Correva l’anno 1860

Correva l'anno 1860Nel 1860, anche a seguito dei grandi lavori di fortificazione militare eseguiti dieci anni prima, il granito fu “scoperto” come importante materia prima e risorsa economica, e ne fu avviata l’estrazione con metodi ancora primitivi a Cala Francese. L’impresa Serafino Lintas, Baingio Mura Multineddu di Sassari si accordarono con il maddalenino Giovanni Leonardo Bargone per estrarre granito dalla zona di Nido d’Aquila. La qualità della pietra e la rapidità di trasporto, che si effettuava via mare fino a Porto Torres, aveva convinto questi primi imprenditori a preferire la pietra dell’arcipelago ad altre di località (allora) tradizionalmente più attrezzate. Tuttavia, finito l’appalto, la cava rimase per qualche anno inutilizzata. Infatti, per ricavarne utili interessanti, data la durezza del lavoro, occorrevano mezzi meccanici d’avanguardia e molta manodopera. Dieci anni più tardi la Banca di Costruzioni di Genova prese in concessione le cave per un trentennio: si trattava di tutta l’area compresa tra Nido d’Aquila e Cala Francese. L’impresa fu impiantata in grande stile: si costruì nella cala la palazzina della direzione, un grande edificio dormitorio per gli operai, un pontile di imbarco del materiale; si misero in atto moderni mezzi di sollevamento e di trasporto; si reclutarono operai specializzati soprattutto in Toscana, Emilia e Liguria. Le prime grosse commesse di blocchi granitici furono spediti per la costruzione di palazzi e la pavimentazione stradale di Genova. Dopo qualche anno la banca genovese, per dissesti finanziari, dovette recedere dalla concessione, che fu assunta dall’inglese ingegner Bertlin: Costui non aveva mezzi adeguati per finanziare una simile impresa, ma in compenso era dotato di grande intraprendenza commerciale e sostanziosi appoggi e conoscenze a Roma. Perciò lo splendido granito di La Maddalena andò ora ad abbellire la città eterna: il ponte Palatino, le spallette del lungotevere, il palazzo della Borsa. A Napoli fu fornito il materiale per grandi edifici; a Taranto per il bacino di carenaggio. L’Ingegner Bertlin morì nel 1897 e il primo maggio 1898 la concessione delle cave passò alla società F.lli Mercenaro e Grondona di Genova che diede nuovo respiro alla tecnica di lavorazione e un impulso anche alla vendita. Ci si rese conto infatti che il granito maddalenino non aveva confronto per qualità e durezza nel Mediterraneo ed era secondo nel mondo soltanto ai già famosi graniti di Scozia e di Norvegia. Nel 1901 veniva perciò fondata la Società Esportazione Graniti Sardi che promosse la vendita in molti paesi mediterranei e d’oltre atlantico. L’area di lavorazione venne portata a 170.000 mq, con una potenzialità di estrazione di tre milioni mc di granito; ogni giorno ne partivano da Cala Francese circa 350 tonnellate. Sempre verso la fine dell’ottocento si aprì la cava di Villamarina a Santo Stefano, anch’essa fornitrice di una pietra di ottima qualità. Tra gli impieghi, il granito dell’arcipelago si prestava ottimamente alla statuaria e servì per monumenti a De Lesseps sul canale di Suez e a De Gusmau, pioniere dell’aviazione a Santos. La storia delle cave si arresta alla seconda guerra mondiale quando, per l’eccessiva incidenza dei costi di trasporto, esse vennero abbandonate improvvisamente; ed oggi è impressionante aggirarsi tra gli scheletri rugginosi delle gru, dei carrelli, dei binari, lasciati in sito com’erano nell’ora esatta in cui l’ultimo operaio cessò quel durissimo lavoro. A Villamarina è rimasta incompiuta la colossale statua in memoria di Costanzo Ciano, già tutta ben lavorata dagli scalpellini, quale il fascismo la voleva erigere a Livorno. Il busto del gigante è sistemato a terra, candido, il capo ricoperto dalla berretta cerata tipica dei marinai, qua e la lo circondano i pezzi del corpo che non verrà mai completato. Gli scalpellini delle cave non erano nativi del luogo e mai i maddalenini ne assorbirono il mestiere, votati com’erano e come sono all’arte marinaresca. Anche la manovalanza veniva nella stragrande maggioranza dal continente e, tra questa molti erano gli uomini che a La Maddalena trovarono il luogo lontano ove eclissarsi dagli occhi delle autorità per i loro trascorsi politici, specie anarchici e comunque rivoluzionari. Fu questo un fattore di turbolenza nell’assetto sociale dell’isola: gli abitanti non incorporarono i nuovi venuti, ma il malumore per l’assenza di prospettive marinare crebbe e in fine si espresse in dispute interne. Nello stesso anno, si sparse la voce che il postale in arrivo dal continente trasportava anche dei colerosi. Il Medico sanitario non ordinò la quarantena prevista suscitando le proteste degli abitanti. Il maggior Leggero indossata la sciabola corse sulla piazza minacciando di staccare la testa con una sciabolata l’imbelle sanitario. Questi, impaurito, si rifugiò in casa sprangando le porte e gridando aiuto. E ce ne volle per placare l’ira di Leggero, mutilato ad un braccio e con una mano che mancava di ben quattro dita e che sapeva far tremare ancora i più giovani di lui. Vedi anche: I primi tentativi di cava

