I Fabbricieri

Come si è visto, i maddalenini erano esentati dal pagamento delle decime per cui il mantenimento della chiesa e del culto non veniva gestito dal Vescovo (al quale ogni paese della diocesi conferiva le decime), ma dalla comunità dei fedeli che offrivano volontariamente beni in natura, denari, oggetti, immobili o rendite. (1) Perciò il Consiglio Comunitativo, con la partecipazione dei Probi Uomini in modo da rappresentare al meglio l’intera comunità, indicava una persona designata a ricevere e gestire queste offerte, tenendone una corretta contabilità: era il fabbriciere, chiamato anche priore o operaio. Era scelto fra persone abbastanza facoltose in modo che potesse, all’occorrenza, intervenire con prestiti o anticipare le somme necessarie per eventuali acquisti. Godeva di grande autonomia essendo sottoposto solo all’approvazione iniziale e al controllo consuntivo annuale da parte del Vescovo che doveva vidimare i registri di carico e scarico: in questa fase il prelato dava consigli sulla gestione e, a volte, imponeva interventi quali la riparazione di arredi o qualche acquisto; il Parroco, apparentemente, non interferiva.

La chiesa maddalenina era povera: nei primi decenni dalla sua creazione non aveva beni immobili. Viveva solo dalle limosine dei fedeli il cui ammontare variava seguendo la situazione economica degli abitanti.

Le entrate venivano soprattutto dai padroni marittimi che facevano almeno una consistente offerta all’anno, dalle casce di Santa Maria Maddalena e degli altri santi rappresentati nella chiesa che raccoglievano gli spiccioli dei fedeli, dalla vendita periodica di oggetti regalati alla Patrona (medaglie, orecchini, fischietti d’argento, rami di corallo, anelli, cuori d’argento), dal grano (2) e dal formaggio ricavati dalla questua annuale e, soprattutto, dall’asta con la quale si assegnava a una persona o a un gruppo l’onore di portare la statua della Patrona in processione il 22 luglio e la settimana seguente, all’ottava. Certamente le procedure per l’assegnazione non erano quelle di una moderna asta, ma non c’è dubbio che, a volte, la concorrenza fra gruppi fosse accanita e, quindi, il ricavato consistente. Se le altre entrate potevano essere più o meno preventivate e, eventualmente, corrette con la vendita dei doni della Santa, quella dell’asta per la processione risultava imprevedibile. Il suo andamento fluttuante costringeva il fabbriciere a una gestione particolarmente oculata in modo da evitare passività difficilmente ripianabili. Egli cercava sempre di non intaccare le somme in attivo per essere pronto a sostenere spese impreviste e a sopperire alla ordinaria gestione in caso di mancati o diminuiti introiti. Questi cali si verificarono a partire dal 1804, proprio quando il Consiglio Comunitativo decise di garantire un reddito certo alla parrocchia attraverso la donazione di due appezzamenti di terreno e di dedicare, invece, le offerte in denaro alla costruzione di una nuova chiesa: in questo modo, a fronte di due piccole entrate provenienti dagli affitti dei terreni donati, si verificava una diminuzione progressiva delle offerte finalizzate alla gestione del culto.

Così il tesoretto di 1.051 lire attestato nel 1804 si erose progressivamente negli anni fino ad arrivare al minimo di 149 lire nel 1831: data non casuale visto che in quel momento, con l’arrivo dell’altare maggiore, l’edificio sacro poteva dirsi finalmente terminato.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma

1. Fra queste, particolare era il censo, cioè la rendita di una pensione valutata generalmente al 6% che un benefattore lasciava alla chiesa facendola gravare su un suo bene immobile.
2. L’offerta del grano era destinata alle ostie necessarie per tutto l’anno; l’eccedenza veniva venduta dal fabbriciere.