La Maddalena


Vai ai contenuti

Menu principale:


Storia della pesca

Speciali isolani > Pesca

Nel 1841, Vittorio Anguis, nel dizionario del Casalis, riferiva che a La Maddalena "Le barche peschereccie sono circa 25. Abbondano in queste acque pesci di moltissime specie, e sono un gran ramo di lucro per i pescatori, già che provvedono tutta la Gallura" Alla voce Tempio, poi lo stesso Angius notava che "abbonda il mercato del pesce se ne manda da fiumi della provincia, da' mari di terranova, della Maddalena e di Castelsardo". Già due secoli fa, dunque l'attività peschereccia a La Maddalena era una sicura fonte economica anche se la contropartita dei prodotti ittici venduti ai commercianti galluresi che scendevano a cavallo sulle coste di Palau e Porto Pollo, non sempre era costituita da denaro, ma più spesso da prodotti agricoli e derrate chi i pescatori introducevano clandestinamente nell'isola traendo poi dalla loro vendita un maggior utile. E' la cosa non era nemmeno tanto segreta e clandestina tanto che l'Angius aggiunge che i pescatori "guadagnano assai più dalla secreta industria de' contrabbandi, che esercitano con molta accortezza". Ma allora come oggi, e sono passati oltre due secoli, ad esercitare la pesca nell'Arcipelago non sono mai stati i maddalenini, almeno quelli del ceppo originario, ma vi è sempre stata in questa attività una continua alternanza di pescatori napoletani, ponzesi, liguri, toscani, pugliesi e siciliani la cui frequentazione dapprima limitata, specie per a pesca del corallo, alla mera stagionalità, si concretò successivamente con degli insediamenti stabili e trasferimenti delle relative famiglie. Gli stessi cognomi delle famiglie di pesatori, i vari Scotto, Acciaro, Aversano, Barretta, Di Fraia, Di Meglio, D'Arco, Nicolai, Sabatini, Ricco Vitiello e tanti altri danno una precisa connotazione geografica dell'area di provenienza. Ma i figli di questi immigrati della pesca divennero preso "quasi maddalenini" ed i loro nipoti maddalenini del tutto e come tali restii alle fatiche, ai pericoli, ai sacrifici e all'aleatorietà dei guadagni che l'attività della pesca comporta.