marzo

A Caprera, dove l’eroe si diletta a coltivare ortaggi, qualcuno va a parlare con Garibaldi della prossima impresa. Intanto la regione più a nord del regno sardo-piemontese se ne va. I francesi si prendono la Savoia e a noi lasciano i Savoia. Ancora oggi ci si domanda chi ci abbia guadagnato. La Savoia è sicuramente bellissima. In più alla Francia va in dono anche Nizza e Garibaldi si infuria: quella è casa sua, ci è nato e lì l’hanno battezzato. È il momento in cui decide di partire e poco male se i volontari disposti a seguirlo sono pochi. Quando a Quarto lo informano che sono più di mille, esclama: Eh! Così tanti! Ma la ferita brucia. Il generale pretende che nel registro dei Mille imbarcati sul Lombardo e sul Piemonte venga scritta accanto ad ogni nome la nazionalità. Ci sono tedeschi, polacchi, persino un turco. Anche lui deve essere segnato sul registro. Scrivono: Giuseppe Garibaldi, nazionalità francese. Sempre nel 1860, Antonio Balbiani nel libro “Storia illustrata della vita di Garibaldi”, scrive (tra le altre cose) di Agata, la giovane figlia della proprietaria dell’unico albergo di La Maddalena. Agata era cosi bella che il pittore Zuccoli volle farne il ritratto. Scrive il Balbiani: “Alta e spiccata la persona, il collo di cigno; ovale il viso contornato da una profusa e nerissima capigliatura. Aggiungasi un profilo di meravigliosa venustà nella singolare armonia delle curve; pupille velate, dal vivacissimo fuoco; labbra di corallo, denti di avorio, color bianco alabastrino della carnagione, e avete un’idea, sebbene imperfetta,dell’originale in cui Zuccoli ha nel suo portafoglio la gentilissima copia”. E’ più oltre aggiunge che nelle donne di quest’Isola rifugge un tipo italo-greco, il più puro”. Ma queste donne erano anche dotate di grande energia e robustezza: le abbiamo già viste portare le anfore per l’acqua e la calce per la costruzione della chiesa; si aggiunga che a La Maddalena non esisteva il mulino, ed esse usavano macinare il grano sulla soglia di casa con pesanti macine, lavoro durissimo; dovevano provvedere a conservare il poco che la terra dava e quindi preparavano marmellate di fichi, uva e fichi d’india; sapevano seccare piselli, fave, fagioli, fichi, pesce (perfino i polpi e le razze); conservavano sottolio peperoni, melanzane e carciofi. Poi ogni anno la casa veniva completamente imbiancata a calce e poiché gli uomini erano quasi sempre in mare, questo lavoro era svolto dalle donne. Inoltre sapevano cucire gli abiti propri e dei figli, tutte si cucivano il corredo, molte filavano la lana e la gnacchera, cioè il prezioso bisso che si ricavava dalle grandi conchiglie chiamate appunto gnacchere o pinne, facevano e riparavano reti da pesca. I guanti confezionati dalle maddalenine erano usati in tutta la Sardegna. Sempre più numerose erano le famiglie che contemporaneamente vivevano di pesca o marineria e di una modesta agricoltura: assente l’uomo, era ancora la donna che portava avanti la cura del bestiame, del frutteto, della vigna. Inoltre essa si trovava per mesi ed anni a dover reggere da sola la famiglia, ad allevare i figli, a curare i vecchi. Intorno alla metà del secolo, già La Maddalena non contava più un solo analfabeta, quando ancora in Sardegna superavano largamente il cinquanta per cento della popolazione: infatti appena fu istituita la scuola elementare, che non era nè obbligatoria nè gratuita, tutti la frequentarono. Nei registri di dogana degli anni 1815 – 1820, si notano molti arrivi di carta per scrivere, di penne, di pacchi di libri. I bambini venivano allevati soprattutto dalle mamme e dai vecchi e spesso conoscevano ben poco il padre, quando questi navigava. Comunque i maschi, giunti all’età di 11 – 12 anni, venivano perlopiù imbarcati a loro volta o sulle navi militari o su quelle mercantili ed era frequente il caso in cui non tornassero nell’Isola se non uomini fatti, a volte dopo la quarantina. Eppure dovevano tenere una regolare corrispondenza con le famiglie e queste tra di loro combinavano i matrimoni tra gli assenti e le ragazze. Sempre più spesso, col passare degli anni, invalse l’uso dei fidanzamenti in cui i due promessi sposi non si erano mai visti, almeno in età adulta, e dei matrimoni per procura: in tal caso, un messo del fidanzato si recava a casa della ragazza e trattava le nozze con la famiglia di lei; veniva quindi steso un regolare contratto o celebrato il matrimonio per procura. Poi lo stesso messaggero accompagnava la sposa nella città di residenza del marito, recando con gran pompa il corredo lungamente preparato. Altri maddalenini preferivano sposarsi tardi, dopo aver navigato per più di trent’anni; tornavano ormai anziani alla loro isola tanto amata e tanto lungamente desiderata e lì sceglievano tra quelle belle figliole la moglie. Esistono alcune testimonianze di scrittori del tempo che sottolineano la frequenza di tali matrimoni tra ultracinquantenni e giovinette e di bimbi con madri giovanissime e padri anziani. Parecchie erano infine le donne che in mancanza di coetanei a La Maddalena, finivano per sposare giovani sardi o corsi e ciò non faceva che intensificare i vincoli di parentela con queste zone già vicine per antichi rapporti e geograficamente. Una passione dei maddalenini era la caccia. Nei nostri registri di dogana compare un’incredibile quantità di canne da “schioppo” e pallini; facevano battute di più giorni in Gallura, ospitati da quei pastori e ne tornavano carichi di prede che erano altrettante occasioni per far festa. L’arrivo di un ospite era un avvenimento per tutta l’Isola , e questi si trovava ben presto in una calorosa e accogliente rete di inviti, da una casa all’altra, dalla più ricca alla più modesta; e veniva accompagnato a caccia, a pesca, in campagna; e tutto gli era offerto con un signorilità e una grazia di cui restano decine e decine di testimonianze scritte. Ne si badava da quale parte del mondo l’ospite venisse e quale lingua parlasse: era ospite benedetto, e basta. Perfino la morte era occasione di incontro e nell’Arcipelago era invasa l’usanza di Gallura di preparare, dopo le esequie un solenne pranzo in onore del defunto e degli ospiti intervenuti. Così come negli stazzi dei pastori di Gallura, anche qui si uccideva una bestia e la si cucinava destinandone meta agli ospiti e metà ai poveri che venivano invitati. Questa usanza è seguita ancor oggi in Sardegna.

