1947. Gli anni della guerra fredda

La Maddalena riprendeva in quegli anni critici il cammino interrotto dai disastri della guerra con una spada di Damocle sulla testa: l’allontanamento di tutte le strutture militari dall’arcipelago.

Il giorno di Natale del 1947, infatti, era entrato in vigore il trattato di pace firmato a Parigi nel febbraio precedente. Per quanto riguardava la Marina Militare esso dettava clausole dure ed ineludibili.

L’accordo di pace fra l’Italia e le potenze alleate, che si era discusso per tutto il 1946 non prometteva nulla di buono, anzi. Come avrebbe dimostrato in seguito la versione ufficiale, firmata il 10 febbraio 1947, la Francia pose accanimento contro l’Italia – memore della famosa ‘pugnalata alle spalle’ del governo fascista del 10 giugno del 1940 – perché fossero smilitarizzate integralmente le postazioni militari costiere italiane entro 30 chilometri dalla linea della frontiera fra i due paesi [1]. L’applicazione di questa norma, pervicacemente sostenuta dal governo transalpino (articolo 43 delle bozze), poneva fuori gioco tutte le strutture militari dell’Estuario, principalmente l’Arsenale militare.

La richiesta divenne poi l’articolo 50 del trattato definitivo: “In Sardegna, tutte le postazioni permanenti di artiglieria per la difesa costiera e i relativi armamenti e tutte le installazioni navali situate a meno di 30 chilometri dalle acque territoriali francesi, saranno trasferite nell’Italia continentale o demolite entro un anno dall’entrata in vigore del presente Trattato” [2].

L’articolo 50, oltre questo primo paragrafo, ne prevedeva tre ulteriori, il terzo dei quali negava qualche speranza di continuazione alle attività industriali e militari nell’isola: “Non sarà permesso alcun miglioramento o alcuna ricostruzione o estensione delle installazioni esistenti o delle fortificazioni permanenti della Sicilia e della Sardegna; tuttavia, fatta eccezione per le zone della Sardegna settentrionale di cui al paragrafo 1 di cui sopra, potrà procedersi alla normale conservazione in efficienza di quelle installazioni o fortificazioni permanenti delle armi che vi siano già installate”[3].

Fu così che, in base all’esecuzione delle clausole del trattato di pace, la sede del Comando Militare Marittimo della Sardegna dovette essere trasferita a Cagliari nell’ottobre del 1948 (il giorno 16), e ogni attività nell’Arsenale ridotta al minimo indispensabile per le lavorazioni navali. Le postazioni antinave ed antiaeree, disseminate nell’Estuario, dovettero essere eliminate sulla scorta delle direttive della legge d’esecuzione del trattato.

La Maddalena diventava sede di un periferico Comando Marina con compiti molto limitati.

Il 1947 fu anche l’anno in cui l’interesse del governo degli Stati Uniti al contenimento della minaccia di un coinvolgimento della Penisola nel tentativo rivoluzionario di forze filocomuniste – riuscito in tutte le nazioni che avevano subito la conquista dell’Armata Rossa nell’Europa orientale – raggiunse la sua concretezza politica, portò alla stesura della ‘dottrina Truman’ e al varo del mastodontico piano di ricostruzione dell’Europa occidentale – e dell’Italia – che nell’intenzione americana doveva creare le condizioni economiche, sociali, e soprattutto politiche, per fare argine ad un’eventuale passaggio del comunismo al di qua della cortina di ferro. Oggi possiamo, con l’evidenza della storia, comprendere ciò che accadde in quell’anno, e nei due anni successivi, perché le conseguenze di quelle scelte perdurarono per decenni ancora – e forse non è inesatto dire che sono state definitivamente cancellate con la sparizione della cosiddetta ‘prima repubblica’ dei primi anni ’90 del secolo scorso – e gli studi più recenti hanno confermato la validità dell’assunto, ma in quel momento il vasto disegno di coinvolgimento sociale, politico ed emozionale, orchestrato dal governo americano, che ‘costrinse’ milioni di italiani a scegliere come scelsero, non fu compreso da tutti anche perché il momento era tra i più difficili e duri [4].