Difatti se l'Angius nel 1841 rilevava la presenza di 25 barche peschereccie, oggi, a distanza di oltre un secolo e mezzo, il numero delle barche da pesca non è certo aumentato e il conto delle barche che effettivamente pescano ed i cui equipaggi traggono da questa attività unica fonte di sostentamento non è certo difficile da fare; bastano le dita delle mani e forse di una mano sola. Ed è cosa ben triste vedere in un'isola circondata dal mare, dove l'attività peschereccia dovrebbe essere primaria, un mercato sempre più povero di pesci locali, osservare nelle prime ore del mattino i mezzi dei commercianti e dei grossisti partire alla volta di Olbia e Golfo Aranci per far rifornimento di pesce e, infine, constatare, alle soglie dell'entrata in funzione del Parco il cui scopo e quello di valorizzare tutte le risorse dell'arcipelago, come nei ristoranti isolani, salvo eccezioni, non venga servito un solo pesce maddalenino. Ma tutto ciò non è certo una novità né una scoperta. La scarsa solerzia dei maddalenini verso l'attività peschereccia fu oggetto di osservazioni e di richiami fin dal nascere della comunità isolana. Lo stesso Desgeneys, che tanto a cuore aveva le sorti della popolazione, non mancò di spronare gli isolani a dedicarsi alla pesca, ma più delle volte, nelle corrispondenze dirette al Viceré che gli chiedeva conto dei risultati delle sue attività in tal senso, dovette rammaricarsi del più incompleto successo. Ma prima del Desgeneys, fin dal 1793, ci aveva provato il Cav. De Chevillard, comandante della flottiglia della Marina Sarda di stanza nell'isola che, sempre pressato da continue richieste di arruolamento alle quali non poteva accondiscendere, volle esortare i maddalenini a dedicarsi proficuamente alla pesca non solo dei prodotti ittici, ma anche di quella del corallo fino ad allora praticata quasi esclusivamente dai napoletani che, a quell'epoca, prima della costituzione del Regno d'Italia, erano pur sempre degli stranieri. "Secondo gli ordini che mi ha dato V.E - scriveva in una lettera del 29 novembre 1793 - ho vivamente rappresentato a questi isolani i vantaggi che procurerebbe loro la noncuranza con la quale lasciano i napoletani in possesso di questa attività. Essi mi hanno fatto notare che non ci sono attualmente nell'isola che bambini, o gente di una certa età, che tutti gli altri sono al servizio o navigano, e che era impossibile ad un uomo che non aveva appreso il mestiere di pescatore nella sua gioventù applicarsene in vecchiaia". Le intenzioni del De Chevillard, tuttavia non furono malaccolte da coloro che vedevano nella pesca una possibile fonte di occupazione e quindi un proficuo investimento a livello armatoriale - nella stessa lettera difatti, egli comunicava al Viceré: "Qualcuno dei notabili, e tra questi il piloto Millelire, mi hanno comunque promesso che farebbero l'anticipazione della somma necessaria per l'acquisto di tutto il necessario per assicurarsi una pesca uguale a quella dei napoletani, che hanno i loro battelli carichi di reti di ogni tipo". Il conforto dell'appoggio anche economico dei notabili isolani faceva dunque azzardare il De Chevillard ad avanzare al Viceré la sua proposta. "La verità delle osservazioni di questi isolani - proseguiva l'Ufficiale piemontese - le loro offerte e la necessità di dirigere verso questo mezzo di sussistenza una gioventù numerosa che bisogna occupare, mi ha suggerito un piano che io propongo all'attenzione di V.E.:

Nei nostri equipaggi c'è un individuo chiamato Pauletti, di Capraia, marinaio mediocre ma abile pescatore e che sa fare non solo le reti, ma tutti gli altri attrezzi necessari alla pesca. Questi affiancato dal marinaio invalidi Volpe, napoletano e già pescatore, potrebbe essere incaricato di pescare e insegnare a qualche ragazzo. A pauletti gli si accorderebbe u semestre a questi patti, che sarebbero prescritti anche all'invalido Volpe. L'esecuzione di questo progetto che ha molto gradito da tutti coloro che devono concorrervi, ci promette che in in qualche mese si rivaleggerà con i napoletani che vengono in quest'isola e che in un anno si potrà anche superarli. Poiché si sono dati lunghi semestri per fini meno utili, io spero - concludeva il De Chevillard - che V.E. degnerà di onorare della sua approvazione un piano il cui successo è assicurato, e che non mi è stato dettato che dal desiderio di concorrere per quanto mi è possibile alle paterne vedute di V.E. ed alla utilità di questa colonia.

