Correva l’anno 1805

Des Geneys pone mano alla progettazione ed alla realizzazione del forte Carlo Felice, in una posizione adatta per la difesa della rada di Porto Camicia e del passo della Moneta. Subito dopo viene costruito il forte San Giorgio sull’isola di Santo Stefano.

Correva l'anno 18054 gennaio

E’ evidente che i maddalenini, in violazione del bando emesso da Agostino Millelire, pur evitando di vendere alcolici agli inglesi nell’isola, ove il controllo dell’inosservanza era fin troppo facile, non mancavano di farne passare in quantità sull’opposta sponda di Palau provocando quelle libagioni nelle quali il governatore di Sassari non esitava ad individuare le cause dei disordini. Gli incidenti continuarono; Il 4 gennaio, l’avvocato Giovanni Brandi, vice console britannico, denunciava al Millelire che alcuni “campagnuoli sardi” a mano armata avevano portato via 4 barili cerchiati in ferro portati a terra dall’equipaggio della fregata Hidra, e che un marinaio della fregata Phoebe era stato rapinato del fazzoletto che teneva al collo e delle scarpe. L’ultimo incidente di cui si ha notizia avvenne poco prima della definitiva partenza di Nelson. Alla foce del Liscia alcune donne incaricate dagli inglesi di lavare la biancheria degli equipaggi furono rapinate dei panni; in quell’occasione i figli di Albione rischiarono di rimanere senza mutande, ma furono gli stessi inglesi ad individuare ed arrestare i tempiesi Giovanni Giaccheddi e Matteo Battadu, presunti autori della bravata, e a consegnarli alle autorità sarde dopo aver recuperato gli effetti rubati. Per i due tempiesi, Giovanni Giaccheddu e Matteo Battaddu si assistette ad una singolare la decisione del vicerè, che, per rendere giustizia all’ammiraglio decise per i due una punizione ‘all’inglese’. Quando Nelson era già definitivamente partito e gli isolani erano lungi dal supporre che non avrebbe fatto più ritorno a La Maddalena, il segretario di stato don Raimondo De Quesada scriveva al Millelire: “Siccome si sarebbero già recuperati dagli inglesi gli effetti, e non potrebbero formare su quest’oggetto un formale processo, e intenzione di Sua Altezza Reale che faccia ella elevare un verbale da codesto Balio Garzia della consegna fatta di detti uomini, e della asserzione dei suddetti inglesi di essere stati colti rubando gli indicati effetti, e che faccia poi dare ad essi la pubblica bastonata affinché il viceconsole britannico, o altri della stessa nazione che ivi si trovi, possa dar conto all’ammiraglio della soddisfazione che gli si è data. Ritenuti poi i medesimi per qualche altro giorno agli arresti li metterà il libertà“. Ma gli inglesi erano stati molto affrettati nell’individuare i responsabili e il Millelire, svolte ulteriori indagini, riferì a Cagliari che a carico dei due arrestati non erano emerse sufficienti prove di colpevolezza. E la segreteria di stato, con lettera del 2 marzo 1805, ovviamente: “…a suo comodo“, cosi ritornava su i suoi passi: “Nell’ordinare un castigo contro Matteo Battada e suo compagno, Sua altezza Reale sul rapporto che vostra signoria ne ha fatto intendeva punire i ladri della roba di pertinenza dei vascelli inglesi che furono arrestati e consegnati dai medesimi, se però le accertate cognizioni ch’ella ne ha procurato comprovano che i medesimi non potevano esserne rei, dopo che avrà fatto sentire al viceconsole inglese se avesse su di essi qualche prova gliela faccia sapere per provvedervi, ove nulla in verità consti può farli rilasciare“. I due malcapitati, dopo un mese di dura carcerazione, furono rimessi in libertà ed anche questa volta, sebbene per compiacere gli inglesi si era tentati di fare giustizia a tutti i costi, i veri colpevoli rimasero impuniti.

