Storia dell’arsenale

L’Arsenale della Marina Militare a La Maddalena venne istituito nel 1895 per eseguire i lavori necessari al mantenimento delle strutture militari che andavano sorgendo in tutto l’Arcipelago come conseguenza della creazione della Base Navale (1887).

In precedenza a La Maddalena era stata una colonia penale. I condannati ai lavori forzati, circa duecento alla fine del secolo XIX, alloggiavano in caserme esistenti laddove in seguito venne eretta la caserma Faravelli. Ancora oggi quel luogo viene chiamato popolarmente ‘La Disciplina’ a ricordo della colonia penale.

Furono loro, con la collaborazione iniziale di 25 operai civili specializzati, ad iniziare nel 1891 la costruzione delle officine sotto la direzione del tenente del Genio Giovanni Moneta. Nell’ambito della base navale l’arsenale (ovvero Officina Mista Lavori) doveva provvedere alle manutenzioni, riparazioni e assistenza di qualunque genere per le navi della Marina e a mantenere in buono stato i macchinari, le armi, gli edifici di tutte le strutture appartenenti al Ministero Difesa nell’Estuario, nonché a provvedere alle necessità di tutti i semafori sardi. Date le distanze fra i vari insediamenti disseminati lungo la costa di Maddalena, era necessario un servizio di trasporti terrestre da affiancare a quello marittimo effettuato con rimorchiatori e motobarche.

Furono affittati per tre anni, una carrozza a quattro ruote coperta, 2 cavalli e cocchiere, 2 carrozzini a quattro ruote con cavallo e cocchiere, con un impegno di £ 26.250. Considerate le caratteristiche richieste e l’abbigliamento stesso del cocchiere (“panno nero con giubba corta stretta in vita con berretto nero alla scudiera, cappello nero basso e cravatta bianca”) è evidente che doveva trattarsi di mezzi di rappresentanza, costosi e poco capienti che non risolvevano il problema. Quindi nello stesso ’93 era stato proposto, ma non realizzato, ” L’impianto di una ferrovia a scartamento ridotto…. che metterebbe in comunicazione il Panificio, il distaccamento CRE (Corpo Reale Equipaggi), la Direzione di Sanità, la Stazione di Torpediniere e il Bagno Penale nonché tutto il personale di Ufficiali, bassa forza e operai che giornalmente deve recarsi al Cantiere… facendo cessare il traffico giornaliero di rimorchiatori e barche a vapore”.

Ma furono proprio questi a garantire i collegamenti che per via di terra rimasero piuttosto scarsi. In questa fase iniziale ogni operaio specializzato aveva alle sue dipendenze un certo numero di condannati ai lavori forzati ai quali venivano aggiungendosi operai semplici reclutati fra i locali e fra quanti, venuti a La Maddalena attirati dai lavori per le grandi fortificazioni, riuscivano ad essere assunti stabilmente.

Solo nel 1896 l’attività prese un ritmo pieno con un incredibile numero di interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria ai quali si aggiungevano mille necessità spicciole, dalla fabbricazione di padelle e gamelle alle piastrine di riconoscimento, dai mobili ai carrelli ferroviari per il trasporto dei proiettili, ai box per i cavalli, alla riparazione di “trombe per musica” o delle “sedie di Vienna del Circolo Ufficiali”. Il numero delle navi in transito variava secondo i programmi del momento, ma le esigenze di funzionamento e difesa della base prevedevano la presenza contemporanea di torpediniere, di rimorchiatori, di pontoni, di zattere affondatorpedini, di pontoni da carbone, di barche a vapore, di almeno una draga, di 4 cisterne per il trasporto dell’acqua, di un bacino galleggiante.

Strutturalmente l’Arsenale era diviso in due officine principali: Costruzioni e Artiglieria. Della prima facevano parte i congegnatori, suddivisi in aggiustatori e tornitori; i calderai, suddivisi in calderai e carpentieri in ferro; i fabbri, suddivisi in fucinatori, battimazza, tubisti e stagnini; i fonditori con fonditori e staffatori; i velai; i palombari; i falegnami suddivisi in falegnami, stipettai, ebanisti, modellisti, tornitori in legno, carpentieri, pittori. L’officina artiglieria comprendeva un reparto in Cantiere con: meccanici di precisione, congegnatori di artiglieria, congegnatori torpedini, elettricisti, armaroli. A questi si aggiungeva il reparto Artificieri di Stagnali. Gli operai, tranne quelli del nucleo storico iniziale, venivano assunti, in base a una domanda alla direzione, con un esame che comprendeva una prova d’arte seria e scrupolosa. All’assunzione seguiva l’apprendistato per una carriera piuttosto articolata: garzone, aiuto-operaio, operaio, capogruppo di una piccola squadra, capo operaio dell’intera officina.

