Venti anni d’attesa

Gran parte di coloro che furono cacciati dal posto di lavoro nel 1952 e nel 1956 attesero invano di essere riassunti presso lo stabilimento militare. Naturalmente già dopo pochi mesi la speranza di una riassunzione era precocemente svanita, ma alcuni come Pietro Del Giudice, ebbero la costanza di inviare lettere su lettere dirette al ministro della Difesa proclamando l’ingiustizia e reclamando un risarcimento, o, almeno, una riassunzione, che però non avvenne.

Si dovette arrivare al 1971 perché quei licenziamenti fossero riportati in primo piano, e posti sotto la giusta luce storica, grazie al dettato dell’articolo 1 della legge n. 214, da cui prese avvio tutta la normativa successiva per il riconoscimento dei diritti dei dipendenti discriminati delle aziende pubbliche e, in seguito, anche di quelle private [1].

Scorrendo il testo della legge promulgata il 31 marzo del 1971 si ha la sensazione che solo le ripetute azioni condotte da vari esponenti della sinistra italiana, di concerto con l’attività sindacale della CGIL, e in particolare del comitato di lotta appositamente costituito, abbiano determinato l’avvio della procedura di revisione di quegli eventi. Senza questo intervento di solidarietà, attuato con sistema lobbistico, probabilmente alcune delle pagine più nere della storia della Repubblica sarebbero cadute nel dimenticatoio, in modo da aggiungere il danno alla beffa, già consumata a suo tempo, per tutti coloro che erano incorsi nei procedimenti di epurazione. Era la conclusione di una lunga e dura lotta durata oltre venti anni. L’articolo 1, infatti, dichiarava che il beneficio era applicato “agli impiegati ed operai di ruolo del Ministero della Difesa che, nel periodo 1° gennaio 1950-31 dicembre 1959, cessarono dal servizio per mancato rinnovo del contratto di lavoro (…) [a costoro] è concesso dall’entrata in vigore della presente legge un trattamento di pensione pari a quello che sarebbe loro spettato qualora, fino alla data anzidetta, ovvero sino a quella del compimento dei limiti massimi di età (…) avessero ininterrottamente continuato a prestare servizio presso il Ministero della Difesa nella posizione di ruolo corrispondente a quella ricoperta all’atto della cessazione del servizio presso il Ministero medesimo tenendo conto della normale progressione, giuridica ed economica” [2]

Tramite l’applicazione di quella normativa tutti i dipendenti che avevano subito il licenziamento del giugno 1952 e del dicembre 1956 furono rimessi in ruolo, ricostruita – naturalmente ai soli fini pensionistici – una carriera virtuale, accreditando i circa venti anni, o sedici nel caso, che erano trascorsi dal giorno dell’interruzione del rapporto per non rinnovo del contratto di lavoro. [3].

Era ora. Circa settemila ‘discriminati politici’ [4], retaggio di un’epoca d’oscure trame che ha attraversato circa venti anni della nostra storia, e dei cui legami sotterranei fra mondo politico e amministrativo si sa ancora troppo poco e male, si vedevano riconosciuto il diritto ad essere considerati oggetto di una persecuzione ideologica e teleologica e riportati nella giusta dimensione di lavoratori.

In seguito all’emanazione della legge n. 214 s’iniziarono a stilare degli elenchi di ex operai ed impiegati che avevano subito l’interruzione del lavoro per non rinnovo del contratto o perché costretti all’esodo volontario [5].

Occorreva ora passare all’azione per dare ai lavoratori la dignità del riconoscimento del diritto alla pensione, di un congruo indennizzo per i torti patiti, e la possibilità di andare in quiescenza usufruendo anche dei contributi del periodo ricostruito. Tutto questo è approdato non molti anni fa, in una proposta di legge vagliata dalla Camera dei Deputati e dal Senato della Repubblica, nella seduta di mercoledì 24 gennaio 2001[6].

Quest’ultima proposta sfociò poi in un disegno congiunto Camera-Senato e, infine, nella legge 26 febbraio 2001, n. 30 [6bis].

Naturalmente la decisione parlamentare fu accolta in maniera divergente dagli schieramenti politici. In un articolo apparso su ‘Il Giornale’ dell’11 gennaio di quell’anno si parlava addirittura di “pensioni in regalo ai licenziati del Pci”, ignorando o tentando di ignorare in modo lampante tutto ciò che era accaduto nei tristi anni della foga maccartista in Italia. Per il foglio della destra la norma definiva “un abbuono ai contributi dei funzionari di partito fra il ’46 e il ‘66” per cui “il costo dell’operazione è stimato in 54 miliardi di lire e intanto la corsa alla pensione facile continua” [7].

