La spedizione di Tripoli

Prima di avventurarci negli avvenimenti che videro coinvolta la Regia Marina Sarda con le vicende del Bey di Tripoli, bisogna soffermarsi e specificare un fatto e cioè: che già in precedenza, i Pascià della costa africana, in un certo qual modo, non sapevano darsi pace dall’aver sottoscritto con le potenze Europee, il trattato di Exmouth, secondo cui dovevano rinunciare alla pirateria, che per loro rappresentava un cespite quanto mai remunerativo, ragion per cui, cercavano sempre nuovi espedienti per rosicchiare quattrini dalle casse di queste ultime. Ciò premesso, in virtù di un trattato più specifico stipulato in precedenza con il governo Sardo, quest’ultimo avrebbe dovuto versare nelle tasche del Bey una addizionale di 4000 piastre per ogni Regio Console Sardo che si sarebbe succeduto nella carica. Un bel giorno dell’anno 1825, il Bey di Tripoli pensò di aver trovato un appiglio per spillare ulteriore denaro dalle casse di sua Maestà. Giusto due anni prima si era insediato a Tripoli il Regio Console Parodi, il quale per motivi di salute aveva chiesto una licenza , adducendo che sarebbe stato momentaneamente sostituito dal Regio Console di Corfù il cav. Joux e in attesa che questi lo rilevasse nell’esercizio delle sue funzioni, egli mise al suo posto il Vice Console di Bengasi cav. Rossoni, facente funzioni, occasionalmente ivi presente a Tripoli. 
Sin qui tutto bene se non fosse per le idee del Bey, che all’arrivo del Console Joux da Corfù, se ne uscì col dire che gli spettavano altre 4.000 piastre per il suo insediamento. Or bene, qualora detta richiesta non fosse stata accolta dal Regio Governo Sardo, il sovrano di Tripoli non avrebbe più permesso di issare la bandiera Sarda sulla torre del Consolato, e non solo, ma che avrebbe testé ripreso le ostilità contro il naviglio sardo. Ebbene: a queste ingiunzioni lo Joux, palesemente inesperto, pur informando la sua diretta autorità, accondiscese al bey firmando una prima trance di 1.000 piastre a 25 gg. data su Livorno, ed una successiva di altre 3.000 piastre a 60 gg. data di Marsiglia. Purtroppo, per un disguido postale, la risposta da Torino tardò ad arrivare, nel frattempo il Bey aveva già intascato la prima trance di 1000 piastre. Ma quando tempo dopo la risposta arrivò testé al Consolato di Tripoli, fu una sorpresa per tutti, Regio Console compreso, perché Torino imponeva al proprio rappresentante di mantenersi fermo sul fatto che sua Maestà non aveva nessuna intenzione di sostituire il Parodi, che nel frattempo si era ristabilito e già stava ripartendo da Genova alla volta delle sua destinazione e ottemperare alle sue mansioni primarie. Il re dunque non aveva alcuna intenzione di cedere alla intemperanze del dittatore africano, per di più, stabilì che le 1.000 piastre che il Bey aveva già intascato sarebbero state estrapolate dagli stessi oneri dovuti allo Joux, ed inoltre, dette ordine di protestare la tratta di 3000 piastre di Marsiglia. A questo punto si susseguirono le normali schermaglie diplomatiche che altro servirono se non a perdere del tempo cosicché, stanco della tracotanza barbaresca, re Carlo Felice decise per una azione di forza, inviando alla volta dei lidi tripolini una squadra navale composta da due fregate: la “Commercio di Genova” e la “Cristina”, la corvetta “Tritone” e il brigantino “Nereide”, più altre quattro navi che vennero mantenute al largo, perché adibite al trasporto di materiali e personale diretto in altre sedi consolari lungo il litorale del Levante. Le disposizioni impartite al comandante della spedizione, Capitano di Vascello Francesco Sivori, dal ministro della Torre in concerto con l’Ammiraglio Des Geneys, erano quanto mai chiare e inequivocabili, che peraltro lasciavano a chi era chiamato a porre in atto tali scelte, il buonsenso di eseguirle con la necessaria libertà di azione. Oltremodo sarebbe stato opportuno che durante dette trattative verbali col bey, il comandante osservasse modi dignitosi quanto garbati nelle apparenze, ma altrettanto fermi nel dimostrare l’assurda fallacità delle sue pretese. 