Purtroppo non rivestendo l’importanza degli arsenali di Taranto e La Spezia, il nostro cantiere doveva assicurare interventi molteplici e diversificati. A volte lo scollamento fra necessità pratiche e burocrazia, che rallentava acquisti di materiali o macchinari indispensabili, metteva le officine in condizioni di trascurare il lavoro (lo si registra nella voce “non finito per mancanza di materiale”) o, più spesso, di arrangiarsi con i mezzi disponibili. Sotto la guida di Capo-operai esperti la manodopera acquisiva cos’un alto grado di competenza proprio perché la pratica e l’inventiva dovevano aiutare a risolvere situazioni di emergenza o sopperire a deficienze strutturali. Si andava così creando un patrimonio di forza lavoro abile e specializzato che doveva durare fino ai giorni nostri.

Lo stimolo veniva proprio dai responsabili delle diverse officine che ancor oggi vengono ricordati con rispetto per la serietà e talvolta la severità mostrate, nonché per l’abilità professionale. Nel 1910 in Arsenale lavoravano 117 civili e 200 forzati. L’aumento progressivo degli addetti si mantenne costante per alcuni anni, ma subì un brutto arresto il 1° agosto 1923: a causa della riforma del lavoro, infatti, molti operai furono licenziati. Fu questo un momento di crisi e di sbandamento che vide un cambiamento obbligato di mestiere per quelli che non avevano avuto fortuna nella riammissione e che si riversavano in gran parte nel lavoro delle cave di granito, ancora produttive. Nel 1929 la situazione era migliorata con poco più di 200 operai il cui salario era compreso fra il minimo £ 9,60, fino a un massimo di £ 20, 80 per i vecchi capo-operai.

Nel 1935 la forza lavoro era così suddivisa: 10 permanenti, 110 temporanei, 126 giornalieri. Gli anni ’30 videro un ulteriore potenziamento e allargamento della base a causa dell’evolversi della situazione internazionale e delle conseguenti strategie da adottare, ma anche della rapida trasformazione delle tecniche di guerra e delle armi usate. Con la nascita e lo sviluppo dell’aeronautica, infatti, la necessità di munire l’arcipelago di difese contraeree esterne rispetto alla base (che fino alla prima guerra mondiale era munita solo di pezzi antinave), provocò la costruzione nuove batterie, nonché di nuovi depositi di carburanti e munizioni. Fra le conseguenze sul piano organizzativo ci fu l’istituzione di un comando (Navalarmi) alle dipendenze di un ufficiale superiore; sul piano pratico ci fu un’ondata di assunzioni.

Ci si preparava ad una nuova guerra, ma per la gente di La Maddalena, soprattutto certe categorie di lavoratori quali gli scalpellini, ad esempio, che subivano i contraccolpi della crisi economica degli anni ’30, la politica di armamento costituiva una fortuna: al rallentamento delle attività delle cave con i conseguenti licenziamenti, corrispondeva l’assunzione di manodopera per le necessità belliche. Il lavoro iniziava alle 8 e finiva alle 16,30 con l’intervallo di mezz’ora per il pranzo che, portato da casa, veniva consumato abitualmente nelle officine, tranne per quelli che potevano rapidamente raggiungere la loro abitazione. Dal 1904 era stato attrezzato e ammobiliato un refettorio, ma mancando un servizio mensa e dovendo perciò gli operai portare il gamellino, diventava più pratico restare a mangiare nelle officine: del refettorio si perse l’uso e la memoria. I servizi igienici erano praticamente inesistenti: in posizione centrale rispetto a tutte le officine era stato costruito, nel 1901, un “casotto in ferro uso latrina per il personale del cantiere” ed era tutto.