2 aprile

Garibaldi parte da Caprera per Torino dove partecipa ai lavori del Parlamento come Deputato di Nizza. Il 12 dello stesso mese ha un violento scontro con Cavour a proposito della cessione di Nizza alla Francia, avvenuta il 28 Marzo.

6 maggio

Inizia da Quarto, l’incredibile avventura dei Mille che si conclude, sei mesi dopo a Teano. Fra i 1092 partenti troviamo anche il maddalenino Angelo Tarantini.

24 maggio

Garibaldi si sposò con la marchesa Giuseppina Raimondi, 18 anni, ma la ripudio’ il giorno successivo, dopo aver saputo che era incinta di un suo garibaldino, Luigi Càiroli. In quegli anni il Generale ebbe una profonda e lunga relazione sentimentale con la ventenne e ricca ereditiera Speranza Von Schwartz, di origine tedesca ma naturalizzata inglese, la quale lo venne a trovare più volte nell’isola, lo aiuto’ nei suoi contatti internazionali e curo’ l’educazione in Europa della figlia Anita, ma rifiuto’ la sua proposta di matrimonio. Giuseppina Raimondi, allora 18enne. Figlia illegittima del marchese Giorgio Raimondi Mantica Odescalchi, fervente patriota, seguì il padre nel suo esilio svizzero, partecipando poi attivamente alle lotte per l’indipendenza italiana. Era una donna di grande temperamento che dimostrò anche avviando una vorticosa giostra di amanti. E forse anche per questo rifiuto la serrata corte dell’eroe iniziata nel giugno del 1859 quando gli apparve «come una visione». In particolare, in quel periodo la giovane frequentava due giovani garibaldini: il tenente Luigi Caroli e il maggiore Carlo Rovelli. Dopo aver a lungo rifiutato le proposte di matrimonio, la Raimondi nel 1860 accettò inaspettatamente la proposta di matrimonio. Il nizzardo la raggiunse nella sua villa di Fino Mornasco e il 24 gennaio avvenne la cerimonia. Subito dopo però si presentò il maggiore Rovelli che presentò a Garibaldi la lista dei tanti amanti della donna, con cui aveva intrattenuto relazioni fino a pochi giorni prima del matrimonio. Il generale chiamò «a rapporto» la sposina che senza tanto imbarazzo confessò tutto e venne immediatamente ripudiata. Le strade dei coniugi si divisero. Garibaldi tornò a Caprera dove iniziò l’ultima relazione della sua vita, appunto con la Armosino, mentre Giuseppina Raimondi continuò a collezionare amanti. Fino a quando nel 1880 la loro unione venne dichiarato nulla. Quello stesso anno l’eroe sposò la sua ultima compagna, mentre la sua ormai ex moglie convolò a nozze con con il patriota e avvocato Lodovico Mancini, suo cognato, dal quale ebbe la sua unica figlia, Nina.