I fatti 

Fu così che il giorno 24 di Settembre dell’anno di grazia 1825, nella baia antistante il porto di Tripoli apparve la squadra navale della Regia Marina Sarda. Subito il mattino seguente il Comandante Sivori mandò avanti la corvetta “Tritone” con a poppa la bandiera nazionale e a prora quella Inglese onde convocare il Console Britannico, Warrington, per consegnarli un plico e chiedergli garantigie affinché il Comandante Sivori potesse recarsi dal bey per trattare le vertenze del suo Governo. Arrivò invece il Vice-Console, per mezzo del quale fu stabilito che l’indomani mattina, presso la sede del Consolato Inglese, vi sarebbe stato un incontro fra la delegazione Sarda e alcuni alti funzionari della corte del Bey. Ma l’indomani, allor quando il Comandante Sivori accompagnato dal Commissario di bordo e da altri due funzionari consolari, si presentò al convegno per dimostrare senza indugio la mancanza di fondamento delle richieste del Bey, questi fu incalzato dai ministri Beylicali che proponevano di stipulare un nuovo trattato in vece di quello precedente di Exmouth. 
Il Comandante Sivori non di meno asserì che il bey avrebbe dovuto doverosamente ottemperare all’osservanza del presente trattato, e con ciò, volse le spalle e ritornò a bordo, non prima di aver fatto rilevare al Console Warrington, presente al colloquio, che la nuova pretesa del Bey era inaccettabile. Ma alla riunione dell’indomani, il Bey si dimostrò ancora più risoluto nella richiesta e pretese di modificare il trattato di Exmouth, adducendo che da ora in avanti avrebbe preteso un contributo annuo in sostituzione del semplice regalo consolare. Indignato, il Sivori, lasciò il Consolato accompagnato dal Colonnello Warrington, al quale fece rigorosamente presente che quest’ultimo era un insulto quanto mai sfacciato non solo nei confronti del suo Governo, ma anche nei confronti della corona Inglese, e ritornò a bordo risoluto quanto mai a far rispettare, con qualunque mezzo, non solo i diritti, ma l’onore del suo Sovrano. 

