Vincenzo Sulis

E’ destino delle isole, che per loro natura hanno dei precisi limiti territoriali costituiti dalle acque del mare, di divenire nel corso della loro storia soggiorno non certo volontario di personaggi “scomodi”, quasi sempre arrivati con un biglietto di sola andata. Anche La Maddalena, che oltretutto fu sede di colonia penale, non si è sottratta a questo destino; e così dopo aver ospitato i giacobini sardi Salvatore Cadeddu e Antonio Massa Murroni, ospitò Garibaldi, prima in esilio volontario e poi sorvegliatissimo prigioniero, e infine, nell’agosto del 1943, proveniente da Ponza e successivamente trasferito al Gran Sasso, l’ex Duce Benito Mussolini.

Tutti questi personaggi erano stati però preceduti da una figura non molto nota a chi non conosce la storia della Sardegna, ma non per questo meno “scomoda”. Per ben tredici anni infatti, fu relegato nell’isola il notaio Vincenzo Sulis, capopolo cagliaritano animatore della difesa antifrancese del 1793 e ritenuto successivamente tra i protagonisti dei moti antipiemontesi del 1794, che videro La Maddalena accogliere il viceré Balbiano scacciato da Cagliari e mettersi in posizione contrapposta a quella dei rivoltosi del “capo di sotto”.

Una nota del 13 febbraio 1834, diretta dal Bailo Sanna al comandante della Piazza Salvatore Ciusa, cui era affidata la vigilanza dell’esule, ci fa conoscere la data esatta della sua morte: “Sulla certa notizia pervenuta in questa Curia della morte apoplettica accaduta nel giorno d’oggi alle due pomeridiane nella persona del Notaio Vincenzo Sulis di Cagliari ed in questa era esiliato per ordine del superior Governo, da circa tredici anni a questa parte, e siccome il detto Sulis si suppone sia morto ab intestato e non essendovi in questa Isola eredi del medesimo si ordina per la buona amministrazione della giustizia e per le istanze pure fatte dall’Ill.mo Sig. Comandante di questa Piazza il Maggiore Salvatore Ciusa, trasferirsi li Ministri di questa regia Curia alla casa ove il predetto Sulis era alloggiato per l’assicurazione delli beni dallo stesso lasciati”.

Il Sulis, all’epoca della sua morte, dopo essere stato liberato dalla prigionia nella torre di Guardia Vecchia, durata solo nove mesi, viveva presso l’abitazione del viceconsole di Toscana Antonio Martini e della di lui moglie Brigida Buzzo che si erano offerti di ospitarlo.

Della tempestosa vita del Sulis ben poco ci sarebbe giunto se il caso non avesse voluto che nel gennaio del 1829, cinque anni prima della sua morte, Pasquale Tola, allora trentenne, in viaggio da Porto Torres a Genova, non fosse stato costretto per fortuna di mare a far scalo a La Maddalena e di rimanervi tre giorni prima che la nave, cessata la bufera, riprendesse la navigazione alla volta della Liguria. Durante il suo breve soggiorno il giovane sassarese ebbe modo di incontrare il terribile vecchio e di sentire da lui il racconto delle sue imprese e delle vicende che lo avevano portato all’esilio.

Il Tola si entusiasmò a tal punto che lo convinse a mettere tutto per iscritto; e così, come Garibaldi scriverà a Caprera la sue “Memorie” e Mussolini a villa Webber i suoi “Diari sardi”, anche il Sulis scrisse nell’isola la rocambolesca storia della sua vita.

Francesco Alziator, nella sua “Storia della Letteratura di Sardegna” dedica alle memorie del Sulis un capitolo intitolato “Vita, miracoli e bugie di Vincenzo Sulis”. Le memorie del capopopolo cagliaritano appaiono infatti in molti punti poco credibili: a cominciare dalla data di nascita, che il nostro singolare personaggio, forse per apparire più vecchio, indica al 28 ottobre 1746, mentre si sa per certo che era nato il 29 ottobre 1758. L’Alziator, dopo averlo definito “Tribuno, soldato, scrittore e gran bugiardo al cospetto di Dio e degli uomini”, afferma che egli “…rivisse fatti e personaggi non solo col ricordo, ma li trasfigurò con la fantasia, li drammatizzò e diede ad essi anime e vite che non avevano in realtà”.

