Il bombardamento di La Maddalena

Al visitatore che passando per piazza Garibaldi si ferma a guardare la facciata del palazzo municipale non sfuggiranno certamente le evidenti scalfitture sui graniti del basamento e sulle colonne del portone di ingresso; l’occasionale turista potrà forse attribuire quelle lesioni all’opera di qualche sconsiderato vandalo, ma i maddalenini ben sanno che quelle sono le ferite della ben più sconsiderata guerra che coinvolse l’Italia nel secondo conflitto mondiale.

Nella primavera del 1943 gli anglo-americani, nella previsione di attuare l’invasione dell’Italia, avevano iniziato una serie di incursioni aeree sulle installazioni militari, in particolare su quelle costiere, e nell’ultimo periodo, purtroppo, anche sui centri abitati e persino sulla Capitale. L’intensità delle operazioni aeree con i bombardamenti di tutte le zone aeroportuali a sud dell’isola e quelle di Olbia, Alghero e Porto Torres, aveva fatto pensare che l’occupazione avrebbe avuto inizio proprio dalla Sardegna. Tale era infatti l’intenzione degli inglesi che avevano predisposto un preciso piano di invasione del quale i nostri servizi di spionaggio erano venuti a conoscenza. Gli alleati americani, invece, dopo un duro contrasto fra i generali di Churchill e di Roosevelt, scelsero la Sicilia dove lo sbarco fu poi attuato nella notte tra il 9 e il 10 luglio del 1943. Gli americani, che evidentemente avevano ben studiato la storia, avevano capito che per conquistare l’Italia, così come aveva fatto Garibaldi, bisognava allearsi con i “picciotti” e risalire la penisola partendo dalla Sicilia. I bombardamenti sulle basi sarde, tuttavia, anche dopo il mutamento di programma, proseguirono con intensità nell’intento di consolidare nelle forze dell’Asse l’ipotesi di invasione dell’isola.

La Maddalena, per la sua importanza strategica al centro del Mediterraneo e per la presenza nelle sue acque di molte unità navali e degli incrociatori del Gruppo Gorizia era comunque uno degli obiettivi da neutralizzare. Dal 10 dicembre 1942, difatti, stazionavano nell’arcipelago, all’interno di appositi recinti antisommergibili, gli incrociatori Gorizia e Trieste, il primo ancorato a Caprera nell’insenatura di Porto Palma e il secondo nella rada di Mezzo Schifo tra Punta Sardegna e Palau. Un terzo recinto, rimasto poi inutilizzato e solo occasionalmente usato da altre unità navali di passaggio, era stato predisposto nel Golfo delle Saline per ospitare l’incrociatore Bolzano. Erano stati quindi utilizzati gli stessi precisi ancoraggi ove centoquarantanni prima avevano avuto la loro base le navi di Nelson.

Il servizio di ricognizione inglese della North African Air Force aveva da tempo localizzato le due navi e fotografato la loro posizione e quella delle più salienti installazioni militari della base. L’attacco alla Maddalena fu però affidato agli americani che giunsero quindi ben preparati e perfettamente informati che le due navi, inattaccabili dal mare nei loro impenetrabili recinti, erano, erano scarsamente protette contro le offese di un attacco aereo. E di ciò ne avevano avuto prova sia a seguito di un fallito raid condotto con mezzi subacquei, sia durante le operazioni di ricognizione nel corso delle quali la contraerea italiana si era dimostrata impotente a raggiungere la quota di sorvolo.

L’attacco alla Maddalena, tuttavia, si può dire che era stato annunciato; da vari giorni Radio Londra, facendo preciso riferimento alle navi che stazionavano nei recinti dell’arcipelago, aveva ripetutamente trasmesso: “Il leone incatenato scomparirà”.

Nel primo pomeriggio del 10 aprile apparve una imponente formazione aerea proveniente dalle colline della Gallura ed in breve fu un’apocalisse. Il luttuoso evento, con dovizia di documentazione e serena visione maturata dopo un cinquantennio, è abilmente descritto da Salvatore Sanna in un saggio del 1993 che ha avuto veste tipografica solo nel 1999.

Sebbene l’attacco sia stato sferrato in pieno giorno e gli aerei, prima di giungere nel cielo di La Maddalena avevano sorvolato tutta la Sardegna, non suonò nessuna sirena di allarme. L’allora segretarario comunale Egidio Casazza, in una sua testimonianza pubblicata su La Nuova Sardegna del 17 aprile 1977, ebbe a dichiarare:
“Alle ore 14.05 apparvero da Monte Altura i bombardieri nemici a nugoli come cavallette. Non si ebbe segnale di allarme, né quello di preallarme. Chi scrive si trovava a quell’ora in comune e ricevette una comunicazione telefonica della moglie che gli segnalava il passaggio su Luras di aerei con direzione La Maddalena, esortandolo a mettersi in salvo. La rete di sorveglianza della munitissima Piazzaforte taceva”.

Il Casazza, nel suo intervento sul quotidiano sassarese, ebbe anche modo di criticare la scarsa attività dei comandi militari che nei mesi passati avevano permesso le ricognizioni degli aerei nemici che quotidianamente apparivano sul cielo dell’arcipelago “…quasi in fase turistica, rilevando e fotografando i dati necessari al bombardamento”. E in ciò aveva certamente ragione in quanto la nostra contraerea era sempre stata scarsa, imprecisa e poco incisiva tanto che l’unico obiettivo che aveva centrato nel corso di un’azione contro i ricognitori era stato il fante Argante Ascagni che la sera del 17 novembre 1942 era rimasto colpito da una scheggia mentre passava per la strada. Ed è ben triste rilevare che il primo morto della battaglia della Maddalena sia stato vittima dei nostri e non del nemico e che l’unico avviso dell’imminente attacco alla “munitissima Piazzaforte”, malgrado lo spiegamento di vedette e di sistemi di avvistamento, sia stato ricevuto dal segretario comunale da parte della moglie che si trovava sflollata a Luras.

La poderosa formazione di fortezze volanti, giunta sull’arcipelago si divise in tre stormi: 24 aerei B-17 si diressero sul Trieste, 36 sul Gorizia e sulle postazioni di Caprera, altri 24 sulle installazioni militari di La Maddalena. Al termine dell’incursione, durata circa un quarto d’ora, il Trieste stava inabissandosi, il Gorizia era seriamente danneggiato e la base militare era ridotta a un cumulo di macerie sotto le quali si cominciavano ad estrarre le vittime. In quel breve lasso di tempo erano state sganciate sulle installazioni militari 200 bombe da 500 libbre. Pesante poi il bilancio di morti e feriti sulle due unità navali.

Solo poco dopo la mezzanotte, da Sassari, il prefetto Notarianni, stante la carenza di comunicazioni, poteva inoltrare al Ministero dell’Interno il seguente messaggio: “Pomeriggio di oggi 14.30 grossa formazione aerea nemica effettuava incursione su La Maddalena e Palau, …risulta affondato incrociatore Trieste e gravemente colpito incrociatore Gorizia. Risultano anche colpiti impianti vari base navale, commissariato militare e caserma Regia Marina. Nessuna vittima tra la popolazione civile eccetto quattro operai militarizzati e danni insignificanti a qualche abitazione. Tra i marinai accertati finora sessanta morti e circa duecento feriti. Uccisi quattro carabinieri sorveglianza Regia Marina. Contegno popolazione sereno, ordine pubblico normale”.

E’ facile immaginare quanto possa essere stato “sereno” il contegno dei maddalenini, che da mesi vivevano nell’incubo del bombardamento e che ora avevavo avuto modo di sperimentarlo, tanto più che per loro, dopo il parziale esodo della popolazione avvenuto nei mesi precedenti, si profilava ora l’inevitabile e triste sfollamento obbligatorio nei vicini centri della Gallura. Ma la propaganda fascista non consentiva ammissioni; neppure eufemisticamente mascherate.

I maggiori danni si erano verificati alle installazioni dell’arsenale di Moneta all’interno del quale i carabinieri di servizio, come abbiamo appreso dal messaggio del prefetto, ebbero modo anche in quell’occasione di dare il loro contributo di sangue con il sacrificio di quattro militari oggi ricordati con una lapide posta all’interno della ricostruita caserma.

Con una relazione del 7 agosto successivo, il capitano dei carabinieri Domenico Servetti, così riferiva al suo comando: “Verso le ore 14.15 del 10 aprile una grossa formazione nemica (circa 40 apparecchi) appariva di sorpresa nel cielo di La Maddalena bombardando gli impianti e le installazioni militari dell’isola. L’attacco veniva rivolto con particolare violenza contro quella base navale che riportava danni ingenti, fra i quali la caserma dell’Arma, in cui trovavano la morte i sottonotati militari: carabiniere Atzas Pietrino, di Dualchi; carabiniere Cruciani Olindo, di Sassa (Aquila); carabiniere Romanelli Giuseppe, di Minturno; carabiniere Sechi Ofelio, di San Vero Milis. Nel corso del bombardamento, durato circa un quarto d’ora, i carabinieri di servizio ai vari punti della Base Navale rimasero impavidi ai loro posti di dovere per disciplinare e facilitare il flusso delle maestranze e il loro accesso ai rifugi antiaerei. Nelle circostanza il contegno di tutti i militari dipendenti fu altamente encomiabile per calma, iniziativa e spirito di sacrificio. Tutti si prodigarono per coadiuvare efficacemente nelle difficile opera di spegnimento degli incendi e di sgombero delle macerie degli stabili crollati, con particolare riguardo della caserma dll’Arma, donde liberavano le salme dei quattro compagni caduti. Meritevole di particolare citazione è il carabiniere Atzas Pietrino, il quale, piantone alla caserma, accorreva per primo ad aprire una porta di sicurezza per facilitare l’afflusso al rifugio del personale della Base. Assolto tale compito, sempre guidato da elevato senso del dovere, rientrava in caserma ove veniva colpito a morte assieme agli altri tre compagni”.

L’operazione degli americani, condotta in maniera chirurgica, con irrilevanti danni all’abitato e senza vittime civili, ebbe vasta eco sulla stampa nazionale; a pochi passi c’era Caprera con il recinto del Gorizia, ma i luoghi garibaldini non furono neppure sfiorati. Al bombardamento del 10 aprile fece però seguito una seconda incursione il 24 maggio: diversi spezzoni colpirono stavolta l’abitato causando quelle lesioni al palazzo comunale cui abbiamo fatto cenno in premessa e provocando due vittime fra la popolazione civile. Alcune bombe caddero su Caprera, ma ben lontane dalla Casa Bianca di Garibaldi. La stampa di regime, dopo alcuni giorni di silenzio, disse che “i banditi dell’aria” avevano violato i luoghi sacri del Risorgimento e il quotidiano fascista “L’Isola”, di Sassari, scrisse: “Nel corso di due incursioni avvenute il 10 aprile e il 24 maggio sono state sganciate ben otto bombe: tre alla distanza di 50 metri, quattro alla distanza di 40-50 metri ed una alla distanza di 20 metri in linea d’aria dalla tomba”.

Dei danni causati da queste bombe, che pur di danni ne avrebbero dovuto fare, non v’è traccia alcuna. E Radio Londra, ben sapendo che ben presto le truppe anglo-americane, sbarcando in Sicilia per liberare la penisola avrebbero esattamente ricalcato le orme lasciate dall’Eroe, ebbe sarcasticamente a commentare: “I giornali fascisti cercano truffaldinamente di aggregarsi Garibaldi, dopo aver ben controllato che egli è morto e che non può alzarsi in piedi nella tomba e dar mano alla spada”.

Antonio Ciotta