Sémillante

“Apparve all’improvviso un grande bastimento somigliante a una nebulosa immersa nella schiuma del mare, che procedeva senza un rotta precisa e senza una guida, sulla cresta delle onde, da Sud-Ovest a Nord-Ovest, come se avesse avarie importanti alla timoneria”

Il naufragio della fregata francese di primo rango La Sémillante, sulla secca di Lavezzi, il 15 febbraio 1855, mentre era diretta in Crimea, ha sempre avuto il potere di coinvolgermi emotivamente fin dai tempi della quarta ginnasio, quando Lettres de mon moulin di Alphonse Daudet catturava la mia fantasia, con il racconto L’agonie de La Sémillante.
Oltre al fatto che conoscevo l’isola di Lavezzi e le Bocche di Bonifacio, dove il vento spira, almeno ogni cinque o sei anni, ad oltre centoventi chilometri orari, mi aveva colpito, in particolare, il fatto che, un mese prima del 15 febbraio, un’altra nave militare francese, sempre sulla stessa secca – secondo questo racconto – sempre in rotta per la Crimea, aveva fatto ugualmente naufragio, e che i suoi superstiti erano stati poi rimessi in partenza, da Tolone, sulla nuova fregata La Sémillante, comandata per l’occasione dal capitano Gabriel August Jugan.
Del naufragio di quest’ultima nave si è sempre saputo, per certo, che non vi sono stati superstiti, che al momento della tragedia vi era un fortunale nelle Bocche di Bonifacio, e che, addirittura, non si riusciva a stabilire neppure se gli eventi, mirabilmente descritti da Alphonse Daudet, si fossero svolti di giorno o di notte.
Ho cercato poi di capire, in particolare, perché quattro cannoni di alcune tonnellate fossero stati rinvenuti sotto costa, a meno di quattro metri di profondità, ben lontano dal resto del carico della nave. Questo quesito risulterà ancora più stimolante per i lettori, se si considererà che la fregata, sotto carico, pescava più di sei metri.
Mi sono domandato anche perché il comandante Jougan, che si diceva conoscesse perfettamente le Bocche di Bonifacio, fosse potuto finire banalmente contro la secca più ovvia. E ancora, perché La Sémillante, armata neppure un anno prima, e quindi con la consistenza e la robustezza di una struttura geometrica abbondantemente collaudata e praticamente perfetta, si era potuta polverizzare, come se fosse di vetro…
Sul naufragio di questa nave da guerra è stato pubblicato, a Bonifacio, diversi anni or sono, un interessante opuscolo, molto ben documentato, scritto da Dominique Milano, un vecchio sindaco della “cittadella” genovese, che aveva ripreso e completato il materiale raccolto dal collega François Piras, suo predecessore alla guida di quel Comune nel 1854 e 1855, al tempo del colera, e quindi pure del naufragio della fregata La Sémillante.
Dirò subito che per il lavoro che segue, questo opuscolo è stato fondamentale, sia in senso positivo, che negativo. Nel senso che, apparentemente, sembra mettere tutto il materiale documentaristico possibile sotto gli occhi del lettore, ma in realtà, offrendogli chiavi di lettura basilari quanto scontate, lo svia dagli interrogativi, che un’inchiesta rigorosa, invece, avrebbe dovuto porsi.
I piani di costruzione della nave risultano ufficialmente “perduti” con gran parte dell’archivio del famoso cantiere Lorient, sulla costa settentrionale francese, a causa del bombardamento a tappeto, subito dalla città militare, il 4 febbraio 1943. Tale bombardamento distrusse in effetti per tre quarti anche la zona civile.
Sembra certo, tuttavia, che questi piani fossero riconducibili all’ingegnere Mathurin Boucher, che aveva perfezionato a sua volta i piani del famoso predecessore, l’ingegnere J. N. Sanè, di cui non è lecito assolutamente dubitare, considerato che viene descritto, dalla letteratura più accreditata di tecnica marinaresca, e in particolare dell’architettura navale, come il padre delle fregate francesi moderne, dalla Venus in poi.
Al Boucher vengono invece attribuite La Surveillante, La Belle Gabrielle, Herminie, Melpomène, Andromaque, La Belle Poule e La Forte.
