Testimonianza di Virgilio Licheri. (16 agosto 2006)

Domanda: Lei è una vittima della famosa ‘regola del tre ’….

Virgilio Licheri: “La regola del tre non é valsa per tutti. E’ stato un espediente per compiere una prima scrematura degli avversari politici o dei presunti tali. In famiglia mia eravamo, appunto, in tre a lavorare alle dipendenze dello stato: uno dei miei fratelli era sposato, l’altro stava per farlo, visto che la fidanzata si trovava in stato interessante. Nel 1946, mi chiamarono per compiere il servizio militare, dopo quattro anni di impiego in arsenale con lo status di allievo operaio militarizzato. Correva la voce dell’eventuale assunzione di coloro che rientravano a casa dalla prigionia. Temendo di venire scavalcato, ho cercato rubare il tempo ai miei concorrenti, presentando la domanda per primo: dovevo essere assunto. Il direttore dello stabilimento militare, un certo colonnello Rossini, cercò di dissuadermi. Addirittura mi derise. Perdetti le staffe: da militare non ho portato un soldo a casa, i miei fratelli dovevano campare le loro rispettive famiglie. Chi avrebbe dato da mangiare a mia madre? La domanda, alla fine, fu accolta e evitai il primo licenziamento”.

D.: Dieci anni dopo, però, non ci fu nulla da fare….

Licheri: “Dopo i licenziamenti del 1952, in Arsenale non esisteva praticamente più la Commissione Interna. Giunse a La Maddalena Girolamo Sotgiu, che a quei tempi era il segretario della Federazione di Sassari del PCI. Per la cronaca io, localmente, ricoprivo l’incarico di segretario della sezione giovanile del partito, ero membro del comitato direttivo del sindacato C.G.I.L.. Lo stesso Sotgiu e Salvuccio Magnasco cercarono di convincermi a presentare la candidatura per la CI. Non bisognava lasciare campo libero alla CISL. Correvamo seriamente il rischio di essere licenziati: feci loro presente. Dopo qualche tentennamento, mi convinsi, non solo a presentare la candidatura, ma anche a preparare la lista, insieme ad altri compagni iscritti alla CGIL.

Fui eletto. La CISL fu rappresentata da Pino Antelmi, Guerrino Dettori (che qualche giorno prima aveva chiesto di aderire al PCI , ma non aveva mai ritirato la tessera) e Tonino Conti. Quasi tutti quelli della CGIL che si erano candidati per la CI furono vittime dei famosi licenziamenti del Natale 1956. Avvenuti i licenziamenti, i compagni autorevoli, coloro che all’interno del PCI ricoprivano cariche di rilievo, ci abbandonarono al nostro destino. Avevo deciso di emigrare a Genova, seguendo le orme di Mario Filinesi, visto che anch’io disponevo del libretto di navigazione. Chiesi a Sotgiu di predisporre una lettera di credenziali, per accreditarmi presso la Federazione genovese del partito e per sostenermi nella ricerca di un’occupazione. ‘Non faremmo una bella figura’, mi fu risposto, ‘nel PCI sono vietate le raccomandazioni’. Ma io non cercavo condizioni di privilegio, ero comunista e per questo mi avevano licenziato. Cercavo solo il sostegno dei compagni! Tant’é…”.

D.: Così lei non militò più nel PCI…

Licheri: “Fu il PCI a non cercare più noi! Io continuai le mie lotte all’interno del sindacato.

I risarcimenti per i torti subiti, in ragione del nostro credo politico, non furono disposti in seguito all’interessamento di ‘onorevoli’ comunisti.

Era stato costituito un comitato, a livello nazionale, di ex dipendenti della Difesa, tutti nelle stesse condizioni – licenziati per motivi politici – che si appoggiava alla CGIL.

La Legge 214 del 31 marzo 1971, che passò sotto silenzio ma che fu fondamentale nel riconoscere i nostri diritti, fu il risultato del lavoro prodotto dal nostro comitato.

A Genova ne fummo promotori Mario Filinesi ed io, insieme ad altri compagni che avevano lavorato negli stabilimenti militari, nel proiettificio dell’Esercito. A La Spezia, riuscimmo a coinvolgere altre dodici persone.

D.: Vi adoperavate per riottenere la riassunzione?

