Correva l’anno 1920

28 gennaio

La popolazione di Terranova (Olbia) saluta festante l’approdo del primo piroscafo, il “Città di Cagliari”, in servizio sulla linea diretta con Civitavecchia.

11 maggio

Le guardie regie uccidono i minatori in rivolta a Iglesias. Nelle miniere di Monteponi, San Giovanni e Campo Pisano, nell’Iglesiente, si respirava aria di tensione tra gli operai e la Direzione guidata dall’ingegner Andrea Binetti. Le condizioni di lavoro erano molto critiche e i salari bastavano a malapena per sopravvivere. Perciò, l’11 maggio i minatori decisero di scioperare contro l’intransigenza della Direzione che non ne voleva sapere di ascoltare le loro richieste. Dalla miniera di Monteponi partì un corteo di 2000 minatori (il direttore fu costretto da questi ultimi ad unirsi a loro) alla volta del Comune di Iglesias, con la speranza di poter parlare con l’allora sindaco Angelo Corsi in cerca di una soluzione. All’arrivo trovarono invece le guardie regie, schierate apposta per “prevenire eventuali tumulti”. Cominciarono così gli scontri e le guardie aprirono il fuoco sulla folla inerme degli operai, uccidendone cinque sul colpo: due morirono a causa delle ferite riportate e molti altri rimasero feriti. Il direttore della miniera e il sindaco di Iglesias furono risparmiati dai disordini perché messi in salvo anticipatamente. Ai funerali degli uccisi parteciparono migliaia di persone. Tanti furono i pretesti usati dalla Direzione per giustificare il massacro: uno fra questi fu quello secondo cui i minatori si accingevano a occupare le miniere e costruirci i “soviet”. Pretesti appunto, perché in realtà già qualche mese prima il Sottoprefetto aveva ordinato ai comandi dei Carabinieri di utilizzare “cittadini fidati” per azioni di repressione contro manifestazioni e scioperi degli operai. Un massacro dunque premeditato per tutelare gli interessi della direzione. Ma la determinazione dei minatori dopo il tragico evento non venne meno. Al contrario, dopo mesi di lotte sindacali, il 9 dicembre dello stesso anno l’associazione esercenti miniere non poté fare a meno di firmare l’accordo che concesse i diritti di base per i lavoratori: aumenti salariali, indennità di carovita e riconoscimento delle commissioni interne elette liberamente dagli operai.

30 maggio

Nasce nel capoluogo sardo un nuovo sodalizio calcistico, il Cagliari. Il presidente e fondatore si chiamava Gaetano Fichera ed i colori sociali scelti furono il nero e l’azzurro, le casacche rossoblu arriveranno solo nel 1926. La prima sfida ufficiale del neonato club cagliaritano si giocò l’8 settembre 1920 sul terreno dello “Stallaggio meloni” contro la Torres. Il punteggio vide alla fine la netta affermazione dei padroni di casa col punteggio di 5 reti a 2. Protagonisti della clamorosa vittoria furono Figari con una doppietta, Cottiglia e Carlo Mereu. In seguito partecipò al Torneo Sardegna, al quale partecipavano formazioni ben più titolate quali l’Amsicora, l’Eleonora d’Arborea, l’Ilva di La Maddalena e appunto la Torres. A sorpresa l’ultima nata, guidata dall’allenatore-giocatore Giorgio Mereu, vinse il torneo.

3 luglio

Il 3 luglio del 1920, mentre Clelia e sua madre, Francesca Armosino, erano in procinto di partire per Livorno, a Caprera si scatenò un violento incendio. Le due donne, che si erano rifiutate di abbandonare l’isola, furono soccorse dall’intervento dell’equipaggio dell’Andrea Doria; dalla nave sbarcarono centinaia di militari, comandati dall’Ammiraglio Mola, che domarono l’incendio.