27 maggio

Durante la partenza dei Mille da Quarto, le barche che dovevano portare armi e munizioni non comparvero e ciò costrinse poi Garibaldi a fermarsi a Talamone per cercare di procurarsi quello che gli abbisognava. Cesare Abba, che è il più noto fra i tanti che hanno scritto la storia della spedizione dei Mille, nella sua opera più famosa Da Quarto al Volturno non dice nulla su questo importante episodio però nel suo libro Storia dei Mille, scritto molti anni dopo il precedente e che quindi contiene non solo i suoi ricordi ma anche una ricca messe di altre informazioni, ci racconta nel dettaglio cosa accadde. Benché la Società Rubattino fosse d’accordo a fornire i due vapori Piemonte e Lombardo a Garibaldi, bisognava far sembrare che fossero stati presi colla forza. Già da alcuni giorni Nino Bixio aveva fatto nascondere fucili e munizioni nella vecchia carcassa di una nave, chiamata nave Joseph, che si trovava vicino alle due navi da catturare. Alle nove e mezza del 5 maggio con una quarantina di uomini Bixio, ricuperate le armi, si impadroniva dei due vapori, caricava una parte dei volontari che si trovavano alla foce del Bisagno e si recava verso Quarto per caricare gli altri volontari che si erano già allontanati da riva su molte barche. Secondo il piano fra le quelle barche avrebbero dovuto essercene anche alcune cariche di armi e munizioni che erano immagazzinate a Bogliasco. All’alba del 6 maggio però Garibaldi e Bixio, parlandosi da un vapore all’altro, scoprirono che le barche non erano giunte per cui avevano fucili ma non munizioni. Cosa era successo? La sera prima Bixio e l’Acerbi avevano mandato un gruppo di giovani genovesi al ponte di Sori dove avrebbero trovato due uomini ai quali avrebbero dato una parola d’ordine. Da costoro avrebbero avuto le casse di armi e munizioni, che erano a Bogliasco, da caricare nelle barche e poi, condotti sempre da costoro, avrebbero dovuto raggiungere i due vapori catturati da Bixio stesso. Abba non ci dice i nomi di questi due ma ci racconta che qualcuno di quei giovani sospettò subito di costoro temendo che fossero gli stessi che, nel 1857, dovevano condurre Rosolino Pilo con un carico d’armi ad incontrare il vapore Cagliari su cui si trovava Pisacane ed invece girarono per il golfo senza trovare il vapore per cui Pisacane andò incontro alla morte senza armi. Bixio però non volle dire i nomi e quando i giovani li incontrarono videro che si trattava proprio delle stesse persone. I loro timori purtroppo erano giustificati infatti i due consegnarono le casse con le armi e le munizioni ed i giovani caricarono tutto ma poi, al momento di imbarcarsi, si scoprì che uno si era allontanato mentre l’altro si rifiutò di salire sulle barche. Visto che le suppliche non lo smuovevano si provò con le minacce ma costui saltò in un leggerissimo canotto a due remi e si allontanò da riva, gridando che lo seguissero alla luce del fanale che stava accendendo sulla sua poppa. Fu giocoforza seguirlo ma dopo una ventina di minuti la luce si spense e quell’uomo sparì nel buio e non si fece più vivo. Allora i rematori, che erano tutti di Cornegliano, vogarono al largo verso ponente dicendo di aver avuto l’ordine di andar allo scoglio di Sant’Andrea presso Sestri Ponente dove ci sarebbero stati i vapori. In realtà, così facendo, passarono al largo di dove si trovavano i due vapori e si diressero verso la parte opposta rispetto a Genova. Dopo varie ore i volontari costrinsero i barcaioli a tornare verso levante ma ormai era tardi e solo all’alba, videro, da molto lontano, due vapori che viaggiavano verso Portofino. Secondo alcuni il motivo di questo tradimento era dovuto a mene di Cavour ma mi sembra probabile che sia giusto quanto scrive Cesare Abba che pensa che costoro, che erano due contrabbandieri, volessero approfittare dell’occasione per fare un buon colpo. Scrive infatti: Intanto i due uomini, i due traditori che gli avevano ingannati, erano stati tutta la notte a scaricare mercanzie di contrabbando, sete e coloniali; certo approfittando del fatto che i doganieri lungo le rive o non v’erano o facevano cattiva guardia, per ordini avuti di non disturbar nessuno quella notte di misteriosa faccenda. Garibaldi riuscì a rimediare alla meglio fermandosi a Talamone dove poté avere parte di quello che gli serviva ma a Genova era rimasto Agostino Bertani, organizzatore della spedizione, che voleva rimediare al contrattempo. Il Bertani, con il concorso di La Farina, noleggiò il vapore Utile, che era della società Queirolo, e che faceva servizio di rimorchiatore e lo fece partire al più presto con alcune migliaia di fucili ed un milione di cartucce. Come scorta sul vapore si imbarcò un gruppo di volontari scelti da Medici e da La Farina. La notte del 25 maggio, alle 23, l’Utile levava l’ancora. I suoi documenti dicevano che era diretto ad Atene. L’Utile era un vapore a ruote di sole sessantanove tonnellate di stazza e fino ad allora era stato usato come rimorchiatore del porto. Era stracarico e viaggiava ad appena quattro nodi. A bordo c’erano 69 persone, una delle quali però non faceva parte dei volontari scelti da Medici e da La Farina. Si trattava di Giulio Adamoli, un giovane di vent’anni che l’anno precedente si era arruolato volontario nell’esercito piemontese ed aveva combattuto a San Martino. L’Adamoli era giunto a Genova quella mattina stessa ma il Bertani non aveva voluto dirgli della spedizione che doveva partire alla sera ma accadde che Adamoli incontrasse per caso uno degli uomini che dovevano partire sull’Utile. Si trattava di Francesco Fera, un calabrese che aveva combattuto come volontario nei Cacciatori delle Alpi e che Giulio Adamoli conosceva molto bene perché Francesco Fera era rimasto ferito a Varese ed era