Bisognerà arrivare agli anni ’60 per parlare di veri servizi igienici, realizzati grazie alla sensibilità del Comandante Covatta, (padre del comico Giobbe) e all’impegno degli operai. Durante la guerra di Spagna l’accresciuta attività dell’Arsenale per la manutenzione di imbarcazioni concerneva soprattutto l’assistenza ai sommergibili che, ogni 20 giorni circa, rientravano alla base per riparazioni o rifornimenti: qualcuno ricorda che alla partenza i sommergibili non avevano alcun emblema della Regia Marina, che anzi talvolta inalberavano bandiera spagnola e che l’equipaggio allora gridava “Salud a Franco, arriba Espana”. I sommergibilisti, che avevano la loro caserma a Faravelli, erano un corpo scelto e godevano di grande prestigio: potevano quindi permettersi atteggiamenti che per gli altri sarebbero stati azzardati, sia nella loro professione che nella vita di tutti i giorni. Ma la base navale e quindi gli abitanti di La Maddalena e Moneta non ebbero parte attiva in quel conflitto. Ben altro contributo si richiese loro durante la seconda guerra mondiale.

Per i primi due anni La Maddalena, centro strategico di primaria importanza, sicuro delle sue difese, non impegnato direttamente dagli Alleati visse abbastanza tranquillamente tanto che, dopo il primo sfollamento del 1940, alla spicciolata la maggior parte delle famiglie rientrò per essere vicina agli uomini che le esigenze militari tenevano ai loro posti. Gli operai del Cantiere e anche gli allievi operai, che con corsi accelerati potevano essere utilizzati a rinforzo di tutte le officine erano militarizzati e quindi con obblighi particolari. Alcuni di loro, spinti da una sincera fede patriottica o allettati da salari consistenti, forse anche da spirito di avventura, accettarono di trasferirsi in Africa o in Grecia dove c’era necessità di operai per le installazioni italiane.

In Arsenale fervevano i lavori: per necessità belliche furono requisite tutte le barche da traffico, i pescherecci e i rimorchiatori presenti nella zona, ai quali si aggiunsero quelli dei “Rimorchiatori riuniti” di Genova, motopescherecci e velieri vari provenienti da Porto Torres, Olbia e Bosa. Nel solo ’41 si registrarono interventi di riparazione e trasformazione per le esigenze belliche a 48 imbarcazioni requisite: 15 motovelieri, 15 motopescherecci, 10 piroscafi, 8 rimorchiatori.

Sei sommergibili della serie “Metalli” o quelli della serie “Pietre preziose” e i Mas stazionavano alle tre banchine dell’Arsenale, impegnati nelle nostre acque; i lavori di manutenzione ordinaria (soprattutto alle armi e ai siluri ecc.) si moltiplicavano. Ma, malgrado tutto ciò, sia la popolazione civile che quella militarizzata non era ancora a contatto diretto con la guerra. Bisognò arrivare al 10 aprile del 1943. I turni di guardia che avevano il compito di segnalare il preallarme di Guardia Vecchia furono inutili perché non ci fu preallarme. Alle due meno un quarto di quel sabato pomeriggio calmissimo, arrivarono da sud, inaspettati, i bombardieri alleati: l’allarme si fece udire quasi contemporaneamente al rumore degli aerei che, indisturbati dalla nostra contraerea, bombardarono l’Arsenale, il Trieste nella rada di Mezzo Schifo e il Gorizia a Porto Palma.

La base che si riteneva imprendibile, superdifesa, subiva per la prima volta l’attacco diretto e i Maddalenini entravano drammaticamente in contatto con la guerra: il Trieste affondò, inutilmente protetto dalle ostruzioni retali. A Moneta la posta, situata nell’ala meridionale della Disciplina, fu colpita in pieno. All’interno dell’Arsenale il caos: le bombe avevano la caserma dei carabinieri, l’officina motori, dei magazzini, l’hangar dei siluri, i depositi di carbone. La popolazione civile non aveva subito danni, grazie ai rifugi facilmente raggiungibili.

