Serra Battista detto Cicciareddu

Festeggiati nel 1949 nella sede dei Marinai d’Italia, i novanta anni di “Zi Battì” sono l’occasione per una gustosa descrizione dell’Isola di quando era giovane (nato nel 1859 descrive gli anni che vanno dal ‘69 al ‘79). Attraverso la lucida memoria di questo patriarca isolano scopriamo un’isola diversa da quella di oggi. Interessante articolo anche per gli usi, i costumi ed i termini dialettali descritti minuziosamente.

Volontario del corpo Reali Equipaggi Marittimi

La Maddalena 1949

Nella sede dei Marinai d’Italia sita in piazza 23 Febbraio è stato festeggiato il 90° anno di età del socio Serra Battista, da molti conosciuto col nome di “Cicciaréddu” che, arruolato volontario nel Corpo Reali Equipaggi Marittimi in qualità di mozzo all’età di 15 anni, nel 1875, trascorse tutta la vita nel servizio militare sulle navi della Marina, toccando tutti i continenti.
Accolti con la solita gentilezza della gente di mare, siamo entrati nella sede trasformata per l’occasione in sala di ricevimento. Nella sala, per quanto fosse gremita da moltissimi marinai in congedo, regnava un perfetto silenzio e l’ordine si faceva notare, ricordandoci le tolde delle belle navi della Patria.
Nel fondo della sala, una grande bandiera tricolore con al centro lo stemma delle quattro repubbliche marinare, sormontate dalla corona turrita, era affissa alla parete.
Ai suoi piedi alcuni tavolini sui quali, molto signorilmente, erano stati deposti vasi di fiori e pacchetti di sigarette. Al centro un simpatico vecchietto dai capelli argentei e dal vestito nero, nel cui occhiello della giacca, spiccava un grosso fiore bianco: era il novantenne Battista Serra.
Poco dopo entravano le autorità militari, civili e religiose, fra le quali abbiano notato il comandante Fagioni, in rappresentanza della Marina Militare, il sindaco sig. Merella e mons. Capula, parroco della città.
Il presidente dell’associazione cav. Edoardo Chirri, dopo aver ringraziato le autorità della loro presenza, con calde parole esprimeva come egli disse, al nostro più vecchio compagno d’armi, i migliori auguri affinché egli possa ancora per molti e molti anni, vivere fra noi prospero, felice e sereno, come oggi lo vediamo davanti a noi. Sono state poi lette al pubblico alcune notizie date dal Serra e riguardanti la vita della Maddalena di 90 anni fa. Poi veniva offerto un vermouth in onore del vecchio marinaio e distribuiti pasticcini e sigarette.
Abbiamo poi intervistato “Zi Battì”, come lo chiamano i giovani, sulla vita di Maddalena nell’epoca della sua giovinezza, ed egli col suo dire pacato, ci ha raccontato:
“Allora, La Maddalena, per ischerzo, si chiamava l’Isola di Cocchi e alcuni, in tono di grandezza, la chiamavano “la piccola Parigi”, per il suo fare civettuolo. Era portata ad esempio per la pulizia e l’ordine nelle abitazioni, giacché, ogni sabato, s’imbiancavano le cucine, e si mettevano fuori, a sciorinare i mobili e le materasse. I suoi prati erano colmi di tenera lattarédda, di acidula agrètta; la sua macchia era ricca di dolci e rossi pungitopo o zinevoli (zinéuli), di pastose baghe di corbezzolo (bàghi-bàghi), amarette more (mòri-mòri), di lentischio (listincu) e mirto (murta); ed il suo mare cristallino era circondato di piante e di odorante scavvicciu (elicriso) e di mundulàgghju (cisto).
I pochi abitanti erano i principi del loro regno. Nessuno osava disturbare una vita cosi serena e veramente patriarcale. La popolazione tutta formava un’unica famiglia. Tutti erano parenti, zii e zie, nipoti e nipotini.
Gli abitanti erano pressappoco 2.000, distribuiti in non più di 400 case di abitazione. Le piazze principali erano: piazza di Chiesa, piazza di Sacrestia, piazza di l’Urmini (degli Olmi, che era pressappoco, dove oggi sono ubicati il palazzo municipale e il civico mercato); piazza del Molo e piazza Barò (barone Des Geneys).
I vari capi e lavoratori che dirigevano l’Isola erano:

