Mussolini e don Capula

Mussolini e don Capula

Le visite del parroco Salvatore Capula a Mussolini furono cinque. La prima avvenne in data 17 agosto e si protrasse per quasi due ore. Ecco quanto scrisse Mussolini a riguardo nel citato “diario”: “Oggi 17 agosto alle ore 17 è venuto da me, a mia richiesta. il parroco di La Maddalena Don Capula. E’ un sardo che vive qui da dieci anni e gode della stima incondizionata di tutti come prete e come italiano. Mi ha detto di aver pensato a me e di avermi rivolto un cenno di saluto il giorno prima quando mi ha visto sulla terrazza. L’ho intrattenuto brevemente sulle mie faccende è gli ho detto che le sue visite mi avrebbero aiutato a vincere la grave crisi morale provocata dall’isolamento più che da tutto il resto. Ha replicato di essere a mia disposizione con la massima discrezione. Mi permetto di parlare francamente, mi ha detto. Lei non è stato sempre grande nella fortuna, sia grande ora nella disgrazia. E’ da questo che il mondo la giudicherà, da quello che lei sarà a partire da ora, e molto meno da quello che è stato fino a ieri. Dio che vede tutto la osserva e sono sicuro che lei non farà nulla che possa ferire i principi religiosi, cattolici, dei quali lei si ricorda; anche se dovessero prodursi nuovi colpi del destino. Gli è l’ho promesso. Verrà di nuovo giovedì pomeriggio”.
La seconda visita non avvenne il giovedì ma fu rinviata al giorno seguente, venerdì 20. Ed ecco ancora Mussolini nel suo “Diario”: “Come mi aveva promesso, nel tardo pomeriggio di oggi è venuto a trovarmi Don Capula. Mi ha portato un opuscolo religioso ed ha avuto per me delle buone parole. La sua visita mi è stata di grande conforto. gli ho aperto il mio animo depresso. Mi ha ascoltato in silenzio; poi mi ha fatto un lungo discorso, che è valso a risvegliare in me una fede sopita da tempo, quella in Dio, ed a sollevare il mio morale. Mi ha detto che ritornerà. Lo spero! perché ho bisogno di intrattenermi, almeno di tanto in tanto con qualcuno che non sia il mio carceriere”.
La terza visita avvenne la domenica 22 ed in quella occasione ascoltò la messa in suffragio del figlio Bruno, che il sacerdote officiò per lui nell’interno della villa. Le altre due visite avvennero il 23 e il 25. Alla sorella Edvige scrisse il 31 agosto dalla sua nuova località di prigionia (Gran Sasso): “In un isola aveva incominciato, dopo 40 anni, il mio avvicinamento alla religione, se ne occupava un Parroco di fama ottima. Poi sono partito e la di lui fatica rimase interrotta”.

La testimonianza di Capula

La ricostruzione di don Capula, su questo argomento è particolarmente dettagliata.. Gli appunti si sprecano. “Benito Mussolini sembra ammalato e comunque sofferente. Lo portano a Villa Webber. Chiedo subito al Vescovo – racconta – l’autorizzazione a mettermi a disposizione del prigioniero per somministrargli, in caso di richiesta i sacramenti. Giunge il nulla osta del Vescovo. Attivo allora il Capitano dei Carabinieri Marras e l’Ammiraglio Bruno Brivonesi, rendendo loro nota la mia disponibilità ad incontrarlo in caso di necessità”. Il sacerdote passa spesso davanti alla Villa per raggiungere, attraverso la strada di accesso alla località Crocetta, la grotta sotto il Puntiglione, dove ha sistemato l’oro di Santa Maria Maddalena, i due candelabri, il crocifisso di argento ed oro di Nelson, e la lettera originale con cui l’Ammiraglio inglese li aveva donati alla parrocchia, prima di Trafalgar. Questa è infilata tra i più importanti registri dell’archivio parrocchiale. In un fagotto di tela è raccolto tutto ciò che di prezioso in oro e in denaro, gli è stato lasciato in consegna dai militari e dalle famiglie degli sfollati.
La grotta è guardata da vicino dai Carabinieri. Il sito è concordato con le forze dell’ordine per evitare che la chiesa, inglobata nel centro storico e quindi soggetta a bombardamenti, come pure incursioni di armati, possa essere saccheggiata.
“Spero, passando per quella strada bianca, con la mia tonaca nera, di essere presto notato dall’ospite che, non avendo ormai molto altro da fare, rimane spesso affacciato a guardare la natura circostante e il mare”. I suoi diari confermano: “Vado al rifugio per vedere e per farmi vedere”.