Il saggista americano William Blum [5] ha analizzato in modo sistematico le tattiche che, in quegli anni, gli Stati Uniti adottarono più o meno scopertamente per far sì che i movimenti di sinistra – o semplicemente non filoamericani – non riuscissero a prendere il sopravvento nella guida politica della nazione. Parecchie pagine sono dedicate alla “mastodontica mobilitazione” che si legava all’altrettanto grande mobilitazione posta in essere dalla destra e dall’apparato ecclesiale italiano in vista delle elezioni ‘storiche’ del 18 aprile 1948.

Possiamo in questa sede, ma solo per sommi capi e con un’ampia sintesi, indicare alcuni di quei punti di lavoro con cui il governo americano intendeva sbarrare il passo ai ‘rossi’ in Italia, punti che, globalmente considerati, lo stesso William Blum qualifica come “tutto il caro vecchio stile yankee, tutta l’esperienza di Madison Avenue nell’arte di manipolare l’opinione pubblica, tutto il caravanserraglio di Hollywood sarebbero stati scatenati sul nuovo target di mercato” [6]. Il dibattito elettorale non si sarebbe però concentrato sulle necessità interne più urgenti per l’Italia come la riforma agraria e più in generale economica, in assenza della quale si alimentava il profondo divario fra i ricchi e i più poveri del paese. “Lo scontro sarebbe stato piuttosto caratterizzato dalla lotta della ‘democrazia’ contro il ‘comunismo’, (…) come una battaglia fra la ‘dittatura’ comunista e l’amore per la ‘libertà’ dei suoi avversari. Per avere un’idea del clima si pensi che nell’estate del ’47 un gruppo di parlamentari statunitensi in visita in Italia, senza alcun motivo ed in maniera del tutto arbitraria sentenziò: ‘Il paese è sottoposto a una forte pressione sia dall’interno che dall’esterno perché viri politicamente a sinistra e adotti una struttura sociale totalitaristico-collettivista’” [7].

Lo stesso Blum cita nel suo saggio vari esempi di interferenze del governo americano sulla condotta politica di quello di Roma. Un episodio chiave si ebbe agli inizi del 1947 quando, dopo aver promesso un consistente aiuto alla ricostruzione nazionale (che diverrà in seguito il Piano Marshall) al governo De Gasperi, Washington improvvisamente ‘congelò’ gli aiuti promessi. Tale congelamento, secondo Blum, era mirato “a diminuire l’influenza degli esponenti di sinistra, soprattutto comunisti sull’esecutivo” [7bis]. Nel successivo mese di maggio, quando dopo tortuose consultazioni, i partiti di sinistra furono estromessi dal governo, “l’America concesse un generosissimo aiuto finanziario all’Italia cancellando inoltre il debito da un miliardo di dollari che il paese aveva verso gli Stati Uniti” [7ter].

Per aiutare il governo De Gasperi a vincere la battaglia delle urne furono dunque messe in campo strategie di condizionamento del consenso davvero ingenti, con massiccio ausilio di ciò che oggi chiameremmo ‘effetti speciali’ studiati a tavolino per fare presa su una nazione in ginocchio, fondamentalmente ignara delle tattiche elettorali, più abbagliata dal miraggio dei dollari e dal benessere ipotizzato per tutti che realmente conscia dei veri problemi sul tappeto.