stato curato nella casa di Adamoli stesso. Il Fera, saputo che Adamoli aspettava d’imbarcarsi per la Sicilia, gli confidò che lui doveva partire la sera stessa e gli raccontò della spedizione. Adamoli non ci pensò su un attimo, lo accompagnò al molo e salì con lui a bordo del vapore. La partecipazione di Giulio Adamoli alla spedizione dell’Utile è stata per noi una grande fortuna perché poi Adamoli pubblicò un libro di memorie che è estremamente interessante e ricco di notizie ma soprattutto è scritto molto bene per cui è piacevolissimo da leggere e consiglio a tutti la sua lettura. Da questo libro apprendiamo anche come mai il Bertani avesse voluto tenere nascosta all’Adamoli la notizia della spedizione dell’Utile. Dopo la fine della II Guerra d’Indipendenza Adamoli era rimasto nell’esercito piemontese frequentando un corso per diventare ufficiale. Appena seppe della partenza della spedizione di Garibaldi volle seguirlo per cui, il 10 maggio, presentò le sue dimissioni dall’esercito che il suo colonnello inviò il giorno successivo al Ministero ed, in attesa della risposta, gli accordò una licenza di tre giorni per andare a casa sua a Varese. Quando Adamoli tornò a Milano trovò che il suo reggimento era partito per Livorno e lo seguì. Passando per Genova però andò a parlare col Bertani e con Medici che gli confidarono che si stava preparando una prossima spedizione ma piccola alla quale avrebbero partecipato pochi volontari. Si trattava certamente della spedizione dell’Utile. Il 20 maggio furono accettate le dimissioni per cui Giulio Adamoli era libero di partire ma a questo punto Bertani gli disse che per il momento non partivano spedizioni e gli consigliò di tornare provvisoriamente a casa sua a Varese. Adamoli tornò a Genova alla mattina del 25 ed era d’accordo che Felice Origoni lo raggiungesse alla sera per poi partecipare assieme alla futura spedizione. Giunto a Genova sentì delle voci sulla partenza di una spedizione per la Sicilia alla sera stessa ma sia Bertani che Medici gli dissero che si trattava di fandonie. Il caso però volle diversamente e Giulio Adamoli, incontrando Francesco Fera, seppe della spedizione e decise su due piedi di partire senza nemmeno tornare all’albergo per lasciare un biglietto per Origoni. Il motivo dello strano comportamento di Bertani e di Medici che lo spiega Adamoli stesso: Medici stava preparando la sua spedizione che sarebbe stata molto grossa ed aveva bisogno di persone esperte per i posti di comando e quindi l’Adamoli, come ex-ufficiale dell’esercito piemontese, gli avrebbe fatto molto comodo. Seguiamo ora il viaggio dell’Utile che, come scrive Adamoli, immerso fino ai tamburi per il grave carico delle armi e delle munizioni, navigava pesantemente, filando in media quattro sole miglia per ora. Il capitano del battello era Francesco Lavarello di Livorno e l’equipaggio era formato da marinai genovesi. A bordo c’erano sessantanove persone. La maggior parte dei volontari era formata da siciliani di Palermo e di Trapani, c’erano parecchi genovesi ed anche tre stranieri (due ungheresi ed un polacco). Capo della spedizione era Carmelo Agnetta, siciliano, che era stato imprigionato nel 1848 e poi era emigrato vivendo prima in Oriente e poi a Parigi. Però uno dei siciliani, Enrico Faldella di Trapani, che era stato ufficiale della marina britannica (Adamoli precisa di non essere certo di questa notizia), dichiarò di voler essere indipendente. L’Utile costeggiò la Corsica e poi dovette far rotta sull’isola della Maddalena perché, essendo stracarico di casse, aveva imbarcato solo il combustibile per due giorni di navigazione. Il 27 maggio l’Utile, con un certo rischio perché privo di pilota e col vento che aveva rinforzato, attraccava a La Maddalena. Dapprima le autorità del luogo non volevano rifornire la nave ma poi, dopo uno scambio di telegrammi con il ministero, fornirono il carbone che serviva. Qui uno dei volontari, impaurito più dalle condizioni della nave che dalle future battaglie, volle sbarcare e tornò a Genova da dove però partì successivamente con una delle altre spedizioni per la Sicilia. A La Maddalena, oltre al carbone, si imbarcò un pilota del luogo che li condusse fino a Cagliari dove arrivarono alla mattina del 29 maggio e dove dovevano nuovamente procurarsi del carbone. A Cagliari però trovarono una nave da guerra sarda, l’Authion che era comandata dal tenente di vascello Piola Caselli. Vi era un forte timore che la nave da guerra potesse interferire con la spedizione e l’Agnetta decise di andare subito a bordo dell’altra nave per vedere la situazione e se necessario, cercare di far credere che l’Utile fosse solo una nave mercantile diretta ad Atene, come dichiarava la patente. Ben presto Agnetta tornò tutto contento perché, non solo aveva scoperto che l’Authion non aveva nessuna intenzione di fermare l’Utile ma anche che l’Authion era venuto a Cagliari da Palermo per trasmettere al governo sardo la notizia che Garibaldi era entrato a Palermo la mattina del 27 dove aveva combattuto ed era rimasto. Mentre si caricava il carbone, il comandante dell’Authion, il tenente di vascello Piola Caselli, dava ad Agnetta alcune importanti informazioni dicendogli di non dirigersi su Palermo dato che il porto era occupato dalle navi da guerra borboniche e di stare attento alle numerose navi da guerra che pattugliavano la costa per impedire altri sbarchi. Il comandante dell’Authion però non si limitò ai consigli ma, dato che la sua nave doveva tornare subito a Palermo, prese una lettera, da consegnare a Garibaldi, nella quale Agnetta lo avvisava dell’arrivo dell’Utile e gli chiedeva di mandare una barca vicino ad Ustica per sapere dove dovevano sbarcare. Il 30 maggio, l’Utile lasciava Cagliari diretto in Sicilia.

