Scoperte e riscoperte nella parrocchiale isolana

San Giorgio e il drago: prototipo di una iconografia che sfida il tempo

(di Antonio Frau, da Il Vento N° 77-78-79 del 2007)

” Vicino agli occhi lontano dal cuore”
“Lontano dagli occhi vicino nel cuore”

È questo l’adagio che meglio si adatta alla realtà nei confronti di un’opera artistica che per quasi due secoli è stata visibile a tutti i maddalenini e solo da pochi giorni ha, a buon diritto, deciso di rifarsi il look, come si dice oggi, e finalmente il Destino ha deciso di porla nella giusta luce e di narrarci qualcosa che fino ad oggi non sapevamo… Sembra incredibile che per tanti anni il bel quadro raffigurante San Giorgio che uccide il Drago nella cappella Desgeneys della chiesa parrocchiale possa essere stato così ignorato da tutti e così poco osservato dai maddalenini che per tante ragioni storiche hanno assai viaggiato nel continente e all’estero e dai turisti visitatori ospiti sempre graditi tra questi lidi da non comunicarci, per nostra colpa, e tramandarci la matrice iconografica di derivazione che lega a filo doppio la nostra piccola isola alla città che più di ogni altra ha vincoli sentimentali con il santo patrono di Genova. Fortissimi nei primi anni di vita della realtà maddalenina ora più diluiti ma sempre presenti e numerosi i legami affettivi e culturali con la città di Genova da parere impossibile che tutto possa essere stato dimenticato, svanito per incanto, perché non tramandato da alcuno nel tempo e ignorato dai, se pur molti, ricercatori attenti alle cose storiche isolane. Se è lapalissiano che il santo è un simbolo di quella città e una sua gigantesca immagine sovrasta e domina dall’alto tutto il porto da più di 400 anni allora non si spiega come questa icona vista da tutti quelli che sono stati a Genova e comunque bagaglio culturale di tutti non sia stata riconosciuta come immagine souvenir voluta dal conte e barone Giorgio Andrea Desgeneys a far bella mostra di sé nel quadro della sua cappella gentilizia all’isola di la Maddalena.
Sarebbe bastato guardare un depliant turistico della città ligure e sarebbe saltato agli occhi di tutti la fortissima somiglianza tra la storica immagine affrescata sul più antico dei palazzi genovesi e quella del nostro quadro anch’esso storico con molte avventure alle spalle, sarebbe meglio dire sulla pelle.
L’impianto classicheggiante della composizione delle figure di raffaellesca memoria è addirittura marcato nel quadro isolano essendo stato realizzato in epoca neoclassica ricalcando il soggetto genovese che pur nelle sue moltissime versioni rimane comunque un soggetto baroccheggiante.

La tela del San Giorgio ricorda o quasi si può dire ricalca l’affresco del prospetto genovese, discostandosi solo nella iconografìa del Drago che da animale orribile ma imponente nella stesura parietale genovese diventa un più modesto serpentone un po’edulcorato e abbastanza innocuo nella tela isolana. Non sappiamo ancora l’autore dell’opera ma possiamo immaginare che il munifico conte committente volle donare alla cara popolazione isolana una icona simbolo del suo attaccamento per la città che forse più di altre lo aveva fatto suo: Genova. La scelta del santo per antonomasia genovese fu dettata, è facile immaginare, dalla devozione nei confronti del suo santo protettore da cui ereditò uno dei due nomi principali di battesimo. La ricerca documentale che si sta in questi tempi improntando sul personaggio Desgeneys darà i suoi attesi frutti, speriamo, almeno quando potremo riammirare sull’altare finalmente restaurato il bel quadro ripulito dalle ingiurie del tempo e dalla spessa velatura di residui del fumo delle innumerevoli candele che nei secoli vi sono state accese davanti per devozione ma che ne offuscano la godibile visione già compromessa da lesioni e tagli vari. Il quadro a dir il vero un po’ sfortunato è un documento storico complesso (nel suo curriculum annovera addirittura un atto vandalico perpetrato nei suoi confronti da uno squilibrato) e con lo studio di altri documenti cartacei rintracciabili negli archivi cittadini e non solo ritornerà a raccontarci tutta la sua storia avventurosa e ai più sconosciuta. L’attribuzione ad un generico autore anonimo neoclassico accademico e provinciale di area ligure piemontese dei primi venti anni dell’ottocento non ci deve più bastare soprattutto quando dopo il restauro e la ripulitura si potranno godere le belle carni vive del santo ( notare come è dolce e signorile il volto perfetto) di buona mano accurata e preziosa nei particolari, quali la resa efficace del lucore dell’elmo metallico o del muso del bianco cavallo imponente e aggraziato piuttosto che nel serpentone di ingenua fattura calligrafica e soprattutto non fantasiosa. Forse è proprio il serpentone che potrebbe nascondere un indizio prezioso forse addirittura le iniziali del nome del pittore essendo sicuramente tra i soggetti di costruzione del quadro l’unico originale lasciato all’immaginazione e alla fantasia del pittore stesso che non volle copiare in tutto il famoso San Giorgio che sovrasta la bella città di Genova.

