Testimonianza di Giuseppe Deligia (6 maggio 2006)

Domanda: Cosa ne sa della fine dell’amministrazione di sinistra del 1952?

Giuseppe Deligia: “Ricordo che c’era stata una certa azione per far cadere un’amministrazione. Mi ricordo di Farese, perché Farese era una delle ultime firme da prendere per le dimissioni, ché poi, firmato, è partito il messo per Sassari per presentare le firme al prefetto prima che qualcuno ci ripensasse. Poi dell’amministrazione successiva non mi ricordo. Mi ricordo che nel ’53, dovrebbe essere, si erano candidati con la DC quelli che avevano favorito, in qualche modo, la caduta dell’amministrazione precedente firmando le dimissioni”.

D.: Furono i massoni a schierarsi con la DC. Ma i massoni don Capula non li aveva mai accettati. Cosa successe?

Deligia: “Non credo che fossero presenti come massoni. Erano in lista ed erano in un’amministrazione che ha ritenuto di dover cessare le proprie attività. Sono stati loro a far cadere l’amministrazione, cioè una parte importante della maggioranza ha dato le dimissioni ed ha favorito la caduta dell’amministrazione. Poi non escludo che chi aveva presentato le dimissioni, quindi decadendo dalla carica di consigliere comunale, poi abbia chiesto di poter rientrare in comune mettendosi con la Democrazia Cristiana, ma non credo altro. Ero candidato nel ’53. Non mi risulta, non mi viene in mente di accordi”.

D.: Ma Aldo Chirico, ad esempio, era noto come un ‘mangiapreti’, perché in lista con voi, e capolista?

Deligia: “Sì, era capolista. Però poi è rimasto capolista e basta, non ha assunto nessun incarico, perché la separazione fra chi proveniva dal movimento cattolico e chi ne stava fuori rimaneva sempre. Adesso mi viene in mente che noi avevamo discusso molto su vincere, perdere, con chi ricominciamo si cu l’altri perdimu, conviene che Chirico dia una mano, ecco, però poi Chirico era stato il più votato ma non era entrato nimmancu a fa l’assessori. Perché questa distinzione doveva rimanere, non aveva avuto nessun incarico e mi ricordo che si era un po’ incavolato, un po’ arrabbiato, un po’ risentito per essere stato il più votato e non aver avuto nessun incarico”.

D.: E’ vero che nel 1952 avevate promesso a Pietro Ornano di diventare sindaco se avesse provocato la caduta dei comunisti e dei socialisti?

Deligia: “Ma adesso i particolari non li ricordo, però ad alcuni di questi che hanno dato le dimissioni probabilmente una certa assicurazione, che poi sarebbero tornati in amministrazione, può essere stata data. Però altro …”.

D.: Ma c’era una sezione, un segretario, ne avrete discusso fra voi …

Deligia: “Sì, c’era Giovannino Campus, c’era Pedroni, c’era Cesiro Impagliazzo, ma sai le liste civiche nascevano così, spontanee, i partiti non è che fossero chiaramente strutturati. La lista civica veniva fuori con questi che si consideravano i sapienti isolani, i Tanca, i Demuro, i Vincentelli, anche se appartenenti a qualche partito, però a La Maddalena si riteneva un’élite, i Baiardo … C’era quel gruppo che era, non visto male anche in certi ambienti democristiani. Ecco, cosa puoi dire di Larco. Larco quando è diventato sindaco era in contrapposizione alle liste dei partiti, una personalità che poi, amministrativamente, non so quanto aveva la capacità di portare avanti le cose”.

D.: Anche nei suoi interventi, negli atti comunali, non si trova una grande rilevanza …

“La questione è che la parte cattolica e democratica cristiana era rimasta fuori dalla gestione del comune, dall’amministrazione comunale, allora qualche intervento ci può essere stato per favorire la caduta dell’amministrazione in carica. Chi ha favorito questa caduta, chi ha preso parte, chi ha firmato le dimissioni sino a raggiungere il numero sufficiente per dichiarare decaduto il consiglio comunale, poi che sia voluto rientrare in qualche modo in consiglio e sostenere un’altra lista, adesso io non so dire, non so dire di trattative … ma suppongo che questi, avendo favorito le dimissioni con una certa intesa con la DC perché chi ha portato poi le dimissioni, chi ha favorito il raggiungimento della prefettura entro un certo tempo è stato un partito organizzato che ha avuto anche i mezzi per procurare il trasporto via mare ad una cert’ora da La Maddalena a Palau, e poi il mezzo pronto a Palau …”.