5 giugno

Alessandro Dumas, che a Palermo ha già contattato Garibaldi, arriva a Caprera col suo panfilo “Emma”, comandato – scriverà Montanelli – “da una ragazza di sedici anni vestita da ammiraglio”. Lui è “vestito di bianco come un gelataio e con una paglietta decorata di piume bianche, rosse e azzurre”. Che ci fa a Caprera, mentre il padrone di casa è a Palermo? Forse si tratta di qualcosa che ha a che vedere con la rapida puntata che ci farà il Generale verso ferragosto. Lo stesso giorno, un tale De Vezzani (pseudonimo di Giacomo Griscelli, cosiddetto barone di Rimini) che aveva presentato ai due governi un piano per portare a termine l’assassinio di Garibaldi che doveva essere attuato con la complicità di un generale “…che chiede di vendersi. se Sua Santità gli dona 200.000 libbre e il grado di Comandante in capo a Roma”, del cuoco di Garibaldi “…che per denaro avvelenerebbe Gesù Cristo”, o del suo aiutante di campo Cenni anche lui disposto a tradire l’Eroe per trenta denari. La proposta del De Vezzani, ritenuto un esaltato, non fu presa in considerazione, anche se lo stesso, alcuni anni dopo, sia pure senza far precisi nomi, ebbe a scrivere in un memoriale che numerosi furono gli alti prelati e i politici che lo avevano finanziato per portare a termine l’impresa. Di ben altra portata, invece, le intenzioni borboniche dopo lo sbarco dei Mille e la presa di Palermo. Ferdinando II di Borbone, qualche anno prima, aveva relegato a Ischia il famoso bandito calabrese Giosafatte Tallarico che per anni aveva imperversato nella Sila e che si era alla fine arreso a seguito di una “componenda” in base alla quale era stato esiliato con una rendita annua a condizioni che non si allontanasse dall’isola e che non commettesse più atti contro la legge. Questi però, annoiato dalla tranquilla vita isolana, aveva più volte manifestato la sua disponibilità a mettersi al servizio del Re per combattere i banditi della Sila, terra della quale conosceva ogni anfratto. Ferdinando II, ritenendo poco dignitoso avvalersi dell’opera di un pentito, aveva sempre rifiutato le proposte del Tallarico, ma suo figlio Francesco II che, come dice il d’Ambra “…andava più per le spicce”, dopo aver rifiutato l’offerta del caporale Valentini, che voleva infiltrarsi fra le camicie rosse, decise di avvalersi dell’opera di un vero professionista qual’era stato il “Re della Sila”. Il Valentini, comunque, partì di sua iniziativa per la Sicilia. Il 5 giugno 1860. il marchese di Villamarina, ambasciatore Piemontese a Napoli, scriveva al marchese d’Aste, comandante della pirofregata Governolo a Palermo: “Certo Luigi Galvani, veneziano, dimorante da più anni a Napoli, si è recato presso di me onde farmi avvertito, essere partito alla volta di Palermo un tale Valentini, caporale di marina, giovane di alta statura, il quale si sarebbe volontariamente offerto per attentare alla vita del generale Garibaldi. Benché io non faccia generalmente gran caso di tali asserzioni, credo nondimeno, nell’attuale situazione delle cose, doverla pregare di farne parola, se ciò è possibile, a chi di ragione, affinché qualora un individuo di simil nome si presentasse, sia convenevolmente sorvegliato”.

8 giugno

Tre giorni dopo, il Villamarina comunicava ancora: “Col mezzo dell’avv. Galvani già menzionato nella mia precedente, mi pervennero nuovi ragguagli intorno al caporale Valentini; è uomo di circa 30 anni, alto e magro nella persona, pallido in viso, con occhi celesti. Da sorgenti diverse, e non indegne di fede, mi risulta inoltre essere stato inviato allo stesso fine tale Giosafatte Tallarico; già celeberrimo bandito calabrese. Egli imbarcavasi il 6 corrente su legno mercantile alla volta di Palermo. Dicesi accompagnato da 10 o 11 individui per assecondarlo”.

9 giugno

Il 9 giugno, Carlo di Persano, contrammiraglio comandante la squadra passato poi alla storia per l’infausta sconfitta di Lissa, sollecitato da Cavour, avvertiva Garibaldi: “Caro Generale, Ora che sono le 11 di sera, un ufficiale della marina napoletana, condotto da altri suoi compagni, quali remiganti, è venuto per confermarmi quanto scrisse Villamarina. La cosa parrebbe dunque assai più vera che non ci sembrava. State quindi sulle vostre guardie e fate le ricerche necessarie: lo dovete all’Italia”. Il giorno dopo il Persano annotava sul suo diario: “…corro io stesso ad informare il Generale. Ma se egli si dimostra riconoscente dell’avviso e a chi glielo manda, altrettanto è noncurante del pericolo che lo minaccia. Fu solo per compiacermi, giusta le mie reiterate istanze, che, sorridendo, ne fece parola a un suo aiutante di campo”. Del Valentini, che probabilmente non riuscì ad infiltrarsi fra le camicie rosse, si perse ogni traccia; Tallarico giunse invece a Palermo con i suoi undici compagni, ma travolto dall’entusiasmo popolare per l’Eroe non solo rifiutò di portare a termine la sua nefanda impresa, ma denunciò la congiura al tribunale di guerra offrendosi di servire nelle fila garibaldine. Garibaldi lo accolse fra le camice rosse e Tallarico, unitamente all’altro famoso bandito calabrese Gasparone, combatté in Sicilia e nella Calabria.
Ma i pericoli per il Generale non erano cessati; nel maggio del 1861, quand’egli, conclusa l’impresa dei Mille, si era ritirato a Caprera con il suo mai sopito progetto di vedere Roma capitale d’Italia, qualcuno tramava ancora per eliminarlo.