10 marzo

Dopo la brevissima esperienza del c.d. “Regno anglo-corso” del 1794-1796, che darà un’altra Costituzione della Corsica, anche questa volta scritta in lingua italiana, l’Ottocento vide la definitiva scomparsa delle tradizionali istituzioni assembleari dei villaggi corsi e un sempre maggiore accentramento in capo al governo di Parigi delle funzioni amministrative, esercitate tramite i due Prefetti dipartimentali dell’isola. La “guerra del Fiumorbo” del 1815-1816 fu l’ultima grande fiammata insurrezionale corsa. Durante l’Ottocento, in virtù di un decreto del 10 marzo 1805 che derogava per l’isola all’uso obbligatorio del francese, l’Italiano era ancora la lingua ufficiale dell’amministrazione, della Chiesa e della cultura. L’uso puro della lingua italiana era tipico degli esponenti del notabilato corso che “parlanu in crusca”, mentre il popolo parlava il vernacolo corso. Il primo significativo brano in idioma corso apparve all’interno dell’opera in lingua italiana “Dionomachia” del 1817, scritta dal magistrato Salvatore Viale: “O Spechiu d’e zitelle di la pieve/O La miò chiara stella matuttina/Più bianca di lu brocciu e di la neve/Più rossa d’una rosa damaschina/Più aspra d’a cipolla, e d’u stuppone/Più dura d’una teppa, e d’un pentone…”. L’autore così rivendicò l’appartenenza dell’idioma corso alla lingua italiana: “Dalla lettura di queste canzoni si vedrà che i Corsi non hanno, né certo finora aver possono, altra poesia o letteratura, fuorché l’italiana. Il fonte e la materia della poesia in un popolo sta nella sua storia, nelle sue tradizioni, nei suoi costumi, nel suo modo d’essere e di sentire: cose tutte nelle quali l’uomo corso essenzialmente differisce da quello del continente francese e soprattutto dal prototipo dell’uomo francese che è quel di Parigi. Non parlerò della lingua la quale è più sostanzialmente informata da questi stessi principi; e la lingua corsa è pure italiana; ed anzi è stata finora uno dei meno impuri dialetti d’Italia”. Mazzini, che nel ’31 vi giungeva da Marsiglia, così descrisse il suo arrivo in Corsica: “là mi sentii nuovamente, con la gioia di chi rimpatria, in terra italiana… Da Bastia ed Ajaccio in fuori, dove l’impiegatume era di chi lo pagava, ogni uomo si diceva d’Italia, seguiva con palpito i moti del centro e anelava a ricongiungersi alla Gran Madre”.

12 marzo

Infuria la carestia. La Segreteria di Stato autorizza il sequestro dei carichi di frumento sui bastimenti di passaggio nei porti dell’isola.

