Testimonianza di Tonino Conti (16 marzo 2006)

“Il licenziamento era comunicato 8 giorni prima della scadenza del contratto – agli operai era sottoposto un contratto annuale rinnovabile di anno in anno. Il 22 dicembre 1956. Sotto le feste di Natale. Immaginatevi la condizione emotiva di coloro che ricevevano le lettere. Le persone che erano indicate nelle liste di proscrizione venivano convocate a Porta Ponente, dieci minuti prima della fine della giornata lavorativa, trattenuti in direzione, in attesa che i compagni di lavoro rientrassero a casa. Solo quando l’Arsenale era vuoto e non vi era più nessuno nelle officine, ai malcapitati veniva annunciata la ‘lieta’ novella: licenziati – forse per paura di sommovimenti e di proteste . I carabinieri in tenuta antisommossa li scortavano sino all’uscita.

Spesso i licenziamenti erano accompagnati da lettere di diffida immotivate e da ammonizioni di diversa natura, senza alcuna ragione plausibile.

Racconto un episodio. Un capo operaio anziano, in odore di socialismo ricevette una diffida immotivata, il direttore dell’Arsenale, Giuseppe Bianca gli fece fare un anticamera di due ore e, quando lo ricevette, e questi gli chiese le ragioni per cui aveva ricevuto il richiamo, scoppiò in una sonora risata: irrispettoso nei confronti di un padre di famiglia che aveva sempre compiuto il proprio dovere .

Ricordo che Francesco Sechi, noto ‘Pallò’, licenziato nel ‘52, andò a lavorare in un cantiere navale privato. La ditta si aggiudicava spesso gli appalti per i lavori di manutenzione ai natanti: all’ex operaio dell’Arsenale non veniva riconosciuto il diritto di lavorare alle dipendenze del suo nuovo datore di lavoro, visto che non gli si consentiva di entrare in Arsenale, dove avrebbe dovuto prestare la propria opera da privato. Una vergogna. Soltanto negli anni Settanta, il maresciallo dei carabinieri che comandava la stazione della polizia militare, impose ai suoi sottoposti di guardia a Porta Ponente di far entrare anche l’operaio ‘comunista’ e ‘contaminato’: era un padre di famiglia e non poteva perdere la giornata. Il direttore dell’Arsenale, Roberto Covatta, si complimentò con lui.

Dopo i licenziamenti del ‘56 io, sindacalista della CISL, la notte di Natale partii per Roma, diretto al Ministero della Difesa – retto da Paolo Emilio Taviani, democristiano. Fui ricevuto il 24 dicembre dall’Ammiraglio Eugenio Henke, che allora ricopriva l’incarico di Capo di Gabinetto del Ministro.

L’alto ufficiale, ascoltò con attenzione le mie proteste, mi lasciò sfogare: che diritto aveva il Ministro della Difesa, in nome della fedeltà di alleato nei confronti degli americani, di mettere sul lastrico tutti quei padri di famiglia, alcuni dei quali erano operai modello, dediti al lavoro – Pietro Balzano, ad esempio, non si allontanava mai dal tornio, non spegneva mai le macchine, neppure quando consumava il pasto nella gamella – erano state colpite persone leali, alcune delle quali non avevano neppure la tempra dei sovversivi, anche se votavano per il PCI o al limite ne frequentavano la sezione.

Sui rapporti stilati dai carabinieri della polizia militare, ho sottolineato che quando per dovere d’ufficio si sarebbe dovuto stendere un rendiconto sarebbe stato conveniente mettersi una mano sulla coscienza e dire la verità. Questo l’ho detto all’ammiraglio Henke.

Avevo in tasca due lettere del parroco, monsignor Salvatore Capula. Mi aveva detto: usale se ti dovesse tornare utile. Due lettere, per Antonio Segni e per il Sottosegretario alla Difesa, Giovanni Bovetti.

Non le utilizzai. No ce ne fu bisogno… .Questo per fugare ogni dubbio sulle responsabilità del parroco nei licenziamenti… .

Henke mi mostrò alcuni documenti riservati. Erano i rapporti dei Carabinieri de La Maddalena sui sospettati d’attività sediziosa, i temuti ‘comunisti’.

Sono stati loro, mi disse, ad avere svolto le indagini, ad avere stilato i rapporti, – in maniera superficiale e subdola, aggiungo io, dietro suggerimento di qualche delatore. Non si poteva raccontare che Pilade Morganti era una ‘cellula eversiva del Partito Comunista’. Era la panzana più grossolana che si fosse potuta proferire.

L’ammiraglio che divenne, in seguito, tristemente famoso per il tentato golpe militare denominato ‘La Rosa dei Venti ’, mi assicurò che avrebbe compiuto opera di persuasione presso Taviani, per far revocare i licenziamenti. Mi congedò e mi considerai soddisfatto. Ma i fatti dimostrarono che l’opera di persuasione o non fu tentata affatto o non andò a buon fine.

Dopo i licenziamenti, all’interno delle officine si era prodotto un clima di terrore e di sospetto.

Gli operai avevano perduto la fiducia reciproca. Da un lato si cercavano, inutilmente, i delatori per fargliela loro pagare. Dall’altra si voleva evitare ogni discorso che richiamasse alla politica o che potesse urtare la suscettibilità dei militari. Un clima da caccia alle streghe che causo ad alcuni operai anche delle patologie gravi di natura psicologica e che provoco disagi familiari.

La caccia ai comunisti non si concluse con i licenziamenti del ‘56 ma proseguì negli anni successivi.

Erano stati approntati due sistemi spicci per escludere i ‘compagni’ adolescenti .

Alcuni venivano esclusi alla visita preliminare: i medici dell’ospedale militare diagnosticavano malattie che i colleghi civili non avevano mai riscontrato e che non avrebbero mai riscontrato mai in futuro.

Altri, vedevano i loro nomi depennati dalle graduatorie, direttamente al Ministero, scavalcando la Direzione della Scuola e quella dell’Arsenale: i carabinieri stilavano il loro rapporto, dopo aver raccolto le generalità degli aspiranti allievi inviate dal Ministero.

Un episodio. Il Direttore Roberto Covatta, telefonò adirato al ministero perché due aspiranti allievi operai quindicenni, sospettati di comunismo, erano stati esclusi dall’ammissione al corso benché fossero fra i più diligenti e meritevoli.

‘Sono comunisti’: gli fu detto al Ministero. Ma quali comunisti! due imberbi di 15 anni, che si affacciano alla vita. I ragazzi, venti giorni dopo vennero rassunti.

Nel corso del 1957, dopo i licenziamenti di Cuneo e di Cantini, don Capula si recò a Fregene, a casa del Ministro della Difesa Taviani. Sembra che l’influente uomo politico, nel vederlo arrivare, abbia esclamato: ‘Niente e nessuno ferma i preti’. E che Capula gli abbia risposto. ‘I preti possiedono un gregge e devono proteggerlo e custodirlo’

Quel colloquio fu determinate per frenare un’ ulteriore, massiccia, ondata di licenziamenti”.

T. Abate e F. Nardini