D.: Perché il segretario cittadino Vico andò così di prima mattina a Palau?

Deligia: “Perché c’erano poi interventi e pressioni da altre parti perché queste dimissioni rientrassero. Allora c’era l’urgenza di farle arrivare alla prefettura e farle protocollare. C’era la pressione di quelli che non avevano dato le dimissioni, che volevano rimanere ancora a gestire …”.

D.: Facciamo un passo indietro. Perché nel maggio 1952 la DC aveva perso? Pur essendo il partito di maggioranza relativa fu escluso da un’alleanza massone socialcomunista …? .

Deligia.: “Massoni … . Sono quelle liste civiche che raccolgono i rappresentanti della cosiddetta società civile, che poi l’elettorato ha anche voglia di cambiare un po’, no? Così un po’ come oggi.. Fai una lista, ci metti Farese, ci metti Larco, ci metti i Demuro, metti questi che contavano un po’ a La Maddalena, considerate persone di un certo prestigio … .

D.: Ma erano massoni … .

Deligia: “Ma guarda, io con questa massoneria … . Se avessero voluto rappresentare o entrare in una coalizione portando le idee, va bene, ma erano adesioni singole non era un’organizzazione. Adesso io non ho i nomi, l’elenco, ti potrei dire che funzione svolgevano le singole persone, ed erano come persone …”.

D.:Ripetiamo, ma erano massoni … .

Deligia: “Farese, era quello che organizzava la festa di Santa Maria Maddalena I Papandrea, sì, i Mordini, però c’era un rapporto personale, un rapporto di collaborazione perché don Capula qualcuno di questi l’invitava a fare certe cose. Mi ricordo Farese ,che era l’addetto ai fuochi artificiali, per dire.

D.: Cosa faceva Farese?

Deligia.: “Aveva un’agenzia di trasporti, era uno spedizioniere, l’ufficio ce l’aveva laggiù dove c’è oggi quel bar … . Una lista civica fatta di queste persone dove Farese era il commendatore, aveva la farfallina: si presentavano bene, noi eravamo la classe degli operai, degli impiegati, loro invece avevano anche qualche laureato. Ecco c’era questa classe che aveva una certa posizione a la Maddalena, alla quale è venuto in mente di fare una lista, poi in pratica non sono riusciti ad amministrare, perché amministrare è un’altra cosa. Allora, noi della DC dicemmo: ‘se volete tornare in comune vi offriamo posti in lista’”.

D.: Sembra comunque difficile pensare che don Capula abbia lasciato, diciamo così, che questi signori che erano un po’ l’elite del paese, facessero un’alleanza con i socialcomunisti mettendo in minoranza la DC. Sappiamo quanto ci teneva lui a mantenere una mano nel governo del paese. Dunque, nel ’52 cosa è successo per arrivare a quel risultato?

Deligia: “Ci sono dei momenti in cui può essere successo qualcosa che ha favorito questa lista civica. Si poteva dire: ‘nun ghi so quiddhi d’a sacrestia, quindi si va ad amministrare senza quelli della sacrestia, però poi c’è stato un ricredersi per incapacità di gestire, anche all’interno dell’amministrazione. E’ successo che noi abbiamo sempre un po’ tenuto banco in consiglio comunale dal dopoguerra, a cominciare da Balata, un po’ con tutti quelli che si sono succeduti. Che ad un certo momento sia venuta la voglia all’elettore di cambiare per mettere questi isolani, perché erano isolani, era la ‘Lista Cittadina’, questi incravattati che contavano … “.