La Villa, una straordinaria costruzione per La Maddalena, è protetta da valide, quanto apparentemente inutili, mura attraverso i cui cancelli alcune guardie armate sono in grado di fermare chiunque senza eccessiva difficoltà e quindi di esaminare, con la massima attenzione, qualunque oggetto destinato a raggiungere il deposto duce del fascismo. Il 15 agosto, finalmente, Benito Mussolini, vedendo il sacerdote passare lungo la strada attigua alla muraglia esterna, chiede i conforti spirituali e don Capula è finalmente convocato all’Ammiragliato. Il Cap. Marras e Faiola glielo comunicano.
“Avevo vinto la scommessa con me stesso. Il giorno 16 mi vengono impartite dall’Ammiraglio Brivonesi le istruzioni a cui mi dovrò attenere per non creare incidenti di alcun tipo. Il giorno dopo raggiungo la villa e vengo salutato a voce alta da una prima guardia, che evidentemente ha il compito di avvertire in quel modo anche i colleghi successivi. Davanti alla villa vengo accolto da un ufficiale incaricato del coordinamento della sorveglianza, che mi ripete alcune istruzioni e quindi mi introduce al cospetto di Benito Mussolini. Egli si trova in un appartamento piuttosto grande, arredato, però, in maniera squallida, più che spartana, senza quadri alle pareti e, soprattutto, senza un crocefisso: in una camera vi è un lettino in ferro, in un angolo, una poltroncina, due sedie, in un’altra quattro sedie ed uno scrittoio con uno dei suoi diari aperto e una lettera del Maresciallo Badoglio che mi legge, sebbene gli faccia capire che non intendo essere messo a parte di questioni al di fuori del mio mandato squisitamente ecclesiastico. Alcuni volumi rossi, relativi all’opera omnia del filosofo Nietzche, recente dono di Hitler, sono sparsi su un tavolino accanto allo scrittoio”.
Tale ricordo del parroco contrasta con quanto riportato da Aldo Chirico, secondo cui il dono del Furer sarebbe pervenuto a Mussolini soltanto il 19 agosto. La deduzione del medico-scrittore deriva dalla seguente frase di Mussolini, contenuta nei Diari: “Stamane è tornato da Roma l’Ammiraglio Brivonesi che ha interrotto il mio isolamento, poiché mi ha portato una lettera di mia moglie in data 13 agosto”.
Siccome il dono di Hitler era stato inviato in occasione del sessantunesimo compleanno del Duce, (che cadeva però il 29 luglio) per Chirico è logico pensare che il pacco di libri sia giunto a La Maddalena con quel corriere e in quella circostanza.
Pur tuttavia il parroco è irremovibile. “Quelle opere – dice – sono sullo scrittoio di Mussolini già dalla mia prima visita a Villa Webber. Non avrei modo e motivo di proporgli letture alternative, diversamente…”. La cronaca di quella giornata registra il fermo di due militi della Milmart che, introdottosi nel recinto della Villa, si informano con troppa curiosità sul numero degli uomini che montano di guardia al prigioniero.
“Gli prometto, che nel corso del primo incontro, anche per avere l’occasione di rivederlo, di portargli qualche lettura meno impegnativa e ad un tempo più idonea ad alleviargli le pene della crisi morale e spirituale che lo sta provando, e non potrei farlo se non prendendo lo spunto da quei volumi di Nietzche che ho sotto gli occhi…. Mussolini sorride per la prima volta, a quella mia battuta, poi ci sediamo e comincia subito a parlare come un fiume in piena che, inaspettatamente, rompe l’argine. E’ evidente che sta soffrendo in tutti quei giorni la mancanza di un interlocutore che lo sappia ascoltare con discrezione.
Mi parla con amarezza delle persone che ha incontrato in questo suo peregrinare da Ponza a La Maddalena ed ha rammaricarsi per il precipitoso voltafaccia di molti. Mi confida alcune delicate questioni della sua famiglia e per una, in particolare, mi chiede la mia opinione da italiano, prima che da sacerdote, poi mi domanda se disponga di altre informazioni, al fine di farsi un quadro più completo su quanto sta accadendo realmente in Italia e nel mondo, al di là della propaganda governativa, che nessuno più di lui sa quanto vale. Mi parla del suo ormai precario stato di salute e quindi incomincia a raccontarmi più intimamente di sé….
A quel punto della conversazione, dovendo interloquire, per timore di irritarlo, gli chiedo con quale titolo desidera essere chiamato. Con una smorfia della bocca mi fa comprendere che a quel punto, non essendoci neppure certezze del domani, i titoli lasciano il tempo che trovano. Dunque, da quel momento in poi, ci rivolgiamo la parola senza formalità di sorta.
La prima conversazione trascorre così in maniera piuttosto affrettata, quasi che avessimo entrambi premura di dire e di sentire tante cose, presagendo, forse, che da un momento all’altro gli avvenimenti potrebbero subire una accelerazione improvvisa, in senso negativo”.
I due si incontrarono altre volte, sebbene gli ufficiali responsabili del servizio di custodia e di sorveglianza mostrino sempre più nervosismo e preoccupazione.
La seconda visita non avviene però, come concordato, il giovedì, bensì il venerdì 20 agosto. Un ufficiale addetto alla sorveglianza, Faiola, il giorno 20, data fissata all’ammiragliato per la seconda visita, cerca comunque di negare al parroco l’accesso alla villa, sostenendo che il prigioniero sta male e non intende vedere nessuno, ma con un’altra mezza bugia don Capula, risponde che è inviato dal Comando Marina proprio per il suo cattivo stato di salute, temendo il peggio. Egli è, dunque, in questo momento, l’unica persona con una carica ufficiale, non militare, ad essere autorizzato a parlare con Benito Mussolini.
“Come mi aveva promesso, nel tardo pomeriggio di oggi è venuto a trovarmi Don Capula, mi ha portato un opuscolo religioso – scrive Mussolini nei suoi Diari, confermando ciò che dice mons. Capula – ed ha avuto per me buone parole. La sua visita mi è stata di grande conforto. Gli ho aperto il mio animo depresso. Mi ha ascoltato in silenzio; poi mi ha fatto un lungo discorso, che è valso a risvegliare in me un fede sopita da tempo, quella in Dio, ed ha sollevare il mio morale. Mi ha detto che ritornerà. Lo spero! Perché ho bisogno di intrattenermi, almeno di tanto in tanto, con qualcuno che non sia il mio carceriere”.
Il giovane sacerdote di Castelsardo, a quel punto comprende di avere tra le mani l’anima della persona più importante della sua vita. Non può lasciarsela sfuggire per le assurde diffidenze di un carceriere.
I loro colloqui spaziano sulla filosofia morale, sulla religione, sull’educazione dei giovani, sul piacere e sulla responsabilità di gestione del potere, sulla letteratura, sull’imponderabilità dei valori esistenziali, sulla inaffidabilità dei rapporti umani, sull’amore, sull’inevitabilità della morte….
Anzi, su questo argomento, proprio perché ricorre in quei giorni l’anniversario della morte del figlio Bruno, Mussolini prega insperatamente il proprio interlocutore di celebrare, in quella stanza dalle cui finestre su può osservare il braccio di mare che separa la baia di Padule da Santo Stefano e da Palau, una messa in suffragio per la sua anima. Subito dopo il primo scambio di battute, del 17 agosto, tra i due è incredibilmente scomparsa d’incanto ogni sorta di logica diffidenza.
“Il 21 agosto, di sabato, ottenuto il giorno prima il nulla osta del Vescovo, ho la possibilità di esaudire il desiderio del duce, accettando di celebrare messa in quella Villa, sia pure col pretesto legittimo di del suffragio dell’anima di suo figlio. Nell’occasione si confessa e si comunica Faiola. Reco, assieme ad altri libri da fargli leggere, una “Vita dei Santi” e un crocifisso in dono. Le giornate successive sono improntate ad una sempre maggiore fiducia reciproca, che cresce e matura di ora in ora. Quell’esperienza sta modificando in parte entrambi. Mussolini, dato il peso delle situazioni da lui create, che ormai gli stanno precipitando addosso, sa che per liberarsi lo spirito, non può non dirmi tutta la verità”.
Il 23 e il 25 agosto don Capula incontra ancora Mussolini. Tra i due sembra in corso – adesso – “una straordinaria partita a scacchi”: da una parte l’ex Duce del Fascismo, che ad ogni mossa si sta liberando lo spirito, e dall’altra un giovane sacerdote che sembra in grado di comprenderlo e di assolverlo, e che comunque gli è di grande conforto. La posta in palio potrebbe essere il recupero, per la storia, di un uomo che ha contribuito a far tremare il mondo, e che, se dovesse morire entro breve, deve preoccuparsi di lasciare un proprio testamento politico e spirituale: quale migliore occasione, per lui, questo giovane prete di buona cultura ?
L’opera, tuttavia, rimane a metà. Lo scrive lo stesso Mussolini alla sorella Edvige, il 31 agosto successivo, dal Gran Sasso, dove si trova la sua nuova località di prigionia: “In un’isola – scrive – avevo incominciato dopo 40 anni, il mio avvicinamento alla religione, se ne occupava un parroco di fama ottima. Poi sono partito e la di lui fatica rimase interrotta”. Benito Mussolini esce all’improvviso dalla vita di don Capula la mattina del 27 agosto, sebbene l’ultima volta, i due, si siano dati regolarmente appuntamento per il giorno successivo……
Trasferito a Campo Imperatore sul Gran Sasso, per timore di un colpo di mano tedesco, il Duce viene comunque liberato dal colonnello Otto Skorzeny, che no ha desistito dal suo piano. “Rimango molto male per quell’inattesa separazione. Non posso fare a meno di pregare a lungo per un uomo che poteva avere molto sbagliato nella sua vita, coinvolgendo in disastro annunciato l’intera nazione – ricorda mons. Capula – ma che pure stava trovando il modo di aprirsi ad una serena revisione di vita, davanti a Dio. Non vi è stato il tempo per una resa incondizionata nei confronti della religione cattolica, ma indubbiamente c’è stata l’apertura ad un proficuo dialogo.
A lungo sono stato interrogato su questo argomento, ma ho sempre ritenuto di dover rispettare la consegna del silenzio, sui particolari di questi incontri. L’unica cosa che posso dire, oggi, e che durante gli incontri di Villa Webber non avviene nessuna confessione formale, bensì una lunga, inarrestabile revisione, autentica e sincera dato il momento, su ciò che in quegli anni di buono e di perverso il fascismo aveva messo in piedi. Posso accennare per sommi capi alcuni degli argomenti trattati, senza scendere per altro nei dettagli. Era al corrente che, sia la Marina, come pure l’Aviazione, avevano trovato il pretesto e la possibilità (con una operazione autonoma di alcuni quadri) di tenere al riparo fino a quel momento la flotta e molti aerei assolutamente nuovi, in maniera da lasciare ai tedeschi l’enorme peso del conflitto. La scusa era che mancava i carburante. Se avesse vinto Hitler, Mussolini, che ufficialmente era all’oscuro di questa manovra, ne sarebbe venuto fuori al suo fianco, con una discreta forza militare ancora in piedi, per spartirsi le spoglie dei vinti. Se gli anglo-americani avessero invece tentato lo sbarco in Italia, queste scorte sarebbero servite per la difesa estrema. In due gallerie di La Spezia, in realtà, vi erano nascoste abbondanti quantità di carburante. Ecco perché non si sentiva del tutto finito. Anche se l’umiliazione della destituzione indubbiamente lo minava. Scoprirò poi che Mussolini non aveva esagerato su questo argomento, perché effettivamente Rommel aveva scovato il “bottino” (centinaia di aerei nuovi e migliaia di fusti di carburante imboscati) e lo Stato Maggiore del Reich era profondamente irritato per questo motivo, tanto che il Duce, liberato dal Gran Sasso, giunto al cospetto di Hitler, rischierà di essere fucilato (Göering lo richiede apertamente) e si salvò soltanto perché finse di cadere dalle nuvole, di essere stato tradito. Versione credibile, questa, visto che era stato destituito. Se io avessi parlato anche soltanto di questo episodio, che in quei giorni mi sembrava trascurabile, perché tutto da dimostrare, la sua sorte sarebbe stata segnata anzitempo e la sua morte sarebbe ricaduta sulla mia coscienza. I giudizi del Duce si susseguono su tutto e su tutti, a cominciare dalla posizione ambigua della famiglia Savoia e di Vittorio Emanuele III in particolare, al poco affidabile e irriconoscente Galeazzo Ciano, al dispiacere per le irrazionali prese di posizione della figlia Edda, al poco brillante e confuso Maresciallo Pietro Badoglio, per finire con l’Ammiraglio Bruno Brivonesi, discusso Comandante di Marisardegna, su cui aleggiavano da tempo forti sospetti di alto tradimento mai fugati completamente…. Per ogni argomento Benito Mussolini fornisce particolari inediti, o comunque noti a pochissimi addetti ai lavori, che ancor oggi sarebbero merce preziosa per i giornalisti più pettegoli. E poi si sofferma sui propri errori personali, sulle valutazioni talvolta superficiali delle persone con cui è solito accompagnarsi e a cui dà fiducia, sullo sgretolamento per sua colpa, della propria famiglia…. Un posto di riguardo e di rispetto è riservato per l’America e per Roosvelt e si domanda, in maniera assai colorita, perché mai i giapponesi abbiano così poco sale in zucca da pretendere di batterli per cielo e per mare. Ma mi domando ancora, parlandoti di questi incontri, come si comporterebbe Mussolini nei miei confronti, se non si trovasse in stato di detenzione…. Sarebbe la stessa cosa? Parlerebbe a ruota libera in questo modo? Diverso sarebbe se, conclusi regolarmente i nostri colloqui, mi avesse autorizzato lui a parlare.
Vi sono momenti in cui un uomo, sentendo la propria fine, si libera di un peso che lo opprime, come se si trovasse in confessione. Che importanza può avere se nel corso dei nostri incontri a Villa Webber non sussistono i presupposti formali della confessione cattolica ?
Se Benito Mussolini si trovasse, qualche tempo dopo, libero, a parlare di certi argomenti, non si pentirebbe forse di ciò che mi confida nel corso di questi incontri ? Non mi chiederebbe forse di tenere per me, quale confessore, ogni parola lasciata in libertà in una villa dove l’angoscia e sovranan ?
Il dilemma sull’opportunità di mantenere il più totale riserbo per oltre mezzo secolo mi tiene impegnato soltanto alcuni giorni, dopo la sua partenza. Ma presto, per me, decidono la mia curiosità pressante e morbosa a vario livello con cui si pretende di circuirmi. Qualunque cosa io dica verrà utilizzata in maniera incompleta e sbagliata: l’obbiettività non è di questo mondo. Figuriamoci in questo campo specifico… Opto così, senza quasi rendermene conto per un silenzio assoluto e totale. Del resto dopo aver contribuito ad alleggerire l’anima di uno sconfitto, non potrei mai appesantire la mia, con un comportamento troppo leggero.
La storia – continua il parroco – non ha bisogno delle mie delazioni. Nessuno avrà l’opportunità di diventare più ricco o più povero, moralmente parlando, per quelle confidenze fattemi. Mussolini, per parte sua e autonomamente, che fino ad allora tiene un diario puntuale e preciso, rivela in prima persona ciò che ritiene opportuno dire.
E’ soltanto lui, quindi, che, nei suoi diari, vuole rendere popolare un piccolo prete di periferia, che cerca di alleggerirgli l’angoscia di un soggiorno coatto, in un’isola destinata a conoscere presto momenti assai peggiori, dopo il tragico 8 settembre.
Ciò che l’opinione pubblica può sapere è reso noto soltanto dalla sua volontà, quindi…. La mia, relativamente a quei personaggi che in quel momento contano, è del tutto ininfluente. Mi si rimprovera che la storia ne uscirà mutilata? Pazienza. Io faccio il prete finché me lo lasciano fare. Se gli storici sapranno fare gli storici, forse faranno meno danni. Colgo l’occasione anzi, per lamentare il comportamento avventato di certi giornalisti, a cominciare da Aldo Chirico, che, per alcuni biglietti scambiati con Mussolini, a Villa Webber, con la collaborazione di un umile lavandaia, ha poi fatto scorrere sulla carta fiumi di inchiostro, di illazioni e talvolta di verità distorte.
Per tutti valga l’ultimo scoop giornalistico del settimanale “Oggi”, che ha pubblicato nel 1998 una lettera palesemente falsa, che sarebbe stata inviata da Mussolini al sottoscritto e mai giunta a destinazione, opera – si scopre poi – di uno studente universitario che voleva semplicemente fare uno scherzo ad un caparbio collezionista di documenti storici. Prima che si venisse a capo dell’autore del falso, ho detto immediatamente, in maniera molto chiara, che quella lettera non può essere attribuita in alcun modo a Benito Mussolini….. Almeno non a quello che conosco io. Non mi darebbe mai del reverendo, tanto per cominciare. Si tratta di un titolo onorifico e ciò per Mussolini non è usuale.
Ho già detto che ci si rivolge la parola senza alcun titolo. Vi è poi, in quella lettera, un errore di punteggiatura, e il Duce del fascismo che pure fa errori in altri campi. è stato però un abile giornalista ed è stato un buon insegnante…
Per concludere, si respira in quella lettera un’aria di pentimento totale, pari a quella che può avere un frate francescano col capo coperto di cenere…. Mussolini non mi appare mai in una luce così dimessa e soprattutto non ha alcun bisogno di umiliarsi ai miei piedi. Il fatto che nella sua lettera dal Gran Sasso, alla sorella Edvige dica che la mia fatica è rimasta interrotta, conferma chiaramente queste mie dichiarazioni. Su questo argomento pertanto non ho altro da dire”.