Da Parigi qualcuno, però, mi ha voluto far comprendere come, anche una nave realizzata su un grande progetto, seguito magistralmente da maestranze della cui professionalità sarebbe ingeneroso e gratuito discutere, possa arrivare, per trascuratezza degli uomini, col tempo, ad accusare gravissimi problemi…
Ho riordinato il tutto, tenendo conto che tra il 1854 e il 1855 l’Europa intera veniva scossa, oltre che dalla guerra di Crimea contro la Russia, anche dalla terribile epidemia del Cholera Morbus, da cui, per altro, come scopriremo, non era rimasta indenne, nel suo unico anno di navigazione, neppure La Sémillante…
Colui che comandava questa unità, prima del suo drammatico naufragio a Lavezzi, era deceduto proprio di colera, davanti alle acque turche.
Gli incartamenti inviatimi in copia, fanno comprendere, se ce ne fosse ancora bisogno, come, in certi ambienti, non valgano mai le regole di sicurezza imposte ai civili.
Quando la fregata francese, partita da Tolone il 14 novembre 1854, fece ritorno a Tolone, il 19 gennaio successivo, priva del suo comandante, morto di colera, non venne sottoposta all’obbligatoria quarantena, prima di entrare in porto. Soltanto venti giorni dopo, dal 10 al 14 febbraio, infatti, imbarcava trecentonovantaquattro soldati, mentre le armi e le munizioni erano state, presumibilmente, imbarcate prima …
Non si sa neppure se l’unità militare, rientrata al comando del secondo di Mauff, il luogotenente di vascello Bernard, avesse esposto l’obbligatoria bandiera gialla.
Inoltre vi è un ragionevole motivo per cui si debba credere che sia venuto a mancare anche parte dell’equipaggio, (e non soltanto il comandante, quindi) per morti occultate di colera.
Se così non fosse stato, non vi sarebbe stato assolutamente motivo di rimpolpare l’organico della bassa forza di marina, al momento della partenza da Tolone, anche soltanto con alcuni elementi di altra unità navale, come documentato dai nastrini dei berretti ritrovati in mare.
É certo – a riprova di quanto si sostiene – che l’unità, per sue specifiche caratteristiche, non aveva avuto, e non era opportuno che avesse, il battesimo del fuoco in Crimea o altrove, per cui gli uomini che mancavano, senz’altro non erano morti in combattimento.
Sembrerebbe invece doversi escludere, al termine delle ricerche, che una corvetta – come scritto da Alphonse Daudet, col tocco drammatico del romanziere – avesse fatto naufragio nelle Bocche di Bonifacio e sulla stessa secca di Lavezzi, un mese prima, mentre trasportava truppe in Crimea, e che i superstiti di questa unità fossero stati imbarcati, per colmo di sventura, su La Sémillante.
L’idea aveva affascinato con ogni probabilità lo scrittore, quando aveva appreso che tra i cadaveri recuperati vi era pure qualche effettivo della Prudente.
Era successo, invece, il 21 dicembre 1854, che un brick a vapore della marina mercantile, della società “Nicolett e Garnier de Fecamp”, l’Amphitrite, appartenente al distretto della Senna Marittima, requisita e inviata in Crimea con ventisei artiglieri e ventisei cavalli, fosse naufragata nella baia di Caniccioni, territorio di Monaccia, a diciassette chilometri da Lavezzi.
In quella circostanza si erano persi soltanto venti cavalli, viveri e l’intero equipaggiamento degli artiglieri, ma i soldati, che appartenevano all’8° reggimento, 7ª e 8ª batteria, 6ª divisione, non riportarono neppure un graffio e non risultano comunque nel ruolo dell’equipaggio e neppure nell’elenco ufficiale relativo alle persone dell’esercito trasportate.
La Sémillante avrebbe dovuto riprendere immediatamente il proprio servizio di collegamento tra Tolone e la Crimea, trasportando truppe fresche e cannoni di grosso calibro, perché il 14 febbraio 1854, contemporaneamente alla sua prima partenza da Tolone, si era scatenata una tempesta nel mar Nero, che aveva ingoiato ventisette navi, sorprese con ormeggi precari: venti bastimenti erano britannici, cinque francesi, due turchi.
Con queste unità erano affondati anche gli equipaggiamenti invernali destinati agli assedianti. Subito dopo il fortunale improvviso, le truppe alleate erano state sorprese dal gelo. La temperatura si era abbassata di colpo, e quando la neve, a metà gennaio, aveva raggiunto i quaranta centimetri, si erano toccati i dieci gradi sotto zero.
Duemilacinquecento soldati francesi avevano subito congelamenti. Centinaia si salvarono grazie a tempestive amputazioni: il tutto mentre il colera continuava la propria azione devastante. Per la disperazione dovuta alle quotidiane sofferenze, molti fanti arrivarono a suicidarsi.
Occorre rilevare che a gennaio erano già arrivati in Crimea due bastimenti del tutto simili a La Sémillante, che avevano trasportato, senza il minimo problema, ottocentocinquanta uomini la prima e ottocento la seconda, oltre al materiale bellico e ai viveri.
Una volta che la fregata veniva privata del proprio armamento difensivo, era in grado di trasportare facilmente da mille a milleduecento tonnellate di materiale, mentre La Sémillante, durante il suo ultimo viaggio ne aveva caricato appena quattrocento.
Si può dire senz’altro, quindi, che questa unità, con sole settecentodue persone a bordo e quattrocento tonnellate di materiale, nel corso del suo ultimo viaggio, risultava abbondantemente al di sotto della propria stazza lorda accordata dal registro navale.
Ho svolto contestualmente accurate ricerche sul colera del 1854 e del 1855 e ho scoperto, che alcune grandi città europee persero il cinquanta per cento della popolazione e che in Crimea, a guerra finita, si contarono molti più morti per il morbo, (in un rapporto di oltre otto ad uno!), che per i colpi inferti dal nemico.
Era statisticamente appurato che quando il colera colpiva il membro di una famiglia, di un reggimento, di una camerata di soldati, di un equipaggio, quindi dove più persone risultavano riunite in spazi ristretti, si perdevano statisticamente ben oltre il cinquanta per centro di quelle persone.
Le truppe piemontesi, per esempio, ebbero 2200 morti, ma di questi soltanto 230 caddero sul campo di battaglia, mentre gli altri furono vittime ingloriose del vibrione colerico. I miliziani francesi persero 95.000 uomini, ma soltanto 10.240 uccisi in guerra. Gli inglesi ebbero 22.000 morti, ma soltanto 2.800 morti in combattimento. La stessa proporzione riguarda i 100.000 caduti dell’esercito russo e i 35.000 di quello turco.
Complessivamente questa guerra aveva fatto registrare da ambo i fronti 239.300 morti, di cui soltanto poco più di 27.000 in azioni di combattimento.
Ho trovato interessanti documenti su questo argomento, e non posso negare di aver paragonato istintivamente, con sorpresa, quelli emessi dalle autorità sanitarie di Londra, di Tolone, di Milano, Bologna, Genova, Livorno, Venezia, in occasione del colera relativo all’anno che ci riguarda, con quelli, ben più famosi, attestanti la peste del 1630, di manzoniana memoria, tanto le conseguenze sociali e i rimedi, dopo oltre due secoli di storia, rispetto a queste due pestilenze, parevano ancora simili.
Avevo intenzione di organizzare una pubblicazione tecnico-scientifico col nuovo materiale recuperato, ma l’Editore ha preferito, ad un discorso troppo serioso ed arido, una stesura più romanzata e avventurosa.
Ho accettato l’incarico, incastonando nella storia documentata, episodi e personaggi inventati, come le staffette del telegrafo di Livorno e il suo direttore, pupillo della massoneria, nonché l’autore del diario per Pascal, e Pascal stessa. Ho inventato gratuitamente la personalità del pastore Giovanni Maria Limieri, di cui non si sa assolutamente niente, e la storia della coca (che pur sperimentata proprio tra i militari ammalati di colera) non necessariamente doveva essere stata assunta dal personale di questa nave, di cui si dice, nei documenti ufficiali, soltanto un gran bene…
In questo romanzo, l’intreccio tra ciò che è stato inventato di sana pianta e ciò che invece è stato rigorosamente documentato, mi consentono comunque di poter esporre, sviluppandoli, i filoni basilari della ricerca scientifica da me portata avanti in tutti questi anni:
1) l’incredibile e tormentata genesi della sfortunata fregata;
2) l’ultimo periodo in cui, contemporaneamente alla morte del comandante della fregata, il Cholera Morbus raggiunse il culmine della virulenza in Europa, arrivando ad uccidere, in cinque ore, tutte le vittime che venivano contagiate;
3) i documenti dell’inchiesta relativi al naufragio, in cui lo stesso sindaco di Bonifacio François Piras, passato alla storia per aver infaticabilmente organizzato, tra il 1854 e il 1855 la resistenza nei confronti del morbo (che pure falcidiò 200 suoi concittadini) evitò, stranamente, di considerare che su quella nave militare poteva esserci in corso una epidemia di colera;
4) i motivi per cui non venne sottoposta a quarantena La Sémillante, al suo rientro dalla Crimea, e ci si limitò semplicemente a rimpiazzare i marinai morti con altri giovani, facendola ripartire senza indugi.
5) la scelta suicida della rotta voluta dal comandante Jugan, con un fortunale in corso o in arrivo, e con i dati dell’inchiesta, che, a dir poco, dobbiamo definire lacunosi e confusi.
6) Uno strano biglietto, emerso dalla tasca del cappotto militare di Jugan, che conteneva una lista di dodici uomini contusi, redatta al momento della partenza.
Che voleva dire questo biglietto? Che c’era stata una rissa non registrata, prima o al momento dell’imbarco? Siccome non se ne ha notizia, mi limito a dire che anche il colera segnava spesso il volto e gli arti delle persone colpite con chiazze verdi-bluastre, come se si trattasse di vecchie contusioni.
Al termine della ricerca, oggi ritengo opportuno domandarmi se l’eroico equipaggio della Sémillante sarebbe stato comunque in grado – a prescindere dall’uragano a cui andò incontro – di arrivare in Crimea, senza altri morti di colera a bordo, dopo una navigazione di almeno quindici giorni, e se l’equipaggio, ridotto all’osso, poteva considerarsi in perfetta forma fisica e mentale, nel momento in cui si lasciò attrarre nell’occhio del ciclone.
Da un raffronto con tutti gli altri incidenti, avvenuti in Mediterraneo e in Atlantico, la notte di quel drammatico 15 febbraio 1855, nessun’altra imbarcazione, anche se molto meno preziosa, rispetto a La Sémillante, è andata distrutta.
Tre imbarcazioni sarde affondarono sulla costa atlantica della Spagna, ma soltanto perché ormeggiate male, in porto, non rispettando il detto dei marinai che impone di assicurare sempre la propria nave, mai pensando al tempo che c’è, ma a quello che potrebbe arrivare.
La Corsica francese, sulla presunta rotta di sicurezza intrapresa, offriva, prima l’approdo di San Florence, poi quello dell’Isola Rossa, quello di Ajaccio, quindi quello di Propriano, come di qualunque insenatura o spiaggia della costa occidentale.
Ma prima ancora, va detto che la nave poteva non salpare, o rientrare al primo beccheggio particolarmente marcato, poco rassicurante, registrato senz’altro all’uscita dal porto di Tolone.
A meno che non si voglia dire che il comandante Jugan, descritto “esperto come pochi”, e ancora “conoscitore dei mari della Corsica e in particolare delle Bocche di Bonifacio”, fosse l’unico, quel giorno, ad aver preso colpevolmente sottogamba la situazione meteomarina.
Inoltre c’è una considerazione fondamentale da fare: se il vento che spirava, uscendo da Tolone, era effettivamente il famigerato mistral di Alphonse Daudet, confermato anche dall’indagine condotta dal vecchio sindaco Milano, e dal comandante dell’Avviso postale Averne, Bourbeau, qualunque altra rotta sarebbe potuta essere considerata “di sicurezza”, meno quella che ha portato il comandante Jugan a sfidare il mare già di burrasca, lungo la costa occidentale della Corsica e della Sardegna.
Qualcosa indubbiamente non quadra. O qualche informazione non è stata acquisita in maniera esatta al momento dell’inchiesta, o qualcuno, volendo giustificare ad ogni costo il naufragio, si è inventato un vento da un quadrante diverso, oppure…
Soltanto in caso di forte vento a raffiche da nord-est, da est o da sud-est, sarebbe stato opportuno – qualora si fosse proprio nella necessità di dover “obbedire” ad ogni costo all’ordine di prendere il mare – navigare in condizioni, per così dire, di “sicurezza”, lungo la costa occidentale della Corsica e della Sardegna, e quindi, successivamente, per cambi repentini di direzione del vento, che prendesse a spirare da nord-ovest, da ovest o da sud-ovest, tagliare tra Corsica e Sardegna, alla ricerca del tragitto più breve, per raggiungere il Tirreno centrale, e mettere la propria nave a ridosso della costa orientale della Sardegna.
Ragionamento, questo, che rimane comunque valido, sostengono gli esperti, con un vento anche sostenuto, ma sempre nei limiti delle punte massime stagionali nella zona, oscillanti attorno ai trenta nodi.
Sfidare la sorte con un vento anche soltanto di poco superiore, significherebbe andare incontro all’imponderabile, e questo non sarebbe comunque da lupo di mare.
Ma vi è un ulteriore particolare. Noi, oggi, ragioniamo come persone che dispongono di un dettagliato e approfondito servizio meteorologico satellitare. Il comandante Jugan, invece, poté fare affidamento soltanto sulle sue personali esperienze e su conoscenze comunque empiriche della gente del porto.
Per quanto, infatti, una paurosa tempesta, soltanto qualche mese prima, avesse provocato lungo le coste della Crimea la perdita di molti vascelli della flotta francese e inglese, e il ministro della guerra del governo di Parigi avesse affidato allo scienziato Urbain Le Verrier il compito di studiare le circostanze che avevano provocato il drammatico avvenimento, si viene a sapere, oggi, che soltanto il 16 febbraio 1855, cioè un solo giorno dopo dell’affondamento della Sémillante, questi aveva sottoposto a Napoleone III il piano di organizzazione metereologica e che l’Imperatore lo aveva approvato a tamburo battente, data la straordinaria tragedia del mare che si era registrata.
Che l’approvazione del piano anzidetto possa essere del 16 febbraio risulta singolare, ma credibile, se si tiene conto del tentativo dell’Imperatore di allontanare, alla notizia del naufragio, l’ombra dello scandalo dalle istituzioni.
Diverso è però il problema per quanto riguarda la data di affidamento al ministro della guerra e a Napoleone, del pacchetto riguardante l’organizzazione metereologica, che Le Verrier – com’è documentato – aveva già in testa da tempo…
Chi avesse voluto affrontare comunque il mare alla disperata, con un vento superiore a quello mediamente sopportabile dalla velatura e dallo scafo della fregata, avrebbe dovuto mettere nel conto che una simile sfida, essendo impari, avrebbe potuto non soddisfare minimamente quello stato di urgenza e di necessità, che si presume stesse a monte di questo sconcertante viaggio.
Se quella sera vi fosse stato veramente un vento di maestrale con raffiche di poco superiori ai 20 nodi, sarebbe stato senz’altro più sicuro – e pare strano che nessuno lo abbia rilevato nel corso dell’inchiesta – doppiare Capo Corso e scendere nel Tirreno centrale, a ridosso del versante orientale della Corsica e della Sardegna. Vale a dire, evitando di andarsi a buttare nell’occhio del ciclone e avendo sempre una costa di protezione tra lo scafo e il vento.
Se non vogliamo parlare di un colossale o addirittura “colpevole” errore umano, allora dobbiamo pensare che spirava un forte vento di grecale (e non maestrale!), che costrinse Jugan, una volta fuori dal porto di Tolone, a ripiegare sulla rotta ad occidente delle Isole sorelle.
Vi potrebbe essere stato soltanto dopo, un repentino cambiamento di vento, che di fatto “incastrò” il pur esperto comandante della fregata, alle cinque del mattino, in una zona imprecisata tra Tolone e la Corsica occidentale.
Si era ancora in tempo per correggere la rotta della nave e portarla a doppiare Capo Corso? Per saperlo, dovremmo almeno conoscere l’ora in cui La Sémillante ha mollato gli ormeggi, ma nessuna notizia ufficiale sembra poterci confortare nella nostra ricerca. Era comunque di sera…
Gli unici dati di cui si dispone, invece, insistono, stranamente, sui venti nodi di vento da Ovest, nord-ovest, per cambiare in maniera repentina e violenta alle cinque del mattino del 15 febbraio, provenendo da sud-ovest.
Considerando poi che la nave viene avvistata verso le undici del mattino del 15 febbraio, a meno di un miglio dal faro di Capo Testa, a Santa Teresa, e che una simile unità poteva percorrere, con vento forte in poppa o meglio ancora di giardinetta, senza velatura, poco più di dieci miglia orarie, è credibile che Jugan avesse alle cinque, con sessanta miglia percorsi, l’ampia golfata di Valinco a portata di mano, alla sua sinistra.
Qui avrebbe potuto trovare un comodo riparo dal forte libeccio nel frattempo esploso, riparandosi dietro la punta di Campomoro.
Il comandante Jugan non scelse volutamente neppure questa opzione. Eccesso di sicurezza, follia, ingovernabilità della nave o altro ancora?
Sappiamo infatti che pure in presenza di ordini tassativi dello stesso Imperatore, Jugan, come ogni buon comandante di nave, era cosciente di dover rispondere innanzitutto, della sicurezza a bordo, soltanto alle persone che gli avevano affidato la loro vita, alla propria coscienza e quindi al proprio onore di capitano.
Simili dubbi, qualora non dovessero trovare nel tempo risposte adeguate, purtroppo, rimetterebbero in discussione la reale bravura tecnica di chi aveva la responsabilità della nave e del carico dell’unità da guerra la Sémillante.
Eppure nessuna inchiesta militare ha mai adombrato alcun dubbio o perplessità sulla rotta e sul comportamento del comandante Jugan, segno che – come ritengo – qualcuno, molto più in alto, aveva la coda di paglia, per avere impartito al comandante ordini tassativi, di cui ancora resta forse qualche traccia negli archivi statali, anche se, per qualche motivo incomprensibile, ancora oggi riesce complesso e difficile mettervi le mani sopra.
Sollevare dubbi di rotta, agevolare approfondimenti sullo stato di una nave “nata vecchia”, sul devastante colera e comunque sullo stato discutibile dell’equipaggio, avrebbe potuto portare il Ministero della Guerra francese molto lontano, mentre si era ormai alla vigilia di una grande battaglia, che occorreva vincere a qualunque costo, senza distrarsi con inchieste che avrebbero potuto lacerare la nazione e incrinare la fiducia del popolo nell’Imperatore, destabilizzando, anziché consolidare, il potere costituito in Francia…
Le truppe fresche e i cannoni, in sostituzione di quelli persi nelle Bocche di Bonifacio, arriveranno, e graditi, in zona di operazione, da parte dal Re di Sardegna e dal frammassone Cavour.
San Giovanni Bosco, personaggio scomodo, che visse da vicino questi avvenimenti, avrà a dire del potente statista del governo sardo: “.. qui in Piemonte, Cavour fu uno dei capi della massoneria”. Le persone addette ai lavori sapevano infatti che la politica savoiarda veniva decisa, in quel tempo, a Londra da Mr. Pike e da Lord Palmerston.
E d’altra parte, Camillo Benso Conte di Cavour, figlio di un Vicario di polizia piemontese, si era formato diplomaticamente in Inghilterra, aveva aderito entusiasticamente al pensiero liberale che riservava alla Chiesa una funzione marginale, prettamente teorica, assoggettata in tutto e per tutto al volere dello Stato, ed era stato iniziato alla massoneria.
Nel marzo del 1849, ministro prima e poi a capo del governo Piemontese, era stato l’ispiratore principe della massoneria nazionale, mantenendo contatti molto stretti prima con i massoni londinesi e poi con quelli parigini.
La battaglia di Crimea si vincerà, la guerra pure, ai russi verrà impedito l’ingresso nel Mediterraneo, che rimarrà un dominio pressoché esclusivo dell’Inghilterra, si inaugurerà l’esposizione mondiale di Parigi, la fortuna dell’Impero francese, fondata sul processo di industrializzazione, procederà a gonfie vele.
Alla luce di tutto ciò, la partecipazione savoiarda in Crimea a fianco di inglesi e francesi, non parrebbe quindi un esclusivo lungimirante intuito del Cavour, per sedere al fianco delle potenze europee, nel congresso di Parigi, e per sollevare la questione dell’unità italiana e quella, più spinosa, della Roma papale.
Questa strategia, infatti, era stata studiata, preventivamente, nelle stanze segrete della “gran loggia” londinese e parigina, per evitare che l’Austria, tenutasi fino a quel momento in disparte dalle tensioni sorte sul Bosforo e sui Dardanelli, potesse rioccupare in maniera attiva e perentoria il proprio posto nello scacchiere internazionale, mettendo fuori gioco quel Piemonte, da tempo designato da Gran Bretagna e Francia a diventare il punto di coagulo dell’unità d’Italia.

Il naufragio della fregata La Sémillante era stato soltanto un trascurabile dettaglio tecnico andato storto, che però era venuto, in qualche modo, ad aiutare i piani di rilancio del governo sardo-piemontese, e, anzi, a meglio giustificarlo, da parte dei governi alleati.
Il 1° aprile il Piemonte decreta lo stato di guerra, e il 13 aprile, meno di un mese dopo la scomparsa della Sémillante, diciottomila uomini e cannoni partono per la Crimea.

La triste storia della Sémillante di Gian Carlo Tusceri – Introduzione del bel libro “Pascal Mon Amie”