20 luglio

Battaglia di Milazzo. Viene ferito, appena sedicenne, Pompeo Susini, figlio di Pietro, forse il più caro degli amici maddalenini di Garibaldi.

22 luglio

Comincia a circolare un ‘‘trattato segreto’’ per la cessione della Sardegna alla Francia: il testo del documento, apocrifo, opera forse di agenti austriaci e napoletani, è inviato da Cavour a Costantino Nigra.

19 agosto

Garibaldi sbarca in Calabria e muovendosi molto rapidamente, getta lo scompiglio nelle file borboniche, conquista Reggio Calabria, Cosenza e Salerno; il 7 settembre entra a Napoli, abbandonata dal re Francesco I ed infine sconfigge definitivamente i borbonici sul Volturno.

29 settembre

Durante l’assedio di Ancona, il maddalenino Lorenzo Zicavo, che già si era distinto nella guerra di Crimea a Balaklava, salva la nave Carlo Alberto, sulla quale è imbarcato, buttando coraggiosamente in mare una granata nemica che sta per esplodere sul ponte. Avrà un riconoscimento al valore e una piazzetta dietro la chiesa parrocchiale, intitolata al suo nome di guerra “Zebù”.

26 ottobre

Garibaldi si incontra a Vairano con Vittorio Emanuele e depone nelle sue mani i territori conquistati: si ritira quindi nuovamente a Caprera, sempre pronto per combattere per gli ideali nazionali.

9 novembre

Con la medesima modestia con cui era partito due anni prima dall’isola per la campagna iniziata a Quarto, l’uomo di Caprera si imbarcò a Napoli per ritornarvi, il 9 novembre 1860. Di tanta gloria, portava con se un pacco di merluzzo, un sacchetti di semi di fave e uno di fagioli, più tre cavalli: la sua valorosa Marsala, Borbone, che aveva tolto a un suo nemico a Reggio, Said, donatogli dal Pascià d’Egitto. In tasca aveva duemila lire. Garibaldi, sbarca a La Maddalena al ritorno, tra il tripudio degli isolani e della gente di Gallura venuta a salutarlo. Il giorno dopo era sui campi di Caprera a lavorare e riprendeva ad annotare i suoi Quaderni Agricoli. Intorno a lui pascolavano liberi, tre cavalli che d’ora in poi non avrebbero più conosciuto il morso e le redini né la stalla, tranne quando vi si rifugiavano spontaneamente. Ma a Caprera non conobbe mai più la quiete dei primi due anni: “la famiglia” crebbe di numero per la presenza di un gruppo sostenuto dei più vicini tra le “camicie rosse”, di cui parleremo in seguito. Inoltre ora ospitava il vate d’Italia. Non è affatto azzardato ne retorico affermare che l’isola rocciosa divenne il il centro morale d’Europa; fu meta di migliaia di persone di ogni ceto sociale e i più vi andavano per chiedere a Garibaldi un consiglio, un adesione, un patrocinio; oppure per sondarne le idee. Partigiani suoi oppure avversari o loro emissari, non intraprendevano alcunché, senza aver sentito prima lui, il suo orientamento, le sue possibili reazioni. Innanzitutto vi erano gli emissari del re, di Cavour, di Mazzini; il re gli era legato, oltre che dalla comprensibile riconoscenza, anche da una profonda simpatia ed amicizia. Cavour e Mazzini invece furono, per ragioni diverse, spesso ostili o perlomeno diffidenti nei suoi riguardi, ostilità e diffidenza ricambiate da Garibaldi, che non perdonò mai al primo la cessione della “sua” Nizza alla Francia, mentre del secondo lo innervosiva la sua continua insistenza per riportarlo all’idea e alla forma repubblicana che a Garibaldi continuava ad apparire irrealizzabile nel presente momento storico. Si recavano anche a trovarlo i rappresentanti di tutti i movimenti indipendentistici o rivoluzionari europei, dai polacchi agli ungheresi, ai russi, ai greci, agli spagnoli e per tutti egli aveva consigli e incoraggiamenti, Oltre che concreti interventi: non dimentichiamo che spedizioni di garibaldini andarono a combattere e a morire in Polonia, in Grecia, a Creta. torno alla figura del Vate di Caprera fiorino in Italia in quegli anni le associazioni operaie di mutuo soccorso di tutti i tipi e ne ricevette le delegazioni anche numerose. Poi vi era lo stuolo degli intellettuali, scrittori, giornalisti, pittori, poeti, che volevano vederlo per scriverne, per ritrarlo, per strappargli dichiarazioni esclusive: ed egli tutti riceveva con immutabile semplicità e cortesia. A tale enorme movimento, deve aggiungersi la mole davvero impressionante della corrispondenza. Lettere e plichi giungevano a migliaia da ogni parte del mondo; fu necessario dover potenziare l’Ufficio Postale di La Maddalena, mentre Garibaldi che a tutti voleva rispondere, fu costretto a farsi aiutare da Menotti, Basso ed altri, riservandosi però sempre la firma. Nella loro santa e sconsiderata ingenuità: “Giuseppe Garibaldi – Caprera -” senza neppure affrancare, ritenendo che quel destinatario dovesse essere al di sopra e al di fuori di ogni obbligo amministrativo e che, come i bimbi che scrivono a Babbo Natale, dovesse valere di un’ovvia franchigia postale. Ma le lettere giungevano regolarmente a Caprera gravate da multe che il Generale doveva pagare. Quindi dovette chiedere ai giornali di pubblicare un trafiletto in cui si diceva che, essendo egli povero, pregava chi gli scriveva di affrancare la corrispondenza, evitandogli le multe.

