Testimonianza di Pietro Del Giudice (12 aprile 2006)

“Nel 1946, conclusa la guerra, avevo 24 anni e, invalido e reduce dalla prigionia, mi congedai dalla Marina Militare e fui assunto, come impiegato, in Arsenale con la qualifica di aspirante avventizio. All’Ufficio contabile, dove ero stato assegnato, dopo un passaggio, di brevissima durata, all’Archivio, aspettavo con ansia che il mio capoufficio mi comunicasse le note caratteristiche che venivano compilate tre volte all’anno, nei mesi di gennaio, di giugno e di dicembre.

Mi attendevo il ‘buono’, non mi interessavano l’’ottimo’ o l’’eccellente’. Dateli a quelli che hanno una maggiore anzianità di servizio rispetto a me, dicevo ai miei superiori. L’ufficio non era fatto per me, mi sentivo come un uccello in gabbia. Nascevo come operaio: da ragazzo avevo lavorato presso l’officina di Mordini e avevo imparato a fare un poco di tutto, ero tornitore, congegnatore, carpentiere in legno e in ferro, fabbro, muratore, …

In Arsenale, mi misero compilare le buste paga degli operai: 350 schede da riempire per le ‘quindicine’ delle maestranze di Marimist e di Mariarmi.

Nel gennaio del 1952, arrivò in ufficio una macchina calcolatrice elettrica. Enorme. Occupava mezza stanza. Nulla a che vedere con i moderni computer. Guarda caso, ero l’unico a saper farla funzionare … . E ottenni l’ottimo nelle note di giugno. Ero comunista, attivista, lo sono ancora e morirò tale. Già da inizio anno, visto il clima politico, si parlava di eventuali, possibili, soprusi nei confronti di lavoratori di sinistra, sindacalizzati, che dipendevano dallo Stato. Io so usare il calcolatore elettrico, pensavo. Hanno bisogno di me. Nessuno mi tocca. Ero tranquillo, ma sbagliavo atteggiamento. Me ne accorsi presto. Il 24 Giugno fui chiamato in Direzione. ‘Dopo che hai udito il terzo sibilo della sirena, presentati dal Direttore’, mi fu spiegato. Quando vi giunsi, vi trovai anche quindici operai. Ci fu consegnata la tanto temuta ‘busta gialla’, quella che avevano ricevuto in precedenza, sei mesi prima, altri lavoratori dello Stato, sospettati di simpatie comuniste o socialiste, in altri enti militari, a Taranto, a La Spezia … . Avevo parlato con alcuni colleghi che erano ‘compagni’, di questa famigerata ‘busta gialla’ che conteneva una sgradita sorpresa. ‘Preparatevi a riceverla’, avevo detto loro. Non mi avevano creduto. Fatto sta … . Il colonnello Giuseppe Bianca, nel momento in cui ci consegnava le lettere di licenziamento – o di mancato rinnovo del contratto di lavoro – si scusò, sostenendo che stava trascorrendo il giorno più brutto della sua vita e che non si sarebbe mai voluto trovare in quella situazione … . Ma doveva eseguire degli ordini partiti direttamente dal Ministero della Difesa. Mi feci avanti, tra i colleghi in procinto di essere esonerati e cercai di sostenere le mie ragioni. ‘Sono un invalido di guerra’, gridai. ‘Ho conseguito la pleurite mentre combattevo per la Patria, sul Da Noli. Ho navigato in tutto il Mediterraneo sull’unità da guerra. Sono stato a Tobruk,a Tunisi, a Biserta, nella tana del lupo, di fronte al nemico’. Le mie parole se le portò via il vento …

Due carabinieri mi scortarono fino a Porta Nord (gli operai uscivano da Porta Ponente, n.d.a.) mi imbarcai sul pullman e raggiunsi il centro cittadino.

Dal giorno successivo al mio licenziamento, mi battei tenacemente, a tutti i livelli, per ottenere le mie ragioni. Gli invalidi, decorati con la croce di guerra, reduci dalla prigionia, non potevano essere licenziati. Era un sopruso, un’ingiustizia. Ogni mese inviavo una lettera al ministero, comunicando il ricorso al mio licenziamento. La risposta giungeva puntuale: non mi avrebbero riassunto. Eppure, la legge era palesemente violata: in Arsenale non si rispettava la clausola della percentuale dei posti riservati agli invalidi di guerra. Per giunta, ero sempre stato un impiegato modello, con l’’ottimo’ nelle note caratteristiche.

