Itinerario: Da Guardia Preposti a Punta Banditi

Distanza: 5,5 km
Tempo di percorrenza: A/R 3 h circa
Difficoltà: Escursionistico
Periodo consigliato: settembre – giugno
Segnavia: assenti

Indicata in epoca classica da Tolomeo come Ninphaea, dal Medioevo in poi all’isola viene dato il nome di Spargi, probabilmente per l’abbondante presenza dell’asparago bianco (Asparagus albus). Lasciata la spiaggia di Cala Canniccia alle nostre spalle, si attraversa una bella zona umida d’acqua salmastra, nella quale spiccano il giunco (Juncus acutus), e la cannuccia (Phragmites australis), indicatrici del primo toponimo (Cala Canniccia), e piante tipiche della gariga quali la timelea tartonraira (Thymelaea tartonraira) e l’elicriso (Helichrysumitalicum).
Tappa intermedia di questo lato, che dal livello del mare sale dolcemente, è Guardia Sarra (114 mt), alla cui base si trova l’omonima sorgente d’acqua dolce, utilizzata in passato dai vecchi abitanti. Da qui, per Guardia Preposti (153 mt) la pendenza aumenta vertiginosamente ed i sentieri sono completamente “sporchi”, ovvero chiusi dalla vegetazione, occorre perciò essere dei trekker esperti con un buon senso dell’orientamento e spirito di sopportazione. È tutto un fuoripista da compiersi bisticciando con la macchia alta: è necessario indossare indumenti che coprano il più possibile il corpo per evitare fastidiose escoriazioni, schivando i colpi di frusta provocati dallo spostamento dei rami del compagno che ci precede. Giunti in alto, dopo aver attraversato un pratino, possiamo riposarci comodamente seduti su una vecchia cisterna posta dinanzi ad un rudere militare. Così facendo, recupereremo le energie per l’ultimo sforzo, quello che ci porterà in cima alla vedetta di Guardia Preposti. Raggiunta la sommità, tramite una scalinata in granito, le fatiche sopportate sino ad ora saranno certamente ricompensate dal fantastico panorama che ci viene offerto senza limiti dalle splendide Cala d’a Rena bianca e Cala Granara; poco oltre, verso sud, Cala Corsara con le sue belle spiagge.
Per gli amanti della storia, in merito a quest’ultima cala, bisogna segnalare un importante ritrovamento archeologico risalente al V millennio a.C., testimonianza della più antica presenza umana sull’isola. Si tratta di reperti simili a quelli del tafone di Villamarina a Santo Stefano (anche in questo caso sono stati rinvenuti reperti di ossidiana). Prima di venir via dalla vedetta diamo un ultimo sguardo: ad est è possibile riconoscere la costa di Punta Testiccioli e Punta Tegge a La Maddalena, e a sud la costa sarda con Punta Sardegna e il suo bel faro bianco. Abbandoniamo la vedetta e torniamo indietro.
Scendiamo giù, dove inizia il secondo lato, quello che ci farà conoscere un’altra vetta dell’isola: Punta Banditi (126 mt).
Qui è d’obbligo una visita alla “casa del pastore”. In quest’area particolarmente pianeggiante e ricca di acqua si stabilì all’inizio dell’800, Natale Berretta (nato a La Maddalena nel 1797), figlio di quel Dono Berretta che trafficava, più o meno lecitamente, con il suo bastimento tra la Corsica e la Sardegna.
L’uomo allevava capre, pecore, mucche e maiali, nutriti con l’orzo e l’avena che lui stesso coltivava. Impiantò anche una vigna, e realizzò un orto ed un frutteto. In seguito alla divisione delle terre voluta dalla Corona nel 1843, Natale divenne proprietario dei terreni che aveva abusivamente occupato, poiché riuscì a dimostrare la stabilità delle sue colture. Ebbe sei figli che lo seguirono nel duro lavoro della campagna, tanto da rendere la piccola azienda agricola completamente autosufficiente.
Lo stazzo, tappa intermedia del secondo lato, fu abbandonato nel 1967, e rappresenta un’importante testimonianza di vita contadina gallurese di un tempo. Intorno alla casa, oltre ai numerosi recinti per gli animali, si possono osservare i “boulder”, tafoni tondeggianti chiusi nel lato aperto con muretti a secco, utilizzati per conservare vino e provviste.
Più avanti, in direzione nord, troviamo “lu rotu”, uno spiazzo circolare lastricato di granito. Qui veniva praticata la cosiddetta “Agliola” con il sistema dei buoi che venivano fatti girare in tondo su strati di spighe di grano. In questo modo, dell’Arcipelago di La Maddalena sotto il peso degli animali avveniva la separazione dei chicchi. Non molto distante da qui si arriva a Punta Padule, così chiamata per la presenza di un grande stagno che si forma in seguito alle abbondanti piogge autunnali.
Qui si trova la tipica vegetazione elofitica semisommersa come il ranuncolo acquatico (Baldellia ranuncoloides) dai caratteristici fiorellini bianchi, varie specie di anfibi e libellule. Seguendo ancora il sentiero in direzione nord, in breve arriviamo a Punta Banditi, che, con i suoi 126 mt di altezza, è la seconda vetta di Spargi.
Vale veramente la pena esplorare questa zona, nonostante la fatica si faccia sentire: le enormi formazioni rocciose ed i profondi tafoni, oltre ad offrire suggestivi scorci panoramici, grazie all’intricata vegetazione della temutissima smilace (Smilax aspera), non mostrano segni di presenza umana da molti anni e conservano una natura intatta. L’ultimo tratto del nostro itinerario, corre tutto in discesa fino al punto di partenza di Cala Canniccia, ed è senz’altro il meno impegnativo. Attraversiamo la vallata a macchia alta, superiamo l’ingresso della batteria di Petrajaccio, quindi costeggiamo Cala Bonifazzinca ed in dieci minuti raggiungiamo la banchina della Cala.

Curiosità 

Un importante ritrovamento archeologico venne realizzato a mare, di fronte alle coste di Spargi, sulla secca Corsara (-18 mt). Il palombaro maddalenino Lazzarino Mazza nel 1939 riportò alla luce anfore appartenenti al carico di una nave oneraria romana (110 a.C.). Nel 1958, grazie al direttore Nino Lamboglia del Centro Sperimentale d’Archeologia Sottomarina di Albenga ed al giornalista Gianni Roghi, iniziò la prima campagna di ricerca. Un’altra campagna datata 1963 denunciava i continui ammanchi nel prezioso carico, perpetrati da ricercatori di frodo. Tutto ciò che resta (per fortuna ancora tanto) delle 2.000 anfore e ceramiche che la nave, proveniente da Pozzuoli e diretta a Porto Torres (Turris Libisonis), trasportava, è oggi conservato al Museo Navale “ Nino Lamboglia” di La Maddalena.

Fabio Presutti – Massimiliano Doneddu