D.: Pare abbastanza casuale una cosa del genere …

Deligia: “Ma noi ne abbiamo avuto di liste civiche! Ad esempio, la lista civica che abbiamo oggi come è venuta fuori? Come succede oggi: i partiti ci hanno stufato e allora puntiamo verso una lista civica. Allora la lista civica con questi personaggi ha avuto sull’elettorato. Ossia: si sono messi in lista, non so, un Chirico, un Tanca, un Farese, un Berretta, sono proprietari di terreni, danno feste, sono a capo di qualche ufficio importante. Ma, dico, di massoneria, può essere, ma guardate non mi sovviene niente, di massoneria. Ecco, non mi ricordo se c’era una coalizione massonica per quella lista. Le sinistre erano con questi, hanno vinto loro, ma non è che poi la parte democristiana e cattolica abbia lasciato questi tranquilli. Ha fatto in modo che, una parte almeno, si decidesse a rimuovere questa presa di possesso… ”.

D.: Questa fu la scusa, ma si è parlato di un manifesto che dileggiava il simbolo di La Maddalena … .

Deligia: “Non mi ricordo …”

D.: Il 24 giugno 1952 arrivarono 16 lettere di licenziamento ad altrettanti operai arsenalotti. Voi della DC come l’avete accettata questa cosa? E’ stata una sorpresa oppure ne eravate al corrente?

Deligia: “No. Io su questa questione ho una mia idea: si è attribuita la responsabilità a don Capula, alla Democrazia Cristiana, e per quanto mi riguarda sono nelle condizioni di escludere questa responsabilità. Sono confortato in questa mia convinzione dal fatto che per mettere a posto le cose non hanno fatto una legge che ha riguardato i licenziamenti a La Maddalena, c’è voluta una legge nazionale per rimediare a questo torto, che in quel periodo era sembrato giustificato, poi ci sono dei ripensamenti, cambiano le situazioni. Ossia, c’era un forte contrasto fra l’occidente e la parte che aveva dato la propria adesione all’Unione Sovietica”.

D.: Ma in Arsenale circolavano voci. C’erano delle avvisaglie … ?

Deligia: “In Arsenale si sapeva che c’erano i comunisti che comandavano. Comandavano. Per dire avevano la commissione interna in mano, passava un aereo americano e ci facevano fare sciopero, per dire. Io mi ricordo – ero un giovane operaio – è bastato che fosse arrivata in Arsenale una delegazione di americani per organizzare lo sciopero generale. Eravamo così, ossia erano questi capi che dicevano al direttore ‘Direttore, ti dobbiamo dire una cosa, dobbiamo parlare della mensa, allora vieni giù’. Ossia: erano capi riconosciuti, dichiarati, comunisti che dichiaravano ‘se capita qualcosa noi siamo dalla parte …’. Ma questo non l’hanno fatto solo a La Maddalena, lo hanno fatto nei ministeri, l’hanno fatto a La Spezia, l’hanno fatto a Livorno, l’hanno fatto a Taranto …”.

D.: Però non sembra che Pilade Morganti, ad esempio, sia stato un agitatore … .

Deligia: “No, ecco, se l’informazione l’avesse data don Capula … Sì, ma la voce è questa, il riferimento è quello, avrebbe dato notizie più precise, quindi è un fatto che è avvenuto in tutti gli stabilimenti militari, in tutti i punti nevralgici, su elementi che dichiaratamente si sono messi da una parte. Posso dire quanto noi eravamo fuori da questa storia? C’era un concorso ministeriale. Ecco come venivano considerati i politici: doveva partecipare il figlio di un comunista, il ministero lo ha escluso, noi siamo intervenuti. Io ho preso le tessere di mio padre e gliele ho messe sulla scrivania dicendo ‘guardatevele bene, queste sono le tessere: il figlio di questo signore delle tessere è quello che vi sta davanti, e viene a dirvi che non c’entra niente con il babbo, sono andato cioè da quelli che ritenevano che i figli dei comunisti non potevano partecipare nemmeno al concorso. Quel ragazzo, poi lo hanno fatto entrare, l’hanno preso. Era ed è de La Maddalena e ha intrapreso anche una carriera amministrativa importante. Qual era l’atteggiamento nostro, io ve lo posso anche dire :non potevano entrare i comunisti per fare i lavori. Le imprese artigiane non potevano entrare, ma qualcuna è entrata perché noi siamo andati, e vi faccio il nome di Cuneo, che poi è entrato, ed aveva quasi esclusivamente i lavori della Marina all’interno dell’Arsenale. Andavamo a perorare queste cause”.

