Alla vigilia delle elezioni del 26 maggio 1952

In una situazione di grande contrapposizione ideologica, che sovente sconfinava nella contrapposizione personale, come alcuni episodi dimostrarono subito dopo le elezioni, con una sinistra che stava guadagnando consenso in modo netto specialmente fra le maestranze dell’Arsenale – l’unica fonte di reddito certa per una comunità uscita sconvolta dalle distruzioni della guerra e dal lungo periodo di occupazione angloamericana – si arrivò alle elezioni amministrative del 26 maggio 1952. Era innegabile la spinta che, partendo dalle classi più umili della città, raggiungeva tutti coloro che erano impegnati nel terziario statale. La fascia di popolazione che viveva grazie al salario fornito dal Ministero della Difesa, reclamava, anche in modo confuso e retorico, la fine di una condizione di evidente difficoltà economica, chiedendo una politica marcatamente sociale che, durante il quinquennio dell’amministrazione Merella, era stata completamente disattesa.

Si dice, con la sapienza d’oggi, che il sindaco Giuseppino Merella, eletto nel 1947 in sostituzione di Elindo Balata, sia stato per tanti anni il portaordini della sacrestia, ovvero la staffetta tra il palazzo comunale, la sacrestia e di nuovo il palazzo comunale. Certamente il cattolicissimo maresciallo dei carabinieri in pensione fu un uomo ligio ai dettami della parrocchia, se questo atteggiamento lo esaminiamo dal punto di vista cattolico tradizionalista, ossia tenendo in debita considerazione la veste che don Salvatore Capula stava cucendo addosso all’istituzione ecclesiastica rispetto alla città, con metodo e coraggio. Nelle aspirazioni del sacerdote la parrocchia sarebbe dovuta diventare il centro propulsore della vita associativa e culturale dell’Isola, il volàno delle iniziative di controllo sociale e d’aiuto economico e spirituale. L’E.C.A., l’ente comunale di assistenza, se opportunamente gestito, poteva fornire un bacino di consensi pressoché inesauribile, almeno per quell’epoca, in cui non esistevano i cosiddetti ammortizzatori sociali, ed era, nella realtà, una cambiale in bianco da potersi spendere con successo in evenienze amministrative. Era nata così l’idea tutta parrocchiale, ad esempio, di utilizzare lo spazio che si era creato con l’eliminazione del vecchio cimitero per realizzare una grande opera di utilità ‘cattolica’, la cosiddetta ‘Opera Pia’, anch’essa funzionale al progetto socio-politico del parroco. L’opera, d’innegabile contenuto sociale, iniziata nel marzo del 1951, non fu mai portata a compimento nonostante la forte volontà con cui don Capula si impegnò per parecchi anni. Progettata per accogliere un grande oratorio, un centro culturale, un teatro, delle strutture funzionali ai fini parrocchiali, è ancora lì a dimostrare l’esistenza di un disegno grandioso mai realizzato.

Il vento della sinistra, il vento dell’Est, spirava ancora forte e a La Maddalena: l’agguerrito nucleo ‘socialcomunista’ non aveva certo intenzione di mollare la presa e lottava perché si procedesse quanto prima sulla strada delle riforme sociali. Anzi i militanti socialisti e comunisti dell’isola iniziarono a prendere coscienza della sconfitta del 1946 e della ‘batosta’ del 1948. Erano disonori che potevano essere vendicati con una condotta politica più accorta e più tattica. Occorreva prendersi una rivincita su tutti coloro che intendevano, in un modo o nell’altro, mettersi al riparo dal vento e far tornare La Maddalena al rango di comunità quieta e sottomessa alle direttive di imbonitori più o meno lontani, e sicuramente poco interessati, a cancellare un passato fatto sì di benessere, ma anche e soprattutto di condizionamenti. Prendevano o riprendevano corpo la coscienza di classe, la difesa del posto di lavoro, la lotta per il miglioramento e l’adeguamento dei salari, l’impegno per la realizzazione di opere sociali, lo slancio per le riforme istituzionali, l’obbligo di disegnare una nuova città più moderna [1].

Insomma maturavano quegli ideali che in altre parte d’Italia avevano trovato solide affermazioni.

Per realizzare il sogno, alle sinistre maddalenine occorreva superare due ostacoli, apparentemente insormontabili: dare vita ad un’alleanza politica capace di battere la Democrazia Cristiana e sfuggire alla tendenza del governo italiano a seguire quello statunitense che intendeva mettere i ‘rossi’ fuori gioco ovunque con le buone o con le cattive maniere.

La prova dei fatti avrebbe dimostrato nel giro di un anno che certi ostacoli, allora, erano davvero insuperabili, anzi che era pericolosissimo tentare anche semplicemente di superarli.

Battere la Democrazia Cristiana! Nella sezione del partito comunista e in quella del partito socialista le speranze erano comunque accese. Queste speranze erano rinfocolate anche dalle notizie di mobilitazione che arrivavano da altre parti d’Italia. Ma l’impresa era di quelle che fanno tremare le vene dei polsi. Alle ultime elezioni politiche, quelle del 18 aprile 1948, lo ‘scudocrociato’, da solo, aveva ottenuto il 55,9% dei voti! Una maggioranza assoluta che sarebbe stato davvero difficile, quasi impossibile, strapparle, se ricordiamo come procedeva l’organizzazione che don Salvatore Capula stava dando alla parrocchia. Il solerte e perspicace parroco aveva chiamato da tempo a raccolta tutti i suoi più fidati collaboratori, e, attraverso lunghe riunioni e lunghe discussioni che fungevano per lui da cartine di tornasole per arrivare a scegliere le persone più adatte a finalizzare il suo disegno di ‘evangelizzazione’, aveva affinato dei metodi alquanto moderni per raggiungere capillarmente la popolazione e studiare da vicino i bisogni religiosi, ma soprattutto materiali, di ogni cittadino. Aveva approntato schede che egli curava ed aggiornava costantemente, in cui rilevava tutte le sfumature politiche di un nucleo familiare, dal capofamiglia, alla moglie, ai figli, ai nipoti. Alcuni giudizi, su famiglie notoriamente ‘rosse’, erano lapidariamente di chiusura, ma nella maggior parte dei casi il giudizio lasciava aperta la possibilità di un incontro futuro, di un ammorbidimento delle rispettive posizioni sino ad arrivare ad una soluzione soddisfacente per entrambe le parti. Un approccio che il parroco riusciva a portare a compimento attraverso l’ineluttabilità delle proprie incombenze che toccavano la sfera privata: le nascite, le morti, i matrimoni, i battesimi, ecc..

Con questo sistema, e con quello delle Basi Missionarie dell’Azione Cattolica disseminate strategicamente in ogni quartiere della città, don Capula aveva praticamente sotto controllo la dinamica sociale e, ovviamente, quella politica. In parecchi casi, occorre dirlo per verità storica, queste ‘unità caritatevoli’ furono in grado di alleviare delle situazioni di degrado che la povertà degli anni rendeva inevitabili. L’inserimento nell’organizzazione cattolica di attivisti pratici dei luoghi e delle persone, a conoscenza dei veri bisogni della gente, favoriva l’aiuto materiale – il piatto di pasta fatto inviare senza troppi clamori alla famiglia che aveva urgente bisogno di smarcare una cena e di riempire lo stomaco di tre o quattro zitéddhi affamati, qualche conticino della spesa che si stava allungando troppo, fatto chiudere dal sacrestano inviato presso il droghiere, l’indicazione a un imprenditore del nome di un giovane ragazzo disoccupato – creava fiducia ed era il primo gradino per realizzare sovente legami indissolubili con la parrocchia, su cui ovviamente si poteva contare ad occhi chiusi.

I propositi del governo nei confronti de La Maddalena, o meglio della sinistra maddalenina, non erano per altro affatto diversi da quelli che si andavano delineando altrove e rispondevano a un disegno di oscura repressione che faceva il paio, negli Stati Uniti, con la crociata anticomunista portata avanti dal senatore Joseph McCarthy [2] e che in quel torno di tempo, stava raggiungendo estremi parossistici. In Italia il testimone della crociata anticomunista era stato raccolto da tutto il governo De Gasperi, e, in particolar modo, da Randolfo Pacciardi [3], un uomo sulla cui visione politica non è stata ancor detta l’ultima parola, ex partigiano, ex repubblicano, ex tutto, e strenuo persecutore, ahimé proprio da ministro della Difesa, degli elementi ‘rossi’ all’interno degli stabilimenti di lavoro dipendenti dal dicastero, fra cui appunto, ricadeva l’Arsenale di Moneta.

Per battere la DC sul fronte interno i ‘socialcomunisti’ avevano bisogno di un’alleanza forte e la trovarono nella ‘Lista Cittadina’, una versione edulcorata della fratellanza massonica, che raggruppava sì parecchi fratelli ma anche gente più o meno comune, diciamo così, unita in una sorta di alleanza anticlericale, che portava gli aderenti ad essere critici nei confronti della sacrestia e, certamente a non avallare, politicamente parlando, l’opera fervente del parroco, tutta tesa a ristabilire a La Maddalena – terra di socialisti, comunisti e massoni, nonché di adepti protestanti evangelici [4] – la predominanza della chiesa cattolica su ogni altra confessione e, forse, non erano nemmeno simpatizzanti della sinistra, ma si rendevano conto che soltanto con un’alleanza di questo genere si poteva mandare in minoranza la Democrazia Cristiana e tentare, magari, di frenare le attività di una sacrestia sempre meglio attrezzata alla lotta. La borghesia isolana, o una gran parte di essa, memore del ruolo dirigenziale svolto almeno sino allo scoppio della guerra, tentava attraverso un connubio davvero speciale, di riconquistare spazi perduti e celermente occupati dal consenso diffuso del nuovo partito del popolo, la Democrazia Cristiana.

Nacque così, e per qualche tempo difficoltosamente sopravvisse ai contraccolpi inevitabili, un’alleanza strana ma efficace, capace di relegare lo ‘scudocrociato’ all’opposizione e di inaugurare la pur breve, brevissima, stagione della maggioranza laica e di sinistra.

Ma chi erano le persone che avevano organizzato la ‘Lista Cittadina’ e dato il consenso all’alleanza? Per la massima parte possiamo affermare senz’ombra di dubbio che si trattava di uomini della più facoltosa borghesia locale, commercianti, possidenti, imprenditori, liberi professionisti. Giuseppe Deligia, allora giovane virgulto della Democrazia Cristiana, così ne parla: “credo che ad un certo momento sia venuta la voglia all’elettore di cambiare per mettere questi isolani, perché erano degli isolani, era la Lista Cittadina, questi incravattati che contavano […]. Allora la lista civica con questi personaggi ha avuto presa sull’elettorato, ossia se si mette in lista, non so, un Chirico, un Tanca, un Farese, un Berretta, persone che hanno terreni, danno feste, sono a capo di qualche ufficio importante… . Ma, dico, massoneria, può essere, ma non mi sovviene niente” [4bis].

Il 26 maggio 1952 i responsi delle urne avrebbero decretato che la Democrazia Cristiana, nonostante la sua forza intrinseca, nonostante fosse il partito di maggioranza relativa, nonostante si appoggiasse alla valida organizzazione della parrocchia, si poteva battere, ed era stata battuta da un’alleanza composta da socialcomunisti e civici, della ‘Lista Cittadina’: insieme, insediavano al palazzo ben 20 consiglieri su 30 disponibili.

Una vittoria che aveva del clamoroso.

Per i comunisti, l’aria che si respirava non era delle più favorevoli, quindi. Ben presto giunsero i tempi bui. Augusto Morelli, compagno di lotta di Mario Birardi, dirigente di spicco del PCI in Gallura, più volte consigliere comunale – a Tempio Pausania e a La Maddalena – e provinciale a Sassari – insieme con altri 15 colleghi, presso il cantiere navale militare di Moneta, fu estromesso dal posto di lavoro, non gli venne rinnovato il contratto, senza un valido motivo.

La sua sola colpa era quella di militare in un partito politico che non perseguiva gli ideali che andavano affermandosi nel mondo occidentale, quello filo-atlantico e legato alla linea imposta dagli Stati Uniti d’America. Il comunismo era l’errore da correggere, il nemico da combattere.

Il grande lavoro di propaganda, la grande pressione che il gruppo di ‘Avanguardia Garibaldina ’ esercitava sui giovani e sulle maestranze arsenalizie si tradusse nell’imponente vittoria che il fronte social comunista, sostenuto dalla massoneria, ottenne alle elezioni amministrative del 1952.

Il lavoro di preparazione della campagna elettorale non fu agevole. La DC e l’Azione cattolica disponevano di un’organizzazione capace di fronteggiare qualsiasi forza avversaria.

Feci un comizio in piazza – raccontava Donato Pedroni [4], uomo di spicco dell’agguerrita compagine scudocrociata e pugnace sindacalista cattolico, prematuramente scomparso – Fu il primo comizio che fece un giovane dell’Azione Cattolica, il sottoscritto, e nella piazza vicina vi era Enrico Berlinguer che faceva il congresso. Allora era il delegato del Partito comunista…” [5].

Nondimeno, in tutta la Sardegna, il PCI, che conduceva la propria lotta autonomista, contrapponendosi in maniera netta alla Democrazia Cristiana, simbolo del centralismo autoritario e dello Stato ‘romanocentrico’, organizzò in maniera capillare la tornata elettorale .

Giovanni Lay, consigliere regionale e dirigente nazionale del Partito, intervenendo a una riunione del comitato sardo, tenuta pochi giorni prima della presentazione delle candidature a livello locale, compì una puntuale disamina sulla situazione politica generale e distribuì i suoi suggerimenti ai compagni che si apprestavano a condurre la difficile campagna per le lezioni comunali: “Le liste per le elezioni amministrative avranno un contrassegno unico: unità delle forze democratiche intorno all’unità della classe operaia.

Dobbiamo muoverci con intelligenza, presentando buone liste in ogni comune. Dobbiamo fare la propaganda parlando a tutti con chiarezza, per impedire che le forze scontente e deluse dalla politica della Dc riversino i loro voti nei partiti di destra.

Siamo abbastanza forti, ma manca quasi del tutto il Psd’az ed è debole anche il Partito socialista: dobbiamo supplire a queste assenze facendo bene e rapidamente il nostro lavoro di preparazione delle liste e dei programmi elettorali, da elaborare e discutere in assemblee popolari.

La campagna di reclutamento é compito permanente del Partito, che deve fare proselitismo tutto l’anno. Bisogna colmare i vuoti lasciati da chi muore o da chi parte, da quelli che si ritirano per debolezza, che cedono alle intimidazioni e al ricatto: a Nuoro 12 compagni non hanno rinnovato la tessera per paura di essere licenziati” [7].

Questi furono i risultati delle elezioni amministrative del 26 maggio 1952 a La Maddalena.

A) Apparentamento di Sinistra:

Lista Cittadina

920

17,12

(34,65)

Partito Comunista Italiano

1.041

19,37

(39,21)

Partito Socialista Italiano

694

12,91

(26,14)

TOTALE

2.655

49,42

(100)

B) Apparentamento di Centro:

Democrazia Cristiana

2.067

38,47

(84,50)

Indipendenti

379

7,05

(15,50)

TOTALE

2.446

45,52

(100)

C) Destra

Movimento Sociale + Part. Naz. Monarchico

272

5,06

Totale generale voti validi: 5.373.

Voti di preferenza individuali dei consiglieri eletti:

Lista cittadina (7):

Renzo LARCO

351

Mario Pietro ORNANO

171

Luigi PAPANDREA

108

Giovanni FARESE

64

Marco Antonio BARGONE

62

Natale BERRETTA

56

Giacomo ORIGONI

54

Partito Comunista Italiano (8):

Salvatore MAGNASCO

415

Egidio COSSU

369

Giannina POGGI

103

Augusto MORELLI

92

Domenico CUNEO

54

Giuseppe BARTOLOZZI

45

Pietro BALZANO

43

Edera ACCIARO

43

Partito Socialista Italiano (5)

Gavino DEMURO

256

Salvatore VINCENTELLI

223

Anselmo CUNEO

98

Giovanni USAI

84

Manlio SORBA

72

Movimento Sociale – Partito Nazionale Monarchico (1):

Giuseppe SFORAZZINI

63

Indipendenti (1):

Aldo CHIRICO

291

Democrazia Cristiana (8):

Giovan Battista FABIO

465

Donato PEDRONI

435

Sebastiano ASARA

187

Lorenzo MUZZU

170

Guido MURA

136

Antonio CANO LINTAS

133

Giovanni CAMPUS

121

Cesiro IMPAGLIAZZO

121

Secondo gli apparentamenti presentatisi al voto, la composizione dei trenta eletti del consiglio comunale era la seguente:

  • Sinistra: 20 consiglieri.
  • Centro: 9 consiglieri.
  • Destra: 1 consigliere.