Dopo il bombardamento ci fu un periodo di forzata inattività (da aprile a luglio) durante il quale i reparti dell’Arsenale che erano stati distrutto o danneggiati furono trasferiti utilizzando anche locali privati requisiti. Arrivo intanto la nave officina Pacinotti che, protetta dalle solite ostruzioni retali antisiluro, stazionava alle Saline garantendo gli interventi indispensabili. Il 24 maggio la tragica esperienza del bombardamento si ripeté: dopo circa un’ora dal suono dell’allarme arrivarono gli aerei; un numero enorme di bombe fu sganciato soprattutto sulla rada davanti all’Arsenale. Questa volta non furono colpiti solo obbiettivi militari ma anche obbiettivi civili. Morirono in tutto tre civili. Il periodo era molto critico per tutti e anche i mesi seguenti furono pieni di novità che annunciavano solo guai.

Il 31 luglio il Comando Militare Marittimo Autonomo ordinava ai Comandanti di sospendere tutte le licenze, anche per gli operai militarizzati. La presenza tedesca che fino a quel momento era stata irrilevante, si era fatta più evidente e il Comando Tedesco chiedeva, nei mesi di luglio e agosto, consistente assistenza per dragamine, motovedette, motozattere e manteneva drappelli in alcune batterie e officine. Il 3 agosto veniva diffuso in tutte le postazioni militari l’ordine del giorno che aboliva “il saluto romano, gli emblemi del littorio aggiunti allo stemma dello stato dal passato regime, frasi e motti esistenti negli uffici e nelle caserme, superate da nuove situazioni storiche”. Della stessa data, nelle opere di Nido d’Aquila e Cava Francese l’ordine del giorno “da non esporsi”, prevedeva nei minimi particolari l’autodistruzione e doveva essere conosciuto solo dai militari responsabili e da un unico civile.

Le notizie sulla guerra arrivavano distorte e la grande confusione nella quale tutta l’Italia si trovò l’otto settembre e nei giorni immediatamente seguenti, fu vissuta a La Maddalena tragicamente, complicata dalla presenza dei tedeschi, dalla contraddizione negli ordini dello stato maggiore, dalla incapacità degli ufficiali preposti al comando nel gestire una situazione complessa, sfuggita di mano dal primo momento: tutto ciò paralizzò una piazzaforte munitissima consegnandola nelle mani dei Tedeschi.

L’Arsenale non fu direttamente coinvolto nella battaglia. Con la città fortunatamente abbandonata dalla popolazione civile presidiata da posti di blocco tedeschi, nella generale paralisi, in assenza di ordini accettabili, da parte di comando praticamente prigioniero, ci furono dei militari che presero le armi e cercarono il combattimento, come il comandante Avegno con i marinai e i carabinieri dell’Arsenale, e altri che faticosamente concertarono e attuarono un piano di accerchiamento per neutralizzare le postazioni nemiche, come diverse compagnie di artiglieria e fanteria. I civili militarizzati rimasero per lo più estranei agli avvenimenti; alcuni andarono a raggiungere le famiglie sfollate in Gallura e altri continuarono a recarsi ai posti di lavoro in una situazione di incertezza e paura, controllati ai posti di blocco dai tedeschi. Solo qualcuno prese parte attiva all’azione.

Ma i Tedeschi avevano solo l’interesse di garantirsi il passaggio nelle Bocche di Bonifacio senza disturbo da parte delle batterie dell’estuario e ordinatamente anche se in fretta, in pochi giorni passarono in Corsica senza tentare altre occupazioni. La loro partenza fu seguita immediatamente dall’arrivo degli Alleati e l’Arsenale, che fino a pochi giorni prima aveva dovuto dare aiuto alle navi germaniche. incominciò l’assistenza ai dragamine inglesi: nei soli mesi di novembre e dicembre 1943 gli interventi registrati sono 34. Il ’43 era stato un anno durissimo, un periodo di fame per quelli che erano rimasti a La Maddalena: la mensa organizzata in Arsenale per gli operai militarizzati era solo un palliativo. I giovani si industriavano in tutti i modi, mettendo a frutto le nozioni apprese in Arsenale, per creare oggetti di utilità personale da tutto ciò che le circostanze offrivano e che poteva essere riciclato: le vecchie gomme dei veicoli con la similpelle di sedili e cinghie di trasmissione diventavano scarpe, gli aerofoni si trasformavano in bacinelle o tegami, anche i paracadute di seta dei bengala venivano recuperati con attenzione e poi dati alle donne che li trasformavano in biancheria.

