Le rivendicazioni della comunità di Bonifacio (1768-1777)

Se la presenza delle truppe sarde nelle isole della Maddalena lasciò indifferente, almeno nei primi anni, il governo francese, ben diversa fu la reazione degli abitanti di Bonifacio, i quali, in realtà, erano i più direttamente danneggiati dalla perdita di quelle terre per lungo tempo soggette al loro sfruttamento. Si può affermare fin d’ora che se la «questione» assunse a volte un tono certamente sproporzionato alla sua reale importanza, ciò si dovette in massima parte alle intemperanti e reiterate proteste dei Bonifacini.
Questi tenevano in sommo grado a distinguersi dagli altri Còrsi e a spacciarsi per autentici Genovesi. La loro colonia, fondata dall’antica Repubblica marinara verso la fine del XII secolo, aveva stipulato nel 1321 con la città di origine una speciale convenzione, secondo la quale gli abitanti avrebbero goduto degli stessi diritti di cui godevano i Genovesi, e sarebbero stati esenti dal pagamento di ogni sorta di tributo, a differenza delle altre città della Corsica. In forza di un articolo degli antichi Statuti ( ), era proibito agli stranieri e agli stessi Còrsi di costruirvi delle case e di stabilirvisi : favore riservato ai soli cittadini di Genova. Fin da quel tempo gli abitanti delle
isolette vicine erano considerati alla stessa stregua di quelli di Bonifacio, e ne condividevano i privilegi ( ).
Si può osservare che, anche se gli antichi regolamenti erano rimasti in vigore nei secoli più lontani, col passar del tempo essi erano venuti a mano a mano in desuetudine; la popolazione, fattasi abbastanza numerosa con l’immissione di elementi di varia provenienza, contava ormai poche famiglie dell’antico nucleo genovese ( ).
I Bonifacini, tuttavia, conservarono sempre l’antica alterigia, e, quando tutta la Corsica ruppe in armi contro Genova, essi si schierarono apertamente dalla parte della Repubblica. Si ha traccia della posizione da loro assunta in un singolare documento intitolato La Farnesia della Corsica, nel quale l’anonimo autore si lamenta per le prevaricazioni e per gli oltraggi sofferti da Bonifacio in tempo di rivolta per colpa degli abitanti del vicino distretto della Rocca, sostenitori dell’indipendenza dell’isola. Nel lungo e interessante scritto è notevole la continua esaltazione dei sentimenti di fedeltà dell’antica colonia verso la madre patria e, insieme, la deplorazione per la « farnesia » die lia invaso le menti degli altri Còrsi, seguaci di Pasquale Paoli.
Quando l’isola passò alla Francia, la comunità di Bonifacio dimostrò il suo malcontento con un tentativo di rivolta: essa avrebbe certamente preteso che dal patto di cessione venisse escluso, in virtù delle antiche convenzioni, il promontorio sul quale sorge la cittadina, a somiglianza di quanto era stato stabilito per l’isola di Capraia, se a distogliere i riottosi da ogni atto di ostilità verso i nuovi padroni non fosse intervenuto il timore di ima spietata repressione.
Le tendenze autonomistiche, sempre e apertamente professate dai Bonifacini, indussero gli amministratori francesi a guardare a quella comunità con diffidenza; ne abbiamo la riprova nel suggerimento dato da un alto funzionario a tenere verso di loro una condotta guardinga: «Il y aurait donc à prendre garde que la réclamation de cette communauté ne couvrit des desseins de rentrer au moins dans la partie de ses anciens privilèges». I Bonifacini si avvidero ben presto delle poco favorevoli disposizioni d’animo delle autorità, e allora ripiegarono su pretese meno impegnative per i nuovi dominatori, esigendo la restituzione delle isole della Maddalena: era facile comprendere che, almeno da quel lato, i Francesi non avrebbero avuto nulla da eccepire, ma che, al contrario, la richiesta li avrebbe indotti a rivolgere all’arcipelago la loro attenzione.
Perciò, quando l’intendente dell’amministrazione civile còrsa, Chardon, che fungeva anche da Presidente del Consiglio Superiore, volendo prendere conoscenza della situazione dei singoli distretti, diede ordine di raccogliere il maggior numero possibile di Memorie, i Bonifacini colsero l’occasione per far giungere al governo le loro rivendicazioni. Negli anni immediatamente successivi al 1768 essi si impegnarono a raccogliere le prove che ne attestassero la fondatezza. Le loro ricerche non solo riguardano i titoli di recente acquisiti nelle isole con la consuetudine del possesso, e si spingevano addirittura ai tempi nei quali Genova e Pisa avevano esercitato sulla vicina Sardegna una sovranità di fatto, se non di diritto.
Le persone che maggiormente si curarono di raccogliere testimonianze è documenti furono, nel campo della storia civile, il vecchio assessore della giurisdizione reale, De Santi, che nel tempo passato aveva esercitato la professione di medico ed era particolarmente versato nella conoscenza delle tradizioni locali, e, per le questioni relative alla giurisdizione ecclesiastica, gli arcipreti Traili e Meglia, i quali avevano a portata di mano gli archivi parrocchiali. A loro si rivolsero sempre le autorità còrse per ottenere informazioni, e le numerose Memorie che in quel tempo compilarono l’intendente Chardon, i commissari Millin di Grandmaison e Regnier du Tillet, il segretario Lebègue de Villiers e il conte di Marbeuf, riflettono tutte, qual più, qual meno, l’origine comune.
Il primo documento che riguardi tali ricerche si intitola «Informazioni ricercate da un Ufficiale di S. M. Cristianissima ad un particolare Bonifacino rapporto alla Corsica ed a Bonifacio, esposte in aria di dialogo fra Nidreno Franzese e Donilo Bonifacino», e porta la data del 22 giugno 1768. Le notizie storiche in esso contenute fanno presumere che il «particolare» che si nasconde sotto lo pseudonimo di Dorillo sia proprio il De Santi, che più tardi, volendo ancora rimanere nell’ombra, ricorrerà allo stesso espe diente nella compilazione di un altro singolare dialogo, l’importantissimo «Contrasto Sardo-Còrso» di cui ci occuperemo ampiamente più avanti. L’ufficiale di S. M. Cristianissima » chiamato Nidreno Franzese parrebbe essere il commissario di guerra a Bonifacio, Millin de Grandmaison, come si desume da una dichiarazione rilasciatagli in quello stesso tempo dall’arciprete Meglia.