Dalle memorie del Sulis apprendiamo le vicende che lo portarono all’esilio di La Maddalena; arrestato dopo i falliti moti cagliaritani e rinchiuso nella Torre dell’Aquila, dopo un tentativo di evasione, fu condotto nella Torre dello Sperone di Alghero (oggi detta Torre Sulis) da dove fu liberato per grazia sovrana concessa da Vittorio Emanuele I nel 1821. Uscito dal carcere ed ospitato nella casa del canonico Decussi, venne sospettato di essere stato uno dei fomentatori della tragica sommossa algherese scoppiata a seguito di una carestia di grano e per ordine del governatore di Sassari Tommaso Grondona venne nuovamente arrestato ed imbarcato a Porto Torres, sotto scorta di dodici uomini, per essere condotto a La Maddalena. L’Alziator dice che fu scortato da dodici carabinieri, ma si tratta di una svista dell’autore in quanto l’Arma dei carabinieri, istituita in Piemonte nel 1814, fu estesa in Sardegna nel 1822, cioè l’anno successivo. A quell’epoca le scorte erano affidate ai Cacciatori Reali di Sardegna che con decreto di Carlo Felice, dato a Stupinigi il 16 ottobre 1822, controfirmato dal Des Geneys, furono poi incorporati nel Corpo dei Carabinieri Reali dal primo gennaio 1823.

Durissima la sua prigionia nella torre di Guardia Vecchia. Ecco come egli stesso la descrive: “…più barbara e più crudele di quella dello Sperone d’Alghero, poichè la ero con una trave di ferro che con due anelli tenevano strette e legate solo le gambe, ed in questa con una catena al collo, ed entrambe le mani che non si potevano fare neppure li usi necessari senza gran stento ed aiuto …dentro un sotterraneo alloggio di rospi ed altri animali velenosi, non però da cristiani, non essendovi né luce alcuna, né luogo da potersi coricare, né voltare per essere strettissimo, ed era bisogno di star sempre dritto”.

La dura carcerazione dovrà durare ben nove mesi; conclusosi ad Alghero il processo per la sommossa del grano e riconosciuta la sua estraneità ai fatti il Sulis venne liberato, ma destinato all’esilio perpetuo nell’isola. Del suo soggiorno maddalenino, durato oltre dodici anni, quasi nulla rimane nella memoria popolare, tant’è che molti sono gli autori che ignorandone l’avvenuta liberazione parlano della sua morte avvenuta nella prigione di Guardia Vecchia. Della sua tomba non vi è più traccia e a parte le fantasiose memorie, pervenuteci grazie al Tola, nulla di scritto è stato ritrovato. Dall’inventario redatto al momento della morte apprendiamo, però, oltre al fatto che vestiva con giacche di pelle di capra e pantaloni di orbace che fra i documenti rinvenuti dal bailo nell’abitazione di Simone Martini, a parte una scrittura privata datata 17 agosto 1829 con la quale tale Giovanni Salvato dello Stato di Genova si dichiarava suo debitore per la somma di cento scudi, furono trovati quattro fascicoli di carte che non avendo rilevanza ai fini ereditari vennero chiusi in una cassa, contrassegnati con le lettere A, B, C e D, e lasciati in custodia al Martini. Di tali scritti non si è avuta più notizia ed è probabile che siano andati definitivamente dispersi in occasione di una delle tante irresponsabili pulizie fatte nelle soffitte maddalenine.

Con la morte del Sulis – come osserva la Racheli – si spengono gli ultimi conati di quell’autonomismo al quale i sardi avevano aspirato dopo secoli di dura dominazione e si conclude la vita avventurosa di un uomo le cui imprese, piene di intrighi, di fughe e di tresche amorose vagheggiano quelle del Cellini, di Cagliostro, di Casanova e persino del Caravaggio. Al termine della sua vita il tempestoso tribuno, guardando al passato con la serenità di chi è vecchio, così scriveva: “…la dinastia dei sei regnanti, e tutti loro con il seguito di tutti li calunniatori; emuli ed inimici son tutti, tutti passati a peggior vita, poichè sta scritto che chi mal vive mal deve morire e morendo male vi è la perdizione eterna”.

E l’Alziator commenta “…pare ancora guizzi un’ultima fiamma dell’amor di vendetta, ma è solo un credere nella nemesi della storia, una certezza di giustizia, una fede nell’Onnipotente, un supremo credere che il male non prevarrà e i malvagi saranno confusi in eterno”.

Antonio Ciotta