Correva l’anno 1766

4 gennaio

Auspice il ministro conte Bogino, il Governo aveva, con decreto del 4 luglio 1765, posto mano al riordinamento delle due Università isolane, secondo gli statuti di quella di Torino. Il 4 gennaio 1766 ha luogo la solenne inaugurazione dell’Ateneo sassarese, presenti le primarie autorità e quella schiera di chiari insegnanti che si erano fatti venire dal Continente dallo stesso ministro Bogino per il rifiorimento degli studi isolani.

6 gennaio

Carlo Emanuele III, deciso a porre fine alle deleterie attività degli abitanti di Aggius e dei pastori delle isole, nel fondato timore che la situazione di fatto venutasi a creare avrebbe potuto dar luogo a rivendicazioni da parte della Repubblica di Genova, aveva dato incarico al marchese Gavino Paliacho della Planargia, in quel momento reggente la Regia Governazione di Sassari, di fare una dettagliata analisi della situazione, di accertare a chi appartenesse la sovranità sulle isole delle Bocche e di proporre una serie di soluzioni per risolvere l’annoso problema. Il Paliacho riferì al re con due lunghe relazioni, la prima pervenuta a Torino il 10 dicembre 1765, come appare da una annotazione sul frontespizio, e la seconda datata Sassari 6 gennaio 1766. Della prima relazione, purtroppo, non vi è alcuna traccia negli archivi torinesi; di essa si è conservato solo il frontespizio. La seconda, nella cui premessa si fa cenno alla precedente relazione, è perfettamente conservata ed è certamente la più interessante. E’ un documento lunghissimo, di oltre trenta pagine, vergato da un ottimo scrivano, con numerose note e richiami dottrinari che dimostrano palesemente quale fosse l’alto grado di cultura e di erudizione del Paliacho e quale profonda competenza egli avesse in materia di diritto e particolarmente di diritto internazionale. Il Paliacho, infatti, sebbene avesse intrapreso la carriera militare, malgrado gli intendimenti paterni che lo volevano destinato ”alla scienza del diritto”, non abbandonò mai la passione per lo studio e – come apprendiamo dal Tola – oltre a essere “riputato a’ suoi tempi uno dei migliori uffiziali superiori dell’esercito sardo: la quale opinione confermò sempre co’ fatti dando egregie prove di valore in ardui e perigliosi cimenti”, si distinse per il suo sapere e per le vaste conoscenze acquisite “…colla lettura di buoni libri, alla quale solea consacrare tutte le ore che gli avanzavano dalle cure de’ propri impieghi”. Frequenti le citazioni dei maggiori testi giuridici dell’epoca ed i riferimenti a testi biblici ed ai grandi autori latini che dimostrano, oltretutto, come egli, cosa rarisssima a quei tempi, disponesse di una vasta biblioteca, certamente in gran parte quella paterna, poichè il genitore, Antonio Ignazio ”…percorreva – riferisce ancora il Tola – la via dell’alta magistratura, nella quale poi pervenne alla luminosa carica di reggente di toga nel supremo consiglio di Sardegna”. Il prezioso documento è sfuggito a suo tempo all’attenzione degli storici che in passato si sono occupati delle vicende isolane e, in epoca piu recente, anche ad Isabella Castangia che nel suo studio apparso nel 1988 ha ampiamente trattato la questione delle Isole intermedie sul piano del diritto internazionale. Si può quindi ben dire che questo documento, fonte di preziosissime notizie su quella che era la reale situazione in Gallura e nel Logudoro, è ancora inedito nella sua interezza. Il Paliacho, evidentemente a corto di fatti che potessero dimostrare un concreto esercizio della sovranità sarda sulle isole attraverso sicuri documenti e testimonianze di precisi atti di imperio, si appella principalmente al concetto della “contiguità territoriale” secondo il quale uno Stato che esercita la sua sovranità su un tratto di costa estende la sua giurisdizione anche sulle isole ad essa vicine. Egli, infatti, premette: “…in prova del Dominio di S.M. sovra dette Isole fu il principale l’oculare maggiore vicinanza delle medesime al Continente della Sardegna, rispetto a quella che possino avere con la Corsica per aver io trovato il criterio più atto ed idoneo per dimostrare a chi spetti il Dominio delle medesime. Avvengache provando la maggior vicinanza che quelle Isole restano dentro del Mare spettante al Sovrano della terra e del continente che quelle acque bagnano prova conseguentemente che appartengono al Dominio del medesimo, per ritrovarsi dentro i confini del suo Stato”. Inoltre, descrivendo ad una ad una tutte le isole e affermando che “..l’isola della Maddalena, sotto qual nome vengono tutte le altre che con essa un solo corpo morale e civile compongono”, esprime per la prima volta la definizione giuridica di “arcipelago” quale ritroviamo esattamente riportata ai nostri giorni nell’art. 47, lett. b), della “Convenzione delle Nazioni Unite sul diritto del mare” adottata a Montego Bay il 19 dicembre 1982, la quale ha posto in evidenza che nel significato di arcipelago l’unità di gruppo deve essere basata non solo su fattori geografici, ma anche su fattori politici, economici e storici. A tale conclusione, che il Paliacho da vero precursore aveva formulato oltre due secoli prima, dimostrando di aver considerato unitariamente le isole come formazione arcipelagica e quindi come unità giuridica, non erano pervenute neppure la conferenza dell’Aja del 1930 e quella di Ginevra del 1958, dai cui lavori non era scaturita una chiara e sufficiente elaborazione della definizione di arcipelago. Vedi anche: 6 gennaio 1766, le ragioni di un’occupazione