Attraverso un abile gioco di domande e risposte gli interlocutori fanno sapere che il nome di Corsica deriva da corsaro, perché corsari erano gii antichi abitanti; che l’isola nei tempi più remoti non fu mai indipendente; che i Genovesi se ne resero padroni due volte, al tempo di Carlo Magno e dopo la sconfitta di Musetto; che i Bonifacini ebbero nel medio evo possessi nella Gallura e che conservarono il dominio delle isole dello stretto anche quando Genova fu estromessa dalla Sardegna. Il compilatore ha poi modo di diffondersi sui titoli di sovranità posseduti dalla Repubblica di Genova, sulla posizione e natura delle isole, sul modo come queste furono occupate dai Sardi, sui sentimenti filo-genovesi dei Bonifacini, e, infine, enumera i vantaggi che potrebbero derivare al Re Cristianissimo dal possesso della Maddalena; vantaggi soprattutto di carattere strategico, sfruttabili in caso di guerra aperta tra Francia e Sardegna ( ).
Dello stesso anno è una prima Memoria indirizzata da Bonifacio all’intendente Chardon ( ): vi sono contenute preziose notizie sulla posizione geografica, sulla fertilità, sui prodotti delle isole, e sulla popolazione, sugli approdi, sulle installazioni militari della principale di esse, la Maddalena. Le informazioni relative agii antichi diritti di Genova si fondano sulle testimonianze del vecchio curato di Bonifacio, Trani, secondo il quale l’arcipelago, abitato nel tempo passato dai Bonifacini e poi abbandonato a causa delle incursioni dei barbareschi, venne di nuovo popolato negli ultimi 100 anni senza opposizione da parte delle autorità spagnuole e sarde. La spedizione del 1767 vi è presentata come un atto di violenza contro il quale nulla potè fare la debole Repubblica di Genova.
Che le isole fossero sempre soggette a Bonifacio sia per gii affari civili, sia per quelli ecclesiastici risulta da una seconda Memoria inviata poco tempo dopo allo Chardon dal subdelegato e ricevitore del demanio di quella città. Le informazioni ricevute indussero l’intendente a compilare un’unica relazione; nell’ampio documento sono descritte minutamente le isole dell’arcipelago; la Memoria contiene anche la proposta di costruirvi un grande porto.
Intanto l’arciprete di Bonifacio, Martino Meglia, aveva rilasciato al commissario Millin di Grandmaison una dichiarazione attestante la dipendenza dalla sua parrocchia degli abitanti della Maddalena; « Io qui sottoscritto arciprete di questa chiesa parrocchiale di S. Maria di Bonifacio, diocesi di Genova, ad istanza di questo Ill.mo Signor Commissario di Guerra per Sua Maestà Cristianissima faccio fede et in verbo veritatis attesto che gli abitatori dell’isola della Maddalena, Cabrera ed altre piccole a queste adiacenti sono tutti miei parrocchiani, per essere questi et i loro genitori e parte anche dei progenitori battezzati in detta mia parrocchia, ed avere in essa celebrati i loro matrimoni, adempiuto il precetto pasquale col pagamento della solita primizia, etiam nell’anno corrente, a riserva di sette in otto. Attesto pure che detti genitori e progenitori sono tutti oriundi da villaggi di questo Regno di Corsica, come meglio consta da’ libri di questa mia parrocchia, et in fede; Martino Meglia, arciprete».
Le informazioni raccolte dal Commissario Millin di Grandmaison nel 1767 erano ben poca cosa, ma egli credette opportuno farne parte, oltre che all’intendente Chardon, anche al duca di Choiseul. Questi ebbe così conferma di quanto era venuto a sapere l’anno prima dall’ambasciatore Sorba circa la condotta dei Genovesi al momento dell’entrata delle truppe sarde alla Maddalena. Il solerte funzionario aggiungeva, però, una notizia che, secondo il severo giudizio del Marmonier, non avrebbe dovuto lasciare indifferente un ministro responsabile: l’esistenza nelle isole di « deux ports qui avaient paru superbes et capables de contenir l’armée navale la plus nombreuse». Ciò risultava da dichiarazioni di marinai còrsi e dalle relazioni di persone di fiducia espressamente incaricate dal Millin da fare un sovraluogo nelle isole, di rilevarne la pianta e di scandagliare le acque del porto di Villamarina a Santo Stefano. Lo Choiseul, accusando ricevuta delle notizie e promettendo una ricompensa al funzionario, rispose che « les circostances ne permettaient pas de s’occuper pour l’instant de la Magdelaine » ( ). Non migliore sorte ebbero le altre Memorie inviategli successivamente dal diligente commissario di guerra.
Evidentemente le informazioni non bastavano a suscitare l’interesse del ministro, essendo fondate unicamente su testimonianze verbali e non su documenti autentici. E poiché la Cancelleria di Bonifacio era stata chiusa e sigillata al momento della partenza dei Genovesi, né vi era la possibilità che fosse riaperta dall’amministrazione francese, sarebbe stato necessario ricorrere agli archivi di Genova per ottenere la documentazione degli antichi diritti, così come vi avevano fatto ricorso, mediante pagamento e in via non ufficiale, alcuni nobili desiderosi di autenticare i loro titoli. Altra strada da seguire sarebbe stata quella degli archivi della cattedrale di Pisa, dove certamente esistevano molti atti relativi alle variazioni di possesso avvenute in Corsica sotto la dominazione di Genova, perché durante le sommosse che avevano funestato l’isola molte famiglie, compresa forse qualcuna di Bonifacio, si erano rifugiate nell’isola di Montecristo e avevano affidato le loro carte a quei monaci Camaldolesi, passati poi sotto la giurisdizione dell’Arcivescovo di Pisa.
Passarono alcuni anni senza che gli amministratori della Corsica rivolgessero l’attenzione alla Maddalena; ma nel frattempo l’assessore De Santi e gli arcipreti raccolsero quante notizie fu loro possibile sugli antichi diritti di Genova per valersene al momento opportuno. L’occasione si presentò nel 1775, quando il Commissario dei porti e arsenali di Corsica, Régnier du Tillet, per sollecitazione dei marinai di Bonifacio e dei comandanti addetti alla sorveglianza costiera, il 3 settembre chiese istruzioni al ministro della marina, Sartine, sulla condotta che avrebbe dovuto osservare nei rapporti con le autorità sarde della Maddalena. Il ministro il 31 ottobre rispose che, data la delicatezza del momento politico – erano in piena fioritura i matrimoni tra le case regnanti di Torino e di Versailles – bisognava « éviter tout ce qui pouvait donner lieu à des difficultés fondées de la part des Puissances étrangères».