D.: Però certamente qualcuno fu strafelice dei licenziamenti … .

Deligia: “Ma no. Poi, però vi era che questi non si nascondevano nemmeno. Pietro Balzano non era uno che si nascondeva, non è che non sapevano in Arsenale che era comunista dichiarato”.

D.: Ma era uno degli operai più bravi … .

Deligia: “Sì, era così, ma c’era la polizia militare. Chissà com’erano stati presentati. C’erano i carabinieri che avevano una funzione all’interno dell’Arsenale. Il Ministero della Difesa aveva ed ha i carabinieri all’interno dello stabilimento”.

D.: Come le prendevano queste informazioni?

Deligia: “Non è che … . I carabinieri erano dentro, i carabinieri erano alla porta, ossia se c’era uno sciopero vedevano chi partecipava, chi c’era, chi l’organizzava. Quando io ero ancora, credo, allievo operaio, insieme ad altri diciassette colleghi, sono entrato a lavorare invece di partecipare a uno sciopero di cui, ora, non ricordo le cause. Noi siamo andati a lavorare: io, Donato Pedroni, Giovannino Campus, eravamo in diciassette e siamo andati a lavorare. La sera i carabinieri ci hanno dovuto accompagnare dall’Ufficio Porto, siamo venuti con la cisterna, ci hanno dovuto accompagnare in casa perché questi ci avevano aspettato alle banchine dove la cisterna ci doveva sbarcare. Capito? Questa era la situazione, però avveniva un po’ dappertutto. Però i tempi passano, si riconcilia tutto e c’è un fatto: uno di quelli che erano stati licenziati poi è diventato sindaco, è Mario Birardi.

Mario Birardi è quello che – cosa che non abbiamo mai fatto noi democristiani -, ha solennemente conferito a don Capula la medaglia d’oro in riconoscimento dei servizi resi alla popolazione maddalenina. L’ha fatto uno di quelli che hanno riconosciuto che don Capula e quell’ambiente non c’entravano nulla con i licenziamenti”.

D.: Comunque sia don Capula ha accettato gente che è andata da lui a raccomandarsi … .

Deligia: “Beh, questo non lo escludo. So che don Capula è andato a Roma però per perorare o ha mandato qualcuno”.

D.: Alla fine però sono state riassunte cinque persone che non appartenevano al gruppo comunista.

Deligia: “Sì, evidentemente le motivazioni erano diverse. Erano Mario Carta, Michelino Mureddu, Giovanni D’Oriano… Sì, nel calderone erano entrati anche democristiani”.

D.: Perché entrarono nel calderone?

Deligia: “Ma perché le informazioni erano sbagliate, non so. Certo se a noi ci avessero chiesto informazioni, le avremmo date giuste. Però, non c’era bisogno perché ‘questi’ ci tenevano a dire che erano comunisti”.

D.: Insomma si denunciavano da soli?

Deligia: “Sì, si stava assieme. Io con un motorista, ad esempio, ma io ero da una parte e lui era dall’altra. Se vedevano un carabiniere lo chiamavano ‘tè quà’

“D.: Cosa vuol dire ‘tè qua’?