8 aprile

Dagli archivi di Londra spunta il carteggio segreto tra il viceré sabaudo Carlo Felice e l’ammiraglio Nelson. «Milord, vieni a occupare Cagliari», è la sostanza delle lettere che il duca del Genevese invia al comandante della flotta inglese nella speranza di evitare un attacco dei francesi. Meglio sotto il protettorato di Sua Maestà Re Giorgio III, che nelle mani rapaci di Napoleone: così pensa Carlo Felice rinchiuso con la famiglia e la sua corte nel Castello di Cagliari. Una pagina sconosciuta emerge oggi grazie alle ricerche di una coppia di studiosi cagliaritani. Una storia ancora da scrivere, non appena saranno tradotte tutte le lettere del corposo dossier. Ecco un’anticipazione, che assume i contorni del giallo-storico. Corre l’anno 1804. Napoleone è all’apice della sua potenza e mira a conquistare l’Inghilterra. Gran parte dell’Europa occidentale è sotto la sua egemonia, ma per completare il sogno dell’Impero deve fare i conti con la flotta di Sua Maestà che continua a controllare le rotte nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Una squadra consistente della flotta inglese, al comando dell’ammiraglio Horatio Nelson, si trova alla fonda da più di un anno nell’arcipelago de La Maddalena. Oltre venti navi di ogni genere: fregate, corvette, lance e soprattutto quei grandi vascelli armati con quaranta e più cannoni ciascuno. Uno spettacolo di vele, alberi, bandiere e migliaia di marinai che vivevano come in una città galleggiante. Dall’altro capo dell’isola, nel turrito castello di Cagliari, sin dal 1799 si era trasferita la corte sabauda, per sfuggire alle grinfie dell’esercito napoleonico che si era impossessato del Piemonte e dell’Italia Settentrionale. La fine del 1804 e la primavera seguente è un periodo di grande apprensione per Carlo Felice che seguiva le vicende della guerra anglo-francese. Sa bene, il viceré sardo, che la sorte dell’isola dipende da come andrà l’avventura di Napoleone. Rinchiuso nel palazzo regio di Castello, attende notizie dalla Francia da dove arrivano voci inquietanti. Il grosso della flotta francese si trova a Tolone pronto a muovere non appena riceverà l’ordine dell’Imperatore. Carlo Felice teme, e non a torto, che i francesi vogliano impossessarsi della Sardegna per contrastare gli inglesi che controllano le rotte del Mediterraneo con le loro basi in Sicilia e a La Maddalena. Ed è consapevole che non avrebbe alcuna possibilità di difendere Cagliari e l’isola da un eventuale attacco in forze. La flotta sarda – si fa per dire – è composta da un paio di navi e può contare al massimo su 2500 soldati. Nessuna speranza di respingere l’assalto di una poderosa armata napoleonica. Così Carlo Felice pensa di chiedere aiuto agli inglesi, soprattutto all’ammiraglio Nelson che si trova con la sua flotta nel nord della Sardegna. Nei primi mesi del 1805, complici una serie di personaggi della corte sabauda e dell’entourage di Nelson, tra il viceré e l’ammiraglio inizia una fitta e segretissima corrispondenza. In sostanza Carlo Felice gli offre le chiavi della Sardegna. Il Savoia è convinto, con questa mossa, di mettersi al riparo dagli appetiti di Napoleone. Con gli inglesi in Castello e con le loro navi a presidio del golfo degli Angeli, probabilmente i francesi si terrebbero alla larga dalle coste sarde. Il carteggio tra Carlo Felice e Nelson emerge dagli scaffali del National Archives di Londra, in Kev Garden, dove sono custoditi milioni di documenti della secolare storia britannica È stato