10 ottobre

Incontro amichevole Cagliari – Ilva. I bancocelesti maddalenini arrivano nel capoluogo con il treno diretto delle 10:00, l’incontro si gioca sul campo di viale Trieste alle 16:30. Le squade si schierano con le seguenti formazioni:
Cagliari: Bertari, Fiori, Mastio, Rocca, Mereu C, Levante, Figari, Coni, Puddu, Cau, Mereu G.
Ilva: Abis, Angioni, Dulbecco, Lisati, Amato, Zecchina, Casazza, Bovone, Memoli, Bodini, Fava.
Vince l’Ilva 3 – 2

novembre

Dimostrazioni popolari in tutta l’isola contro la scarsezza di generi alimentari.

21 novembre

Con una lettera diretta al generale Ricciotti Garibaldi, il presidente del consiglio dei ministri Giovanni Giolitti comunicava al figlio dell’Eroe: ”Illustre Generale, sono lieto di parteciparLe che, su mia proposta, in seguito alla deliberazione del Consiglio dei Ministri, S.M. il Re, si è compiaciuta di nominarLa Conservatore della Casa di Giuseppe Garibaldi nell’Isola di Caprera. Nel rimetterLe copia del decreto mi è gradito confermarmi, Aff.mo Giolitti”. Con questo laconico messaggio veniva annunciato il tanto sospirato provvedimento che avrebbe finalmente consentito a Ricciotti di accedere liberamente a Caprera ponendo fine, almeno in parte, alla lunga diatriba sorta fra gli eredi che per anni aveva visto il figlio di Garibaldi escluso dall’isola di che fu di suo padre. Le ostilità fra i familiari di Garibaldi, aperte subito dopo la sua morte, sono passate prima alla cronaca a poi alla storia come le “beghe di Caprera”. La preziosa bibliografia sulla vita di Garibaldi nell’isola, pubblicata nel 1982 da Antonio Frau e Gin Racheli, riporta sull’argomento oltre cento notazioni di fonti letterarie, articoli e documenti sulle varie vertenze sorte tra Francesca Armosino e Clelia Garibaldi da una parte e Ricciotti dall’altra. Le schermaglie legali, di cui furono investiti la pretura di La Maddalena, il tribunale di Tempio, la corte d’appello di Cagliari ed infine la cassazione, furono riprese da quasi tutti i quotidiani e periodici italiani, spesso con interviste ed accesi interventi in prima persona dei protagonisti delle controversie e di vari personaggi che parteggiavano per l’una o l’altra fazione. Nella vicenda, anche i maddalenini, come emerge dalle corrispondenze dell’epoca, erano divisi in due fazioni: da una parte vi erano quelli favorevoli a Francesca, che arroccata a Caprera inibiva l’accesso nell’isola non solo a Ricciotti ed ai suoi familiari, ma anche a coloro che erano sospetti di essere amici della sua famiglia; dall’altra vi erano quelli che parteggiavano per Ricciotti la cui consorte Costanza si era sempre attivata a favore della popolazione con iniziative umanitarie e sociali. E le battaglie raggiunsero punte di tale intensità da provocare denunce, querele e persino sfide a duello, fino a far tuonare La Nuova Sardegna con un articolo del 18 e 19 settembre 1907 dal titolo “Caprera in carta bollata”. Dopo la morte di Garibaldi, Francesca Armosino aveva assunto il completo dominio di Caprera, estromettendone gli eredi del ramo Anita, con eccezione di Teresita, del marito Canzio e di Menotti, che in forza del codicillo vergato da Garibaldi il 1° giugno 1882, era stato nominato tutore dei minori Clelia e Manlio. A Ricciotti e agli eredi di Menotti era stato assolutamente vietato l’accesso nell’isola. Ricciotti, rimasto poi unico antagonista di Francesca, che, dopo la morte di Manlio, con atto del 4 giugno 1900, aveva acquistato la parte di eredità di Menotti e Teresita, oltre ad impugnare il testamento ed in particolare il codicillo che riteneva essere stato estorto in punto di morte, contestava la validità del matrimonio contratto da suo padre e quindi la legittimità della presenza a Caprera dell’Armosino. (A. Ciotta)

25 dicembre

Si conclude la trionfale tournée americana del tenore sardo Bernardo Demuro. La stampa statunitense lo osanna come uno dei più grandi cantanti di sempre. La sua voce viene addirittura definita come “la più pura, la più bella, la più possente che mai abbia avuto sede in ugola umana”.