Deligia: “Come partiva la cisterna dalla banchina e c’erano i carabinieri perché stavano sempre in giro, li chiamavano ‘tè qua ’. Come un verso, come se fossero degli animali. Una presa in giro. ‘Tè qua’ li chiamavano. Noi invece eravamo diversi, avevamo più rispetto. ‘Questi’ il primo maggio si mettevano il papavero rosso, ossia manifestavano questa loro adesione al partito comunista. E non ci dimentichiamo la scelta del Patto Atlantico, ossia loro erano contro il Patto Atlantico e ‘se scoppia qualche cosa, noi siamo dall’altra parte, contro gli americani’. Lo dicevano, eccome se lo dicevano. E penso che era un po’dappertutto, era un fatto nazionale. Oggi si parla di questi allontanamenti dai punti strategici per i terroristi, si dice che il Ministero degli Interni mette la guardia ai punti strategici … . E se ci sono persone che dicono ‘noi facciamo saltare il palazzo per aria’, non credo che li tengano dentro il palazzo.

Questi non è che dicevamo ‘facciamo saltare il palazzo’, però … l’attaccamento era una professione dello loro adesione a un mondo comunista che era dall’altra parte”.

D.: Dopo finita la guerra, nel ’46 o ’47 don Capula ha riorganizzato la parrocchia. C’era l’Azione Cattolica, poi cosa c’era? Le Acli, poi la Gioc, poi i Comitati Civici …

Deligia: “A La Maddalena i Comitati Civici sono stati organizzati alla perfezione. L’Azione Cattolica era una dipendenza diretta della parrocchia e don Capula non delegava quasi mai a nessun altro prete. L’Azione Cattolica era per ragazzi, giovani, donne, uomini, gioventù maschile e gioventù femminile, c’erano tutti i rami. Poi si avevano le Figlie di Maria, poi le Acli, poi la Gioventù Operaia.

Le Acli le guidavano sempre Impagliazzo,e Mureddu, ossia Tonino Mureddu, l’altro era Michelino, altro dirigente di gruppi cattolici. Tutte queste branche erano un po’ dipendenti dall’Azione Cattolica e quelli che don Capula aveva organizzato erano i Comitati Civici, con una precisione che era un po’ di esempio per tutti”.

D.: Cosa erano le basi missionarie?

Deligia: “Erano una suddivisione della città, della parrocchia, perché allora era una parrocchia unica, in tante zone e in tanti quartieri. Erano dieci. Per ogni zona c’era un censimento delle persone che avevano incarichi nel movimento cattolico: in quella zona vi erano, ad esempio, tre dell’Azione Cattolica, tre Figlie di Maria, ecc, e formavano un nucleo dinamico di attività del Comitato Civico della zona, ossia la Base Missionaria. La funzione era quella di cristianizzare, sono nati nel ’48 con la funzione di vincere le elezioni che, poi, abbiamo vinto e stravinto. Avevano un controllo a fini spirituali, ogni zona aveva almeno venti aderenti ad associazioni cattoliche e alla Democrazia Cristiana e questi diventavano il lievito, i promotori di iniziative di ciascuna zona, e quando c’erano le elezioni questi venti/ trenta avevano l’incarico di mobilitare quella zona. Avevano l’elenco degli ammalati, l’elenco degli infermi, ecc. Da questa organizzazione delle Basi si riusciva ad avere tante informazioni, ad esempio si sapeva quanti poveri c’erano e si organizzava l’assistenza”.

D.: Nel 1948 voi democristiani avete temuto di perdere le elezioni?

Deligia: “No. Per quello che noi conoscevamo, per l’organizzazione che avevamo no, non lo abbiamo temuto. Avevamo un’Azione Cattolica fiorentissima, con tutti i rami costituiti, avevamo il dinamismo, avevamo un minimo di ottanta giovani iscritti … . Gedda ebbe questa intuizione, di costituire queste Basi Missionarie che avevano veramente una penetrazione forte, capillare. Noi potevamo conoscere, il giorno delle elezioni, via per via, cosa accadeva, voto per voto, e la nottata si passava in bianco, perché in nottata sapevamo l’esito, anche perché i seggi elettorali avevano tutti un collegamento con questa centrale delle Basi Missionarie, sapevamo se ‘questo’ aveva votato o no. La mattina presto, ognuno per la propria zona – a Moneta c’erano due zone, nel centro otto – andava a bussare per dire ‘tu non hai votato’ e dovevano votare ‘così’. E dopo il ’48 con questo sistema abbiamo avuto altre vittorie”.

