Sughero

Sughero (nome scientifico Quercus suber, nome locale suaru)

Non è certo una pianta spontanea delle nostre isole (anche se il toponimo Suareddu sembrerebbe indicare il contrario), visto che predilige clima e altitudine identificabili, in Gallura, nelle zone interne, trovando la sua massima espansione fra Aggius, Tempio e Calangianus. Nell’arcipelago esistono, però, diverse stazioni riconducibili ad interventi umani ed alcune di spiegazione dubbia. Le prime sono soprattutto a Caprera: si tratta per lo più di piante isolate, probabilmente originate da inserimenti casuali in rimboschimenti di lecci.

A Santo Stefano, invece, c’è una vera sughereta di non vaste dimensioni ma ben definita, che partendo dalla strada a sud della casa Serra, arriva vicino a quello che era una volta lo stagno di Villamarina: quest’anno le piante sono state scortecciate e hanno assunto il caratteristico colore rosso mattone della nuova scorza.

La presenza di un folto nucleo di sugheri spontanei alla Villa, presso gli edifici che ospitano attualmente la scuola americana, è giustificata, secondo alcuni studiosi, dagli itinerari degli uccelli migratori: questi, nelle loro rotte dall’Africa all’Europa settentrionale e viceversa, sfruttano il ponte costituito da Corsica e Sardegna e, in parte, quello del nostro arcipelago: si spiegherebbe così il fatto che queste piante sono localizzate solo in una estremità dell’isola Maddalena dove gli uccelli in arrivo si sono posati depositando semi inghiottiti in altre aree.

La stessa origine avrebbero le piante della zona di Coluccia, di Porto Pozzo e della valle retrostante. I pescatori isolani usavano il sughero per farne galleggianti in genere e, soprattutto, quelli (chiamati còrcite) che dovevano tenere alto il bordo superiore della rete: si preferiva il sughero maschio, cioè quello proveniente dalla prima scorza tolta all’albero, più difficile da lavorare, ma più resistente all’azione del mare rispetto al sughero femmina che tendeva a gonfiarsi e a spaccarsi.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma