Cala Corsara

E’ la spiaggia più famosa dell’isola. A terra si trova un interessante tassello della frequentazione umana in Arcipelago: all’interno di un’imponente roccia granitica, del tipo “a tafone”, sono stati rinvenuti resti di pasto ed utensili risalenti al Neolitico.

Nella secca omonima, antistante la baia, alla profondità di diciotto metri nel 1939 furono scoperte dal palombaro maddalenino Lazzarino Mazza una decina d’anfore. Solo nel 1958 iniziò una vera e propria campagna di ricerca sul fondale di Spargi, grazie al giornalista Gianni Roghi e a Nino Lamboglia, direttore del Centro Sperimentale d’Archeologia Sottomarina.

Furono impiegate tecniche assolutamente nuove per quei tempi, eseguiti rilievi fotografici, disegnate mappe e infine recuperato il primo strato di 300 anfore, ceramiche e vasi preziosi.

L’equipe riuscì anche ad individuare le parti della chiglia, del fasciame e a localizzare la prua dell’imbarcazione: una nave oneraria che trasportava anfore e ceramiche campane, datate tra il 120 e il 100 a. C. e provenienti probabilmente da Napoli o da Ischia con rotta verso la Spagna attraverso le Bocche di Bonifacio.

Una successiva campagna, condotta con la nave appoggio Daino della Marina Militare, riportò alla luce resti di legno ed altri elementi riguardanti lo scafo di notevole importanza per ricostruire la dinamica del naufragio.

Ora le anfore sono custodite nel museo Nino Lamboglia situato in località Mongiardinoa La Maddalena.
La scoperta del relitto avvalorò la tesi che l’Arcipelago fosse frequentato sin dall’antichità e rappresentasse una meta di passaggio delle rotte commerciali.

Arrivare a Cala Corsara 

Proviamo a seguire una barca carica di turisti che arrivano per la prima (e forse unica) volta a cala Corsara: se vengono dalla Maddalena la cala si apre lentamente ai loro sguardi fino a scoprirsi per intero nella sua splendida veste: ai pendii elevati e, un tempo, fitti di vegetazione, fa riscontro il colore dell’acqua, verde intenso verso levante dove le rocce creano un sottofondo più scuro, verde che scolora man mano verso ponente, senza perdere bellezza e intensità, dove la sabbia e il granito sono grigio chiaro, in certi punti quasi bianco. La barca accosta passando il più vicino possibile ai cavi che delimitano la zona balneare, inizia la gimcana fra le imbarcazioni all’ancora e qualcuno, al megafono, inizia a parlare; la voce distorta illustra la spiaggia, poi lo scoglio, posto a mò di spartitraffico naturale, indicando l’apparire del profilo di un cane: la gente guarda, cercando disperatamente di vederlo, poi, ecco, all’improvviso la roccia sembra contrarsi e liberare, finalmente, il bulldog; non è ancora finita la fugace soddisfazione di non avere perso lo spettacolo quando la voce richiama l’attenzione in alto, dove, appoggiato, quasi in piedi, appare lo stivale: si, certo, è proprio l’Italia, ci vuole una foto subito prima che la barca, spostandosi, la faccia scomparire alla vista. Poi, enorme, ben visibile anche a chi ha difficoltà a vedere nelle rocce altro che rocce, appare la testa della strega: le macchine fotografiche e gli smartphone impazziscono cercando di riprendere proprio il punto migliore dal quale la figura si riconosce meglio. Digerite le emozioni, dissolta la fiammata di entusiasmo, tutti a fare il bagno o a proseguire verso nuove mete, a cercare nuovi scorci, antiche rocce corrose dal vento e dall’acqua che perdono la loro antica dignità per diventare De Gaulle, l’incappucciato, la dama, santo Stefano e il penitente, e così via fino ad arrivare al Rapace e i suoi numerosi squallidi derivati.

Finito qui? Cala Corsara di Spargi è tutta lì? Solo in quelle figure che, dopo avere suscitato un fuggevole entusiasmo, saranno dimenticate fino a quando, in qualche serata invernale, le foto dell’estate riprese e mostrate, magari, ad amici disinteressati (ma che devono fare buon viso a cattivo gioco) riprenderanno vita per un momento? No, non può essere. Sarebbe uno svilimento immeritato.