La diga necessaria per arginare la ‘fiumana rossa’ non fu eretta soltanto con la propaganda, seppure massiccia, che arrivava da oltre Oceano [7quater] amplificata dalla cassa di risonanza delle organizzazioni fiancheggiatrici della DC, e dei giornali – l’82% dei quali, per esempio, ‘tifava’ per il centrodestra – ma anche attraverso organizzazioni paramilitari tese a fornire uomini e mezzi per la resistenza attiva nel caso le sinistre avessero preso il potere o le armate sovietiche avessero occupato l’Italia. Nacque a tale scopo l’organizzazione ‘Gladio’ della cui attività si seppe solo nel 1990, quando Giulio Andreotti ammise “l’esistenza dell’organizzazione segreta Gladio” creatura del SIFAR [8], che pur mimetizzata nel contesto NATO, doveva offrire l’azione necessaria alla resistenza. L’origine di questa organizzazione militare trasversale è anch’essa nella ‘dottrina Truman’ “elaborata nel marzo 1947, che aveva predicato il ‘containment’ del comunismo a livello mondiale, di cui il Piano Marshall fu la prima ed immediata applicazione su grande scala e sul versante dell’egemonia economica. Più mirata geograficamente fu la ‘Operation Demagnetize’, indirizzata soprattutto sull’Italia e sulla Francia, per annullare la forza di attrazione che il comunismo si riteneva avesse in questi paesi attraverso l’attività dei partiti comunisti nazionali. La ‘smagnetizzazione’ prevedeva anche un livello militare che ha prodotto la rete sopranazionale cosiddetta ‘Stay Behind’ (=stare dietro). L’istituzione del pezzo italiano della rete ‘Stay Behind’ fu affidata al Servizio Informazioni delle Forze Armate (SIFAR) che iniziò a lavorarci sin dal 1951 sotto la direzione ed i finanziamenti della CIA, iniziando proprio dalla Sardegna” [9] La presenza di questa struttura in Sardegna potrebbe illuminare in modo più sufficiente l’attività anticomunista che si sarebbe avuta nell’Isola proprio nel decennio ‘50/’60 sovrapponendosi giustappunto con i fatti che accaddero nell’Arsenale de La Maddalena e in quello di Cagliari ma la mancanza, sinora, di riferimenti più precisi non lo consente. Resta tuttavia il dubbio, lecito, che “la struttura sarda e la sua attività fosse orientata prevalentemente a formare attivisti paramilitari che, in rete nei loro territori di vita, formassero il baluardo non tanto e non solo all’eventuale invasore comunista dall’esterno, quanto al certo e temuto comunista interno. Ufficialmente l’ipotesi è sempre stata rigettata, non essendo possibile ammettere una circostanza tanto gravemente illegittima che ormai un’abbondante letteratura memorialistica e giudiziaria dà invece per scontata. La particolare gravità della circostanza sta nel fatto che l’organizzazione era predisposta ad evitare, con mezzi illeciti ed azioni clandestine, che le sinistre prendessero il potere attraverso libere elezioni, ed eventualmente anche a sovvertire la situazione nel caso fosse, comunque avvenuto” [10]. Prima di concludere sulla vicenda sarda di ‘Gladio’, qualcosa ancora: “Il ministro Tambroni, a cavallo tra il 1958 e il 1959, soppresse gli Uffici Vigilanza Stranieri delle Questure e costituì un vero e proprio servizio su basi occulte con il compito specifico di operare ‘la penetrazione nel PCI sia a Roma che nelle province, e la creazione di un nuovo tipo di schedario generale e provinciale, comprensivo dei dirigenti e degli attivisti più pericolosi(…)’. Il SIFAR, ovviamente, offrì la sovrapposizione della nuova struttura con le finalità delle proprie reti e mobilitò tutti i capi-centro regionali per monitorare l’evoluzione. Il capo-centro di Cagliari presentò a questo proposito un rapporto assolutamente singolare, da cui risultò che ‘l’ufficio stranieri non è mai esistito in nessuna delle Questure della Sardegna’, e che di conseguenza non risultava presente nell’isola nessuna ‘organizzazione del nuovo servizio su basi occulte’. Nonostante l’orientamento apertamente concorrenziale nel controllo del sovversivismo, lo stesso Viminale aveva ritenuto la Sardegna adeguatamente coperta dalla presenza di una struttura ben organizzata ed efficiente come la ‘Gladio’ del SIFAR, che evidentemente sopperiva anche al controllo dei ‘rossi’ sardi” [11].

In una rivista americana d’affari militari, la ‘Prison Planet’ di Alex Jones, il 29 febbraio 2005 lo specialista di analisi terroristiche Chris Floyd ha scritto che ai ‘gladiatori’ erano segretamente raccomandate alcune semplici cose: “Dovevate attaccare persone civili, la gente, le donne, i bambini, la gente comune, la gente sconosciuta che sta lontano da ogni gioco politico. La ragione era piuttosto semplice: costringere il popolo a raggiungere una situazione tale in cui avrebbe chiesto maggior sicurezza (…)”. Questa era l’essenza dell’’Operazione Gladio’ [12].

T. Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] Il 10 giugno 1940 il governo Mussolini aveva dichiarato guerra alla Francia mentre questa stava agonizzando sotto i colpi delle armate tedesche. La dichiarazione di guerra è passata alla storia come la ‘Pugnalata alle Spalle’ dell’Italia alla ‘cugina’ Francia.

[2] Il Trattato entrò in vigore il 15.09.1947. Legge di ratifica 2 agosto 1947 n. 811 (G.U. n. 200 del 02.09.1947). La legge d’esecuzione del trattato è il D.L.C.P.S. 28 novembre 1947 n. 1430 (G.U. n. 295 del 24.12.1947), l’esecuzione medesima entrò in vigore il 25 dicembre 1947, giorno dopo la pubblicazione sulla ‘Gazzetta Ufficiale’.

