Vino nell’Arcipelago

Vino nell’Arcipelago

Senza risalire alla notte dei tempi, è da ritenersi che la pianta della vite sia stata coltivata nell’Arcipelago di La Maddalena tra il XII e il XIII secolo, sicuramente dai monaci benedettini dell’isola di Santa Maria, da quelli di Cala Chiesa nell’isola di Maddalena e da quelli di Lavezzi, quantomeno per ricavarvi il vino necessario per la celebrazione delle Messe, e non solo, presumibilmente…

Non grandi quantità ma per il fabbisogno necessario alle piccole comunità e alle diverse decine di “villani”, che attorno ad esse gravitavano.

A partire dalla fine del Milleseicento, anche qualcuno dei pastori corsi che cominciarono ad abitarle, le isole dell’Arcipelago (prima temporaneamente poi stabilmente, dopo le devastanti incursioni islamiche che distrussero i conventi e le resero disabitate, oltre all’orto necessario per mettere su il pranzo con la cena) dovette coltivare la vite, dalla quale poter ricavare piccole quantità di vino.

Attorno alla metà dell’Ottocento, anche Garibaldi, stabilitosi a Caprera, sebbene non fosse un gran bevitore, mise a dimora diverse piante di vite, riuscendo pure a bisticciarsi con un confinante, le cui vacche e i cui maiali erano soliti sconfinare nelle sue vigne.

“La coltura della vite”, ha scritto Antonio Conti nel suo libro ‘Sbirrizzendi pe’ l’Isula’, edito da Paolo Sorba, “ha accompagnato e distinto la nostra comunità fin dalla sua nascita”. La vite ha trovato in queste isole “le condizioni ideali per prosperare, favorita dal clima e dalle proprietà fisico-chimiche dei terreni, sciolti, caldi, moderatamente argillosi o silicei da disfacimento granitico e, soprattutto ventilati”. A questa attività” scrive sempre Conti “gli isolani hanno sempre dedicato costanti cure e attenzioni”.

Se nell’Ottocento la vigna più importante era quella di Garibaldi a Caprera e nel Novecento quella di Pasquale Serra a Santo Stefano, almeno un centinaio tra vigne e vignette venivano coltivate nelle due isole maggiori, oltre che a Spargi e a Santa Maria.

Sebbene gli isolani in genere praticassero altri mestieri, scrive ancora Antonio Conti, “pur essendo marinai e dediti alla vita del mare, avevano un cuore ‘terragno’: sposati col mare vivevamo in perpetuo adulterio con la terra. C’era in loro un forte anelito alle quies, alla serena semplicità della vita agreste, in perfetta simbiosi con la natura”. Caratteristica tuttora presente tra molti isolani in pensione, che sono portati spesso a dividere i più o meno estesi terreni adiacenti alle abitazioni tra il giardino, l’orticello e qualche filare di vite.

Oggi, di viti, in modestissime quantità ne vengono coltivate di diversi tipi e di diversa provenienza.

Nell’Ottocento e nella prima metà del Novecento, il vino rosso veniva ricavato da viti dette Girò, Bonifazinu, Muristeddu e Cardarellu. Quello bianco da uva Brustiana, Virmintinu, Muscateddu e Muscateddò. Alcuni di provenienza corsa altri gallurese e logudorese.

Per molto tempo il vino prodotto e bevuto a Maddalena e Caprera veniva considerato migliore di tutti gli altri prodotti altrove, se non altro perché, si diceva, quando passava il mare …, cioè veniva importato, prendeva lo ‘spunto’. Il vino era “alimento benefico, autore di socievolezza, di amicizia, di partecipazione, di intimità e fonte di piacere”. “Offrire e bere il vino della propria vigna”, ha scritto Antonio Conti nel suo libro, “era un piacere ineguagliabile e di grande soddisfazione per gli isolani”. Come lo è ancora adesso …