Oggi, fortunatamente, ci sono tanti giovani che, cercando nelle ricchezze storiche e ambientali anche una giusta risorsa economica, hanno approfondito le loro conoscenze e non accettano più di fare da guida a ignari visitatori per mostrare loro solo queste curiosità, simpatiche, certo, ma solo curiosità. E sono in grado di aprire nuovi punti di visione, di suscitare il desiderio di saperne di più, di maturare un interesse vero e duraturo.

E allora cala Corsara diventa anche altro: il tafone posto nella spiaggia centrale con tutti i suoi millenni di storia racconta la vita di uomini avventurosi che seguivano le vie dell’ossidiana dalla Sardegna meridionale su su lungo le coste corse, l’Elba, la Liguria e l’arco del continente europeo fino ai Pirenei; racconta la meraviglia di quell’oro nero col quale viaggiavano esperienze acquisite e scambi di conoscenze; mostra quegli uomini che devono vivere sulla spiaggia, ultimo avamposto sardo, in attesa del tempo buono per affrontare l’ultimo tratto di mare verso le isole dei Lavezzi; li fa rivivere mentre cercano di rendere il vano cavo sotto la roccia il più confortevole possibile: li vediamo chiudere con buon muro l’apertura verso il mare, oggi violata e sconquassata, lasciare aperto solo il basso ingresso nell’angolo a grecale, il più riparato dai venti e dalla furia delle onde; li vediamo cacciare, procurare il cibo giornaliero attendendo il momento propizio per il grande salto nella terra che li porterà a nord.

Il mare cristallino di fronte al tafone, ha nascosto, cercando invano di proteggerla con la sabbia, la nave romana inabissatasi con tutto il suo carico che ha conservato fino ai giorni nostri le testimonianze di un’epoca in cui le rotte da Roma all’occidente passavano nel nostro arcipelago: e le isole diventavano punto di riferimento per proseguire in sicurezza la navigazione, costituivano un buon riparo nell’attesa di poter affrontare il difficile passaggio delle Bocche, accoglievano e rifocillavano viaggiatori esausti, ma potevano trasformarsi in un inferno e una tomba.

E quel nome Cala Corsara che evoca periodi bui in cui solo avventurieri del mare affrontavano queste rotte per depredare: arrivavano sui loro veloci velieri, terrorizzarono per secoli le popolazioni sarde che difficilmente riuscivano a salvare se stesse, le loro povere cose dall’ingordigia dei senza fede, dei Turchi.

E poi, nei secoli più vicini a noi, il progressivo abbandono della barbarie e l’ingresso dell’isola nella storia della Maddalena Sabauda. L’arrivo delle navi francesi nel febbraio del 1793: Spargi abbandonata dai pastori, lo sbarco degli indisciplinati volontari corsi che fecero strage del bestiame lasciato incustodito, prima di riprendere il mare verso Maddalena e Santo Stefano con quelle giornate di fuoco che decreteranno il definitivo ingresso dei maddalenini fra i sudditi fedeli del Regno di Sardegna.

E infine, nel XIX secolo, il pesante intervento militare su tutta la cala; sul filone di roccia scura nella punta di ponente spunta un piccolo casotto costruito con quelle pietre verdastre: era il riparo della fotoelettrica, la grande luce che, accendendosi nella notte, doveva allontanare la paura e il pericolo di una invasione improvvisa; poi le casermette a mezza costa isolate, solitarie; il grande edificio a levante circondato da sabbie che ospitano la bella fioritura dello spillone delle spiagge; la batteria, nascosta presso la banchina principale, alla quale era stato dato il nome di un giovane decorato alla memoria, Carlo Zavagli, morto mentre compiva il suo dovere su un altro mare lontano.

Tutt’intorno la rete di sentieri e massicciate alle spalle del complesso, che portano alla vedetta di Guardia Preposti, o che consentono di arrivare facilmente a cala d’Alga e ai suoi punti di osservazione, o su verso la Sarra e l’interno dell’isola, verso le lontanissime batterie a nord di Petrajaccio e di Zannoto.

Questa è cala Corsara.

Giovanna Sotgiu