Per potere sbarcare il lunario ricorsi all’aiuto di un’amica, la moglie di un collega del Genio Marina, che era titolare di una licenza per vendere frutta e verdura e che aveva avuto in concessione un chiosco al mercato civico. Questa signora doveva trasferirsi, insieme al marito, lontano da La Maddalena. ‘Qui c’è una licenza di vendita’, mi disse, ‘e tu hai perduto il posto di lavoro. Approfitta dell’occasione che ti é stata offerta’. Vendevo roba buona, merce di prima scelta. ‘Sono comunista’, comunicavo a tutti la mia fede politica, ne andavo fiero e camminavo a testa alta. Non tardarono a prendermi di mira. ‘Devi coprire la merce che vendi con un telo, altrimenti si deposita la polvere’.

Io obbedivo. I clienti sollevavano il telo per scegliere la frutta o la verdura e il vigile urbano di turno trovava da ridire. Mille lire di multa, quasi il guadagno della giornata. Mille lire oggi, mille domani, valeva più la spesa che l’impresa. Dopo sei mesi lasciai il banco del mercato.

Avevano vinto i miei avversari. A conferma di questa mia convinzione cito un episodio molto eloquente. La suocera di un noto esponente democristiano dell’epoca comprò da me un chilo di fagioli. Confezionai il pacco con la carta di giornale. Da buon comunista leggevo l’Unità. E la utilizzavo il giorno dopo per fare i pacchetti. Quella povera donna portò a casa i fagioli avvolti con l’Unità, un foglio sacrilego era entrato a casa sua. La colpa, ovviamente venne attribuita a me: avevo svolto propaganda politica, a favore del PCI, anche dal mio banco del mercato, profittando della buona fede delle ignare massaie. Il fatto curioso finì in cronaca, su ‘La Nuova Sardegna’.

Credo che questi nostri avversari li manovrasse don Capula. Ah …. Quel prete!. Non conservo un buon ricordo di lui. Si era rifiutato di celebrare il mio matrimonio, perché ero comunista. Un giorno mio suocero lo andò a trovare e gli disse: ‘guardi, io non mi perdo d’animo, se lei non vuole sposare questi due ragazzi, li accompagno io stesso davanti al sindaco e li faccio sposare in Comune … . Comunque si vergogni’. Quando è nata mia figlia, non voleva battezzarla. Il clima era incandescente. Io sono marxista, ma credo in Dio e, almeno a Pasqua, faccio la Comunione. Un anno, sotto Pasqua, sono andato a confessarmi. Don Capula, dopo avermi fatto parlare a lungo e ascoltato i miei peccati, si rifiutò di darmi l’assoluzione. Mi fece uscire fuori dai gangheri… Dimenticavo, fra i licenziati del giugno 1952 c’era anche qualche operaio che non era comunista o socialista. Anzi, era vicino alla Democrazia Cristiana e alla parrocchia. L’assenza di questi operai dall’Arsenale durò poco. Dopo tre mesi furono riassunti! Dopo che fui licenziato, i miei amici non mi salutarono più, evitarono me e mia moglie. Qualcuno si scusò con noi, perché la sera del nostro licenziamento aveva partecipato al brindisi organizzato in sacrestia per festeggiare l’evento.

Mia moglie aprì, con qualche difficoltà, un salone da parrucchiera. Devo dire che la mia fede politica non giovò al suo lavoro. Dopo aver lasciato il banco al mercato andai a lavorare ai cantieri di lavoro dell’Ente Regione, una sorta di Piano Fanfani finanziato, appunto, dalla Regione Sardegna. In quella sede mostrai tutta la mia versatilità: feci ancora il muratore, il carpentiere, il ferraiolo, il tornitore … di tutto. Mi feci apprezzare e lavorai, con profitto, per diverse imprese private. Divenni capocantiere. Quando si seppe che ero comunista, subii il licenziamento. Iniziai a lavorare per conto mio, come carpentiere in ferro, costruivo armature per gli edifici. Il lavoro non mancava mai, non rimasi neppure un giorno disoccupato. Mentre contribuivo alla costruzione dell’Hotel Excelsior, si fece avanti Angelo Mordini, solido imprenditore, proprietario di un’officina avviata laddove, ora, c’è il Comando della Marina Americana. Egli era stato il mio datore di lavoro, quando ero giovane apprendista, e la sua era stata un’ottima scuola. Noi ragazzi avevamo imparato a svolgere qualsiasi lavoro. ‘Signor Angelo’, gli dissi, ‘se vuole che torni a lavorare alle sue dipendenze, le condizioni le impongo io. Otto ore di servizio, rimunerazione congrua e adeguata alla mia professionalità. Altrimenti continuo a fare il battitore libero. ‘Sei la solita ‘monachella’, non sei cambiato da quando eri ragazzino’. Brontolò un pochino, ma, alla fine accettò.

L’impresa di Mordini si aggiudicava gli appalti dei lavori per la Marina Militare. Io ero l’operaio più efficiente. Ma ero comunista. Un giorno, mentre stavano operando nel deposito di cavi sotterranei del Vaticano, discutevamo di politica e commentavano la situazione nazionale e locale,mi imbattei in un custode del sito che era di idee fasciste. Questo cercò di convincere il mio principale a licenziarmi perché ero un sovversivo. ‘Non capisco perché tieni a lavorare con te un comunista’ – chiosò il ‘nero’. Gaetano Vasino, cognato e socio di Mordini, lo zittì prontamente: ‘Se avessi 100 operai, tutti come Pietrino, non sarei qui a controllare i manovali’.

Un altro episodio curioso capitò durante l’esecuzione dei lavori di un appalto che Mordini aveva ottenuto a Punta Rossa. Un carabiniere , che aveva svolto il suo servizio in Arsenale, nel periodo in cui ero stato allontanato,mi riconobbe e si meravigliò nel vedermi lavorare in un sito militare.

‘Sono stato licenziato dal Cantiere perché sono comunista’- spiegai al carabiniere con tono irriverente. Il giorno dopo Mordini mi ammonì: ‘La devi smettere di spiattellare ai quattro venti le tue idee politiche. Al Comando Marina mi hanno imposto la tua sostituzione. Io, naturalmente, non ho ceduto alla loro intimazione. Ho detto che non lo trovo domani un operaio come te. Vai lo stesso, ma mostra prudenza …”.

Lavorai alle dipendenze di Mordini fino al 1965. In quell’anno fui riassunto in Arsenale. E non passai dalla porta di servizio, ma da quella principale. Mi spiego, quando lavoravo in Archivio, mentre sistemavo le carte mi ero imbattuto in una legge del 1946 che riguardava i cittadini italiani che, durante il periodo fascista, erano stati allontanati dagli impieghi nella pubblica amministrazione, perché di idee politiche avverse al regime. Quei lavoratori dovevano essere riassunti. Mi sono ricordato di quella legge e sono andato a ricuperare, in Comune, la Gazzetta Ufficiale in cui era contenuta. Un punto in mio favore.

Restava la mia condizione di invalido civile e di prigioniero di guerra. Ogni anno, da quando non mi era stato rinnovato il contratto, chiedevo di essere riassunto, rivendicando la famosa riserva in percentuale dei posti per gli invalidi. Nel 1964, un amico sindacalista mi fece sapere che le condizioni, a livello ministeriale, erano tali per cui, in quel momento la mia aspirazione poteva essere soddisfatta. ‘Scegli tu la categoria’, mi disse. Io ero nato operaio, avevo fatto l’impiegato, ma mi sentivo sempre parte integrante della classe operaia. ‘Non sopporterei un’umiliazione simile a quella subita dodici anni fa’,dichiarai al mio amico, e non abiuro alla mia fede comunista per nessuna ragione al mondo. Però, se i tempi sono davvero cambiati e se posso tornare a lavorare sotto lo Stato, voglio propormi ai massimi livelli nella mia categoria: operaio specializzato di 1^ classe, congegnatore meccanico’. Mi chiamarono per svolgere la prova d’arte, assegnandomi 16 ore di tempo per condurla a termine. Guardai il disegno: una guida per pattino, 5 pezzi da fabbricare e da montare, il lavoro richiesto non era dei più semplici. Chiesi 20 ore, me le concessero. Per realizzare l’opera ,ne impiegai 18. Passò un anno, prima di ottenere l’assunzione. Questa volta , per mettermi il bastone tra le ruote, accampavano la scusa che non disponevo del titolo di studio richiesto per la posizione che avrei dovuto occupare, nonostante il superamento della prova d’arte.

Era chiaramente un pretesto. Perché io, alla Scuola Navale di Venezia, avevo conseguito un titolo equivalente a un diploma professionale del ramo industriale.

Contribuirono a sbloccare la situazione al ministero, Gavino Demuro, noto esponente politico di sinistra, e l’ammiraglio maddalenino Romualdo Balzano, a cui Demuro si era rivolto e che, a quei tempi, ricopriva ,a Roma, l’incarico di capo del personale della Marina Militare.

Pochi mesi dopo, in Arsenale fu organizzato uno sciopero e io vi aderii. ‘Nun sei ancora scaddato’…, cercò di sgridarmi un sindacalista della CISL. ‘No – risposi – se le ragioni dello sciopero sono giuste, io aderisco. Se vengono a licenziarmi, oggi, mi fanno un favore … . Non mi sono piegato nel 1952 e non piegherei neppure adesso’.

Nel 1979 mi ritirai in pensione”.

T. Abate e F. Nardini