Testimonianza di Mario Birardi (16 marzo 2006)

Domanda: Subito dopo la fine della guerra com’era l’attività dei partiti a La Maddalena?

Mario Birardi: “C’era molta attività. Fra più attivi c’era il gruppo facente capo al Movimento Giovanile Socialista che aveva come punto di riferimento la sezione (ricostituita) del Partito Socialista Italiano ‘Giacomo Matteotti’, sopra il bar Fiume. Di quel gruppo facevo parte io stesso, Massimo Frau (noto ‘Mascittò’), Giovanni Murgia, Mario Deleuchi, Giovanni Sotgiu”.

D.: Come si faceva politica?

Biradi: “Nel 1945, alla ripresa delle attività in Arsenale, dopo la parentesi dell’occupazione tedesca del settembre 1943, alcuni di questi giovani della sinistra si erano iscritti alla scuola allievi operai, il corso 1945/48. Durante i momenti di libertà, fuori dal lavoro, usavamo riunirci nella sezione del Partito Socialista e qui i più grandi, tenevano delle lezioni di politica che poi discutevamo passeggiando in paese o riunendoci fra noi.

Si leggeva molto e le letture che ci affascinavano erano ovviamente le letture a contenuto sociale, rivendicativo, come poteva essere ‘Don Basilio’, o ‘Il Calendario del Popolo’, ‘Vie Nuove’ ed altre riviste molto impegnate. Fra i più presenti c’era Giovanni Nieddu, impiegato delle poste, Mariolino Luongo, Gino Mordini, Luciano Cossu, Nuccio Pinna, dirigente sindacale, Massimo Madrau.

Anche all’interno dell’Arsenale, nella Scuola Allievi Operai, la vicinanza di tanti elementi di tendenze di sinistra, portava ad un costante scambio di opinioni sui massimi avvenimenti e un affinamento di idee, anche se il legame molto forte che la chiesa aveva con le alte gerarchie militari acuiva il pericolo di punizioni che erano viste in modo drammatico stante la scarsezza di mezzi di sostentamento. Tuttavia non era sempre così. Ad esempio durante le lezioni di religione, fatte dal cappellano militare Virgilio Frigeri, la discussione politica, moderatamente politica ma comunque significativa in quel contesto, c’era, proprio tramite le sollecitazioni del cappellano.

Alcuni dei giovani socialisti finirono poi con il propendere verso interessi più marcatamente di rivendicazione sociale e passarono nelle file del Partito Comunista, a seguito della crisi fra Socialisti e Comunisti seguita all’uscita dal governo delle sinistre nel 1947”.

D. Ci fu una radicalizzazione della lotta politica?

Birardi: “Durante la milizia nel Partito Socialista questi elementi più radicali, che poi confluiranno nel PCI, erano guardati con una certa simpatia da una parte dei compagni come elementi capaci di frenare lo ‘scivolamento’ del PSI verso posizioni più morbide, al limite del sostegno al gruppo che poi porterà alla nascita del Partito Socialista Democratico, ma ben presto la loro spinta si evolse in un passaggio verso la posizione più dinamica del Partito Comunista Italiano.

Nel mio caso, ad esempio, il passaggio ad una posizione più radicale fu agevolata dalla frequentazione di personaggi già più completamente formati come Giovanni Sotgiu”.

D. Ma poi non lei fu assunto in Arsenale?

Birardi: “Alla fine del corso triennale mi trovai a dover attendere un certo tempo prima di poter entrare come operaio in Arsenale. Fu in quel frattempo, nell’attesa, che mi recai presso la sede provinciale del PCI di Sassari, nel 1949, per tenere un discorso sulla situazione politica isolana. Fu qui che incontrai Girolamo Sotgiu, con poche parole come era suo costume, mi invitò a trasferirmi nel capoluogo per seguire la federazione giovanile provinciale comunista”.

D. Le elezioni politiche del 1948 furono un momento determinante per voi di sinistra … .

Birardi: “Il 18 aprile a La Maddalena è ricordato dai compagni del Fronte Popolare, come un giorno di cocente sconfitta. La propaganda elettorale era stata lunga e combattuta. Nella sezione comunista e socialista le forze più giovani avevano lavorato molto come ‘L’Avanguardia Garibaldina’ che era praticamente l’organizzazione giovanile del ‘Fronte Popolare’.

Ci restammo male perché eravamo convinti che la sinistra avrebbe ottenuto la maggioranza a livello nazionale, e noi sull’Isola, avevamo fatto del nostro meglio.

Quando il risultato si palesò in tutta la sua essenza, nella sezione di Via XX Settembre, qualcuno pianse. Furono specialmente le compagne a piangere, una delusione forte, che noi però cercammo di superare facendo appello alla nostra forza giovanile. Uscimmo per la città con il fiore rosso al petto e le bandiere – eravamo circa 300/400 persone almeno – in silenzio, a ribadire la nostra volontà ed il nostro immutato impegno verso il cambiamento”.

D.: La presenza delle sinistre era forte?

Birardi: “La presenza della componente di sinistra in Arsenale non era minima, tutt’altro. In seguito all’attentato a Palmiro Togliatti, ad esempio, si organizzò una manifestazione. Tutti uscimmo dall’Arsenale e marciammo fino a La Maddalena, senza che le forze di polizia si muovessero ad impedircelo, d’altronde noi facemmo rispettare l’ordine e non successe alcunché”.

D. Personalmente ha subito delle intimidazioni per il suo credo politico?

Birardi: “No, però il clima era molto ostile. Alla fine del 1950 fui chiamato alle armi. Andai a Taranto e fui imbarcato come saldatore sulla nave ‘Andrea Doria’, ammiraglia della flotta italiana. Evidentemente il mio credo politico era conosciuto perché poco dopo che avevo messo piede sulla nave fui ricevuto dal vice comandante il quale non sapeva che ero comunista e voleva che gli facessi da segretario. Quando si seppe dal Ministero la notizia della mia appartenenza politica, nel giro di un mese, fui trasferito all’isola di Favignana, in provincia di Trapani. Qui giunto vi trovai un maresciallo originario di Marino (Roma) , che mi chiese bruscamente se corrispondeva al vero che fossi comunista. Risposi affermativamente. Ma, con lui ebbi poi un rapporto amichevole e cameratesco, che mi mise in condizione di passare il resto della naia senza eccessive difficoltà, se non fosse stato per via della lontananza da casa”.

T. Abate e F. Nardini