14 settembre 1943

Il disordine più completo regnava ormai in tutto l’Estuario.
A Palau da parte di tedeschi e paracadutisti italiani, iniziò il saccheggio dei magazzini di Montiggia, con il successivo intervento di civili che vedevano, finalmente, la possibilità di approvvigionarsi di viveri ormai introvabili come lo zucchero e la farina. Ma l’avidità nel volerne trasportare troppo finiva per provocare l’apertura dei sacchi e lo spargersi per le strade di polvere bianca che attirava nugoli di mosche e rendeva scivolosi i passi dei frettolosi trasportatori. La relazione della tenenza dei carabinieri di La Maddalena che parla di gruppi di civili provenienti da diversi paesi della Gallura sembrerebbe oggi inverosimile, ma é testimoniata da tante persone che, avendo avuta la notizia, anche in ritardo, partivano con qualunque mezzo di fortuna per Palau nella speranza di portar via qualcosa. Ai tedeschi e ai paracadutisti della Nembo vanno ascritti altri gesti di razzia, quali la distruzione di pacchi postali depositati nella caserma di Palau, nonché l’invasione a mano armata dell’alloggio del comandante la caserma e, il giorno dopo, il furto di armi e munizioni che i carabinieri cercavano di portare in salvo, lontano da Palau, con un carro a buoi. Il povero Antonio Cudoni denunciava l’uccisione di un vitello, di un manzo e di un maiale e l’asportazione di due grosse damigiane di vino dal suo stazzo: aveva tentato di reclamare con l’ufficiale tedesco che comandava i soldati responsabili, ma si era sentito rispondere “Noi essere in guerra con Italia, mangiare, bere, pagare niente”. Il parroco, don Andrea Usai, febbricitante a letto, era stato maltrattato e tenuto quasi prigioniero, senza mangiare dal pomeriggio del 14 fino al mattino del 16 quando i due giovani tedeschi che lo controllavano avevano abbandonato la sua casa e si erano imbarcati per la Corsica.
A La Maddalena la mattina del 14 si apriva con la constatazione che, malgrado i fatti eroici e tragici del giorno prima, permanevano condizioni drammatiche; alla Base Navale non si volevano riconsegnare i prigionieri e solo dope ore di negoziato il capo di state maggiore Bondi, che in quei giorni aveva assolto la funzione di diplomatico, “era riuscito ad ottenerne la liberazione”. I militi delle batterie di La Maddalena abbandonavano i loro posti “soprattutto in seguito a suggerimenti e autorizzazioni di alcuni ufficiali della Milizia. I militi si sono riversati alla sede della loro caserma e, in presenza di alcuni loro ufficiali che li avevano consigliati a comportarsi in quel modo, hanno letteralmente svaligiato i magazzini del vestiario, precipitandosi poi alle banchine, da dove hanno cominciato a lasciare l’isola con ogni mezzo di fortuna ….. “La Pes di Villamarina e la M 291 erano state abbandonate dal personale in seguito a ordine dato personalmente dal seniore Ferrari, comandante del FAM, il quale si era allontanato anch’esso partendo con i tedeschi”. Ma non solo la milizia smobilitava: forse per rallentare la tensione accumulata in quei giorni e dare qualche parvenza di ritorno alla normalità, il maggiore Derchi di Navalarmi, di sua iniziativa aveva dato il permesso ai ragazzi militarizzati di Nido d’Aquila r Cala Francese di andare a trovare le famiglie sfollate nelle campagne galluresi contribuendo, così a quello che appariva come un esodo massiccio e disordinato di giovani da La Maddalena.
Ancora una volta qualche azione isolata interveniva per bloccare la catastrofe: truppe dell’esercito cercavano di fermare i fuggiaschi “togliendo loro gli effetti di vestiario che avevano”, presidiavano la batteria Pes di Villamarina rimasta incustodita e, il giorno seguente, la occupavano.
Nel tentativo di porre un freno a questo state di cose Brivonesi aveva emanato un ordine (ore 15.00) che rivelava l’impossibilità di qualunque rimedio: “Ad evitare che personale batterie abbandoni le opere e vada randagio per la Sardegna privo di documenti ordino che le batterie non dice non intervengano più per nessun motivo alt Quando altre batterie eventualmente sparassero il personale si ricoveri alt”. Ma ormai quasi tutte le batterie si erano svuotate; rimanevano in ordine per personale e armamenti solo quelle di Caprera e di Spargi. Le prime tenute saldamente da Sollazzo grazie anche al blocco del ponte e al fatto che ai tedeschi non interessavano; le seconde solo per causa di forza maggiore. E’ lo stesso Brivonesi che lo constata “era da ritenere che questo personale fosse rimasto al suo posto unicamente perché, trovandosi in un’isola e non avendo mezzi di trasporto, non aveva potuto materialmente allontanarsi”.
Le affermazioni di Brivonesi sono amare e comportamenti come quelli denunciati apparirebbero ingiustificabili; ma alla base di tutto il caos creatosi sta forse l’errore di fondo di non aver avuto dall’inizio una linea di condotta sicura capace di condizionare positivamente i sottordini: invece la figura di Brivonesi, già intaccata dalla cattiva fama, era apparsa come incoerente, acquiescente ai tedeschi e priva di coraggio. Anche la reazione del 13 che parrebbe contraddire questa affermazione, non fu voluta veramente né da Brivonesi, né da Basso: è vero che il primo l’aveva autorizzata, ma solo nel caso si fosse verificato un conflitto a fuoco a Monte Altura, che sarebbe stato inaccettabile; di fronte a tutte le altre “provocazioni” mai accennò ad una reazione, se non la sera del 12, con quell’ordine strano ad Avegno (fare quella cosa) del quale, peraltro, nella sua relazione non vi é traccia.
Anche Basso, che pure avrebbe avuto tanti buoni motivi per evidenziare la sua responsabilità nella preparazione della famosa “rappresaglia”, visto che dovette difendersi in tribunale dall’accusa di “omessa esecuzione di un incarico”, non sembra credibile: affermava, infatti, di avere, già dal giorno 9, dato ordine al suo stato maggiore di “cercare di prendere contatto con l’ufficiale superiore dell’esercito di collegamento del Comando Marina, perché, in accordo con quei comandanti non sorvegliati in posto, fosse al più presto organizzata e attuata la reazione offensiva”. Nessuna precisazione in seguito, se non un vago “Mi orientai al concerto di affrettare la reazione in posto”e, dopo una breve relazione dei fatti del 13, la chiara polemica con Brivonesi “Un ufficiale superiore tedesco insieme al nostro ammiraglio intervenne a sedare la lotta già in via di felice soluzione e si giunse a un compromesso.
Anche nella sentenza di assoluzione del tribunale, che giudicò Basso, la questione viene trattata solo in due punti nel primo si parla genericamente di “minaccia di rappresaglia” contro i tedeschi, mentre nel secondo si riconosce “ .. lo stesso giorno 13, a seguito di felice iniziativa del maggiore Barsotti il 391° battaglione costiero ed alcuni reparti di marina liberarono alla Maddalena i due ammiragli”. Nessun accento viene posto sulla responsabilità diretta di Basso.
Barsotti invece aveva organizzato la reazione ponendola come indispensabile risposta all’iniziale occupazione tedesca, non necessariamente legandola al problema di Monte Altura. Infatti aveva avviato i contatti a partire dal giorno 11 mentre la situazione di Monte Altura. Infatti aveva avviato i contatti a partire dal giorno 11 mentre la situazione di pericolo di occupazione di Monte Altura si era concretizzata il 12 pomeriggio; non ebbe, come sarebbe stato logico in caso di pieno accordo con Brivonesi, un coprotagonista fra tutti gli ufficiali superiori dell’ammiragliato che dividesse con lui la responsabilità dell’iniziativa. Una riprova indiretta di ciò la troviamo nelle proposte di decorazione inviate a caldo da Brivonesi: Barsotti e l’unico, vivo, proposto per la medaglia d’argento.
Dell’esodo generalizzato che segnò la giornata del 14, raccontiamo l’esperienza vissuta da un ragazzo, che vedeva da un punto di vista particolare gli avvenimenti intorno a lui. Vittorio Longo, che aveva partecipato ai fatti dei giorni precedenti, infiammato come altri giovani dall’azione concreta contro i tedeschi, non si rese conto della gravità del momento e anzi, come molti altri, parti, col permesso del maggiore Derchi, l’ufficiale responsabile del suo reparto, sicuro che la situazione fosse ormai calma e che si potesse fare una visita alle famiglie sfollate. Andò via presto, con la barca di Renato Moi, insieme ad alcuni colleghi e amici e 4 o 5 volontari della milizia che conosceva bene per aver giocato con loro al pallone nelle partite che il comando MILMART organizzava di tanto in tanto fra operai e militi. Durante la traversata il passaggio di alcuni aerei spaventò il capobarca che voleva rifugiarsi al “Pesce” per paura di un bombardamento e faticarono un po’ per convincerlo a proseguire. Arrivati a Palau i ragazzi videro sulle strade, bianche di farina e zucchero, automezzi tedeschi che manovravano per l’imbarco. Scelsero, per allontanarsi, di seguire i binari della ferrovia, sperando di non fare brutti incontri e si fermarono al ponte Zecchino per mangiare qualche anguria recuperata in un vicino orto. Alcuni tedeschi, avvicinatisi, li bloccarono perquisendoli mentre i volontari della milizia cercavano di far capire di essere soldati di Mussolini, di non aver partecipato alle azioni contro di loro, arrivando a proporre di seguirli. Sopraggiunsero, intanto, dei paracadutisti, uno dei quali riconobbe Demurtas e lo pregò di non riferire alla famiglia di averlo visto. Il clima era ormai abbastanza sereno e i giovani della Nembo invitavano i maddalenini a restare con loro allettandoli con la prospettiva di avere cibo a volontà e anche donne che, dicevano, erano presso il ponte poco lontano da loro. Vittorio Longo e gli altri preferirono proseguire mentre i militi accettavano di rimanere: uno di loro, Nicola Frasconi, diede a Vittorio una valigetta da portare alla madre, anch’essa sfollata a Liscia di Vacca con la famiglia del giovane. Di Frasconi non si seppe più nulla da quel momento. Il viaggio a piedi lungo i binari continuò fino a Surrau ove l’autista di un camion, aviere tedesco che Vittorio conosceva per aver lavorato alla saldatura del suo automezzo, accettò di portarli fino ad Arzachena da dove ripresero a piedi per Cannigione. I camion tedeschi facevano la spola fra Olbia e Palau e spesso qualche soldato gridava loro frasi minacciose delle quali capivano solo le parole “Kaput italiani”.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma

 

  1. Premessa di Settembre 1943 a La Maddalena
  2. I maddalenini
  3. I tedeschi
  4. Gli italiani
  5. Prospetto illustrativo delle batterie dell’estuario all’8 settembre 1943
  6. Il 1943, l’anno della fame e della paura 
  7. 9 settembre 1943
  8. 10 settembre 1943
  9. 11 settembre 1943
  10. 12 settembre 1943
  11. 13 settembre 1943
  12. 14 settembre 1943
  13. 15 settembre 1943
  14. 17 settembre 1943
  15. Elenco dei caduti dal 9 al 13 settembre 1943