16 gennaio

Carlo Emanuele III fa pubblicare il nuovo regolamento per la reale amministrazione delle torri: elaborato in base a precise direttive del Bogino, esso resterà in vigore fino alla abolizione dell’azienda disposta nel 1842.

18 marzo

Nella storiografia italiana del XX secolo l’episodio della cessione della Corsica alla Francia da parte della Repubblica Genovese non ha mai assunto una particolare rilevanza. Non fu così nel XVIII e XIX, quando storici, letterati e politici segnalarono l’episodio con rammarico. Come ci ricorda Gioacchino Volpe nella sua rivista «Archivio di Corsica», «il secondo Trattato di Compiègne del 1764, che fu conchiuso in base alla memoria inviata dal marchese di Chamelin al duca di Choiseul-Praslin, non lasciava alla Repubblica Genovese, che con lo sforzo supremo cedeva parte del suo dominio, alcuna speranza di ulteriori soluzioni a lei favorevoli». Pasquale Paoli, ribelle per Genova, favorito dalla pubblica opinione, guadagnava terreno all’interno dell’Isola e si stava avvicinando a Bastia, la sola città che fosse rimasta genovese di sentimento. La corrispondenza che seguì tra il duca di Choiseul e Pasquale Paoli, «Generale della Nazione Corsa», è assai importante per le diverse fasi di accordo. Il conte di Marbeuf, nominato comandante delle truppe francesi in Corsica, seguendo le istruzioni avute dalla Corte Francese, non si tratteneva dal dimostrare ai Córsi che il trattato conchiuso assicurava loro tutta la buona volontà di amichevole mediazione del suo Re. Dopo prolungate trattative il duca di Choiseul, il 18 marzo 1766, fece domandare al Paoli, che nel frattempo aveva respinto sia la possibilità di riconciliarsi con la Repubblica di Genova che le profferte francesi ad assumere il comando di un reggimento, con quali ultime e definitive condizioni la Corsica avrebbe trattato con Genova, «che a giusto diritto aveva da secoli la sovranità dell’Isola»; e che non poteva abbandonarla senza compenso. La risposta del Paoli non si fece attendere. Egli inviò un lungo memoriale con il quale dichiarava la volontà della Nazione: Genova doveva riconoscere l’indipendenza di tutta la Corsica ed accettare un trattato d’alleanza e di commercio. La Repubblica respinse con sdegno tali condizioni. Fu a quel punto che il duca di Choiseul, temendo che i Córsi, stanchi della lunga guerra, si dessero spontaneamente a qualche principe, o che la Repubblica Genovese, priva di mezzi, cercasse l’aiuto di qualche altra potenza, decise di venire ad una conclusione. Inviò allora al Generale Córso le seguenti proposte: Pasquale Paoli avrà il titolo di Re di Corsica, farà omaggio di vassallo alla Repubblica e le lascerà qualche piazza costiera; e il Re di Francia si farà garante per la Convenzione. Pasquale Paoli non accettò, tra tali proposte, quella di lasciare le piazze costiere di Capo Corso, Bastia e San Fiorenzo, a Genova. Seguì l’ulteriore richiesta francese di cedere tali piazze direttamente al proprio governo. A quel punto, siamo ormai nel giugno del 1767, Paoli troncò la corrispondenza con la Francia. Non potendo più Genova sostenere tali piazzeforti corse, decise quindi di offrirle in una sorta di deposito infinito, che si risolveva in sostanza in una vera e propria alienazione alla Francia medesima. Genova