Ma, per fortuna, c’è stato chi ha compreso altre priorità di questa faccenda di sopraffazione politica. Nello stesso giorno, ad esempio, Il ‘Sole 24 Ore’ ore titolava: “Indennizzi ai vecchi perseguitati politici” ed il tono, ovviamente, era molto più concreto e qualificante. “Si tratta di un’iniziativa sicuramente nobile, che infatti sta avanzando velocemente verso l’approvazione definitiva, a larghissime maggioranze parlamentari” [8]. Così anche ‘La Repubblica’ [9] e ‘la Nuova Sardegna’ che specificava che il provvedimento riguardava “ottanta sardi cacciati dagli arsenali negli anni ’50. Il caso La Maddalena” [10].

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] Vedere il testo della legge 31 marzo 1971 n. 214 ‘Provvidenze a favore dei lavoratori licenziati dal Ministero della Difesa ’ nella parte ‘Documenti’. Cfr. anche Legge 15 febbraio 1974 n. 36.‘Norme a favore dei lavoratori dipendenti il cui rapporto di lavoro sia stato risolto per motivi politici e sindacali. Pubblicata sulla ‘Gazzetta Ufficiale’ n. 60 del 5 marzo 1974. Si trattava, tuttavia, di dipendenti d’aziende e ditte private, in tutto circa 32 mila persone. Cfr. Senato della Repubblica, XIII Legislatura, premessa alla seduta del 24 gennaio 2001.

[2] Cfr. Circolare n. 21 del 4 giugno 1971 del sindacato nazionale CGIL-INCA, diretto ai sindacati provinciali della Difesa ed al Comitato Nazionale Licenziati Ministero della Difesa.

[3] Alcune delle testimonianze, in merito alla promulgazione della legge, riferiscono di ambienti parlamentari non corrispondenti alla realtà.. La legge n. 214 fu firmata dal Presidente della Repubblica Giuseppe Saragat e controfirmata dai ministri Colombo, Tanassi e Ferrari Aggradi.

[4] Il numero dei ‘discriminati’ civili nella Pubblica Amministrazione proviene dagli archivi CGIL-INCA. Per il Ministero della Difesa è fornito un numero di discriminati di circa 2.200 persone.

[5] Cfr. CGIL-INCA, Circolare n. 12520 del 10 dicembre 1971, e successive. Nell’elenco stilato il 18 settembre 1972 (Circolare n. 22), ad esempio, sono accolte le istanze di Pietro Del Giudice, Francesco Sechi, e Salvatore Brundu. Nell’elenco del 6 giugno 1972: Egidio Cossu. In quello stilato l’8 gennaio 1973 ritroviamo: Antonio Cappadona, Domenico Cuneo; in quello stilato nella seduta del 30 ottobre 1973: Sestilio Porcu., ecc..

A titolo d’esempio si riporta la domanda inoltrata da Umberto Acciaro, raccomandata n. 2997 del 23 luglio 1971: “Al Ministero della Difesa, 00100 Roma. Il sottoscritto ACCIARO Umberto nato a La Maddalena (Sassari) il 5 novembre 1924 e domiciliato a La Maddalena in via Balbo vic. A, n. 1, già dipendente da codesta Amministrazione dal 7 maggio 1942 e in servizio presso la Sezione Arsenale M.M. di La Maddalena, in qualità di operaio falegname II categoria. Trovandosi nelle condizioni previste dalla Legge 31 marzo 1971 n. 214 in quanto licenziato per non rinnovo del contratto di lavoro in data 23 giugno 1952 [24 giugno, n.d.a.] chiede ai sensi e per gli effetti della citata legge 314/1971 [214/1971, n.d.a.] la concessione delle pensione statale. Chiede altresì che ai fini del computo della anzianità di servizio gli siano concessi i benefici della legge 24 maggio 1970 n. 336 per gli statali ex combattenti, essendo in possesso del brevetto delle campagne di guerra 1943-1944-1945.- Prega codesto Ministero di prendere nella dovuta e sollecita considerazione la presente domanda. Distintamente, La Maddalena 19 luglio 1971”.

[6] Proposta di legge n. 4774 del 17 novembre 2000.

[6bis] Si trattava del D.D.L. n. 1137 e 3950-B della XIII Legislatura.

[7] Cfr. ‘Il Giornale‘del 11 gennaio 2001. Articolo a firma di Gianni Pennacchi.

[8] Cfr. ‘Il Sole 24 Ore’ del 11 gennaio 2001.

[9] Cfr. ‘La Repubblica’ del 11 gennaio 2001.

[10] Cfr. ‘La Nuova Sardegna’ del 12 gennaio 2001, La pensione ai comunisti licenziati, di Umberto Cocco.