scoperto di recente da una coppia di ricercatori cagliaritani, che da anni segue il Progetto “Testimoni del tempo” promosso dalla Regione. Alberto Monteverde e la moglie Valeria Soru girano per gli archivi d’Europa alla ricerca di materiale inedito sulla storia della Sardegna, in particolare si occupano delle vicende delle ultime due guerre mondiali e della Brigata Sassari. «Siamo stati anche a Washington dove abbiamo trovato importanti documenti e anche filmati che riguardano la nostra storia recente », sottolinea Monteverde. Proprio seguendo le tracce della Brigata Sassari sono finiti a Londra dove, quasi casualmente, si sono imbattuti nel fascicolo di Nelson. Spiega il ricercatore: «Oggi gli archivi inglesi sono in gran parte informatizzati, così è abbastanza semplice indirizzare le ricerche verso un determinato argomento». Scorrendo i titoli sui dossier legati in qualche modo ai sardi e alla Sardegna, hanno individuato le carte di Nelson. «Sapevamo che l’ammiraglio era stato a lungo a La Maddalena e anche che aveva a cuore la Sardegna, tanto da proporre più volte a re Giorgio di chiederne il protettorato ai Savoia. Ma è stata davvero una sorpresa scoprire che alla vigilia della decisiva battaglia di Trafalgar fu lo stesso sovrano sardo ad offrire la nostra isola al grande ammiraglio». L’epistolario, di carta filigranata perfettamente conservata, è contenuto in alcuni fascicoli d’epoca, rilegati con copertine di cuoio originali. I due cagliaritani hanno fotografato tutto e si sono già messi all’opera per tradurre le lettere scritte in francese, inglese e italiano. I personaggi del fitto carteggio sono cinque: Carlo Felice, Horatio Nelson, sir Francis William Magnon (console britannico a Cagliari), il cavalier Raimondo De Quesada, segretario di Stato del Regno di Sardegna e Alexander John Scott, cappellano e segretario dell’ammiraglio sulla nave Victory sino a Trafalgar. La situazione si spiega nella lettera dell’8 aprile 1805. Nelson ha già lasciato l’isola dal 19 gennaio e in quel momento si trova a Palermo con parte della squadra navale in attesa di conoscere le mosse dei francesi. Sin da metà gennaio corrono voci che numerose navi avrebbero salpato da Tolone, ma nessuno sa dire dove siano dirette. L’Atlantico per affrontare il grosso della flotta inglese oppure verso un altro obiettivo quale la Sardegna? È quello che pensa e teme Carlo Felice: «Fino a questo momento – scrive a Nelson – non ho avuto alcun rapporto dalle coste dell’Isola che mi annunci di aver visto la flotta francese, tuttavia è possibile che sia stata avvistata da qualche parte, ma che la si sia presa per la Vostra e che non si sia ritenuto di farmene relazione… Se così fosse sarò immediatamente informato da un corriere…. Siate certo, Milord, che io avrò il massimo riserbo per tutto ciò che Voi avete avuto la bontà di inviarmi e che io farò tutto il possibile per scoprire se esista realmente il disegno che noi ci aspettiamo…». Parole che sottintendono il progetto di un attacco alla Sardegna e di cui, probabilmente, si parla nelle precedenti lettere. Il Savoia chiude con una preghiera all’ammiraglio: «Vi prego di continuare a rappresentare la situazione di questo Paese che sarà ben disposto alla sua difesa se ne avrà i mezzi. Io raccomando particolarmente, Milord, la causa della mia famiglia, quell’attaccamento e l’affetto che Voi ci avere sempre testimoniato ». Il 21 ottobre Nelson verrà ucciso a Trafalgar. Ma i francesi non saranno più una minaccia per la Sardegna.

