticamente ha fatto parte*.

Nel caso di Emma Claire Collins questo bisogno primario che la accomuna a Pellico, Abba, Settembrini, D’Azeglio, De Santis e allo stesso Garibaldi, appare tanto più significativo trattandosi non di un protagonista dei grandi movimenti, non di una testimone diretta dei fatti, non di una attivista e patriota, ma di una comprimaria, un’ideale “fiancheggiatrice” o semplice “fan”, come diremmo oggi, che respira l’atmosfera di quegli anni e il senso eroico dei cambiamenti storico-sociali che così rapidamente le passano sotto gli occhi.

Anche la sua storia personale, l’abbandono dell’Inghilterra, la fuga, la vita londinese, i personaggi che accompagnano il suo destino, appaiono fortemente contaminati dalla sua stessa passione e assurgono a simboli di una vera e propria epopea senza confini territoriali, benché le ricerche storiche e la stessa testimonianza della nipote Fanny ne smentiscano la veridicità.

È comunque interessante notare come il racconto crei una doppia Emma: quella quasi rigorosamente storiografa, preoccupata di riferire i fatti storici del Risorgimento italiano in modo pedissequo, e quella dedita alla costruzione di una vera e propria fiction, precorrendo involontariamente le attuali tendenze della letteratura anglosassone.

È pur vero che la vita di Garibaldi a Caprera non abbia mai attratto gli storici e i biografi, e sia stata lasciata nell’ombra dai più, come si trattasse di una semplice parentesi nella vita del Generale, senza soverchia importanza rispetto alle imprese e alle elaborazioni politiche sull’Unità d’Italia che proprio in quegli anni “sardi” l’eroe risorgimentale ha compiuto ed elaborato.

Non sarà un caso se sui libri di storia, la “parentesi” sarda di Garibaldi sia liquidata in poche righe e Caprera sia ricordata quasi esclusivamente come luogo della sua morte.

Le memorie della Collins arrivano quindi a colmare un vuoto non solo storico, restituendoci la figura di un Garibaldi agricoltore, il novello Cincinnato d’Italia che alterna battaglie e incontri politici con l’umile lavoro del contadino. I ricordi dell’Autrice si dipanano nel testo originale in modo assai più disordinato di quanto restituisca quello da me curato, poiché non è improbabile che siano state scritti in momenti diversi e senza rispettare la naturale cronologia dei fatti.

Malgrado le mie modifiche abbiano sicuramente alterato lo stile ottocentesco della Collins, rilevo però la sua ottima padronanza della lingua italiana che probabilmente ella aveva studiato insieme al marito attraverso testi e grammatiche anglo-italiane, e l’ordinata grafia in un corsivo ottocentesco piuttosto insolito per un’inglese, somigliante a quello delle nobildonne della nostra penisola.

Inoltre, ho ritenuto di aggiungere diverse note a piè di pagina allo scopo non solo di offrire interessanti informazioni e approfondimenti su quanto citato dall’Autrice, ma anche al fine di attualizzare per quanto possibile il racconto che, come noteranno i lettori, non si allontana troppo per alcuni temi dal confronto e dal dibattito che tengono banco nella nostra società, a distanza di circa 150 anni.

I brani in corsivo riportano solitamente lettere autentiche di Garibaldi all’Autrice (alcune conservate presso il Museo del Risorgimento di Roma), o comunque testi effettivamente esistenti dello stesso Generale. La mappa, ben conservata è di pugno di Emma Collins.

Gavino Puddu

Professore associato

Cattedra di Memorialistica risorgimentale vera o presunta
Università di Sassari

La Moneta, 19 settembre 1868

Sono tornata al nostro scoglio, quello che chiamavi “mushroom” perché sembra un enorme fungo di granito, ed è comodo per starsene seduti a contemplare la nostra isola in una di quelle giornate in cui i gabbiani si tuffano allegri in acqua e i profumi del cisto arrivano pungenti alle narici, prima che la tramontana li disperda in attesa di un’altra primavera.

Sto per abbandonare la nostra casa e anche te, ma so che tu capirai che il mio non è un tradimento. Ti lascio tra queste mura amiche e affido il tuo spirito inquieto ad un fratello. Il Generale ha da tempo comprato tutto, anche le nostre bestie. Non ho fatto resistenza e anzi, sono felice che la nostra isola sia tutta sua. Sono vecchia e stanca e ogni cosa, senza di te, mi appare faticosa ed inutile.

Un aiuto a lui, che è più povero di me e che mai si è curato dei suoi affari, è arrivato da Londra. Altri inglesi gli hanno permesso di comprare ciò noi abbiamo creato, ma poiché il nostro amore null’altro ha voluto darci se non questi beni materiali che non sono sangue del nostro sangue, è giusto che essi diventino di chi li ha amati più di noi, pur non essendone l’artefice…

Sto qui, quindi, a rimirare per l’ultima volta le rocce azzurrine della nostra isola, quando al tramonto pian piano scuriscono prima di sprofondare nel buio della notte. Ma quante volte abbiamo visto la luna spuntare dal Teialone e riflettersi sull’acqua calma del passo, come una spada di brillanti nascosta sul fondo, abbandonata dal dio della guerra che finalmente rinuncia alla sua brama di sangue.

Aveva ragione Daniel quando ci descrisse questo luogo amato: “Se mai il paradiso esiste una parte è lì, però è un paradiso degli uomini e come gli uomini ha due facce”. E ci mise in guardia dalla potenza di una natura ammaliatrice che pretende un assoggettamento assoluto, anche dell’anima. Non ne abbiamo mai avuto paura e l’unica violenza contro cui abbiamo lottato è stata quella del vento. Una volta sopito, il paradiso era di nuovo nostro, e lontano il ricordo delle tempeste.

Tempeste! Qui davvero ce ne sono state, anche quelle della vita che hanno solo sfiorato noi, ma preso in pieno il Generale. Da quando te ne andasti tanti avvenimenti hanno riempito da qui le pagine dei giornali e per molto ancora faranno parlare gli italiani e non solo loro.

Devo anche confessarti che in parte io stessa sono stata strumento volontario di un evento che sicuramente avrà un suo posto nella storia. Non so se sarebbe accaduto lo stesso tu presente, poiché la tua sottile ostilità per il Generale, che ho voluto interpretare come espressa gelosia, mi avrebbe spinto a tenermi lontana dalle ambizioni eroiche.

Tuttavia, l’essere trascinata nelle vicende dell’Italia, mi ha almeno permesso di lasciare la mia malinconia struggente accanto a quel muro dentro il quale le tue ceneri mortali sono state racchiuse, per dedicarmi al destino non di un altro uomo, ma di un’intera nazione. Inglese sono di nascita, ma italiana per scelta e piena di gratitudine per i tanti giorni di felicità che qui ho goduto.

Non credere però che il sogno del Generale si sia già realizzato. Roma è ancora l’odiata tana dei papisti, coltivata dai francesi e mal digerita dai torinesi, ma neppure la testarda volontà del Generale ha potuto congiungerla al resto della Nazione promessa, che tu hai lasciato quasi esaudita. “O Roma o morte”, egli andava ripetendo a tutti, ma non è servito affermarlo con le armi e il sangue. Anche il suo stesso sangue non è bastato, benché fosse versato per mano fraterna.

Ora ti avrò incuriosito, benché tu non avessi soverchi interessi per le sue vicende (quante volte ti ho rimproverato questa tua testarda e inaspettata indifferenza per una causa nobile!) e con lui amavi soprattutto parlare di colture, vacche da mungere e cavalli da domare.

Ma non preoccuparti, il Generale è vivo.

Prima di tornare nel nostro paese da cui fuggimmo con poche ghinee tanti anni fa, ricchi soltanto del nostro amore esclusivo e prepotente, il solo nutrimento che ci fosse necessario per vivere, lascerò questi pochi fogli nascosti in una scatola di latta. Quella che tu usavi per conservare gli ami e i piccoli attrezzi per la pesca in mare. La nasconderò sotto quel muretto che un tempo segnava il confine tra le due proprietà, necessario per impedire ai nostri maiali e alle nostre capre d’invadere i possessi del Generale col quale per questo spesso ci siamo accapigliati.

E quante volte, mio adorato Richard, abbiamo poi deposto le nostre armi spuntate, così inutili e ridicole contro quel titano dalla voce suadente e dal sorriso ipnotico che con un semplice cenno riusciva a riconquistare il nostro sguardo amichevole. Ci bastava vederlo da lontano seduto su uno scoglio col sole in faccia al tramonto, impegnato a cucirsi i bottoni su una delle sue logore camicie rosse, per rivolgergli un affettuoso pensiero.

Si sta facendo notte. Rivolgo l’ultimo sguardo dal nostro mushroom all’isola di granito, come sempre sdraiata sul mare indaco con le sue macchie azzurrine e i suoi piccoli approdi sabbiosi che conosciamo uno ad uno. Riesco a distinguere a nord il grande scoglio che sembra una testa di polpo emersa dal cristallo dell’acqua quieta della sua spiaggia di rena fine e bianca.

Due rondinelle di mare s’inseguono nel cielo luminoso, s’incontrano e sembrano baciarsi.

Addio, mio adorato Richard, abbi pace. Ti lascio nel nostro piccolo paradiso.

Tua per sempre
Emma

L’autrice del romanzo è Barbara Minniti. Nata a Roma, giornalista professionista, per anni cronista di un quotidiano romano. Passata alla comunicazione pubblica in enti locali. Organizzatrice di eventi culturali con l’Associazione Litoralenet.