Scrive Enrico Bavarelli in ‘Cronache della vecchia Gallura’ (Ed. Sarda Fossataro, 1971): “Un giorno la gita a La Maddalena subì una piccola variante. Una sosta nell’isolotto di S. Stefano per visitare un amico del padre che aveva trasformato, con intelligente fatica e molto denaro, quelle rocce in un umbertoso ridente giardino con fiori, frutta e vigna. E che vigna ! Il padre, l’amico e gli altri di casa chiacchierarono a lungo e bevvero un vinello prodotto sul posto, color della granata, razzente e profumato, che il padrone di casa, il signor Pasquale Serra, giudicava, senza sicumera e con palese soddisfazione, la “gioia dell’Arcipelago”. ‘In vino veritas’, o ‘in vino salus’? Quando J. Wolfgang Goethe affermava che ‘il vino allieta il cuore dell’uomo …’ alludeva di certo allo spirito più che al nostro organo pulsante, ma il dottor Regnoli, bolognese, vecchio medico degli isolani, alludeva proprio a quest’ultimo quando consigliava ai suoi pazienti di bere il vino rosso di Santo Stefano ‘tonico e ricostituente’.

L’arcipelago

L’arcipelago di La Maddalena si trova tra la Corsica e la Sardegna, nelle Bocche di Bonifacio, in una zona dal clima particolarmente mite, battuta spesso dai venti.
Essendo l’isola di La Maddalena costituita da una massa granitica di circa venti chilometri quadrati, senza vette degne di tal nome, se si eccettua la collina di Guardia Vecchia, 156 m d’altezza, e alcuni terrazzamenti intermedi come Punta Villa, Mongiardino, Spiniccio, Villa Bianca, il suolo non è in grado di trattenere le piogge, soprattutto quelle a carattere torrenziale. Le acque sostano quindi per breve tempo sullo scarso manto superficiale di terra, per poi correre velocemente verso il mare, negli alvei scavati nei millenni, là dove la crosta granitica si presenta meno compatta e addirittura friabile. Questi corsi d’acqua si chiamano in dialetto vadine, e pur non costituendo un capitale idrico controllabile, alimentano da secoli, nell’isola, piccole sorgenti, dopo essersi disperse in parte sotto terra ed aver incontrato nel granito sacche e fenditure superficiali, che ne rallentano per breve tempo il deflusso verso il mare. Il più noto di questi torrentelli è il Fosso Zanioli, affluente del Vena Longa, che riceve a sinistra le acque del Fosso Gambino. Nell’isola di Caprera vi sono due vadine, il Fosso Ferrante e il Fosso Stefano. Quest’isola si può considerare, da oltre un secolo, dal punto di vista idrico, complementare all’isola madre, essendo a questa legata ormai indissolubilmente mediante una diga-ponte di 600 metri. Per questa natura del suolo, non si trovano, all’interno di La Maddalena, acque di sorgenti, per la piovosità inconsistente e comunque ad andamento stagionale, l’apporto delle sorgenti non può in alcun modo garantire l’autonomia idrica della popolazione residente.
L’intero arcipelago, ma soprattutto l’isola madre, presenta una grande omogeneità litologica (graniti) e morfologica (piani e creste), nonostante alcune contrastanti varietà, peculiari del paesaggio granitico. Il granito è spesso attraversato in vari sensi da filoni aplitici, pegmatitici, lamprofirici, porfirici e di quarzo, e può presentare stretti rapporti con facies gneissiche, come nell’isola di Santa Maria e a La Presa, costituita in parte da gneiss venati da filoni di quarzo pegmatite, lamprofiro. Granito e schisto sono attraversati, nell’isola di Caprera, e in particolare nella Punta Rossa, che ne costituisce l’appendice più meridionale, da un filone di porfido rosso, fiancheggiato da un filone lamprofirico. Inoltre gli schisti sono iniettati da vene aplitiche. L’andamento morfologico dominante è contraddistinto dall’andamento del rilievo secondo i meridiani, come del resto la zona settentrionale della vicina costa gallurese, di cui è la evidente continuazione.
Non a caso il prof. Baldacci definisce queste isole “relitti o testimoni di un antico sistema di superfici la cui direzione segna l’orientamento generale del rilievo e l’allungamento Nord-Sud delle isole e in modo particolare di Caprera”.