10 aprile

Si laurea in chirurgia presso l’Università di Sassari Antonio Alfonsi, il primo maddalenino a laurearsi. Di un chirurgo Alfonsi si parlava già in una lettera del 24 Gennaio 1794 inviata dal comandante Riccio al vicerè; potrebbe trattarsi del padre di Antonio.

estate

La Sardegna, negli anni del soggiorno in essa della corte sabauda (1799-1814), per la sua posizione geografica si trova a ricoprire nello scacchiere mediterraneo un ruolo strategico di primo piano. Lo stato di guerra tra Francia ed Inghilterra, l’alleanza del re di Sardegna con quest’ultima, l’adozione del “blocco continentale” da parte della Francia rilanciano il ruolo economico dell’isola nel Mediterraneo. La dichiarata neutralità del regno di Sardegna, confermata con pregone regio del 1804 e ribadita nel 1806, agisce da ulteriore incentivo allo sviluppo dei traffici commerciali. Grano, legumi, bestiame, formaggio e lardo sono i prodotti maggiormente richiesti ed il cui accaparramento si svolge, assai spesso, clandestinamente. Il traffico di contrabbando, assai diffuso in periodo spagnolo, nel corso del Settecento aveva assunto dimensioni assai preoccupanti, causando gravi perdite alle entrate dell’erario. Le misure per stroncarne l’attività tese ad inasprire le pene pecuniarie e corporali da infliggere ai responsabili colti in flagranza di reato o a proibire qualsiasi vendita e commercio del grano con i galluresi ed in modo particolare con gli Aggesi non ottennero che risultati effimeri. Il controllo della struttura produttiva non poteva di certo conseguire i risultati sperati se non fosse stato accompagnato da una iniziativa politica mirata ad eliminare i nodi che imbrigliavano la libera attività commerciale. Nonostante queste iniziative le esigenze di una maggiore libertà negli scambi non vennero soddisfatte; si rafforzò invece un sistema annonario rigidamente imperniato nell’obbligo di rifornire di grano le grandi città, nella determinazione delle piazze di mercato, nel controllo delle esportazioni. Il peso di un simile sistema ricadeva pesantemente soprattutto sui contadini, costretti a trasportare gratuitamente il grano per l’approvvigionamento delle città   (Insierro), che veniva pagato a prezzo politico (Afforo) di molto inferiore a quello spuntabile a libero mercato. L’operazione dell’insierro incontrava serie difficoltà dovute al fatto che i contadini preferivano pagare la penale. L’esportazione del grano veniva autorizzata solo e quando risultavano soddisfatte le esigenze annonarie delle città del regno. Capitava pertanto che la popolazione nelle annate di scarso raccolto era costretta a pagare a costi elevati il grano necessario e che i contadini nelle annate propizie si vedessero ugualmente obbligati a svendere il prodotto in quanto la chiusura dell’operazione dell’insierro avveniva quando ormai i mercanti di grano si erano riforniti su altre piazze. In questa situazione i traffici di contrabbando prosperavano fiorenti, interessando diffusamente le marine sarde, specie quelle più lontane dai centri abitati e prive di torri di vigilanza. Nel Capo di Cagliari si segnalavano le marine di Pula, quelle del golfo di Palmas, le marine di Arbus e Guspini, i litorali di Terranova e particolarmente le coste della Gallura sino a Castell’Aragonese, per una lunghezza di circa 60 miglia, sorvegliate da due sole torri, di Vignola e di Longobardo, poste dirimpetto alle coste della Corsica. Nel capo di Sassari i luoghi interessati erano le marine della Nurra e l’isola dell’Asinara, abitata da pastori. In quegli anni numerosi soprusi venivano commessi dalla flotta inglese ai danni dei bastimenti battenti bandiera francese, naviganti in acque territoriali e quindi neutrali della Sardegna. Momenti di particolare tensione, sul piano diplomatico, si registrarono tra Francia e governo sardo sia nell’estate del 1805, quando in acque territoriali della Sardegna meridionale dai corsari inglesi venivano catturate l’Hirondelle e la Belle Louise, sia nella primavera dell’anno seguente quando, regolarmente, i bastimenti francesi transitanti nelle acque di Longonsardo venivano abbordate e sistematicamente depredate. A nulla erano approdate le iniziative messe in atto dal Millelire, nel gennaio del 1806, per far allontanare due corsari, l’uno inglese e l’altro russo, appostati a Porto Puzzu, in modo che un bastimento bonifacino, carico di armi, potesse prendere il largo, senza incorrere in atti di pirateria. Infatti nonostante la cautela del Millelire nel far scortare il battello da uno schifo regio per un buon tratto di mare da La Maddalena, questo veniva ugualmente assalito e depredato del suo carico dal corsaro inglese comandato dal Capitano Reis. A ben poco era servito anche il pregone del venti maggio 1806, emanato da Vittorio Emanuele I che interveniva per far rispettare, da parte dei belligeranti, lo stato di neutralità dell’Isola. Ma il pregone non