[3] Ibidem.

[4] Cfr. H. ZINN: Storia del popolo americano. Milano, 2005. Pagg. 295 e ss.

[5] W. BLUM. Il Libro nero degli Stati Uniti. Fazi Editore, Roma 2003. Pagg. 37 e ss.

[6] Ibidem.

[7] Ibidem

[7bis] Ibidem.

[7quater] Alcuni esempi riportati da William Blum: fu organizzata una massiccia campagna di lettere scritte da americani di origine italiane ai loro parenti in patria. Erano lettere modello, già scritte ed affrancate, su cui apparivano appelli del tipo ‘Vi imploriamo di non gettare la nostra bella Italia nelle braccia del dispotismo comunista. Se le forze della vera democrazia risultassero sconfitte, il governo americano non invierebbe più denaro in Italia e noi non vi manderemo altri soldi’. Ma uno degli atti senz’altro più grave di intimidazione nei confronti dei simpatizzanti della sinistra in Italia venne dal Dipartimento della Giustizia che rese noto che “tutti gli italiani che si fossero iscritti al Partito Comunista non avrebbero potuto realizzare il sogno di molti loro connazionali, ossia emigrare in America. Il Dipartimento di Stato stabilì pertanto che tutti gli italiani di cui fosse noto il voto dato ai comunisti, non sarebbero nemmeno potuti entrare nel paradiso terrestre”. Un telegramma del Dipartimento recitava: “Votare per i comunisti costituisce una chiara prova dell’affiliazione al Partito Comunista, ed è un elemento rilevante ai fini della Legge sull’immigrazione laddove prevede, in questo caso, l’espulsione immediata dagli Stati Uniti”. Questo particolare fu fatto evidenziare nelle lettere spedite in Italia e fece un grosso effetto visto che alcuni studi avevano indicato che il 16% della popolazione italiana aveva parenti negli Stati Uniti. Lo stesso presidente Truman fece passare l’accusa all’Unione Sovietica di aver organizzato un complotto per sottomettere l’Europa Occidentale ed appoggiò il disegno di legge per la coscrizione obbligatoria e il servizio di leva negli Stati Uniti finalizzata a contrastare “la minaccia di uno stato di polizia controllato e dominato dai comunisti”. Infine durante la campagna elettorale che portò alle elezioni “si videro di frequente navi da guerra americane e britanniche che gettavano l’ancora al largo dei porti italiani. La rivista ‘Time’, in un’edizione ampiamente diffusa e commentata in Italia a ridosso dell’’elezione, sostenne ‘Gli Stati Uniti dovranno rendere chiaro che, se necessario, useranno la forza per impedire che l’Italia si trasformi in un paese comunista”. (Pagg. 40-47).

Una corrispondenza dell’ambasciatore Tarchiani da Washington, datata 16 aprile, riferiva testualmente: “Il Dipartimento ha osservato che ogni qual volta vi è stata una dimostrazione di forza da questa parte i comunisti hanno abbassato le ali, o comunque hanno ‘starnazzato’ incerti sulla linea da seguire. Si pensa qui che la presenza di navi americane in un porto italiano, se sinora era sconsigliabile, potrebbe invece essere utile nel delicato periodo postelettorale. Il Dipartimento si è posto tre alternative: 1) avere navi americane recantisi in vari porti e non in gruppo; 2) avere una concentrazione di forze navali a Trieste; 3) avere una concentrazione di forze navali in un sol porto italiano, quale ad esempio Venezia (…)”. Cfr. E. RAGIONIERI, Storia d’Italia dall’unità a oggi. Tra rinnovamento e continuità: l’Italia alla fine della seconda guerra mondiale. Ed. Einaudi, Torino 1976. Pag. 2469.

[8] Il SIFAR era direttamente dipendente dalla stato maggiore generale.

[9] S. SANNA: Quadro storico sull’origine e l’evoluzione delle servitù militari in Sardegna. Quaderni Satyagraha n. 9. Pagg. 74 e ss.

[10] S. SANNA: Quadro storico … . Cit.

[11] Ibidem.

[12] C. FLOYD: Sword Play: attacking civilians to justify greater security. In ‘Prison Planet’. Febbraio 2005.