Tavolara e il “Menage à trois”

Tavolara e il "Menage à trois"
Re Carlo I, la regale consorte Maddalena Favale e le tre Principesse del Mare. Hale, 1904

Nella parte orientale, però, un lembo di terra si abbassa improvviso allungandosi verso la costa quasi ad offrire all’uomo l’ospitalità che il resto dell’isola rifiuta. e qui, per più di un secolo, una famiglia ha vissuto, mantenendosi per lunghi anni, lontana dalla società degli uomini, una vecchia casa e un piccolo cimitero raccontano ancora la storia delle persone che a Tavolara hanno trovato rifugio eludendo gli inseguitori. Hanno sofferto la solitudine, hanno forse, qualche volta, anche gioito. Nel cimitero sono seppellite una accanto all’altra due protagonisti di queste vicende: Caterina Ornano e il figlio Pietro Culiolo, morti a pochi giorni l’uno dall’altro e uniti anche nella morte come lo erano stati in vita.

Erano nati entrambi alla Maddalena: lei era figlia di un eroe della nostra piccola storia locale, quel Salvatore Ornano, detto Lu Spassu, che, imbarcato sulla mezza galera Beata Margherita, aveva combattuto lunghi anni senza risparmiarsi per difendere l’isola dagli attacchi dei barbareschi come dal tentativo di invasione ei francesi nel 1793. Si era distinto gia nel 1787 come nostromo, incitando i suoi uomini al combattimento che la sua nave aveva ingaggiato contro uno sciabecco tunisino; era rimasto ferito, ma non aveva abbandonato il suo posto, e il suo coraggio gli era valso un riconoscimento ufficiale (una medaglia d’Argento) e un altro riconoscimento, forse ancora più importante: il suo nome era entrato nella leggenda attraverso una canzone popolare che esaltava le gesta dei valorosi e umili difensori della Maddalena.

All’inizio del 1794 ancora una volta si era trovato in prima linea nel combattimento contro due navi tunisine: era stato gravemente ferito al braccio, ma malgrado i forti dolori e le esortazioni a farsi medicare, aveva rifiutato continuando a combattere fino a che uno dei due velieri era saltato per aria trascinando con se uomini e cose.

Lu Spassu era stato ricoverato con gli altri in un ospedale di fortuna a Santo Stefano, dove era stato subito curato nella speranza di vincere l’infezione che intanto si era impadronita del suo braccio martoriato; non era riuscito a superare la “febbre putrida e verminosa” che lo aveva assalito il giorno successivo al combattimento e, dopo qualche settimana di sofferenza, era morto. Il comandante della mezza galera nel darne comunicazione al Viceré, usava parole commosse nei confronti dell’uomo che a meno di 40 anni, era stato il più anziano dei sottufficiali della piccola Marina Sarda, da tutti stimato e apprezzato. Lasciava due bambini di 7 e 5 anni, e tre figlie la più grande delle quali aveva 13 anni e la più piccola meno di due.

Fino a quel momento le vedove di marinai morti in servizio non avevano diritto ad alcun riconoscimento economico e gli ufficiali pregavano, di volta in volta i rappresentanti di governo perché non si lasciassero abbandonate alla fame le famiglie di caduti: dallo stato finanziario del governo dipendeva la maggiore o minore generosità dell’intervento di un tantum riconducibile, normalmente, ad alcune razioni di pane giornaliere per la moglie e i figli minori. In questo caso, pero, data la gravità della situazione, il Re aveva concesso un sussidio di 90 lire alla vedova Mariangela Altieri e la promessa di intervenire con una sorta di piccola pensione.