Il Commissario vide in quelle parole come un invito implicito ad appurare se le difficoltà sorte a proposito delle isole fossero di natura tale da compromettere veramente le relazioni fra le due corti. Prese accordi col conte di Marbeuf, comandante in capo del corpo di occupazione, e, col pretesto di fare una gita di piacere, si recò alla Maddalena, dove, in veste di ospite dell’ufficiale che comandava quel distaccamento, fece un’attenta ricognizione delle isole. Poté così rilevare che queste erano popolate oltre il previsto di Còrsi e di Sardi, che erano in corso di costruzione importanti opere militari e depositi di viveri e munizioni, e che i due porti esistenti tra Santo Stefano e la Maddalena potevano accogliere in tutta sicurezza un grandissimo numero di vascelli; tuttavia fu sua impressione che, considerata la posizione dell’arcipelago e la maggiore vicinanza delle coste della Sardegna, fra i promontori delle quali le isole restavano come rinserrate e addirittura incorporate, la presenza in esse delle truppe sarde fosse pienamente giustificata. Perciò, ritornato in Corsica, impartì disposizioni affinché le navi guardacoste di Bonifacio non si spingessero fino alle isole nell’inseguimento delle gondole dei contrabbandieri, e i marinai bonifacini non praticassero la pesca in quelle acque.
La prima relazione del Régnier du Tiliet, datata 10 luglio 1776, indusse il conte di Vergennes a chiedere al collega Sartine altre notizie sulla situazione delle isole e sulle fortificazioni che andavano facendosi alla Maddalena e a Santo Stefano. Il Commissario fornì quelle di cui era a conoscenza con lettere del 19 gennaio é 15 febbraio 1777, mentre nello stesso tempo (3 febbraio 1777) il ministro della guerra, conte di St. Germain, prendendo lo spunto dalla presunta protezione «sfacciatamente » concessa in Sardegna ai banditi còrsi e dai soprusi commessi dagli ufficiali di marina sardi a danno e lei marinai bonifacini, trasmetteva al conte di Vergennes un’altra Memoria relativa all’illegittima presenza delle truppe del Re di Sardegna nelle isole. La risposta non si fece attendere (5 febbraio 1777): «Quant aux isles de la Magdelaine, il me parait, comme à vous, Monsieur, qu’elles méritent quelque attention de notre part, mais je pense en mème temps qu’avant d’en faire la réclamation il serait utile d’avoir les pièces dont vous parlez».
I documenti che stavano tanto a cuore al conte di Vergennes vennero infatti raccolti e inviati al ministro della marina dal Régnier du Tiliet insieme con una Memoria molto particolareggiata. Il primo consisteva in una carta marittima dello stretto, assai imprecisa: il cosiddetto « passo stretto » che separa per breve tratto Santo Stefano e la Maddalena dalle coste sarde vi appare della stessa larghezza delle vere e proprie Bocche di Bonifacio, che in realtà sono larghe quattro volte di più ( ). Seguivano due estratti delle Memorie inviate nel 1768 dal commissario Millin di Grandmaison all’intendente Chardon che contenevano alcune testimonianze verbali raccolte a Bonifacio sull’opinione comune che assegnava a quella città il possesso delle isole.
Il quarto documento era formato da alcuni estratti « ex libris baptizatorum Ecclesie Sancte Marie Majoris Bonifacis Diocesis Janue » riguardanti il battesimo avvenuto in Bonifacio di numerosi bambini nati alla Maddalena e a Caprera. Un altro argomento avrebbe dato, secondo il Régnier du Tiliet, la prova della appartenenza delle isole alla Corsica: il fatto che il Viceré di Sardegna, conte des Hayes, nel suo lungo e particolareggiato Pregone del 10 giugno 1768 concernente le norme che in materia di sanità avrebbero dovuto osservare i bastimenti diretti dai porti stranieri agli scali del litorale sardo, non aveva fatto esplicita menzione delle isole: segno evidente che non le giudicava soggette alla sua giurisdizione. A ciò si poteva aggiungere che, secondo la tradizione, durante la dominazione genovese la dogana di Bastia non esigeva il diritto di entrata in quel porto dalle navi che avevano caricato provviste e commestibili nella Maddalena.
Altri elementi forniti dalla tradizione locale erano la missione compiuta nell’estate del 1767 dal cancelliere Scotto a nome della Repubblica ( ), e la proposta fatta una quarantina di anni prima al genovese Domenico Doria di ottenere la proprietà delle isole a patto che innalzasse e facesse presidiare alla Maddalena una torre con bandiera genovese contro i barbareschi. Il Commissario di guerra era inoltre del parere che un’attenta lettura delle opere storiche e geografiche di autori antichi e moderni riguardanti la Corsica e la Sardegna avrebbe dato utili indicazioni per la ricerca dei titoli di dominio posseduti da Genova; a tal fine allegava un lungo elenco di libri esistenti a Versailles nella Biblioteca del Re ( ). Un’ultima prova era fornita dalla famosa Convenzione del 1321 e di cui si inviavano, a titolo di indicazione, alcuni fogli rubati dal Régnier du Tillet al privato che ne possedeva copia.
Sarebbe stato utile continuare le ricerche specialmente negli archivi di Genova e di Pisa, anche se, per le difficoltà di accedervi, fosse stato necessario ricorrere alle vie traverse, pagando sottomano i compiacenti conservatoci. In tutti i casi le prove sino ad allora raccolte e quelle che si sarebbero ottenute più tardi erano sufficienti affinché si intavolassero trattative per una regolare rivendicazione. La comunità di Bonifacio era pienamente disposta a far sue le informazioni dei privati e a far pervenire al comandante in capo delle truppe francesi di occupazione, e per mezzo di lui al ministro degli esteri, una Memoria contenente le relative deduzioni e le richieste ufficiali ( ).
Era evidente che la « longa manus » di tutti quei maneggi era l’assessore De Santi, il quale, invitato dal Régnier du Tillet a mettere per iscritto gli argomenti trattati nelle loro lunghe conversazioni, compilò una lunga e prolissa Memoria destinata ad incontrare notevole fortuna, perché servì come falsariga a tutti gli altri memorialisti che trattarono della «questione».
In sostanza, il vecchio assessore ripeteva, con grande copia di particolari, quanto in generale e indirettamente egli aveva fatto comunicare al governo francese dai commissari Millin di Grandmaison e Régnier du Tillet. Si può far rilevare, innanzi tutto, che il De Santi, trattando della posizione geografica delle isole e affermando che esse « tiennent à la Corse par une continuité de rochers et d’écueils qui les joignent les unes aux autres… Elles s’avancent jusqu’à un mille seulement de la Sardaigne, distaine néammoins plus considérable que celle qui se trouve dépuis la terre ferme de l’isle de Corse jusqu’à la plus voisine de ces petites isles » con un ragionamento peregrino giunge ad una conclusione ancor più singolare. Ammesso dunque che le isolette dell’arcipelago formino attraverso lo stretto quasi una catena ininterrotta tra la Sardegna e la Corsica, la posizione della più settentrionale di esse, l’isola Piana, che dista dal litorale di Bonifacio qualche centinaio di passi, la fa senza dubbio appartenere alla Corsica e non alla Sardegna, vengono subito dopo quelle di Cavallo e La vezzi, che, per essere più vicine all’isola Piana, appartengono egualmente a Bonifacio. Allo stesso modo si procede .per Budelli, Razzoli, Santa Maria e Spargi, di cui è incontestabile una minore distanza da Lavezzi rispetto alla costa sarda; si continua così anche per Caprera e La Maddalena, per giungere, infine, all’assurda conclusione che Santo Stefano, che è quasi contigua a questa, mentre è separata dalla Sardegna da un canale largo oltre un miglio, è di sicura pertinenza della Corsica. Dal che si rileva quanta malafede vi fosse in quella singolare interpretazione della geografia: anche prescindendo dalle notevoli inesattezze delle carte geografiche di quei tempi, il compilatore della memoria doveva ben sapere quanto più ampio fosse il « passo largo » del canale tra Razzoli e Lavezzi, rispetto al « passo stretto » tra Santo Stefano e il capo dell’Orso. Se, per il resto, le informazioni sulla natura delle isole, sugli abitanti, sulla quantità del bestiame sui porti e sulle opere militari, sulla pesca e sui rapporti non sempre leciti tra i marinai bonifacini e i pastori della Gallura sono sempre esattissime, non si saprebbe davvero spiegare come i dati sulle rispettive distanze fra le isole risultino così notevolmente alterati.
Anche in questo documento i diritti di Genova sono affermati ad alta voce, ma non sufficientemente dimostrati; l’occupazione sarda delle isole vi è considerata come un atto di violenza contrario al diritto delle genti. Evidentemente ai Bonifacini dispiaceva sommamente, e il compilatore della Memoria non lo dissimula, che i Sardi vi avessero costruito delle opere di fortificazione ( ) e che, per l’accresciuta sorveglianza delle acque dello stretto, i traffici clandestini tra la Corsica e la Gallura non fossero più intensi come prima. Si ripetevano, è vero, le solite considerazioni sugli antichi privilegi goduti nel medioevo da Bonifacio, ma non si citava alcun atto di sovranità esercitato dai Genovesi al tempo della dominazione aragonese e spagnola sulla Sardegna. I pochi atti possessori compiuti dai Bonifacini riguardavano tempi relativamente recenti. Nel 1710 la Repubblica aveva fatto arrestare, al cospetto di tutta la città, il Bonifacino Giacomo Antonio Carboni, vice console sardo, perché aveva avuto la temerità di richiedere prima al Re di Spagna Filippo V (1709), e poi all’imperatore d’Austria Carlo VI (1710) una specie di investitura feudale sull’arcipelago, con diritto di sfruttamento in enfiteusi di quelle terre e di esercizio della pesca del corallo nelle acque circostanti. Il Carboni aveva poi fatto pubblica ritrattazione e formale rinunzia dei privilegi ottenuti, senza che i sovrani interessati levassero la menoma protesta: segno evidente, conclude il De Santi, che non si sentivano in grado di sostenere i loro diritti di sovranità, né, per conseguenza, il Re di Sardegna poteva a sua volta accampare alcun diritto come erede del Re di Spagna.
Altro atto significativo sarebbe stato il rifiuto opposto nel 1744 dalla Repubblica di Genova a rilasciare una ventina di corsari tunisini catturati dagli abitanti della Maddalena e poi fatti schiavi. In quella circostanza il governo sardo aveva richiesto la preda nella convinzione che la cattura fosse avvenuta nel litorale della Sardegna, ma aveva poi desistito, essendo stato accertato che il fatto era successo proprio alla Maddalena: un’altra prova, dunque, di rinuncia alla giurisdizione. Il De Santi poi cade in un grave errore quando afferma che la stessa noncuranza del governo sardo si trova nelle ordinanze emanate per la repressione del contrabbando, nelle quali le isole non sarebbero affatto menzionate mentre si farebbe esplicito riferimento alle coste della Gallura settentrionale. L’errore è evidente, e per confutarlo basta rileggere quanto abbiamo detto prima a proposito dell’Editto del 1″ febbraio 1767, quello stesso che offrì al ministro Bogino e al Viceré des Hayes la giustificazione per inviare le truppe nell’arcipelago ( ).
Ancora un episodio interpretato faziosamente era quello riguardante il « patron » bonifacino Antonio Mamberti, arrestato dalle vedette guardacoste sarde e poi messo in prigione per essere stato sorpreso nello stretto con un carico clandestino di montoni proveniente dalla Sardegna. Anche in quell’occasione Genova aveva protestato, essendo riuscita a dimostrare che il Mamberti aveva effettuato il carico nell’isola della Maddalena, aveva ottenuto non solo il rilascio del prigioniero e la restituzione del carico, ma anche un risarcimento per i danni subiti.
La prevedibile obiezione delle autorità sarde, che le isole in questione non erano state menzionate nel trattato di cessione della Corsica alla Francia, a differenza di quanto era stato fatto per Capraia, non doveva avere, secondo il De Santi, valore di prova a favore della Sardegna, perché diversa era la situazione geografica dell’arcipelago rispetto all’isola di Capraia; questa risultava molto distante dalla Corsica e separata da un canale assai profondo, quello quasi adiacente e formante addirittura un’appendice.
Del resto, quali diritti poteva accampare il Re di Sardegna, se le isolette non erano state mai menzionate nelle leggi e nei regolamenti emanati nel passato dai Re di Aragona e di Spagna? Genova, al contrario, vi aveva esercitato sempre una vera e propria sovranità con atti di giurisdizione civile, criminale ed ecclesiastica. Le autorità della Corsica avevano concesso esenzioni fiscali a favore dei bastimenti provenienti dalla Maddalena; al giudizio del tribunale di Bonifacio erano stati affidati i delitti commessi nelle isole; gli abitanti di queste avevano celebrato i matrimoni a Bonifacio, e i loro figli erano stati battezzati in quella parrocchia; la chiesetta medioevale esistente nell’isoletta di Budelli e poi distrutta aveva goduto per lungo tempo di un legato messo in deposito presso il banco di San Giorgio di Genova.
Per tutte queste considerazioni, concludeva il De Santi, la Francia, come erede diretta della Repubblica in Corsica, era nel pieno diritto di pretendere la restituzione delle isole: non sarebbe stato difficile al suo governo di ottenere dagli archivi di Genova, per mezzo degli agenti diplomatici e consolari, i documenti autentici relativi alla sovranità contestata.
Anche il conte di Barrin, comandante della piazzaforte di Bastia e sostituto del conte di Marbeuf in sua assenza, incaricò per conto proprio altre persone di ricercare testimonianze e prove a favore della Francia. Egli poté così procurarsi numerosi estratti dei registri parrocchiali attestanti come dal 14 agosto 1701 all’8 settembre 1757 erano stati battezzati nella chiesa di S. Maria Maggiore di Bonifacio 45 bambini nati nelle isole dell’arcipelago.
Altra prova inconfutabile era considerata la concessione del permesso di porto d’armi nel 1722 ad alcuni pastori che usavano recarsi nell’isola di Spargi per la caccia al cinghiale. Durante una di quelle battute uno di essi era rimasto accidentalmente colpito dal fucile di un compagno, e l’istruttoria per il ferimento era stata condotta dal cancelliere del tribunale di Bonifacio.
Le relazioni compilate dal conte di Barrin e dall’assessore De Santi furono inviate al ministro della guerra, conte di St. Germain. Questi, seguendo il suggerimento del commissario Régnier du Tillet, fece eseguire accurate indagini nella Biblioteca del Re a Versailles nello stesso tempo informò il conte di Vergennes sulle ricerche compiute in Corsica.
Anch’egli era del parere che le indagini dovessero essere continuate negli archivi di Genova e di Pisa con la prudenza che le circostanze richiedevano.
Una Memoria anonima pervenuta al ministro degli esteri nel settembre del 1777 metteva il problema della restituzione delle isolette in termini urgenti per la Francia: « La possession de ces iles ne peut pas étre entièrement indifférente pour le Roi, outre le droit que Sa Majesté parait y avoir comnie étant subrogé à tous ceux de la République de Gènes et chargé de les maintenir; ou peut considérer ces iles sous différents points de vue. Elles sont une ressource pour les habitants de Bonifacio, qui ont besoin de paturages et qui sont en possession d’en trouver là. Entre les mains du Roi de Sardaigne elles sont un moyen toujours présent de gèner leur commerce et de le détruire à la fin en le fatiguant sous prétexte de contrebande. Elles sont un asii pour les bandits et ont été il y a quelque temps le réfuge des Bonifaciens. Enfin dans les temps plus orageux elles peuvent devenir pour les ennemis de la France un moyen de l’inquiéter dans la possession de la Corse, de s’en emparer et d’entretenir des troubles dans l’intérieur de l’ile. Cette considération est la plus importante. Quoique l’ile de Corse soit abordable en beaucoup de points, plusieurs circonstances. pourraient néammoins y rendre les débarquements difficiles. Si une Puis- sance quelconque alliée de la Sardaigne ou le Roi de Sardaigne lui-mème voulait former des entreprises sur la Corse, le succès de ces entreprises serait assuré » ( ).
Le considerazioni suesposte contribuivano a impostare la « questione » in un senso realistico; a promuovere questo indirizzo erano proprio i responsabili degli affari militari, che, rivolgendo tutte le cure a mettere la Corsica in stato di sufficiente sicurezza dopo aver superato la crisi del primo periodo di occupazione, si erano finalmente accorti del pericolo che rappresentava per la potenza marittima della Francia la vicinanza di una base navale munita come quella della Maddalena.
Il principe di Montbarey, succeduto al conte di St. Germain, sollecitò l’interessamento del conte di Vergennes; ma verso la metà del 1778 questi gli comunicò che Luigi XVI, informato delle difficoltà che potevano sorgere da quella parte, aveva stabilito di rimandare a un momento più propizio la trattazione dell’affare » della Maddalena.
Il momento politico era particolarmente delicato per la Francia: qualche mese prima (17 febbraio) Luigi XVI aveva riconosciuto gli Stati Uniti d’America e aveva firmato un trattato con gli Americani ribellatisi all’Inghilterra; da pochi giorni (17 giugno) era scoppiata la guerra navale contro gli Inglesi, dopo che era stato messo l’« embargo » su tutte le navi britanniche (18 marzo). A Versailles si conoscevano i buoni rapporti esistenti tra Londra e Torino e il Re non aveva alcun interesse a spingere Vittorio Amedeo III fra le braccia dei nemici, tanto più clic, sebbene fosse tenuto celato con la massima segretezza, era in vigore il patto di garanzia assoluta concessa tre anni prima dalla Francia al Re di Sardegna ( ).
La risposta del conte di Vergennes significava, nei suoi veri termini, che la « questione » della Maddalena era rimandata « sine die ».
I Bonifacini, tuttavia, non rimasero inattivi. L’assessore De Santi nel 1779 compilò un’altra Memoria che, per la forma, per il contenuto e anche per l’insolita ampiezza – ben 211 pagine fittamente manoscritte – merita un particolare esame. Essa è intitolata « Il Contrasto Sardo-Còrso, ovvero Dialoghi famigliati tra Don Miones, Sardo, e M. De Stian, Còrso, intorno alle Bocche di Bonifacio, ultimamente occupate dal governo sardo, dalli quali risulta ad evidenza di fatto essere elleno pieno jure di spettanza della Fruiieia ».
L’autore, inviandola al principe di Montbarey, così ne spiega l’origine: « Monseigneur, l’année dernière l’hasard me fit rencontrer en un Sarde qui ne manquait pas d’esprit; nous primes à causer sur les iles placées entre la Corse et la Sardaigne qui ont été occupées par le Gouvernement de cette ile sur le moment que la République de Gènes allait conseigner la Corse entre les mains de la France. Par ces discours ayant appris les raisons avec lesquelles le Gouvernement Sarde prétend de justifier la susdite occupation qu’il a fait de ces iles, je crus mon devoir de rédiger par écrit les réponses que je lui fis, et ce sont telles qui sont sorti de ma piume, sans avoir pu obtenir un moment d’en tirer aucune copie que j’aie, Monseigneur, de présenter à Votre Grandeur, vous suppliant très humblement de vouloir bien les accueillir avec la bon té qui est le spécifique et le caractère de votre grande àme » ( ).
Il De Santi dichiara preliminarmente che i nomi degli interlocutori sono anagrammati: nel Còrso De Stian è facile riconoscere lo stesso De Santi; il Sardo don Miones Nopas, di Terranova, di 34 anni, vice console di Francia in Sardegna, dovrebbe corrispondere al nominativo di Simone Spano. L’occasione del dialogo fu data dalla visita che don Miones dovette fare in Bonifacio allo Stian per ottenere il visto di Sanità necessario per il suo ritorno in Sardegna.
Il vecchio assessore ed ex medico lavorava in quel tempo intorno a una carta geografica delle isole dello stretto, e il discorso non poteva non cadere sulla controversia da molti anni in atto. Il rappresentante della Corsica si propose di illustrare all’ospite le giuste rivendicazioni dei suoi connazionali, e da parte sua don Miones promise di fornire all’interlocutore tutte le informazioni possibili sulle ragioni che avevano indotto il Re di Sardegna a occupare le isolette ( ). A causa del maltempo, che impedì al giovane Sardo di prendere il mare, i colloqui si protrassero per alcuni giorni: ne risultarono così 14 dialoghi, nei quali sono ampiamente esposti tutti gli aspetti della «questione»,: quelli storici, quelli geografici e quelli strettamente giuridici. Eccone una breve sintesi: Anticamente le isole erano chiamate Buccinare, o Businare, perché la più grande, quella della Maddalena, aveva il nome di Busina, derivante forse da buso, o buco, cioè pertugio o passaggio, donde Bocche. Queste sono dette di Bonifacio perché costituiscono come il prolungamento del promontorio sul quale sorge quella cittadina e perché le isole che vi sono disseminate da tempo immemorabile risultano abitate da Bonifacini.
Il dialogo successivo è dedicato alla descrizione delle isolette e degli scogli dell’arcipelago. Relativamente a Caprera, si apprende, tra le altre cose, che l’isola era abitata nell’antichità: vi si sono rinvenute, infatti, monete e resti di tombe e di costruzioni romane; non mancano neppure avanzi di fortificazioni medievali; l’ultima opera militare è la torre di recente costruita dal governo sardo a Santo Stefano.
Molto interessanti e precise sono le notizie contenute nel Dialogo III: ciò dimostra che il De Santi conosceva assai bene l’arcipelago. Esse riguardano il clima, la natura del terreno e le acque delle isole; la composizione degli abitanti, la loro costituzione fisica, il carattere, la lingua, le attività agricole e pastorali e il tipo di abitazione prevalentemente usato. Don Miones conferma che da qualche anno, per invito del governo sardo, numerosi contadini della Maddalena vanno a coltivare le terre di Arzachena, in Gallura.
L’autore passa quindi a esaminare i titoli acquisiti nel passato dalla Repubblica di Genova sul possesso dell’arcipelago, a incominciare dai primordi, da quando cioè i Liguri della protostoria popolarono la Corsica. I Genovesi conquistarono una prima volta l’isola nell’806, sotto il comando di Ademaro, conte francese cugino di Carlo Magno. La riebbero ancora, insieme con la Sardegna, dopo la nota spedizione contro i Saraceni di Museto. La data però è controversa, non potendosi stabilire con esattezza se la comune vittoria dei Sardi, di Pisa e di Genova risalga al 1003, al 1105 o al 1115: la storia del Filippini in proposito è priva di ogni fondamento.
Anche quando i Papi affermarono i loro diritti sulla Sardegna e sulla Corsica, Genova non rinunciò alla sua sovranità. Bonifacio ha mantenuto fino ai tempi presenti le antiche tradizioni di colonia genovese: lo dimostra l’avversione degli abitanti a Pasquale Paoli e l’odio che per loro nutrono gli altri Còrsi. Per colpa di costoro Bonifacio ha perduto il beneficio degli antichi privilegi ed è stata fatta oggetto di persecuzioni d’ogni genere.
Le lotte combattute tra Pisa e Genova nel medioevo per la conservazione dei loro domini nella Sardegna settentrionale e nella Corsica, e i rapporti intercorsi tra Genova, il giudice d’Arborea Barisone e Branca Doria sono l’argomento di una esposizione così imprecisa, che non reggerebbe neppure a una critica superficiale.
Con la stessa leggerezza il compilatore del dialogo sostiene che i Genovesi ebbero autorità sulla Gallura fino al 1700; vari secoli di dominazione aragonese e spagnola sono così saltati a piè pari! Egli fonda la sua asserzione su alcuni atti del notaio bonifacino Giambattista Marzolaccio, dai quali risulterebbe che i Genovesi nel 1588 fecero costruire due torri contro i barbareschi a Longon Sardo e a Capo Testa, sulla estrema punta della costa sarda, e che nel 1600 c’erano ancora i loro agenti nella Gallura. Si vedrà, in sede di confutazione, che gli atti notarili parlano solo di trasporto del materiale da costruzione da Bonifacio a quei due luoghi e dell’uso di maestranze e di operai bonifacini.
Durante la dominazione spagnola in Sardegna né i Re di Spagna, né gli Imperiali fecero mai sentire la loro autorità sull’arcipelago. Il caso relativo all’investitura di Giacomo Antonio Carboni dimostra che quando questi fu arrestato e costretto a rinunciare ai privilegi, i sovrani interessati non avanzarono alcuna protesta, né potevano avanzarne perché non avevano alcuna giurisdizione su quelle terre.
Genova vi conservò intatto il suo dominio, e la comunità di Bonifacio vi estese il godimento degli antichi privilegi. Lo dimostra il fatto che a favore della chiesetta di S. Maria dell’isola di Budelli esisteva presso il Banco di San Giorgio un cospicuo legato.
Segue un lungo elenco di fatti che attesterebbe per i tempi più recenti l’esercizio da parte della Repubblica della giurisdizione civile e criminale: la cattura nel 1744 degli schiavi tunisini e il conseguente conflitto di competenza tra il governo di Torino e quello di Genova, risolto a favore di questo perché fu dimostrato che i pirati erano stati presi alla Maddalena; l’avventura toccata al « patron » Mamberti, prima imprigionato e poi rilasciato dai Sardi, essendosi appurato che il suo carico clandestino proveniva dalle isole e non dalla Sardegna; gli editti dei Viceré per la repressione del contrabbando; la libertà di cui godettero i famosi banditi sardi Giandomenico Morii e Antonio Porcu, rifugiatisi alla Maddalena e mai perseguiti dalle autorità sarde perché su quelle isole non avevano alcun potere; l’applicazione al trattato di cessione della Corsica alla Francia della formula « quod voluit dixit, quod non dixit, noluit » nel senso che Genova, volendo conservare il possesso di Capraia, ne fece esplicita menzione, mentre le isole contestate passarono direttamente alla Francia con tutta la Corsica perché non erano state fatte oggetto di alcuna eccezione.
Lo Stian fa rilevare al suo interlocutore l’astuzia dimostrata dal governo sardo nel procedere all’occupazione della Maddalena in un momento nel quale né Genova, né la Francia potevano efficacemente intervenire. All’obiezione di don Miones che mai i Francesi nei primi dieci anni della loro presenza in Corsica si sono curati di rivendicare ufficialmente le isole, lo Stian risponde che la Francia non era a conoscenza dei suoi legittimi diritti e che Genova non aveva più alcun interesse a rivendicarli.
La presenza delle truppe sarde alla Maddalena e le opere militari che vi sono state costruite hanno evidentemente un significato e una funzione ostili alla Corsica e, quindi, alla Francia. Rimane dunque da stabilire una netta linea di demarcazione delle acque dello stretto. È però impossibile misurare la metà delle Bocche nel senso della larghezza perchè in esse le isole si succedono quasi ininterrottamente, formando vari canali, di cui il più profondo è quello che divide la costa sarda dalla Maddalena e da Santo Stefano.
Nell’ultimo dialogo, che dovrebbe riassumere con precise deduzioni i termini della vertenza, lo Stian ricorre alla singolare argomentazione della contiguità che è stata chiarita precedentemente. È inutile dire che don Miones alla fine si dichiara incondizionatamente d’accordo con l’interlocutore e giudica pienamente giustificate le rivendicazioni della comunità di Bonifacio.
Le ultime deduzioni del De Santi, fatte conoscere al governo francese nel 1780, se ebbero buona accoglienza presso il principe di Montbarey, a cui lo scritto era dedicalo, non suscitarono altrettanto interesse presso il conte di Vergennes; come tutta la precedente documentazione, anche il voluminoso « Contrasto » venne archiviato in attesa di tempi più favorevoli per l’esame della « questione ». I Bonifacini, però, non desistettero, né desistettero gli amministratori della Corsica. Il De Santi nelle sue ricerche era affiancato dal vecchio arciprete Trani, che come Cancelliere della giurisdizione reale aveva la possibilità di consultare a suo agio i registri della Cancelleria: la raccolta dei documénti era già a buon punto, quando il curato morì; il fratello, come arciprete coadiutore, ne prese le veci e fu incaricato di condurla a termine, ma ben poco egli poté fare, non essendo molto addentro in quelle pratiche.
Il maresciallo di Ségur, succeduto nel frattempo al principe di Montbarey nella direzione del dipartimento della guerra, era pienamente informato dell’andamento delle ricerche, ma era anche persuaso che, fintanto che queste restavano circoscritte all’ambito privato, il governo non poteva prendere in considerazione le richieste dei Bonifacini: era pertanto necessario che una petizione formale fosse presentata da quelle comunità. C’era stato chi, alcuni anni prima, aveva detto che gli interessati non attendevano se non un ordine superiore per far pervenire in via ufficiale al governo una Memoria contenente le loro rivendicazioni; ora si presentava la necessità di mettere in moto l’assemblea dei cittadini.
Il ministro della guerra, in una lettera del 21 marzo 1782, nel comunicare al conte di Vergennes la notizia che nella Maddalena i Sardi si apprestavano a costruire una chiesa, sottraendo così quella popolazione alla dipendenza dell’arcivescovo di Genova per farla passare sotto quella dell’arcivescovo di Sassari, suggeriva al collega l’opportunità di far eseguire, senza che il governo apparisse in alcun modo il promotore, una protesta collettiva da parte della municipalità di Bonifacio non solo contro la costruzione della chiesa, ma anche contro la presenza di una guarnigione sarda nelle isole.
Il ministro degli esteri gli rispose il 4 aprile in termini favorevoli: «La marche que vous proposez de suivre, Monseigneur, pour constater le droit de S.M. sur les iles de la Magdelaine, dont le Roi de Sardaigne fit prendre possession, parait la moins sujette à inconvénients. Les protestations des habitants de Bonifacio, et en particulier du clergé de cette ville, obligeront les préposés du Roi de Sardaigne à articuler sur quoi ils fondent leurs entreprises et engageront la discution de cette affaire sur laquelle la Cour de Turin a gardé jusqu’ici un silence peu naturel » In questo modo si usciva dalla fase delle discussioni astratte per entrare in maniera concreta nel vivo della « questione ».
Pochi giorni dopo il maresciallo di Ségur impartiva l’ordine ai commissari governativi in Corsica, Marbeuf e Boucheporn, di prendere accordi con i curati di Bonifacio per far radunare l’Assemblea Generale della Comunità. L’adunanza fu tenuta il 28 luglio 1782, ma gli organizzatori non ebbero l’accortezza di farla apparire come una riunione del tutto volontaria perché dal processo verbale redatto in quell’occasione risultava che presidente ne era stato il subdelegato regio in veste di rappresentante del governo, e che la riunione era stata autorizzata dai commissari governativi. Ciò non era conforme ai desideri del ministro della guerra, al quale premeva poter presentare la protesta dei Bonifacini al Consiglio del Re come un atto puramente volontario ed estraneo ad ogni interferenza della regia amministrazione.
Tutto doveva essere ripreso da principio, e il commissario Boucheporn ebbe un bel da fare a convincere gli ufficiali di Bonifacio che era opportuno ripetere l’Assemblea.
Tutte le scuse erano buone: il processo verbale non era stato firmato da un numero sufficiente di capifamiglia; nel documento i! Sovrano era stato qualificato come Sua Maestà Cristianissima, titolo che non poteva essere usato in quella sede senza dar luogo a inconvenienti di natura formale; le richieste erano state formulate in maniera troppo generica e non convalidate dai necessari documenti giustificativi. In realtà solo l’ultima ragione poteva essere valida: il processo verbale, infatti, diceva testualmente: «…Tutti i capi di famiglia sopra nominati qui presenti, in nome ancora delli altri abitanti di questa Comunità assenti per essere una parte occupata nella raccolta delle biade ed un’altra nel commercio marittimo, unendo le loro più fervorose suppliche a quelle dei succitati arcipreti e degli ufficiali municipali, hanno dichiarato e dichiarano di estendere il presente processo verbale di questa loro deliberazione, che tende a rappresentare le ossequiosissime suppliche di questa Comunità al Sovrano per l’ottenimento della restituzione di dette isole state come sopra occupate e indebitamente detenute tuttora dalla S. M. il Re di Sardegna, mentre dall’epoca di detta occupazione questa Comunità specialmente ne ha sofferto notabili e gravissimi danni ed in particolare circa il bestiame, che di quaranta e più mandrie appartenenti ai Bonifacini, oltre la quantità di vacche che pascolavano sopra dette isole al tempo che furono occupate dalle truppe sarde, si sono ridotte in oggi al numero di cinque o sei mandrie in circa, oltre le perdite delle semine che si facevano in tutti li anni in dette isole, per le quali entrava in questa città una considerevole provvista di grani… ».
Non era tuttavia prudente indire subito una nuova Assemblea Generale. Passò così un anno, e nel frattempo gli interessati perfezionarono la documentazione richiesta.
Anche il modesto segretario del conte di Barrin, Lebègue de Villiers, si affrettò a inviare al conte di Vergennes altre Memorie: in una di queste propose addirittura di far eseguire delle ricerche negli archivi medioevali per sapere se un prestito di 300 mila scudi d’oro fatto nel 1462 da Luigi XV a Giovanni I d’Aragona fosse mai stato soddisfatto: siccome in quell’occasione era stata ipotecata la Sardegna, in caso di mancato pagamento il re di Francia poteva, all’occorrenza, farsi forte di quell’antico diritto per legittimare una rivendicazione assai poco… legittima!. Su questi fatti abbastanza significativi il Marmonier tace; e non fa meraviglia che, considerato il largo credito che lo scrittore francese dà ai presunti diritti dei Bonifacini, egli sorvoli, pur avendone avuto fra le mani le prove, sulle mene tortuose di cancelleria che portarono alla seconda Assemblea Generale.
Questa fu adunata il 28 maggio 1783; il processo verbale fu redatto in maniera tale da non lasciare alcun dubbio sulla spontaneità della manifestazione. La discussione e la votazione furono precedute dalla lettura di una lunga Memoria dell’arciprete Meglia e del coadiutore Trani, fratello del defunto curato. In essa erano riportate con grande abbondanza di particolari tutte le notizie che già si conoscevano attraverso gli scritti del De Santi e degli altri memorialisti. Più accurata risultava invece la documentazione che si allegava: ai dati già resi di pubblica conoscenza dalle precedenti ricerche, venivano ad aggiungersi nuovi elementi. Si aveva così, in tutto, un complesso di 29 « pezze d’appoggio»:
1-2) Documenti relativi alla impossibilità da parte dei Bonifacini di opporsi alla sopraffazione sarda del 1767 (1<m);
3-8) Strumenti ricevuti dal notaio Marzolaccio riguardanti la costruzione per conto di Genova di due torri nelle coste sarde verso la fine del sec. XVI (1B7);
9) Lascito depositato presso il Banco di San Giorgio di Genova a favore della chiesa di S. Maria di Budelli (188);
10) Estratti dai registri parrocchiali da cui risulta che tra il 1683 e il 1768 furono battezzati in Bonifacio non meno di 114 bambini nati nelle isole dell’arcipelago, e dichiarazione dei curati attestante che da tempo immemorabile quegli abitanti erano soggetti alla giurisdizione ecclesiastica della parrocchia di Bonifacio;
11-13) Strumenti rogati presso il notaio Geronimo Gera relativamente a contratti di affitto di terreni nelle isole per la coltura del grano e per lo sfruttamento dei pascoli;
14) Querela depositata presso il Tribunale di Bonifacio per il furto di un bue nell’isola della Maddalena;
15) Ordinanza del commissario genovese di Bonifacio Stefano Mainerò per il trasporto obbligatorio in quella città di tutto il grano raccolto nelle isole, stante la grave carestia che ricorreva allora in Corsica;
16-17) Pagamento dei diritti doganali da parte di una nave francese per aver caricato del bestiame nella Maddalena;
18) Istruttoria presso la Cancelleria di Bonifacio per la morte nell’isola della Maddalena di un pastore bonifacino dipendente dalla famiglia Doria ( );
19) Querela depositata presso il tribunale di Bonifacio per un furto commesso alla Maddalena;
20) Dichiarazione attestante che il bestiame presente nelle isole è tutto di proprietà di possidenti bonifacini (17°);
21-23) Naufragio nelle acque di Santo Stefano del «patron» provenzale Giacomo Gioja e ricorso di questo al Tribunale di Bonifacio per ottenere la restituzione delle mercanzie depredategli dai pastori di quell’isola;
24) Arresto a Bonifacio di Andrea Rubiarto, comandante di una gondola guardacoste sarda, per aver catturato ingiustamente come presunti contrabbandieri due marinai bonifacini. Il governo sardo non fece alcuna protesta per l’arresto del suo dipendente;
25) Sequestro e incameramento a favore del Commissario di Bonifacio di una botte d’olio ritrovata senza padrone nelle acque tra la Maddalena e Spargi;
26-27) Istruzione presso il Tribunale di Bonifacio del processo contro alcuni pastori della Maddalena rei di aver ucciso Andrea Rubiano, padrone di una gondola sarda, evaso dalle carceri di Bonifacio;
28-29) Querele depositate per l’uccisione di una vacca nell’isola di Spargi.
Le risultanze dell’Assemblea Generale furono subito trasmesse al governo. Il maresciallo di Ségur si affrettò a sollecitare il conte di Vergennes affinché riprendesse subito in esame tutto l’ampio carteggio e intavolasse le preliminari trattative con la corte di Torino per ottenere la restituzione delle isolette contestate e soddisfare le legittime aspirazioni della comunità di Bonifacio ( ).
La vertenza entrava, cosi, nella fase risolutiva e più acuta delle trattative diplomatiche.

Sovranità e Giuristizione sulle Isole Intermedie (1767-1793) Carlino Sole 1959