L'ottimistica proposta del De Chevillard, non solo fu pienamente condivisa e approvata dal Viceré Vincenzo Balbiano, ma anche oltremodo gradita alla corte piemontese. Difatti comunicata la sua iniziativa a Torino, l'8 gennaio del 1794, il Viceré ebbe dal segretario di stato di Guerra e di Marina la seguente risposta. "Sono ottime, e per tali le ha S.M. ravvisate, le disposizioni ch'ella mi accenna d'aver dato onde vengano gli isolani della Maddalena scossi dela loro indolenza, ed animati ad intraprendere essi stessi le pesche massime de' coralli procurandosi in tal guisa un ampio consecutivo guadagno che lasciarono sin'ora a mani straniere". Ma le iniziative e le esortazioni del De Chevillard e quelle successive del Des Geneys ebbero scarso risultato e l'attività della pesca a La Maddalena non assunse mai una portata economica primaria e rimase sempre in mano "straniera." Solo all'inizio di questo secolo e fino all'ultimo dopoguerra, grazie anche ai collegamenti marittimi diretti fra l'isola e il continente vi fu un'attività peschereccia con consistente esportazione di prodotto, ma non fu certo un'attività positiva. Difatti se è vero che i pochi pescatori locali diranno che le acque dell'arcipelago sono sempre più povere di peci, è altrettanto vero che in quegli anni le attività pescherecce hanno svolto la loro attività, e non sempre con mezzi legittimi, entro la fascia batimetrica che va dai 50 ai 100 metri di profondità trascurando e addirittura impoverendo anche le batimetriche inferiori che costituiscono in tutti i mari oltre il 70% del potenziale produttivo. Pescare nelle batimetriche superiori, ove la maggior parte delle specie che vivono a profondità inferiori risalgono stagionalmente per depositare le uova, da luogo ad una attività deleteria che a lungo andare compromette la pescosità del mare a tutti i livelli. Occorre pertanto dar vita ad una attività peschereccia diretta allo sfruttamento delle batimetriche d'alto mare, convertendo le attuali piccole imbarcazioni in più grandi unità che garantiscano non solo una maggiore pesca, ma anche una migliore conservazione del pescato da avviare poi verso i mercati di consumo tanto al minuto quanto all'ingrosso. Solo così potranno finalmente essere realizzati gli intendimenti di De Chevillard che voleva "...dirigere verso questo mezzo di sussistenza una gioventù numerosa che bisogna occupare"

Forse l'occasione buona per i pescatori maddalenini, oggi trasformati quasi tutti esclusivamente in barcaioli che conducono all'indiscriminato assalto delle spiagge isolane le orde dei turisti, e ora quella offerta dal Parco. Gli esempi più immediati vengono dal vicino Parco do Lavezzi ove le cernie, scomparse dalle isole dell'arcipelago, sono tornate numerose, e dal Parco di Ustica dove la chiusura alla pesca di vaste zone di scarsa profondità ha dato luogo già in pochi anni a un apprezzabile ripopolamento non solo delle batimetriche adiacenti posti agli stessi livelli dei fondali protetti, ma anche delle zone più profonde ove scende il pesce che si è riprodotto indisturbato ai livelli superiori. I pescatori di Ustica, dapprima diffidenti, cominciano a trarre beneficio dal Parco e ad apprezzarne gli effetti positivi. Oggi ai turisti di quell'isola viene servito quasi esclusivamente pesce che parla usticense, ai turisti maddalenini, invece, viene portato a tavola pesce greco, spagnolo, marocchino, corso, olbiese ed anche di mari lontani. Pesce, dunque, delle più disparate nazionalità, ma che ancora oggi quando arriva sulle nostre tavole, parla una sola lingua, quella napoletana.



Home Page | Città | Arcipelago | Maddalena | Caprera | Spargi | Budelli | Santa Maria | Razzoli | Santo Stefano | Parco Nazionale | Natura isolana | Cultura isulana | Lingua isulana | Musica isulana | Poesia isulana | Turismo | Ospitalità | Mangiare e bere | Nautica | Noleggio | Immobiliare | Lifestyle | Itinerari | Escursioni | Diving isolani | Beni culturali | Sagre isolane | Eventi isolani | Musei isolani | Fortezze | Chiese isolane | Settecento | Ottocento | Novecento | Duemila | Isolanità | Storia isolana | Curiosità isolane | Com'era l'isola | Meteo dall'isola | Amici isolani | Maddalenini | Personaggi | Eroi isolani | Studiosi isolani | Politici isolani | Famiglie isolane | Visitatori | Ricordi isolani | Libri e ricerche | Futuro isolano | Inediti isolani | Granito e cave | Ex Arsenale | Guerra | Speciali isolani | Racconti isolani | Maddalena Antica | Garibaldi | Maggior Leggero | Lia Origoni | Gianmaria Volonté | Franco Solinas | Domenico Millelire | Tomaso Zonza | Angelo Tarantini | Horatio Nelson | Benito Mussolini | Cinema | Teatro | Cerca nel sito | News | Video | Mappa del sito


Torna ai contenuti | Torna al menu