La Maddalena: quale futuro?

La Maddalena: quale futuro? non una semplice domanda. C’era un filosofo italiano, vissuto tra il diciassettesimo e il diciottesimo secolo il quale tentò di disciplinare in leggi quegli avvenimenti che a noi paiono generalmente effetto della mutevole volontà degli uomini o di quello che più comunemente chiamiamo “caso”. Una di queste leggi afferma che ogni popolo percorre una linea ascendente sino a compiere, come avviene per gli esseri umani, un ciclo di vita. Si potrà senza dubbio discutere se dalla conoscenza che abbiamo del nostro passato si possano indurre leggi sicuramente scientifiche che riguardino il nostro presente e il nostro futuro, ma è certo che in alcuni periodi storici il ciclo ipotizzato dal Vico appare perfetto e anche la comunità maddalenina, sebbene abbia poco più di due secoli di storia, non sfugge all’inesorabile legge dei “corsi e ricorsi”.

Giorgio Andrea Desgeneys

L’occasione di riflettere su questa legge e di rivedere il passato per capire e prevedere ciò che potrà avvenire in futuro, ci viene offerta da una lettera spedita da Genova al sindaco e al consiglio comunitativo il 17 aprile 1817 da Giorgio Andrea Desgeneys, il “padre patrono” al quale gli isolani, durante il suo soggiorno a La Maddalena, dovevano gran parte del loro progresso e il definitivo riscatto dalla misera vita di contadini e di pescatori alla quale le piccole comunità isolane sono generalmente destinate.

Erano gli anni immediatamente successivi alla restaurazione del governo sardo-piemontese; nel giugno del 1814 Vittorio Emanuele aveva lasciato la Sardegna e al suo seguito era partito definitivamente da La Maddalena Giorgio Andrea Desgeneys, comandante in capo della Marina Sarda e consigliere militare del sovrano; con lui era stata trasferita a Genova la sede della Marina con tutto il suo stato maggiore. Inevitabile dunque la partenza di numerosi ufficiali e sottufficiali che con le loro famiglie avevano costituito dall’inizio dell’800 e fino al 1814 il più consistente nucleo dei maggiorenti isolani. Con il passaggio a Genova della sede della Marina la comunità isolana, che già nel 1805 aveva perso la frequenza della flotta inglese, si venne a trovare in condizioni economiche disastrose. Erano venute meno tutte le attività connesse alla presenza dei militari (soprattutto i puntuali stipendi di oltre cento fra ufficiali, sottufficiali, marinai e impiegati) e i traffici marittimi e commerciali si erano notevolmente ridotti. Ad aggravare la situazione erano sopraggiunte due annate di siccità che avevano ridotto a zero la già scarsa agricoltura isolana e avevano costretto i commercianti ad importare grano a prezzi altissimi. Decisiva poi la falcidia demografica; l’isola, che, come annota il Garelli, aveva “…vissuto un periodo tranquillo, durante il quale la piccola borgata giunse ad uno sviluppo così notevole da sorpassare nel 1814 i duemila abitanti”, si trovò a perdere di colpo i suoi figli migliori tanto che nel primo censimento ufficiale del 1821 venne registrata una popolazione di 1600 abitanti.

Di fronte al precipitare in una situazione tanto disastrosa, il sindaco e il consiglio comunale, memori dei vantaggi apportati all’isola dal suo “patrono” decisero di indirizzare una supplica accorata al sovrano piemontese inviandola al Desgeneys perchè la sottoponesse al Re. Ed ecco la risposta del “barone”: “Si è colla massima soddisfazione, scorgo che codesto Consiglio e Popolazione continuano a riporre la loro confidenza in me. Altrettanto però mi rincresce di non essere in situazione, siccome io vorrei, poterle essere utile. La supplica che le LL. SS. Ill.me mi hanno trasmesso, tendente ad ottenere la grazia di ammigliorare la sorte di codesti abitanti, ed a mitigare la calamità da cui sono oppressi, presentandola nel momento, porebbe forse fare un effetto contrario, poichè verrebbe tramandata in Cagliari, ed in questo caso servirebbe anzi a fomentare l’avversione già concepita dalle diverse Amministrazioni del Regno contro codesta Isola. Quindi è che io sono del parere di non presentarla; ma capitandomi l’occasione propizia, come lo desidero ben di cuore, procurerò di adoprarmi in loro vantaggio e di perorarne la causa. Ed ecco quanto, nel mentre che, augurandomi circostanze più favorevoli per convincere quella popolazione del mio interessamento ad esserle utile, mi pregio rinnovarmi con distinta stima. Delle LL.SS. Ill.me Dev.mo Obbl.mo Servitore, Conte Desgeneys”.

Per ben comprendere il tenore della risposta del Desgeneys, che come vediano si firma ora “conte” e non più “barone”, avendo assunto al suo rientro, dopo la morte del fratello primogenito, il titolo nobiliare paterno degli Agnés, occorre sapere che la corte di Cagliari aveva effettivamente manifestato in più occasioni profonde avversioni verso la comunità maddalenina sia per la posizione di privilegio che negli anni precedenti aveva assunto con la presenza della Marina, sia per più “antichi” motivi, che erano poi gli stessi che nel 1767 avevano dato luogo all’occupazione militare dell’arcipelago, e sia ancora perchè quasi certamente si annidavo ancora fra i cortigiani cagliaritani membri della Reale Udienza che non avevano dimenticato la posizione controrivoluzionaria assunta dai maddalenini in occasione della rivolta del “capo di sotto” e della cacciata dei piemontesi e del viceré Balbiano del 1794. Ad aggravare la situazione, poi, aveva contribuito a suo tempo lo stesso Desgeneys il quale, noncurante del protocollo di corte, aveva sempre intrattenuto corrrispondenze dirette con il Re, che durante l’esilio risiedeva a Roma o a Napoli, superando così lo scoglio della corte di Cagliari nei confronti della quale non aveva mancato di lesinare strali per gli sprechi che vi si facevano. Egli, inoltre, aveva imposto che tutte la navi provenienti dal continente e dirette nella capitale sarda facessero prima scalo a La Maddalena per consentire un più rapido inoltre via terra dei dispacci diretti a Cagliari e con ciò aveva alimentato il sospetto che in virtù di quegli scali pervenissero a La Maddalena, prima che a Cagliari, notizie di prima mano che potevano essere manipolate o dalle quali trarre vantaggi, che i maddalenini ricevessero più grano e più derrate di quante gliene spettavano e che, inoltre, queste derrate venissero destinate a piccoli traffici e contrabbandi. Il che pare fosse in gran parte vero, in quanto i contrabbandi con la Corsica erano stati sempre vantaggiosa fonte spionistica, ed altrettanto vero era comunque il fatto che la definitiva partenza del “barone” aveva fatto venir meno un flusso di sotterranee attività che, anche se irregolari e talvolta illecite, tornavano pur sempre a vantaggio della comunità.

Sono passati da allora più di due secoli, ma la storia si ripete: il ciclo vichiano corre verso l’apice della parabola. Il paventato disimpegno della Marina, l’annunciata soppressione dell’Arsenale, la riduzione della presenza militare, la perdita di numerosi uffici, la chiusura o il ridimensionamento dell’ospedale e la dismissione della base americana sono argomenti del giorno.
A chi si rivolgeranno stavolta i maddalenini?

Antonio Ciotta