Muratori: Marcantò – Burrasca – Battistinu Bafficu – Simidéi.
Agricoltori: Zanca – Pro – Cavadducciu – Bazzó – Bucchetta.
Maccellai: Guarré – Larenzu u Sardu – Busgitta – Sturacci – Véla.
Vinaccéri: Mongi – Cucciola – Susini – Finicciola – Fioravanti.
Commestibili: Billéddu – Luccioni – Matalena di Raffu e Nicoletta Luccioni.
Liquoristi: Antònu Bargòni – Ghjasè Bargòni – A Ginuvésa.
Tessuti: Patrò Larenzu – Lantieri.
Lattivendoli: Chiattu – Nunzia a paisana – Felicì Chinelli – Manni d’Antò Silvestru.
Barcaioli: Muracci – Chiòdu – Paulu u russu – Silvé – Nonfrì – Zi Toru.
Telegrafo: Rivano. Poste: Panzano.
Dottori: Carrus.
Farmacisti: Vigianéddu detto “u spizià” (speziale = farmacista).
Vicario: can. Mamia,
Vice parroco: preti isulanu.
Maresciallo dei carabinieri: Peluffo.
Dentista: I Muti (che erano anche fabbri).
Caffè: Remigio.
Becchino: Babantò.
Falegnami: Mattia (Sorba) – Batti di Murrò – Cisaracciu.
Fabbri: I Muti e Sarvadori d’Agnula.
Pescatori: Luigi Puzzulani – Fratelli Ferracciolo.
Banditore: Sciavadó.
Locande: u Russu e Buttini (Bottini).

L’isola era collegata al continente col piroscafo settimanale Il Conte di Menabrea minuscola unità in confronto ai colossi di oggi. Si ormeggiava nel porto di Cala Gavetta e ad ormeggiatori erano addetti i barcaioli Daniele Rais, Giovannéddu e Schiappacasse.
A Natale tutti i militari dell’Isola venivano in licenza e quando il piroscafo era in vista, tutti i ragazzi gridavano a festa: “arrivano i servizianti”. Allòra tutte le donne si affacciavano alla finestra e chiedevano notizie di quelli che erano arrivati.
Come d’uso era ritenuto d’obbligo di fare visita a tutti i parenti e cosi, a quasi tutto il paese, giacché allòra esso era considerato tutta una famiglia, guai a chi avesse mancato a tale riguardo, ché avrebbe prodotto offese e musonerie. Venivano offerti canestrelli, vino, mustaccioli, focacce e fichi secchi.
I pensionati, che allora erano i soli uomini rimasti in paese perché tutti i giovani erano a navigare, rappresentavano la classe eletta.
Avevano al massimo 125 lire al mese e vivevano assai comodamente.
Per il mangiare si seguivano i sistemi di bordo: lunedì brodo; martedì pastasciutta; mercoledì magro; giovedì pastasciutta; venerdì zimino (zuppa di pesce); sabato brodo e domenica pastasciutta. Con questo tenore di vita, spendevano in media circa 2 lire al giorno. Il fitto di casa si aggirava sulle lire 5 mensili, ma erano assai pochi coloro che non avevano la casa propria.
Ogni sabato si soleva fare il pane nella propria casa, che era cosi distinto: pane bianco (o di farina), pane di simula (o di semola), pane di rusciàmmu (di crusca). La forma preferita era quella a cocca (specie di focaccia). Per le grandi solennità si usavano: i spungàti, i cucciuléddi, i mustaccióli e i gniuléddi e fucàcci d’ua sicca.
La domenica dopo la messa grande, tutte le donne e le ragazze isolane, che sono sempre state eleganti e pulite, facevano la grande passeggiata alla Quarantina (Quarantena) ora Capitaneria di Porto, non essendovi allora altra via migliore e questo era l’unico svago della settimana. La festa di S.Maria Maddalena, patrona dell’Isola, era aspettata da tutti gli isolani con interesse, che per l’occasione si vestivano con abiti e scarpe nuove. Venivano i torronai: zi Biddichinu, Zi Mimmè ed altri. La sera della vigilia, grande fugarina (gran fuoco) in piazza di Chiesa, con una barca o feluca (filucca) vecchia; Antò Bargone bruciava tutti gli anni una botte di catrame.
Alla sera della festa, prima della processione, si teneva una gara in piazza di chiesa di offerte in denaro per avere l’onore di portare a spalla la santa; tale offerta si aggirava sempre sulle 600 – 700 lire, pari a 70.000 lire circa di oggi (nel 1949). Allora il culto per essa era veramente sentito e praticato con tutte le forze fisiche e finanziarie, ciò che ora pare sia completamente dimenticato col modernismo. Il muto Gagliardo era vestito di una tunica verde e rossa e portava la croce grande dell’altare in processione, cosa che solo lui poteva fare, perché era molto pesante. Durante il giorno della processione Farese e Filiberto sparavano mortaretti”.
E Zì Battì avrebbe ancora continuato a lungo nel suo interessante racconto se l’ora tarda non ci avesse costretto a sospendere l’intervista.

Cronache di un Arcipelago – Pietro Favale – La Maddalena – Ottobre 1989