Il piano d’attacco 

Detto fatto, appena a bordo il Comandante Sivori convocò i suoi Ufficiali e comunicò loro le sue intenzioni di bombardare tale piazza secondo un piano precedentemente messo a punto. Ma le condizioni del mare non lo permisero, un vento teso da nord avrebbe sospinto troppo oltre le navi che sarebbero finite sugli scogli o sulle secche del porto, per cui, fu messo in atto un nuovo piano che prese corpo la medesima sera. Era un’impresa audace quanto pericolosa, che consisteva nell’effettuare un attacco a sorpresa proprio all’interno del porto tripolino e condotto con le lance di bordo. 
A tal proposito, il Prasca, autore di molti scritti dedicati al Grande Ammiraglio, ne riporta un pittoresco dettaglio rilevato direttamente dall’archivio privato di Giorgio Des Geneys, ivi depositato presso l’antico archivio a lui dedicato nella città di Pinerolo e dal quale se ne riassumono, ora, i punti salienti di quella pagina di storia. 
Vennero perciò approntate ben 11 imbarcazioni: una scialuppa e tre lance della fregata “Commercio di Genova” rispettivamente comandate dal tenente di Vascello cav. Mameli, secondo di bordo; dal sottotenente di vascello cav. Burgagli; dal sottotenente del Real battaglione Todon e dal guardiamarina di 2° classe cav. Tholosano di Valgrisanche. La grande scialuppa e le due lancie della fregata “Cristina” erano sotto il comando del sottotenente di vascello G.B. Millelire, dal sottotenente di vascello cav. Pelletta di Cortanzone e dal guardiamarina cav. Pellion di Persano; mentre la grande scialuppa ed una lancia del “Tritone” erano comandate dal sottotenente di vascello cav. Chigi e dal guardiamarina di 1° classe cav. Alziari di Meleussena. La grande scialuppa del “Nereide” dal sottotenente di 1° classe di Artiglieria di Marina G.B. Tanca. A capo della sparuta flottiglia di natanti vi era il cav. Mameli. 
Così all’ora convenuta, alle ore 01.00 a.m. tutte le imbarcazioni si radunarono sotto bordo del “Nereide” che avrebbe provveduto a trainarle sino alla imboccatura del porto. 
Prima che le imbarcazioni scostassero dalle rispettive navi, ciascun Comandante radunò a poppa tutti i membri dell’equipaggio che avrebbero partecipato all’azione, impartì loro alcune specifiche raccomandazioni e al singolare grido di “Viva il Re” e dopo che ogni singolo prete impartì loro la benedizione divina, queste si diressero verso il punto convenuto. Poco dopo il Mameli radunò a sua volta ogni comandante di imbarcazione e delineò loro i dettagli assegnando a ciascuno il suo compito. Il “Nereide” alzò le vele e rimorchiò la flottiglie sino ad un paio di miglia dall’imboccatura del porto, dopodiché ritornò al largo con l’intento di attirare su di se l’attenzione delle scolte di guardia sui bastioni della fortezza. Era una sera fredda e buia, cosicché a suon di remi la flottiglia poté avvicinarsi inosservata, nel mentre, alcune scialuppe ammainate a mare dalla quattro navi da trasporto andavano remando verso ponente suonando tamburi e sparando coi fucili per distrarre i vigilanti. 
Il piano d’attacco prevedeva di dividersi i tre gruppi: il primo comandato da Mameli in persona, al quale facevano capo due scialuppe e una lancia, doveva attaccare il brigantino beyliano ancorato proprio sotto la batteria di cannoni del castello del bey. Il secondo gruppo comandato dal sottotenente di vascello Paletta, era formato da sei lance, era destinato ad arrembare le due golette ancorate poco lontano dal brigantino. Un terzo, sotto il comando del sottotenente di vascello Chigi, formato da due scialuppe e una lancia, doveva attaccare il centro della Dogana cercando di distruggere più legni era possibile. Un’ultima lancia del “Tritone” comandata dal cav. Meleussena, doveva quindi avvisare un brigantino olandese, ancorato all’imboccatura del porto, di quanto stava per accadere e unirsi poi alla mischia. 
Così, preceduti dalla lancia del sottotenente di vascello Tanca, conoscitore del porto, la piccola flottiglia di navicelle si avvicinò verso gli obiettivi, disgraziatamente una sentinella insospettita da alcuni bagliori diede l’allarme, e in un battibaleno le unità furono fatte bersaglio di numerosi colpi di schioppo e alcuni tiri di cannone, che dai bastioni cominciarono ad imperversare sugli assalitori. Ma al grido di “Viva il re” i rematori aumentarono l’andatura. La prima a raggiungere il suo obiettivo fu la scialuppa di Mameli che raggiunse il brigantino, e ancor prima di sferrare l’arrembaggio, scaricò dal bordo della scialuppa e a distanza ravvicinata, una carronata sullo scafo ottenendo un effetto micidiale. Nel frattempo, arrivò la scialuppa comandata dal Millelire che scaricò anch’egli un’altra portentosa carronata dalla sua scialuppa, poi tutti si gettarono nella mischia arrembando la nave appiccando il fuoco in ogni dove e passando a fil di spada i suoi difensori. La seconda ondata al comando dal cav. Paletta e dal Tanca si avventò contro le due golette mettendole a ferro e fuoco. Intanto il terzo gruppo d’assalto, esortato all’assalto dal cav. Chigi, si era avvicinato ai legni minori ormeggiati nel fondo del porto e sferrò il suo attacco, mettendo a fuoco le imbarcazioni presso la Dogana e sgominando gli avversari con tiri di mitraglia e di fucileria. Ovunque i combattimenti si svilupparono cruenti, ma i combattenti Sardi si dimostrarono all’altezza e riportarono una strabiliante vittoria. Nella oscura notte i bagliori delle fiamme illuminavano il porto e il scintillio delle fiamme, mescolato alle grida dei vinti, si sparse ovunque. Sivori, fece issare in testa all’albero di maestra il segnale di ritirata, e quantunque alcune delle imbarcazioni, colpite ripetutamente dai colpi tripolini facessero acqua, tutte rientrarono sotto bordo al “Nereide” che provvide a rimorchiarle al largo. Inutile sottolineare che tutti gli equipaggi gridando “Viva il re” inneggiarono ai valorosi reduci. 
Fortunosamente i feriti non furono poi molti né particolarmente gravi furono le ferite che essi riportarono però, come si sa, ogni battaglia si accolla il tributo di coloro che pagano l’amato destino. Il secondo nocchiere, certo Antonio Bottini, nome di battaglia “Capurro” perì eroicamente nello scontro avvenuto sulla tolda del brigantino anzi, di lui sono riportate le parole ultime che pronunciò prima di morire: “io ho finito, tocca a voi fare il resto”. Gli altri caduti furono un altro secondo nocchiere di nome Belledonne ed un certo Antonio Baratta, avvocato, che volle assolutamente partecipare alla lotta pur non essendo quest’ultimo un militare di professione. Dal canto loro, i tripolini, ebbero più di 60 morti e una 70na di feriti oltre s’intende, a tre navi semidistrutte come altri legni e numerose rovine al porto. 