conseguiva che un effimero risultato: infatti, pochi mesi dopo, il 23 Settembre 1806, ai comandanti di Tempio, cav.re Maramaldo, e di Longonsardo, capitano Magnon, arrivavano precise disposizioni di rinnovare l’ordine agli alcaidi delle torri dell’Isola Rossa, di Vignola e di Longonsardo, di far fuoco contro le navi a caccia di legni naviganti nei pressi delle torri e di far allontanare con la forza quelle nascoste nelle cale. Nei confronti del corsaro maltese il “conte Gallina”, che operava in stretta collaborazione con gli inglesi, responsabile di numerose scorrerie compiute in Mare Sardo, veniva pertanto dato ordine, in caso di attracco del porto di Longonsardo, di trattenerlo. Il Magnon imponeva al corsaro inglese il “Papa” la restituzione di due gondole francesi “predate a vista” della sua torre e di altre due condotte già a La Maddalena, tenendolo alla fonda per un po’ di tempo prima di rilasciarlo. Vittorio Emanuele I dopo le rimostranze minacciose della Francia sembrò manifestare una ferma e decisa volontà perché nel suo regno venisse attuato il più rigoroso rispetto dello stato di neutralità. Di fatto le iniziative sovrane per far rispettare lo stato di neutralità del Regno venivano limitate dall’invadente controllo politico che su di esse esercitava il governo britannico. D’altro canto il governo francese era ben al corrente dello spirito dichiaratamente ostile che, nei suoi confronti, veniva apertamente manifestato dalla Corte Sabauda e dai piemontesi residente nell’isola. L’ostilità del governo piemontese nei confronti della Francia veniva dal D’Oriol continuamente richiamata, durante tutta la sua permanenza a Cagliari, chiusasi il 6 aprile del 1808, 14 giorni prima che Napoleone dichiarasse lo Stato di guerra al Regno di Sardegna. La dichiarazione dello stato di guerra segnava la definitiva rottura dei rapporti di neutralità con la Francia. Il governo sardo, pertanto, oltre che trovarsi a dover affrontare le durissime condizioni imposte dall’embargo doveva prepararsi a contrastare anche un eventuale attacco militare che con le proprie sole forze non sarebbe stato in grado di respingere. Solo il 4 luglio, forte della presenza del ministro inglese, William Hill, giunto a Cagliari in missione permanente nel giugno precedente, emanava ordini di rappresaglia contro le navi francesi. Vittorio Emanuele I dava disposizioni di trattenere qualunque bastimento che si trovasse approdato nel porto di Longonsardo. Erano esclusi dal provvedimento i navigli sardi diretti ad altri porti dell’isola ma non quelli che fossero per passare fuori regno. Il sovrano sabaudo prendeva rigorose misure per bloccare qualsiasi esportazione di prodotti sardi verso i porti francesi. Per il commercio sardo la chiusura dei porti francesi e l’interdizione agli scambi significò un colpo mortale con gravissime ripercussioni non solo sul piano economico ma soprattutto sociale. Si aggiunga che la popolazione sarda veniva sottoposta ad un pesante prelievo fiscale sia per il mantenimento della corte sia per le spese di carattere bellico e militare. Amputato il traffico commerciale l’attività di contrabbando e le esportazioni clandestine, specie di bestiame e di grano, segnarono una nuova impennata soprattutto nel tratto di mare delle Bocche. La presenza in Corsica di un maggior numero di truppe e quella della flotta inglese diedero nuovo impulso ai traffici illegali. Mentre da una parte la Corsica, per il blocco del porto di Lione da parte della flotta inglese, si trovava impedita a potersi rifornire di quei generi di cui aveva assoluta necessità, quali grano e carne, dall’altra la Sardegna trovava verso quell’isola l’unico obbligato e oltretutto vicino sbocco per l’esportazione degli esuberi di produzione agricola e pastorale. Il contrabbando delle Bocche tende progressivamente ad acquisire un carattere politico militare. Nel traffico clandestino ai tradizionali ceti sociali coinvolti quali principales, pastori galluresi e marinai bonifacini si sovrappongono nuove figure. Notevole scalpore, ad esempio, susciterà il coinvolgimento diretto in questa attività del Viceconsole inglese a La Maddalena, avvocato Brandi, responsabile di tirare le fila di un vasto traffico di contrabbando. La sua attività continuerà per diversi anni a svilupparsi impunita mentre venivano invece arrestati gli abituali suoi fornitori solitamente pastori di Aggius. Le stesse autorità corse per l’estremo bisogno di rifornirsi incoraggiavano il traffico di contrabbando con la Sardegna dove il rallentamento dell’attività commerciale cominciava a far sentire i suoi effetti negativi specie sulla popolazione rurale costretta a subire il ricatto degli accaparratori di derrate che speculavano sulla fame dei cittadini rivendendo le merci al prezzo di mercato. Sappiamo inoltre che alla sensibile diminuzione della produzione agricola della fine del ‘700 seguì un lungo ciclo di