9 novembre

Troviamo le prime osservazioni sulla parlata isolana che abbiano un carattere sistematico, grazie a Luigi Luciano Bonaparte, il quale, in una lettera da Londra indirizzata al canonico Spano, insigne studioso sardo e suo referente per la lingua sarda, scriveva: “…Se non mi fosse nota tutta la premura che ella si è data per illustrare qualunque soggetto che abbia rapporto a cotesta interessantissima Isola esiterei a domandarle un favore, ma mi determino a ciò, pensando a tutto ciò che la filologia sarda le deve. Io gradirei dunque se fosse possibile, la Parabola del seminatore (Matteo, 13, 3-9. Luigi Bonaparte, infatti, raccolse un gra numero di traduzioni di questa parabola evangelica in varie lingue e dialetti) cosa ben breve, nella varietà catalana di Alghero, nella còrsa dell’isola della Maddalena e nella varietà genovese dell’isola di San Pietro, onde avere un saggio di questi idiomi” (purtroppo non conosciamo il nome del traduttore isolano). Infine con una lettera da Parigi datata 6 gennaio 1867 comunicava al canonico Spano le conclusioni di un approfondito studio comparativo sul dialetto maddalenino, sull’algherese e sul tabarchino, non solo sotto l’aspetto lessicale, ma nella molteplicità dei suoi elementi fonetici, morfologici e sintattici: “….ma debbo però farle sapere che il catalano di Alghero, il Còrso della Maddalena, e il Genovese di San Pietro non differiscono sufficientemente dal Còrso meridionale, dal Genovese continentale e dal Catalano di Catalogna per formare dialetti, né tampoco suddialetti distinti” riconoscendo pienamente al dialetto isulanu il carattere tipicamente còrso oltremontano.

17 novembre

Esattamente quattro mesi prima del Regio Decreto 17 marzo 1861 n. 4671 di assunzione del titolo di Re d’Italia da parte di Vittorio Emanuele II, con R. D. n. 4419, fu sancita la nascita della Marina Militare italiana. Per poter conseguire questo importante risultato, il 18 marzo 1860 (con R.D. n. 4671), Cavour aveva già distaccato il Ministero della Marina da quello della Guerra, unendolo alla sua Presidenza del Consiglio per seguirne personalmente gli affari e lo sviluppo. “Il sottoscritto preposto all’amministrazione delle cose di mare di uno Stato collocato in mezzo al Mediterraneo, ricco di invidiabile estensione di coste e di una numerosa popolazione marittima, sente il dovere di dare il più ampio sviluppo alle risorse navali del Paese valendosi degli elementi di forza che ha trovato nelle nuove province” Così scriveva lungimirante il Cavour nella nota preliminare al bilancio della Marina Militare del 1860. Precedentemente agli interventi di Cavour, la Marina non aveva mai goduto di primaria attenzione nel Regno di Sardegna, essendo lo Stato sabaudo all’epoca orientato politicamente e strategicamente verso il continente, e conseguentemente il suo Ministero fu in origine unito alla Segreteria della Guerra, il cui Ministro si chiamava “Primo Segretario di Guerra e Marina”. Nacque così, con largo anticipo sul Regno d’Italia, la Marina Militare italiana, dalla fusione della Marina Sardo/Piemontese e della Marina Borbonica, essendo il Cavour ben conscio dell’importanza politica e militare di una efficiente marineria per lo sviluppo dell’Italia, e dei tempi e delle difficoltà necessari per la sua piena realizzazione. Promosse, infatti, grandi cambiamenti, sia sotto il profilo tecnico, quale la trasformazione della flotta da navi a vela a navi a vapore incitando alla costruzione di navi di maggiori dimensioni, sia sotto quello umano e professionale, cambiando persino i programmi scolastici per favorire lo studio della matematica nelle scuole secondarie, fondamentale materia per la formazione dei nuovi ufficiali di Marina, sia sotto il profilo infrastrutturale, pianificando la realizzazione di un porto interamente dedicato alla Marina Militare, quale fu quello di La Spezia.

30 novembre

Giuseppina Raimondi, ancora moglie legittima di Garibaldi, si presenta a Caprera, ma lui si rifiuta di vederla.

30 dicembre

Un regio decreto cancella Cagliari dal novero delle piazze fortificate, aprendo la strada alla sua espansione urbanistica.