Dopo la battaglia 

Il giorno seguente il brigantino Olandese si accostò sotto bordo all’Ammiraglia del Comandante Sivori, onde poter porgere le congratulazioni del suo rispettivo Comandante e quelle del Console inglese Warrington, e per riferire che il bey e la cittadinanza tutta erano rimasti fortemente allibiti di fronte alla brillante vittoria che la flotta Sarda aveva testé riportato la notte precedente e, se dal caso, egli avesse delle comunicative da far pervenire al Console inglese riguardanti la sua intenzione di riprendere le trattative. Il Sivori ringraziò l’olandese per le felicitazioni, ma nel contempo addusse di riferire al Console Warrington che stava preparando un nuovo attacco ancor più sorprendente, e che quello che era avvenuto precedentemente era stato solo un anticipo, e che comunque, questa volta le eventuali trattative si sarebbero svolte a bordo della sua nave, poiché non era sua intenzione di recarsi a terra, almeno sino a quando la bandiera del suo re non tornasse a sventolare sulla torre del Consolato Sardo. La mattina del giorno 29 di Settembre del 1825, il brigantino olandese, con a bordo il Console Warrington in persona, si ripresentò nuovamente sotto bordo all’Ammiraglia Sarda, dove lo stesso Console fu ricevuto che con tutti gli onori a lui dovuti. Costui era il latore di un messaggio del Bey intenzionato a ristabilire le antiche relazioni col re di Sardegna. Il Sivori, lieto di sentire che il sovrano di Tripoli era disposto a riallacciare le trattative dispose quanto segue: cito le parole del Prasca… che soltanto per deferenza verso il Console di una grande Nazione, quale l’Inghilterra, amica ed alleata del proprio Sovrano poteva egli desistere dalla risoluzione di non più riprendere pacifiche trattative col Bey. A detta di ciò, aggiunse che non era sua intenzione modificare alcunché sul precedente trattato Exmouth e che semmai, prima ancora di trattare, desiderava che la bandiera di Sua Maestà Sabauda tornasse a sventolare con tutti gli onori sulla torre del Consolato, e che il Console Parodi riprendesse sedutastante le sue funzioni, e in merito al quale il suo Governo aveva intenzione di sostituirlo entro i prossimi sei mesi, e che a tal proposito, era disposto a donare al Bey subito ed in contanti, la somma di 2000 scudi ed altri 2000 in cambiali a sei mesi, per un totale di 4000 scudi, come tutto ciò previsto dal trattato Exmouth. A tutt’ora, specificò che se il Console sardo dovesse allontanarsi per un periodo superiore a sei mesi, un nuovo Console sarebbe stato nominato a suo posto. Ed in fine che lo stesso Comandante Sivori fosse ricevuto a palazzo con tutti gli onori. Poi, non di meno, come si direbbe oggi giorno, a tutto ciò addusse ancora una postilla… una sorta di ciliegina sulla torta e cioè: che se entro quattro ore, dopo il ritorno del brigantino recante il Console Warrington latore del presente accomodamento, il Bey non avesse accettato tale soluzione, lo stesso Comandante Sivori avrebbe preteso dal bey stesso il risarcimento di una somma pari a 3000 piastre dure, a compenso delle spese sostenute per l’armamento della squadra navale, e senza indugio avrebbe ripreso le ostilità per le quali già stava sollecitando i preparativi. Il Console Warrington prese accurata nota di quanto era stato testé specificato e fece ritorno al palazzo del Bey. 

Epilogo finale 

Mentre a bordo si stavano ultimando gli ultimi preparativi per l’azione che avrebbe dovuto aver luogo la medesima notte, verso le 23.00, giunse da terra una comunicazione dello stesso Console inglese che faceva sicura menzione del fatto che il bey aveva pienamente accettato. L’indomani, giorno 30 Settembre, lo stesso Warrington si recò a bordo della fregata “Commercio di Genova” e consegnò al Comandante Sivori i documenti già opportunamente quietanzati dal Bey. 

Infine, il 1° di Ottobre verso le ore 11.00 il Comandante Sivori venne ricevuto a palazzo dal Bey in persona con solennità e con tutti gli onori dovuti al suo rango. 

Conclusioni 

La missione di Tripoli era conclusa e l’indomani il Comandante Sivori diede disposizione alla fregata “Cristina” e alla corvetta “Nereide” di ripartire per il giro Consolare. Prese poi a bordo della fregata “Commercio di Genova” il Vice Console Joux e a sua volta fece vela per Malta dove sbarcò il rappresentante politico poi, di li salpò per Genova. 

A Genova, ivi approdato, il Comandante Sivori ricevette una accoglienza a dir poco trionfale e ben meritata, e delle di lui gesta, anche tutti gli equipaggi ne ebbero beneficio. L’entusiasmo presto dilagò a Torino come in ogni dove nel Regno, ed il Re Carlo Felice, pienamente soddisfatto di tale esito, e inorgoglito dal possedere una Marina da Guerra che si era posta alla stregua delle grandi potenze, conscio di avere al suo servizio uomini di valore a tutti i livelli, dopo aver letto il rapporto del Comandante Sivori che l’Ammiraglio Des Geneys gli aveva fatto pervenire, non tardò a dimostrare la sua benemerenza a tutti i partecipanti della spedizione, e così dispose a questo fine: 

 

  • che al Comandante Sivori fosse corrisposta una pensione di Lire 1500 oltre alla conferma del grado di capitano di vascello sulla Croce di Ss. Maurizio e Lazzaro di cui poteva fregiarsi (a tal proposito è da sottolineare che nel Ragno di Sardegna, la concessione dei gradi era prerogativa del re ed era indipendente da quella degli stipendi, che abitualmente era in ritardo anche di anni. E’ persino noto un vecchio e quanto cavalleresco adagio secondo cui agli Ufficiali Piemontesi… la paga, non era un diritto, ma un dono di S.M. il Re); 
  • che al cav. Mameli, quale secondo in Comando, fosse assegnata una pensione di Lire 1000 oltre che fregiarsi degli stessi meriti onorifici: 
  • che al cav. Chigi, anch’esso usufruisse di una pensione di Lire 500 oltre alle medesime onorificenze; 
  • che al sottotenente di vascello G.B. Millelire e al cav. Pelletta fosse assegnata la Croce di Ss. Maurizio e Lazzaro; 
  • che alla vedova ed ai figli del secondo nocchiere Capurro, fosse mantenuta la paga e i privilegi di cui godeva il defunto padre; 
  • ed in fine, che Lire 4000 fossero suddivise tra gli equipaggi delle imbarcazioni che avevano partecipato all’azione. A tutto ciò, che fosse comunque resa manifesta la sua gratitudine anche ai militari di bassa forza, e che a tutti gli ufficiali non premiati, la conferma che nelle future promozioni si sarebbe tenuto conto del loro lodevole comportamento. 


Ultima felice nota riguardante il Comandante Sivori, è quella che nel febbraio del 1926, re Carlo Felice lo promosse Contrammiraglio e nel luglio successivo, lo nominò Commendatore dell’Ordine di Savoia, e finalmente, tre anni più tardi nel Gennaio del 1929 lo insegnò del titolo gentilizio di Barone e con la corresponsione dell’adeguato stipendio.