(Da: ‘La Nuova Sardegna’ n. 124 del 28 maggio 1952)

T, Abate e F. Nardini

NOTE:

[1] Nel primo consiglio comunale del dopoguerra, come sappiamo, i ‘socialcomunisti’ avevano fatto inserire all’o.d.g. alcune proposte popolari fra cui una in cui si invitava il sindaco a chiedere al Comando Militare Marittimo in Sardegna la disposizione di un certo numero “di alloggi ora disabitati” per far fronte provvisorio alla richiesta di case, in attesa di realizzare quelle “popolarissime”. La cronaca, stringata, riferisce che “la proposta venne presa in considerazione”. Cfr. F. NARDINI: Storia e storie di un’Isola in guerra – La Maddalena 1940-1946. Op. cit..

[2] Joseph McCarthy, senatore repubblicano del Wisconsin. Affermava pubblicamente di avere le prove che il Dipartimento di Stato “pullulava di agenti comunisti” dando così il via a quella che fu definita come ‘caccia alle streghe’. Furono perseguiti tutti coloro che, anche in un lontano passato, avevano manifestato simpatie comuniste. La vicenda fu destinata ad avvelenare per più di tre anni il clima politico americano e ad avere precise ripercussioni anche nei paesi europei alleati degli Stati Uniti. Cfr. G. MAMMARELLA, Storia dell’Europa dal 1945 ad oggi. Ed. Laterza, Bari 1988. Pag. 208.

[3] Randolfo Pacciardi. “Un pittoresco dirigente del piccolo partito repubblicano” (Cfr. N. KOGAN, Storia dell’Italia Repubblicana. Cit. Pag. 148). Pacciardi si batté per il riarmo dell’Italia con gli aiuti americani. Nel dopoguerra ricoprì per lungo tempo l’incarico di Ministro della Difesa – dal 1948 al 1953 -, fu iscritto al Partito Repubblicano Italiano, del quale rappresentava la corrente di destra. Nell’ottobre del 1948 affermò che “(…) al momento opportuno occorrerà arrestare 300 comunisti e socialisti per neutralizzare la sinistra”. Era nato a Giuncarico, in provincia di Grosseto, nel 1899, morì a Roma nel 1991. Nel giugno del 1950 emanò la circolare n. 400 sull’impiego delle Forze Armate nei servizi d’ordine pubblico che recitava: “(…) in ogni caso il fuoco non va mai impiegato a scopo intimidatorio. Il fuoco sarà diretto agli elementi più facinorosi e contro coloro che commettono gravi violenze o incitano a queste contro le forze dell’ordine (…)”. Cfr. E. ORTONA, Gli anni della ricostruzione. Vol I. Bologna, 1984. Pagg. 333-416.  [4] C. RONCHI, L’isola protestante, La Maddalena, 2003.
[4bis] Testimonianza resa agli autori da Giuseppe Deligia.
[5] Donato Pedroni (1920-1992) fu, forse, l’uomo politico maddalenino più legato spiritualmente e idealmente al parroco, monsignor Salvatore Capula. Nella sua quarantennale carriera politica e sindacale, ricoprì incarichi prestigiosi. Dal 1952 al 1992, fu consigliere comunale, vicesindaco e sindaco (1956), per sette mesi, consigliere provinciale, dirigente provinciale, regionale e nazionale della CISL.
[6] D. PEDRONI, La mia testimonianza, in ‘Cattolici in Sardegna tra l’Otto e il Novecento’, a cura di A.Tedde, Sassari, 1993. Pag. 21.
[7] G.LAY, Io, comunista, Cagliari, 2006. Pag. 127.