Licheri: “No. Non ci sarebbe convenuto, decisamente. Saremmo ritornati a lavorare ma non ci sarebbe stata ricostruita la carriera, a livello di contributi previdenziali. Ci siamo battuti per ottenere il diritto alla quiescenza, e abbiamo vinto la nostra battaglia. Mi rincresce ammetterlo: durante l’iter formativo della legge 214 non abbiamo trovato il sostegno dei deputati o dei senatori comunisti. La legge è stata approvata in seguito a un nostro colloquio con Sandro Pertini, che allora era Presidente della Camera”

D.: Questa è una ‘chicca’….

Licheri: “Pertini doveva assegnare un riconoscimento dello Stato, facciamo una medaglia o qualcosa del genere, ai militanti di una storica sezione socialista di Genova. Era la sezione dove il futuro Presidente della Repubblica si era formato politicamente. E dove era segretario un perito meccanico che avevo la fortuna di annoverare tra i miei colleghi nell’azienda dove avevo trovato lavoro in via temporanea. ‘Mi devi far parlare con Pertini’ gli dissi. Così io e Filinesi siamo riusciti ad avere un colloquio con questo personaggio straordinario della Resistenza al fascismo, al quale parlammo chiaro, pane al pane, vino al vino. Era finito il tempo dei caporali. Noi avevamo lottato per la classe operaia, ognuno aveva fatto la sua parte, chi più, chi meno. ‘Quando arrivo a Roma mi interesserò del vostro caso ’ promise Pertini. Il disegno di legge fu approvato in commissione due mesi dopo il nostro incontro, nella forma che per noi era la più conveniente. Poco tempo dopo passò anche in Parlamento”.

D.: Facciamo qualche passo a ritroso, dopo il licenziamento come se la sbrigò?

Licheri: “Emigrai a Genova, come ho detto. Iniziai a svolgere qualche lavoro, senza contratto e in regime di assoluta precarietà, con alcune imprese che fornivano manodopera, quasi clandestinamente, all’Italsider, svolgendo mansioni di tubista e di saldatore.

Non potevo ottenere un regolare contratto di lavoro perché non ero residente in città. Non riuscivo a ottenere la residenza per via dei miei trascorsi politici. Era come il cane che si mordeva la coda.

Fu grazie all’interessamento di un commissario di polizia, un ultrà fascista che era stato ufficiale nella Decima Mas, che riuscii a sbloccare la situazione. Era persona onesta e fece del mio caso una questione di principio: ‘Lei deve ottenere la residenza a Genova, perché le spetta, é un suo diritto di cittadino italiano’. Risolse alcuni problemi di carattere burocratico, a livello di questura e di uffici comunali.

D.: Riuscì finalmente ad avere un lavoro stabile?

Licheri:Iniziai a lavorare al porto, con le mie mansioni di congegnatore meccanico, sulle macchine a vapore. Rimasi quattro anni, poi fui assunto all’’Italsider’: aggiustatore meccanico. Rimasi fino al giorno della pensione, che giunse nel 1977.”

D.: Ha detto che dopo i tristi fatti del Natale ’56 , ha abbandonato la politica attiva ….

Licheri: “Ho continuato le mie lotte, al porto, in fabbrica. Il partito non mi ha più cercato. Io non ho chiesto più la tessera. La CGIL era diventata la mia nuova casa, in diverse occasioni ho ottenuto gli elogi dei compagni, nelle ricorrenze del Primo Maggio, encomi solenni per tre anni consecutivi grazie al mio operato”

D.: A La Maddalena aveva lasciato un parroco che alcuni dei suoi vecchi compagni ritenevano l’artefice principale del vostro licenziamento….

Licheri: “Già, don Salvatore Capula. Ritengo che lui non fosse esente da responsabilità. Posso riportare due aneddoti a conferma di quanto dichiaro. Anzitutto, tre mesi prima della data del licenziamento: mio suocero e mio cognato furono latori di un messaggio del parroco che mi chiedeva di restituire la tessera del partito, per evitare di perdere il lavoro.

Poi : un militante dell’Azione Cattolica, esente da espressioni dirette di fanatismo e piuttosto equilibrato, mi riferì che durante una riunione tenuta in sacrestia, aveva litigato aspramente con alcuni esponenti democristiani che si apprestavano a stilare una sorta di lista di proscrizione da ‘girare’ alle autorità militari. Con quale diritto venivano enunciati quei nomi di onesti padri di famiglia? Con quale coscienza di cristiani si sarebbero colpiti tanti lavoratori che recavano il pane alle loro famiglie? Qualcosa di vero, in un mare di illazioni, poteva esservi … “.

T. Abate e F. Nardini