D.: Dunque cosa è successo nel ’52 per perdere le elezioni? Qualcuno ha tradito oppure Monsignore non aveva più in mano la situazione?

Deligia: “No, no! Che Monsignore non avesse in mano la situazione è impossibile. Forse si è sottovalutato il momento … “.

D.: Può essere che non furono dati i segnali giusti alla borghesia locale in tema di ricostruzione e quindi ci fu un’alleanza verso sinistra?

Deligia : “Non mi risulta. C’erano dei riferimenti importanti, la strada panoramica è nata così. Cose dette in occasione di incontri. La ‘panoramica’ è nata dopo un incontro del Sindaco Ornano con don Capula, un incontro così, forse ci sono entrati anche Pasqualino Serra e Franco Tamburrini, che è stato quello che ha redatto il progetto. Però, si pensava a La Maddalena per grandi cose: una rete stradale che aprisse dalla costa al turismo, la rete idrica, la luce. Abbiamo avuto grandi momenti. Cossiga, per La Maddalena apriva tutte le porte … . Insomma avevamo queste belle amicizie, eravamo sentiti noi maddalenini a livello di governo, da questi che contavano molto”.

D.: Era don Capula che tirava queste fila?

Deligia: “Mah. Don Capula aveva sempre una soprintendenza. Bisogna dirlo, che era così. Però la gestione delle cose … non che i Pedroni, i Campus, i Fabio, i Serra, facevano riferimento in continuazione a lui. Sì, andavano tutti perché conveniva a tutti. Don Capula aveva la capacità e le porte aperte, a Cagliari e a Roma. Poi aveva un consiglio giusto da darti nel momento giusto perché, io, ad esempio, ho testimonianze e ricordi di Aldo Moro che si è incontrato con don Capula durante una visita di cortesia che doveva essere di cinque minuti ed è stata di un’ora e mezza. Quando è uscito dalla canonica, Moro ha detto che il parroco si era infervorato anche per questioni nazionali. Moro, Segni, Cossiga, Giagu,: veramente tutti uscivano soddisfatti perché riuscivano ad avere un saggio consiglio, un incoraggiamento, anche per le questioni nazionali, anche perché per un certo problema a livello nazionale don Capula un consiglio era in grado di darlo. Perché Cossiga faceva il ‘tifo’ per lui? Giovanni Spadolini, durante un’ assemblea in Comune, a La Maddalena, – era Ministro della Difesa – ha detto: ‘ora vi devo lasciare perché il Presidente del Consiglio (Francesco Cossiga n.d.a.) mi ha raccomandato di portare i suoi saluti e di fare una visita a don Capula’. Quando è uscito ha detto che ne era valsa la pena. Dicevo che conveniva a tutti, perché tutti avevano qualcosa da imparare. Forse io sono stato il Sindaco che ha puntualizzato che io ero il Sindaco e lui era il parroco. Per la questione degli americani, abbiamo avuto anche dei momenti di scontro perché lui aveva anticipato a qualche americano questioni che erano di competenza del Comune, quando il Comune non ha dato agli americani quello che si aspettavano. ‘Don Capula comanda in chiesa – dissi – non comanda in Comune’.

Però non vi era alcun vantaggio nel dire ‘Don Capula statevene in sacrestia’. Io non ho mai consentito che lui venisse con me, in tanti anni da Sindaco, in un viaggio di lavoro. Con altri sindaci andava e li accompagnava. Ma, se mi doveva aprire una porta, lo faceva. Se andavo in un ministero, magari andavo con qualche avversario o qualcuno della minoranza”.

D.: Le risulta che la sera della consegna delle lettere di licenziamento, il 24 giugno del 1952, in sacrestia ci sia stato un brindisi?