Non era allegra la situazione della donna che dovette superare anni penosi con la sua sola forza di volontà fino a quando i due ragazzi erano entrati anche loro nel servizio di Marina (e uno aveva preso il nome di battaglia del padre) allontanandosi dall’isola. La figlia maggiore si era sposata, molto giovane con l’intraprendente Giuseppe Bertoleoni e Mariangela aveva trovato un vedovo con il quale riprendere la vita normale. Dopo qualche anno la secondogenita, Caterina, si era sposata e aveva avuto un figlio, ma la sfortuna si era accorta di lei: rimasta vedova era stata ospitata dalla sorella maggiore, entrando nella sfera di influenza di un uomo dalla forte personalità e dai modi imprevedibili che, adattando tutta la famiglia ai suoi capricci, ne aveva fatto la sua amante con una condizione di vita per noi difficile da capire. Laura e Caterina vivevano sotto lo stesso tetto, dividendo anche le attenzioni dell’uomo che era legittimo marito dell’una e amante dell’altra.

Bertoleoni aveva risolto il possibile scandalo che la situazione avrebbe potuto comportare, allontanando dalla vista dei sui concittadini il suo ménage: la vecchia chiesa di Santa Maria era la casa che le ospitava entrambe con i rispettivi figli.

Per qualche anno la cosa era andata avanti senza che nessuno intervenisse, fino a quando la coraggiosa madre delle due giovani prese l’iniziativa di denunciare la situazione provocando un intervento del Comandante delle Isole che immediatamente si era messo sulle tracce del colpevole per arrestarlo e dei figli per farli battezzare. Ma Bertoleoni non era persona da farsi sorprendere e aveva fatto sparire le tracce di Caterina e dei figli avuti da Lei, trasportandoli sulla costa sarda e affidandoli ad amici lisciesi che non rifiutarono certo di dare al compagno di commerci e di contrabbandi l’aiuto necessario.

Per risolvere definitivamente la cosa senza rinunciare alle due donne, Bertoleoni occupò un’altra isola, Tavolara, abbastanza lontana dall’Arcipelago per non suscitare curiosità, dove Caterina fu sistemata stabilmente e continuò ad essere la sua seconda moglie illegittima. Chi sa se Caterina accettò volentieri la nuova sistemazione; ma per lei non c’erano molte vie d’uscita: dove avrebbe potuto andare altrimenti? Chi l’avrebbe accolta dopo che la sua stessa madre l’aveva accusata di una turpe colpa che la poneva ai limiti della società? Non poteva più sperare, ammesso che lo volesse in un’altro matrimonio riparatore della imbarazzante situazione. D’altra parte quale felicità poteva venire da quell’uomo rude, a volte violento, unico padrone della vita e del destino di quanti gli stavano intorno, pronto a qualunque mezzo pur di farli sottostare alla sua volontà?

Doveva quindi, per necessità se non per libera scelta accettare la soluzione che Bertoleoni gli aveva prospettato e si adattò a vivere nella solitudine estrema di Tavolara. con il pericolo costante dei barbareschi, con la responsabilità dei tre figli piccoli da allevare, protetta solo da pastori che Bertoleoni pagava. Caterina riuscì a tenere unita la sua famiglia, anche quando il primogenito legittimo di Bertoleoni assunse l’incarico di occuparsi dell’Isola e delle attività ad essa connesse con la concreta speranza di diventarne un giorno proprietario. Conforto e attenzione Caterina lo ebbe dal suo primo figlio legittimo, Pietro, che le rimase vicino sino alla morte seguendola a due giorni di distanza. Le fu seppellito accanto: lei aveva 72 anni, lui 50.

Gli altri due figli avuti da Bertoleoni ebbero destini diversi: Giovanni riuscì a rendersi indispensabile al padre che aiutò sempre nelle sue attività. Pasqua fin da giovane aveva seguito i veleni delle sorellastre, una delle quali aveva anche sospettato il padre di volerle sottrarle il fidanzato per darlo alla bastarda; perciò, finché era sopravvissuta la madre, aveva avuto da lei protezione e aiuto, poi, non avendo diritto a proprietà, ritornò alla Maddalena sola e povera. Si sposò tardi, all’età di quasi 70 anni, con un vedovo che come lei aveva bisogno di dividere la solitudine con qualcuno, ma rimase presto vedova, senza alcun sostentamento: così condusse gli ultimi anni della sua sfortunata vita.
 
Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma