17 marzo 1877, la sceneggiata delle botti scomparse

A voler condurre una completa analisi sociologica di un piccolo paese qual’era nel passato quello di La Maddalena non si può certamente prescindere dall’analizzare con attenzione gli atti giudiziari dell’epoca perché in essi c’è veramente quel vissuto quotidiano dal quale emerge chiaramente l’indole di una popolazione, la sua economia, la cultura, le tradizioni ed ognuno di quegli altri elementi che connotano una comunità, sia essa originaria ed autoctona, oppure variegata e multietnica come quella isolana.

L’intereresse che destano gli atti giudiziari e le vicende che essi raccontano, e che non ci si stancherebbe mai di leggere, bastano da soli a spiegare il successo di molte opere letterarie, teatrali, cinematografiche e ai nostri giorni anche televisive, come “Un giorno in Pretura”, “Forum”, e tante altre che, malgrado proseguano da anni con formula immutata, registrano sempre una apprezzabile indice di gradimento.
Gli originari isolani, è ben noto, nacquero come pastori, ma ben presto si trasformarono in contrabbandieri facendo la scala ai traffici che i pastori aggesi intrattenevano con i bonifacini. I preposti, i gabelloti, gli agenti daziari, le guardie doganali e i finanzieri erano i loro avversari di tutti i giorni e quotidiani erano gli scontri, gli screzi e i sotterfugi per beffare gli odiati antagonisti ed evadere le imposte.

Quasi tutti gli agenti fiscali, com’era comprensibile per evitare amicizie e parentele, venivano da lontano. Costoro arrivavano però quasi sempre prevenuti, vedevano contrabbandieri ovunque, sospetti in ogni attività, illeciti in ogni comportamento; la loro principale caratteristica, comunque, era certamente l’arroganza ed era questo il loro maggior difetto: il tallone di achille che gli isolani avevano individuato per farla franca quando si metteva male.

La mattina del 17 marzo 1877 giunse in rada proveniente da Terranova, il piroscafo Tortolì, la gloriosa nave che nel 1862 aveva portato Garibaldi a Palermo per l’impresa conclusasi all’Aspromonte. Il piroscafo postale, in virtù della convenzione stipulata il 4 febbraio precedente dalla Compagnia Florio-Rubattino con i ministri Depretis e Zanardelli, compiva il viaggio settimanale lungo tutta la costa orientale e settentrionale della Sardegna, da Cagliari a Porto Torres, toccando Muravera, Tortolì, Orosei, Siniscola, Terranova, La Maddalena e Santa Teresa Gallura. A quei tempi le banchine di Cala Gavetta e di Mangiavolpe non consentivano l’approdo delle navi e pertanto la posta, i passeggeri e le mercanzie venivano portati a terra da barconi.

Quel giorno, il brigadiere addetto al Posto doganale Francesco Manca aveva comandato di servizio la guardia comune di terra Costantino Salvago, giovane ventunenne di Parma, ma residente a Venezia, il quale, vedendo avvicinarsi alla banchina di Cala Gavetta una barcaccia carica di fusti di vino, intimò al barcaiolo Tommaso Tanca che la conduceva di sbarcare il carico e allineare i fusti per farne la verificazione. Il tono alquanto imperioso dell’agente doganale non dovette giungere molto gradito all’orecchio del Tanca, il quale, stando alla denuncia, si mise ad inveire nei confronti del Salvago dicendogli: “Chi siete voi? Son forse il vostro servitore, Signor minchia mollente?”; ed a ciò aggiunse con sussieguo: “Basta essersi messo guardia doganale per essere un ozioso vagabondo”.

Toccata la banchina e sceso a terra, il Tanca fu affrontato dal Salvago: inevitabile dunque il tafferuglio e il pronto accorrere di numerosi isolani i quali, all’insegna del tutti per uno, erano decisi a far quadrato intorno al loro compatriota. L’agente doganale comprese subito l’inequivocabile manovra (cioè la malaparata) tanto che nella denuncia scrisse che vedendo “…eziandio che minacciavano vie di fatto, mi posi subito in guardia sguainando la sciabola e respingendo indietro in uno a tutti gli astanti che a quanto ho potuto accorgermi cercavano di far cerchio per farmi in mezzo”.

Immediato il rapporto ai superiori ed altrettanta immediata la denuncia al giudice locale presentata il mattino successivo dal comandante la Luogotenza di Santa Teresa dalla quale il Posto doganale di La Maddalena dipendeva. Questi, oltre ad allegare alla denuncia una dichiarazione resa dal marinaio Lazzaro Brigante, di Sestri Levante, che si trovava in banchina di passaggio e che venne assunto dal Salvago quale teste “oculare e auricolare”, aggiunse che il Tanca “…è già recidivo per insulti fatti agli Agenti Doganali sui quali, malgrado non vi sia traccia di procedimento, non riuscirà arduo alla giustizia assicurarsene”.

Il 20 marzo il pretore Lorenzo Dussoni convocò il Salvago il quale, invitato ad indicare i testi presenti alla baruffa, dichiarò: “Moltissime erano le persone presenti a quel fatto, ma io sono nuovo di questo Comune e non ho conoscenze, non sono in grado di declinare i nomi di quelli che potessero valere a sostenere l’accusa, e quindi ne lascio la facoltà di indagare all’Autorità”. Il marinaio Brigante, come dichiarato dallo stesso Salvago, era già partito con la sua nave e la sua deposizione sottoscritta con una croce ed autenticata dal brigadiere Manca e dal teste Agostino Usai, non essendo confermata, aveva scarso valore. Del resto lo stesso aveva solo dichiarato di aver sentito il Tanca dire all’agente doganale “Ti rispetto perchè sei di guardia diversamente ti darei uno schiaffo” e aveva aggiunto che, allorquando il Salvago aveva sfoderato la sciabola, la gente era accorsa con l’apparente intenzione di pacificare gli animi.

Come al solito le persone effettivamente presenti e protagoniste dei fatti si erano eclissate subito dopo l’evento e la loro individuazione era quasi impossibile, ma a farsi individuare o a presentarsi spontaneamente al giudice erano sempre i maggiorenti locali, generalmente agiati commercianti i quali, alla fin fine, erano poi i veri beneficiari dei traffici dei contrabbandieri e che, a differenza di quanto avviene in altri ambienti totalmente omertosi, tutto avevano visto e tutto avevano sentito.

In quella circostanza si presentarono al giudice Dussoni quattro testimoni che vennero così generalizzati: Domenico Semeria, fu Gerolamo, di anni 67, negoziante, possidente; Cav. Giuseppe Belledonne, di Battista, di anni 55, capitano in ritiro, possidente, remoto parente dell’imputato; Piras Donato, fu Camillo, di anni 40, negoziante, possidente; Bargone Leonardo, fu Andrea, di anni 46, negoziante, possidente. Il fior fiore della nascente borghesia mercantile maddalenina che in quegli anni reggeva anche le sorti politiche del paese. Leonardo Bargone, difatti, in quel momento consigliere comunale, sarà sindaco dopo pochi anni ed in quella sua veste celebrerà a Caprera il matrimonio di Garibaldi.

I primi tre, sentiti il 27 marzo, quasi unanimemente dichiararono di ignorare l’origine della discussione, ma di essere accorsi quando la lite si era già accesa. Il Semeria, in particolare, disse di essere meravigliato del fatto che il Tanca avesse reagito all’ordine datogli di allineare la merce per la verifica in quanto “mi pare che per tal cosa non potesse nascere questione non ignorandosi dai barcaioli tale prescrizione, e tanto meno dal Tanca”. Aggiunse quindi che “avendo veduto da lontano che eravi un diverbio tra quei due, sono accorso e con me sono accorsi degli altri, ed ho sentito la guardia che diceva al Tanca: scendi in terra. Quegli discese e la guardia non fece che afferralo pel petto. A quell’atto porzione degli accorsi abbiamo distaccato il Tanca e l’altra porzione distaccò la guardia. Quest’ultima allora sfoderò la sciabola e tirò una piattonata della medesima al Pietro Susini, poi colla sciabola sfoderata andò ad avventarsi contro il Tanca e questi si diede alla fuga”.

Analoghe le deposizioni del Belledonne e del Piras, e anche loro, come il Semeria, dichiararono di non aver inteso alcuna frase oltraggiosa. Più precisa fu però la deposizione di Leonardo Bargone il quale asserì che all’ordine dato dalla guardia di allineare le botti il Tanca aveva risposto che a lui spettava solo sbarcarle e che il resto doveva farlo il proprietario e che a quelle parole “…la guardia disse al Tanca con piglio arrogante ”guarda come parli” e il Tanca rispose ”io parlo bene, tu che sei guardia dopo che la roba è in terra sorvegliala”. A queste ultime parole il preposto era per avventarsi al Tanca, e tra le altre parole insultanti gli disse ”sei un porco”; ed il Tanca a sua volta gli disse: ”se io sono un porco tu sei un vagabondo”. Fu allora che la guardia si avventò al Tanca, che discese in quel momento dalla barca, dicendo: vado dall’Ispettore, e l’afferrò per il petto. Il Tanca a quell’atto si mise alla difesa sollevando in alto il braccio, e in quel momento gli astanti separarono l’uno dall’altro, ma la guardia, coll’aver sfoderato la sciabola, lanciò un colpo verso il Tanca che lo evitò coll’aver chinato la testa, e dopo di ciò cercò farsi largo tra gli astanti colla sciabola in mano dando anche delle piattonate, come di fatti ne ricevette una Pietro Susini. E la guardia si sarebbe di nuovo avventata contro il Tanca se non fosse stato impedito dagli astanti”.

Molto stranamente il pretore non ritenne di sentire Pietro Susini, ex sindaco e consigliere comunale, che nel trambusto era stato il destinatario di quella involontaria piattonata. Il giudice isolano, che certamente svolse informalmente altre indagini, trattenne gli atti poco più di due mesi e al termine dell’istruttoria, il 5 giugno, non solo non rinviò a giudizio il Tanca, ma emise il seguente lapidario provvedimento:
Visti i presenti atti e risultando che la guardia fosse la prima ad insultare, si ordina l’archiviamento”.

Ancora una volta il Tanca, che il comandante della Luogotenenza aveva additato come “già recidivo per insulti fatti ad agenti doganali”, l’aveva fatta franca. Ma al danno (morale), si era frattanto aggiunta la beffa (materiale): al termine di quella sceneggiata, quando cessata la bagarre tutti gli astanti si erano defilati e sulla banchina era rimasta soltanto la guardia Salvago col suo sciabolone ancora sfoderato, delle botti sbarcate non c’era più traccia; esse, ad una ad una (ma con la partecipazione di tutti) erano misteriosamente rotolate verso il magazzino del destinatario senza essere sottoposte alla verificazione.

Antonio Ciotta