Deligia: “No, io a questi brindisi non ho partecipato, non sono nei miei ricordi. Lo escludo assolutamente, perché, per quel che mi riguarda e per quel che riesco a ricordare, so che don Capula di questi licenziamenti era dispiaciuto, non abbiamo brindato e nessuno era contento di questi licenziamenti. C’è stato qualche discorso, per dire ‘come si fa a rimediare’. Io non ho partecipato, però so che dall’ambiente cattolico si è mosso qualcuno per andare a Roma a rimediare. Non solo per quelli che appartenevano al mondo cattolico, era un discorso che riguardava tutti”.

D.: Don Capula ha scritto che il comandante Berengan lo andò a trovare, quel pomeriggio, e gli disse di non indulgere in pietismo, ossia che fosse mandata avanti l’epurazione. Ricorda qualcosa di questo particolare?

Deligia: L’ho detto e lo ripeto: non c’era bisogno e non credo che i ‘servizi’ militari o servizi segreti o quello che erano, si siano rivolti al nostro ambiente per avere notizie, perché i comunisti non erano persone sconosciute o che nascondevano le loro idee. Ripeto, noi avevamo la polizia dentro l’Arsenale che ci controllava da quando entravamo a quando uscivamo. Quando facevamo riunioni di sindacato, di commissione interna o si tenevamo assemblee all’interno dello stabilimento, erano presenti i Carabinieri. Per cui, quello che uno diceva era noto, poi le informazioni partivano non so come, né verso chi, però erano atti autonomi. Non credo volessero implicare altra gente per sapere o attingere notizie e arrivare ai licenziamenti, sono cose che facevano autonomamente. La polizia aveva quella funzione e lo faceva perché il direttore, quando la commissione interna gli diceva ‘sa, venga giù’, e quando qualcuno dei sindacalisti in maniera irriverente si metteva il berretto del colonnello dell’Arsenale, prendeva il suo posto dietro la scrivania, durante le riunioni con lui, credo che egli stesso abbia potuto anche dire ai carabinieri o alla polizia ‘guardate, mi hanno chiamato giù ed abbiamo parlato di questo e di quest’altro’.

D.: Che ruolo ha giocato Giovannino Campus?

Deligia: “Il mio ricordo di Giovannino Campus è che egli era un devotissimo di don Capula. Perché don Capula i segreti, le cose più particolari, le affidava a lui. Era riservatissimo. Aveva accesso in ambienti diversi da quelli cattolici, era accettato, a differenza di un Pedroni, di un Deligia o di un Guido Mura, non so, o di un Sandrino Conti, Giovannino, per l’appartenenza ad una famiglia che aveva un padre di una certa notorietà, un po’ come era per me la presenza di mio padre che la domenica, quando io prendevo Il ‘Vittorioso’ e ‘Famiglia Cristiana’, lui diffondeva ‘L’Unità’. Così io ero visto bene in certi ambienti comunisti: qualche volta una confidenza la facevano, a questo figlio di un comunista, sul lavoro, sull’Arsenale, ecco. Si discuteva, poi intervenivo a favore di questa gente per sanare certe situazioni. Su Giovannino vi posso dire che quando don Capula aveva avuto l’offerta di nomina a vescovo – la notizia l’ha tenuta riservata per tanto tempo, ma lo sapevamo perché qualcosa trapelava e poi l’ha detto – per due volte, anche in una delle ultime prediche, ha detto: ‘io ho scelto La Maddalena anche quando ho rinunziato’ ho visto le buste delle lettere chiuse, e Giovannino Campus, che le aveva scritte a macchina, che stava andando per spedire le raccomandate. Ossia: nessuno, di questi fatti, ha saputo mai niente, né Giovannino Campus ha detto mai nulla. Don Capula aveva con lui questo rapporto. Le lettere non le ha fatte scrivere né a Deligia, né a Pedroni, né a Sandrino Conti, l’ha fatti scrivì a Giovannino. Tutta la gestione dell’Opera Pia era seguita da Giovannino Campus. Aveva un rapporto particolare. C’era però un grande rispetto reciproco, perché si fidava, ed anche, io penso, un grande affetto fra i due. Si volevano bene. Don Capula poche cose faceva che riguardassero la parte politica, le organizzazioni, senza sentire Giovanni Campus”.

T. Abate e F. Nardini