anni nel corso dei quali la produzione cerealicola registrò un ulteriore sensibile calo. La fame del 1804 e quella patita dalle popolazioni sarde nel 1812 restano ancor oggi impresse nella memoria storica della tradizione orale. L’introduzione di nuove tasse per l’armamento e la riforma delle forze armate acuì lo stato di agitazione e di tensione sociale all’interno delle masse sociali. Particolarmente critica si presentava la situazione sociale in Gallura dove il contrabbando si aggiungeva a quelle cause che contribuivano ad aggravare lo stato, assai precario, dell’ordine pubblico della regione in quanto favorita dall’abigeato. Il furto di bestiame era poi sempre il punto di partenza di una lunga catena di ritorsioni e vendette che portavano a gravi delitti e all’omicidio e che finivano poi per coinvolgere le opposte fazioni in faide sanguinose. Il problema dell’ordine pubblico in Gallura fu alla base del progetto dello stabilimento di una nuova popolazione nella zona per tenere a freno coloro che traevano profitti dal contrabbando e dalla esportazione clandestina del bestiame e delle derrate e si servivano della regione per nascondere banditi che poi utilizzavano per le loro vendette personali. Il progetto veniva attuato dal capitano Pietro Francesco Maria Magnon, comandante della torre di Longonsardo. In quegli anni la grave crisi economica e produttiva e l’introduzione dell’arruolamento obbligatorio accentuarono ulteriormente lo stato di tensione sociale nel territorio. Le proteste contro il governo sabaudo acuite dalle prepotenze dei principales nell’accaparramento delle terre comuni a danno dei ceti sociali rurali più poveri si trasformarono in aperta ribellione. I pastori che nella zona superavano le quattromila unità si rifiutarono di pagare le rate del Donativo reale ed i chiamati alle armi, per paura di essere inviati a combattere in terraferma, si diedero alla macchia. La ribellione all’ordine costituito per il numero della popolazione coinvolta acquistava il carattere di una chiara protesta politica contro uno stato che si manifestava esclusivamente con i soli volti della gente del fisco e con quello della forca. Ad essere messa in discussione è tutta quella organizzazione politico-istituzionale, economica e sociale, di uno stato che si mostra sordo alle sollecitazioni ed alle esigenze di crescita civile complessiva che dalle diverse parti dell’isola si sollevavano con prepotenza ed infatti,negli anni 1808-1812, il governo sabaudo accomunando il fenomeno della diffusa protesta rurale e riducendolo a quello del banditismo e del malandrinaggio per tentare di risolvere la questione dell’ordine pubblico in Gallura non troverà di meglio che ricorrere a quegli strumenti di repressione più brutale, con sommarie esecuzioni ed arresti di massa, instaurando la politica del terrore. Le sanguinose repressioni militari non risolsero che momentaneamente il problema dell’ordine pubblico nella regione; anzi il diffuso malessere sociale tendeva ad accentuare il carattere di opposizione contro un governo incapace di dare risposte concrete alle esigenze di crescita sociale e civile che si levavano dal mondo delle campagne. Non è un caso che la protesta popolare si indirizzi contro i rappresentanti diretti del governo. Nell’estate del 1810, presso Calangianus veniva ucciso il sostituto procuratore fiscale Antonio Balistreri; nel marzo del 1811 veniva assassinato il reggente Ufficiale Salvatore Muzzello ad opera di alcuni pastori che si erano opposti all’esazione del regio donativo; nel settembre veniva ucciso l’avvocato fiscale Crisanto Salis, un omicidio questo legato alle indagini da lui svolte sul contrabbando. La situazione economica e sociale della Gallura durante il soggiorno della Corte piemontese presentava situazioni di grave ritardo soprattutto sul piano della complessiva crescita civile. Allorché Vittorio Emanuele I ritornò in Piemonte nel 1814 lasciava la terra che lo aveva ospitato e mantenuto “senza strade e senza commerci – come sottolinea il Siotto Pintor nella sua Storia civile dei popoli sardi dal 1798 al 1848 – con terre incolte per difetto di bestiame e soggette quelle dei poveri a servitù di pascolo e ad imposte esorbitanti, mentre quelle dei ricchi e delle città ne erano esenti.”. La situazione economica e sociale dell’Isola quindi, non solo aveva fatto registrare passi in avanti, ma anzi le condizioni di vita civile delle popolazioni rurali, specie tra gli strati più deboli, avevano segnato un indubbio regresso.

luglio

Apprendiamo di una denuncia un certo Battista Varian, colto mentre esportava clandestinamente da La Maddalena 200 libbre di tabacco in foglia.

20 ottobre

Battaglia di Trafalgar.

2 dicembre

Battaglia di Austerlitz. Il re sabaudo, che aveva sperato di riprendersi il Piemonte sull’onda di un trionfo della terza coalizione anti-napoleonica, deve affrettarsi ad abbandonare la penisola.