Garibaldi e l’Arcipelago

Impossibile, in una sia pur breve esposizione dei “fatti” maddalenini, non accennare al binomio Garibaldi-Caprera. Il primo incontro ebbe luogo nel 1849, per un breve ma intenso mese alla fine dell’estate, quando, esule sgradito ai regnanti, fu invece gradito ospite dell’Arcipelago. Un solo mese, ma sufficiente per apprezzare la sincera amicizia della gente del luogo, e per dare origine ad un rapporto indissolubile con l’isola di Caprera. Cosi, dopo la parentesi negli Stati Uniti, nel 1855, anche grazie ad un’eredità ricevuta del fratello Felice, acquistò, dietro suggerimento degli amici maddalenini, circa metà dell’isola. E qui, a stretto contatto con una natura incontaminata, costruì la propria abitazione (la mitica “casa bianca”) scoprendosi agricoltore, allevatore e apicoltore. Lasciò Caprera, chiamato da Cavour, alla fine del 1858; la ritrovò due anni dopo, al ritorno dall’impresa dei Mille, e l’isola, grazie alla sua presenza, divenne meta di migliaia di persone, dagli emissari dei potenti ai rappresentanti di movimenti rivoluzionari di tutta Europa a semplici cittadini. E poi le alterne vicende, tra imprese esaltanti e l’amarezza per i contrasti e le incomprensioni con la Monarchia. E allora, “o Roma o morte”. E Aspromonte. E ancora una volta il rifugio di Caprera, per curare le ferite non solo del corpo. E poi l’Inghilterra, il dono dell’altra metà dell’isola da parte degli amici inglesi e quindi, nel ’67, l’arresto a Firenze in nome di Sua Maestà: domicilio coatto, naturalmente a Caprera e la fuga rocambolesca dall’isola, a sessanta anni suonati, e Monte Rotondo e Mentana… E ancora il riferimento sicuro dell’isola rocciosa e degli amici di La Maddalena. E infine, gli ultimi anni, tra caccia e pesca e periodiche visite a La Maddalena. Dal giorno della sua morte, il 2 giugno 1882, l’isola in cui è sepolto è meta di pellegrinaggi costanti; la sua casa, abitata fino al 1959 dalla figlia Clelia e ora trasformata in Museo, e visitata ogni anno da centinaia di migliaia di persone provenienti da tutto il mondo.

La tramoggia in legno, faceva parte di un apparecchio agricolo per la pulitura del grano, che veniva decorticato attraverso il movimento rotatorio delle spazzole interne e ricadeva nel cassettone sottostante, mentre la crusca veniva espulsa all’esterno attraverso un foro presente nel lato.