Testimonianza di Augusto Morelli (18 marzo 2006)

Domanda: Preliminari al licenziamento: ore 16 del 24 giugno 1952.

Augusto Morelli: “Poco prima dell’ora dell’uscita dall’Arsenale, ricevemmo una telefonata ed ognuno di noi fu invitato a recarsi in direzione dove ci attendevano il direttore colonnello Bianca e il vicedirettore Prati. Aspettammo sino al suono della sirena che annunciava l’arrivo del rimorchiatore destinato al trasporto degli operai. A quel punto capii che stava succedendo qualcosa di grave o di strano, chiesi spiegazioni. Il direttore ci disse che aveva ricevuto, tramite un messaggero del Ministero della Difesa, un plico sigillato con le nostre lettere di licenziamento. Chiesi la motivazione di questo licenziamento, ma non mi fu data. Fu detto, a tutti noi, che non ci sarebbe stato rinnovato il contratto di lavoro in quanto quel contratto era a scadenza semestrale.

Però questo fatto non era mai accaduto prima d’allora, perché i contratti erano stati rinnovati automaticamente.

In quel periodo io ero presidente dell’ECA ed ero membro del Consiglio Comunale.

Qualche giorno prima era stato affisso ai muri, verso le undici di notte, un manifesto che diceva: ‘Il compagno Augusto Morelli, segretario della sezione del Partito Comunista de La Maddalena, è stato, con decreto del prefetto di Sassari n. 2020, vergognosamente destituito da presidente dell’E.C.A. per gravi irregolarità amministrative. L’autorità giudiziaria dovrebbe denunciarlo ’.

Era un evidente falso, fatto circolare dalla sacrestia e dalla DC, perché io ero presidente e non mi era stata mai mossa alcuna lagnanza. Quali erano dunque le gravi responsabilità attribuitemi? Aver dato assistenza a padri di dirigenti comunisti quali Luigi Birardi, padre di Mario, che andava in farmacia a comperare medicine con i sussidi dell’E.C.A., o alla madre e ai fratelli di Mario Filinesi? Fu immediatamente chiesto un incontro con il prefetto di Sassari: mi presentai accompagnato dall’onorevole Polano, con il comitato E.C.A. al completo. Feci osservare, in primo luogo, che nel periodo della mia presidenza si era data assistenza a circa 900 persone. Il prefetto, dopo aver ascoltato le nostre argomentazioni, allargò le braccia facendo capire di esser stato male informato, al che Polano domandò che fosse ritirato il decreto di destituzione da presidente dell’E.C.A.. Vi fu una risposta negativa da parte del prefetto, che dichiarò di non avere la facoltà di assumere una decisione di quel genere”.

D.: Monsignor Salvatore Capula ha scritto sul suo diario che Giovannino Campus, ai primi di giugno del 1952, gli riferì i nomi dei dipendenti dell’Arsenale ai quali sarebbero arrivate delle lettere di non rinnovo del contratto di lavoro.

Morelli: “Molti anni dopo, sotto Natale, ritornai a La Maddalena e, in piazza Santa Maria Maddalena, incontrai un vecchio amico democristiano. Egli si avvicinò e mi disse: ‘Augusto, ce l’hai con me?’, ‘No’- risposi io – ‘per quale ragione ce la dovrei avere con te?’. Lui: ‘credevo che tu mi attribuissi la responsabilità del tuo licenziamento dall’Arsenale’. Dopo aggiunse- ‘io so che la sera del 24 giugno, quando sei stato licenziato, alcuni notabili democristiani brindarono nella sacrestia. Io non ero fra loro, perché me ne uscii prima’.

Appena ci furono consegnate le lettere e firmata la ricevuta chiedemmo di rientrare in officina per ritirare le nostre cose, ma ci fu risposto che ci avrebbero fatto pervenire tutti gli effetti personali a casa,insieme all’ultimo assegno della paga. Fummo accompagnati a Porta Ponente da un gruppo di carabinieri in assetto di guerra e da lì trasportati in Piazza Comando con un pullman dei carabinieri stessi.

Da quel momento iniziò per tutti noi la corsa ad un posto di lavoro e, da parte delle forze politiche e sociali, la battaglia per la riassunzione.

A Roma Giuseppe Di Vittorio ottenne che ci venissero assegnati ulteriori sei mesi di stipendio, oltre all’assegno di liquidazione. Poi più nulla. La battaglia fu lunga, dopo 22 anni ci fu riconosciuto il diritto al trattamento di quiescenza.

Mario Filinesi fu arrestato a New York. Dopo il licenziamento era andato a navigare, imbarcandosi sulle petroliere, in quanto aveva il libretto di navigazione ed aveva trasferito la sua residenza a Genova. A La Maddalena c’era la polizia politica che evidentemente aveva informato quella americana, che era andata a bordo dove Mario era imbarcato e lo aveva arrestato.

Il comandante della nave, siccome conosceva bene Filinesi, che da parecchi anni lavorava con lui, si meravigliò. I poliziotti americani che dovevano controllarlo, lo facevano andare libero dappertutto, perché si erano resi che era una brava persona e un padre di famiglia.

C’era un regime di polizia e di delazioni. L’impressione da noi avuta in quegli anni era che tutto partiva dalla sacrestia. I rapporti con i vari enti militari li avevano loro, mica noi. Nei primi licenziamenti, evidentemente per confondere le idee, avevano messo nella lista anche dei personaggi vicini al mondo cattolico.

Morganti e ‘Pallò’, ad esempio, cosa ne sapevano del comunismo, di politica?. Dovevano mascherare: ‘Pallò’ era davvero un bonaccione. La sacrestia ha avuto un ruolo, ha saputo colpire. Però doveva camuffare, quindi ha messo in mezzo anche delle persone non coinvolte nella politica, ma nel contempo ha colpito me, Cappadona, Mario Filinesi, Pietro Balzano Egidio Cossu. Hanno messo in mezzo anche dei poveri cristi.

Sono stati colpiti anche dipendenti di altri atri arsenali ed è successo quello che è successo qui. Hanno licenziato dirigenti politici e sindacali, rappresentanze di commissioni, circa 2200 persone.

In Sardegna si sono avuti dei licenziamenti qui e qualcuno a Cagliari.

C’è stato poi un intervento della CGIL a livello nazionale e del PCI.

Nella battaglia in nostra difesa, Alessandro Natta e Renzo Laconi sono intervenuti in prima persona. Palmiro Togliatti era presidente del gruppo parlamentare comunista alla Camera, però chi svolgeva le funzioni di presidente, chi lo coordinava, era Renzo Laconi. Era intervenuto, come detto, anche Giuseppe Di Vittorio, segretario generale della C.G.I.L. in prima persona pur non essendo venuto a La Maddalena.

Dopo il 1952 mi sono dedicato all’attività politica, ho fatto tre amministrazioni da consigliere comunale a Tempio poi tre amministrazioni da consigliere provinciale e poi il segretario di federazione in Gallura dal 1959 su incarico di Giorgio Amendola, responsabile organizzativo del partito, sono stato dirigente provinciale della C.G.I.L. in diverse epoche e presidente dell’ospedale di Tempio, dal 1978 al 1982.

Nel 1952 è stato licenziato anche Pietrino Del Giudice, lui era invalido di guerra, e nel momento in cui il direttore Bianca ci comunicava il licenziamento, lui gli si rivolse dicendo ‘guardi, io sono un invalido di guerra’, ma io lo zittii subito dicendo: ‘cosa tratti di questa cosa, è una questione personale’. Pietrino Del Giudice aprì poi un chiosco al mercato per vendere frutta e verdura: tutte le mattine riceveva la visita delle guardie municipali che gli mettevano 1000 lire di multa perché avvolgeva, dicevano, la frutta con la carta del giornale. E mille oggi e mille domani e dopodomani, lo costrinsero a lasciare l’attività. Ecco, questo era il clima.

In particolare hanno colpito dirigenti politici, dirigenti sindacali e membri della commissione interna. Passati un paio di mesi la direzione C.G.I.L. nazionale ci fece sapere che avremmo dovuto farci rilasciare un attestato della nostra abilità professionale”.

D.: Come ha affrontato la vita dopo il 24 giugno?

Morelli: “Io sono stato il primo in assoluto ad essere licenziato il 24 giugno 1952. Ricevemmo la telefonata per recarci in direzione per ricevere comunicazioni, arrivati là ci guardammo in faccia, e capimmo che stava per succedere qualcosa di grave. Io ebbi la nascita di mia figlia pochi giorni dopo, il 9 luglio. E ci sono stati dei casi in cui alcune famiglie si sono divise perché il padre non ha trovato più un lavoro ed è accaduto anche che alcuni dei licenziati sono impazziti perché le mogli spesso rinfacciavano loro che questa loro condizione non si sarebbe determinata se non avessero fatto attività politica. Non c’erano allora gli ammortizzatori sociali di oggi, né la cassa integrazione guadagni, corta o lunga che fosse.

Dal giorno dopo mi impegnai a svolgere attività di mobilitazione. Noi non abbiamo avuto nemmeno la possibilità di rientrare in officina, e allora ci siamo riuniti nella sezione del PCI., in Via XX Settembre ed abbiamo iniziato le attività, investendo il gruppo consiliare del partito, la CGIL. provinciale e nazionale. Abbiamo iniziato un lavoro che è durato 22 anni. Si é concluso quando hanno riconosciuto l’errore e ci hanno ripagato con la quiescenza.

No, non ci aspettavamo una riassunzione e qui do colpa al sindacato che decise lui per noi tentando la strada della riassunzione, cosa che ha determinò anche una rottura, perché il sindacato non era autorizzato a fare di testa propria senza consultarsi con noi. La Marina Militare non si sarebbe mai data la zappa sui piedi riassumendoci.

Dopo quei licenziamenti in Arsenale subentrò la paura. La libertà d’opinione ne subì le logiche conseguenze, la commissione interna, che sino ad allora era a maggioranza CGIL (9 delegati contro 2 della CISL) si modificò radicalmente e passò a 2 delegati contro 9. Gli iscritti al sindacato CGIL, che prima erano circa 900, scesero a poco più di 100. Nessuno voleva più accettare incarichi nella commissione interna, né nei sindacati, né incarichi pubblici. Addirittura i compagni quando vedevano i licenziati per la strada, li evitavano. La vita democratica, nel suo insieme, subì una dura battuta d’arresto e la parrocchia divenne, attraverso i suoi uomini, il vero centro dell’attività amministrativa.

Nel 1956 la pulizia fu completata. Ancora oggi se ne pagano le conseguenze”.

T. Abate e F. Nardini