Sarebbe giusto andare a rileggere l’opera matrice per capire quale, delle molte stesure che ebbe nei secoli la versione genovese dell’opera più si adattasse alla versione maddalenina. Bisognerebbe sapere quale fu il San Giorgio visto dai contemporanei del Desgeneys sulla facciata del palazzo e quindi da questo confronto salterebbero agli occhi le affinità e le concordanze stilistiche come le dissonanze e le originalità iconografiche. Uno studio così articolato esula dalla nostra modesta visione e sarà di stimolo per un dibattito culturale tra addetti ai lavori e non solo. Resta il rammarico di un silenzio protratto per troppo tempo, ma la forza di una rinascita di interessi per una maggior comprensione del documento pittorico recuperato in tutti i sensi dall’oblio sono vivi e palpitanti in tutti quelli che hanno a cuore la crescita culturale cittadina nella riscoperta di ogni sua pur flebile traccia storica che in questo caso è anche artistica e di apprezzabile livello. Diamo di seguito una scheda del documento pittorico genovese e del monumento che lo ospita : il palazzo San Giorgio che ha avuto una storia a dir il vero molto complessa e ben cinque artisti tra antichi e contemporanei (Andrea Semino, Lazzaro Tavarone, Giambattista Paggi, Lodovico Pogliaghi, Raimondo Sirotti).

Palazzo Di San Giorgio o Palazzo del Mare

Si trova esattamente nel centro dell’arco portuale medioevale compreso tra il molo vecchio e la Commenda di Prè, che terminava a Porta dei Vacca nel cuore comminale della città. Oggi ospita gli uffici della Autorità portuale ed è stato per lungo tempo il fulcro delle attività marittima e commerciale a Genova. Fu realizzato, su Piazza San Giorgio (antico mercato del villaggio) nel 1260 da maestranze antelamiche guidate da frate Oliviero monaco cistercense dell’Abbazia di Sant’Andrea di Sestri Ponente che si era già occupato del primo prolungamento del Molo Vecchio, per ordine del capitano del Popolo Guglielmo detto Simon Boccanegra perché divenisse, da allora in poi, dimora del Capitano del Popolo quindi Palazzo pubblico comunale.
Poiché l’arco della Ripa già nel XII secolo era fittamente lottizzato ed edificato in ogni sua parte, volendo a ogni costo collocare sul mare l’edificio che avrebbe dovuto testimoniare la potenza dello Stato genovese, si scelse l’area ottenuta dalla copertura della foce del rio di Soziglia.

La pianta dell’edificio, quadrangolare, era organizzata attorno al cortile interno, di forma rettangolare e in parte loggiato; i piani erano due, con muratura in mattoni e polifore su marcadavanzali di pietra. Il piano terra, secondo l’uso locale dell’edilizia civile medievale, era costruito in pietra con paramento in conci disposti a filari regolari; in esso era ricavata la loggia, al cui centro l’ingresso al palazzo era costituito da un ampio portale ad architrave. Il prospetto presentava nel paramento diversi elementi di reimpiego, tra cui due teste di leone e un mascherone leonino (allegoria di fertilità), che la tradizione vuole provenissero dal palazzo veneto di Costantinopoli distrutto dal genovesi nel 1261 avendo ottenuto dall’imperatore bizantino Michele Vili Paleologo il quartiere veneziano della città per l’aiuto prestato contro l’Impero latino d’oriente e deciso nel trattato di Ninfeo.

La data della costruzione è ancora visibile sulla lapide a lettere gotiche che orna il portale del palazzo che rimase sede del Comune fino al 1262. Nel 1340 vennero insediate nel Palazzo la Dogana e alcune Magistrature di controllo dei traffici portuali da cui si deduce che l’edificio aveva trovato una nuova destinazione d’uso, conforme sia al suo carattere pubblico sia alla sua posizione urbanistica.
Fu solo nel 1407 che accolse ai piani superiori gli uffici del neonato Banco di San Giorgio allora istituito e nel 1451 divenne sede definitiva perpetua essendo divenuto proprietà del Banco di San Giorgio, una delle banche più produttive e meglio strutturate d’Europa che gestì l’economia della Repubblica di Genova fino al XVII secolo amministrando l’intero debito pubblico dello stato genovese gestendo gli introiti delle gabelle. Da allora prese il nome di Palazzo San Giorgio.

La tradizione vuole che Marco Polo, qui prigioniero, dettò “il Milione” a Rustichello da Pisa suo compagno di carcere dopo la vittoria dei genovesi alla Meloria.
Rimase comunque palazzo della Dogana sino al secolo XV Nel 1571 le mutate esigenze di fasto e rappresentanza della nuova classe dirigente genovese e l’aumento di funzioni del Banco di San Giorgio -fra cui l’amministrazione della Corsica e dei domini rivieraschi – obbligarono i Protettori a erigere a fianco del palazzo medievale un nuovo edificio. Non si conosce l’architetto della nuova costruzione, il cui impianto appare in sintonia con le coeve dimore aristocratiche di Strada Nuova; il primo piano era formato da due ampie sale, quella del Protettori e quella delle Compere o Congreghe, preceduta da un vestibolo cui si accedeva attraverso uno scalone. L’ampliamento del 1571 determinò una ridistribuzione logistica: al pian terreno vennero collocati gli uffici della Dogana; al primo piano (o piano nobile), oltre alle due sale maggiori – adibite alle assemblee del Banco e dei Protettori – trovarono spazio altri uffici e le “sacrestie”, ovvero i caveau per i metalli preziosi e le monete. Al secondo piano, dove anticamente venivano rinchiusi gli evasori, furono ricavate stanze per la conservazione dell’archivio del Banco; la tradizione vuole che gli addetti all’archivio fossero illetterati, per garantire la segretezza delle operazioni bancarie Nel 1590 i Protettori del Banco incaricarono il pittore Andrea Semino di affrescare la facciata a mare con l’immagine di San Giorgio che uccide il drago; ma dopo soli sedici anni tra il 1606 e il 1608, ritenendola non più adeguata al gusto corrente, ne decisero il rifacimento. La commissione, questa volta, fu affidata alla bottega di Lazzaro Tavarone che decise la decorazione su tutte e tre le facciate del corpo di fabbrica cinquecentesco. Tale decorazione – nota grazie alla riproduzione che ne fece Giovan Battista Paggi in un dipinto del 1613 – consisteva in un finto paramento bugnato, arricchito da nicchie contenenti false statue bronzee; al centro della facciata un’ampia lunetta conteneva la figura di San Giorgio a cavallo mentre trafigge con la lancia il drago. Furono collocate nelle sale di rappresentanza le statue dei Protettori delle Compere di San Giorgio. Sul finire del XVII secolo sulla facciata a mare venne innalzato un grazioso campanile, con torre-orologio riccamente decorata, allo scopo di segnare le ore e poter comunicare alle navi ormeggiate in porto pericoli di vario genere (come una burrasca); la sua campana maggiore, fusa nel 1667 ad Amsterdam e tuttora funzionante, presenta in rilievo lo stemma del Banco di San Giorgio. In quegli anni era ormai in atto la grave crisi della Repubblica genovese, che culminò nel 1797 con la perdita dell’autonomia politica e fu accompagnata dal tracollo finanziario; non stupisce dunque che, dopo la fine del Seicento, il palazzo non subisse più alcuna miglioria o modifica. Dal punto di vista artistico il palazzo incorporò la parte più antica medievale con la parte rinascimentale e dovettero passare circa trecento anni per giungere a fine Ottocento con il rifacimento in stile rinascimentale frutto di un restauro tardo ottocentesco che molti hanno ritenuto disastroso ma che da al palazzo una struttura decisamente originale. Il palazzo fu sede di prestigiose istituzioni cittadine come la Camera del Commercio che tenne le sue prime riunioni dopo la fondazione intervenuta ad opera di Napoleone nel Giugno 1805.
Dopo il congresso di Vienna e l’assegnazione di Genova e del suo territorio al Regno di Sardegna, il Banco di San Giorgio aveva ormai perso le sue prerogative di governo finanziario; il palazzo, poi, era così degradato che dopo il 1854 si avanzò l’ipotesi di demolire l’ala medievale per agevolare il passaggio da Caricamento della nuova linea ferroviaria Genova-Torino. Per fortuna, grazie all’interessamento di un gruppo di intellettuali e artisti genovesi, lo scempio non si compì; anzi Alfredo D’Andrade, direttore dell’ufficio per la conservazione dei monumenti del Piemonte e Liguria fu incaricato di redigere un progetto di restauro. Nella mente dell’architetto si fece strada l’idea di recuperare l’edificio voluto da Guglielmo Boccanegra; perciò egli non esitò a realizzare veri e propri falsi, malgrado l’impostazione scientifica e la bontà delle intuizioni costruttive. Il progetto di recupero languì per mancanza di fondi, finché nel 1903 anno della fondazione del Consorzio il palazzo fu assegnato al nuovo ente di governo del porto, il Consorzio Autonomo del Porto di Genova, che si fece carico del prosieguo dei lavori. D’Andrade aprì un ingresso sul lato mare e realizzò un monumentale scalone d’accesso alla sala delle Compere; ciò comportò il sacrificio delle antiche “sacrestie” (caveau) del Banco, ma soprattutto l’inversione di orientamento dell’edificio. Forte di un nuovo portale e di uno scalone d’onore aggiunto successivamente dall’architetto Marco Aurelio Crotta, nel 1912 il palazzo fu arricchito con nuovi affreschi dei prospetti del 1600 portati a compimento da Lodovico Pogliaghi e serviti come base per i lavori di ricostruzione pittorica compiuti nel 1989 – ultimo restauro in ordine di tempo. Nel 1942 e nel ’44 due bombardamenti colpirono gravemente il palazzo; i danni più gravi – le coperture sfondate in più punti e la sala delle Compere completamente scoperchiata – furono sistemati subito dopo la fine della guerra, mentre per la decorazione pittorica (ormai illeggibile) si preferì attendere. L’occasione venne con le Celebrazioni Colombiane del 1992 per i 500 anni dalla scoperta dell’America, quando il Ministero dei Beni Culturali e il Consorzio Autonomo del Porto commissionarono allo studio Brambilla e al pittore Raimondo Sirotti la ridipintura in stile seicentesco delle facciate del palazzo, oggi nuovamente godibili in tutto il loro antico splendore. L’interno del palazzo custodisce molte opere d’arte. Al primo piano, nel salone delle Compere, si conservano le statue dei “Benemeriti” (XVI secolo), una tela di Domenico Piola (“Madonna Regina di Genova e San Giorgio”), “Lo stemma di Genova e i simboli della Giustizia e della Fortezza” di Francesco de’Ferrari (1490-91) e un “San Giorgio dei Genovesi e l’emblema del Banco”di Luchino da Milano (1444); nella sala dei Protettori si trovano un camino di Gian Giacomo Della Porta (1554) e la tela di G.B. Paggi con la “Vergine e San Giorgio” (fine XVI sec). Negli ambienti medievali ricostruiti nell”800, la sala della Manica Lunga ospita un bassorilievo con “San Giorgio e il drago” di Michele d’Aria, e quella del Capitano del Popolo contiene statue di “Benefattori del Banco” (XV secolo), opera di Antonio Della Porta, Michele d’Aria e Pace Gagini.

Antonio Frau