Il baratto, per ottenere generi alimentari, fino agli ultimi mesi del ’43 era stato limitato: i fortunati che lavoravano sulla Pacinotti avevano potuto sfruttare come merce di scambio le sigarette, per ottenere uova, latte e formaggio dagli stazzi della Gallura. Con l’arrivo degli Americani la cosa prese un’altro aspetto: finalmente ci si poteva vestire e procurare qualcosa da mangiare. Così per i nuovi arrivati freddolosi, fusti di lamiera forniti di sostegni diventavano stufe, mentre sorgeva una vera e propria industria di fabbricazione di accendini, di anelli e di pugnali col manico di diversi colori perché realizzato in fibra di vetro e ebanite in verità molto apprezzati. Intanto con la riacquistata sicurezza le famiglie rientravano dallo sfollamento e la vita riprendeva quasi normale.

Nel dopoguerra con lo smantellamento della Base, segnò per l’Arsenale un periodo di declino, solo parzialmente corretto dopo il 1951 con il trasferimento a La Maddalena dei corsi per meccanici e nocchieri. In questa occasione si dovette ristrutturare ed equipaggiare come nave scuola il veliero Ebe che richiese l’intervento di quasi tutte le officine. Date le condizioni di partenza fu un lavoro lungo, ma con risultati decisamente buoni. Con la fine della guerra erano nate anche a La Maddalena le sezioni dei partiti socialista e comunista che contavano entrambe fra le maestranze dell’Arsenale, molti iscritti e simpatizzanti che il clima acceso delle prime elezioni coinvolse in dibattiti e discussioni animate. Ma la politica nazionale e internazionale con la frattura sempre più profonda fra paesi occidentali e Est europeo, che si concretizzava nella guerra fredda, coinvolse anche una piccola realtà come la nostra a causa della ancor forte influenza militare e soprattutto dell’Arsenale dove la presenza di personale con idee di sinistra poteva essere vista come un pericolo: dei semplici operai, colpevoli solo di manifestare queste opinioni, furono descritti dai rapporti dei carabinieri, all’epoca incaricati di svolgere le indagini, come “cellule sovversive” incompatibili in una struttura della Difesa. E arrivarono i licenziamenti che coinvolsero una ventina di famiglie.

E questo un periodo doloroso della nostra storia recente che ha visto la sofferenza di molta gente, il nascere della diffidenza e del sospetto, l’acuirsi di rancori fra appartenenti a schieramenti politici opposti. Nei primi anni ’50 si assistette ad un lento miglioramento bilanciato dalle ‘epurazioni’ adottate nei confronti delle maestranze non in linea con le direttive ‘alleate’ vigenti a livello internazionale, ma già agli inizi degli anni ’60 si prevedeva un aumento notevole di lavoro e di impieghi. Agli inizi degli anni ’70 il numero degli addetti era attorno alle 680 unità, poi, dopo il 1980 – mercé l’adozione della legge n. 312 sullo ‘scivolo’ di anzianità pensionistica e la chiusura della Scuola Allievi Operai quel numero andò sempre più diminuendo. Nel maggio 1990 si contavano 520 operai, nel settembre del 1995 ce ne erano 333, nel 1999 solo 245. A decretare il declassamento dell’Arsenale è stata, nel 1992, la definizione da parte del governo del “Nuovo Modello di Difesa” che prevede l’abbandono delle strutture “non più necessarie alle specifiche esigenze della Difesa”.

Se l’Arsenale era nato un secolo addietro come deterrente nei confronti della Francia, ora lo stesso appariva superfluo in un’Europa unita e nello scacchiere politico internazionale che individua nel Vicino Oriente e nei Balcani il punto di frizione fra le varie potenze. Nel momento della sua massima efficienza (anni ’70) l’Arsenale comprendeva 134.600 mq di superficie su cui insistevano dieci Officine per i lavori, il Nucleo Logistico, l’Autoreparto, la Caserma dei Carabinieri, l’Ufficio Spedizioni e Trasporti, il Nucleo S.D.A.I. (Sommozzatori), l’Eliporto, il Bacino da 2000 tonnellate, il Parco Rottami. Le Officine occupavano uno spazio di 16.720 mq utili, gli uffici della Direzione 1.158 mq, il Distaccamento Marinai 585 mq, per un totale di 18.460 mq circa di area coperta.