fu particolarmente risoluta a fare in modo che mai i Francesi provassero nuovamente a trattare con Paoli per tali piazze, date nel 1768 ai cugini d’oltralpe per un certo numero di anni, al fine di garantirne l’ordine interno. Tutto questo trambusto era iniziato perché la Repubblica Genovese, in grande difficoltà, non aveva mai ignorato le mire della Francia sulla Corsica e, tutto sommato, auspicava una sorta di intervento «mediatore» della Francia stessa, nella segreta convinzione di poter nel frattempo aggiustare le questioni di politica interna, gravemente compromesse. Genova amministrava come meglio poteva. Difetti propri del governo genovese, inettitudine o disonestà di funzionari – non di tutti – non si possono negare, ma bisogna tener conto anche della situazione interna dell’Isola. Feudatari recalcitranti, popolo dominato da avversione ai Genovesi, signori spodestati che attribuivano alla Dominante l’essere stati privati del loro potere sui vassalli; aspirazione delle famiglie maggiori dell’Isola a occupar esse gli uffici civili ed ecclesiastici; clero mal disposto verso i funzionari. Nessuna meraviglia, perciò, che fermenti rivoluzionari covassero nel seno dell’Isola; che questa trama si tenesse con i Savoia, divenuti padroni della Sardegna; che la Francia cominciasse a trovar terreno favorevole alla sua accorta propaganda, ormai già orientata verso l’acquisto della Corsica. All’Isola, come a tutto il territorio della Repubblica, aveva aspirato anche Carlo Emanuele III di Savoia, appoggiato dall’Inghilterra. L’alleanza austro-anglo-sarda del 1744 aveva armato Versailles. Nel 1753 si era scatenata l’anarchia, quando il Paoli prese il potere, a capo dei ribelli. Il pericolo dell’intervento inglese era stato eliminato mediante il primo Trattato di Compiègne del 14 agosto 1756 con Genova, la quale tuttavia non disperava di venire ad un accordo diretto con i Córsi; ed i senatori si erano recati perciò quell’anno a Bastia.

24 marzo

L’esigenza della costruzione di una chiesa che servisse agli isolani per il conforto religioso fu sentita prima ancora che il governo sardo-piemontese decidesse, nel 1767, di occupare militarmente le isole. Difatti, fin da quando Allione di Brondel e Giovanni Maria De Nobili furono inviati nell’arcipelago per contattare i pastori corsi ed invogliarli a sottomettersi ai Savoia, fra i primi problemi che si posero ci fu quello di evitare per il futuro i contatti con Bonifacio nella cui chiesa si celebravano i matrimoni dei pastori stanziati nell’arcipelago e venivano battezzati i bambini nati nelle isole. Ed a tal fine, in una relazione del 24 marzo 1766, diretta al viceré dall’intendente generale Vacha, veniva tra l’altro suggerito: “…non deve uno più per l’avvenire recarsi in Bonifacio, sia per lo spirituale, che per il temporale, ma sieno obbligati a portarsi nel Regno, anzi per ciò che riguarda lo spirituale sarebbevi a riflettere, se trattandosi di una popolazione che somministra ancora in tutto il numero di 34 famiglie, non fosse spediente di obbligare gli stessi abitatori a farsi formare una Chiesa, o sia Cappella, provvederla del bisognevole e mantenervi un Prete, che approvato dal Vescovo di Castell’Aragonese, somministrasse loro li Sacramenti, e facesse tutte le altre funzioni parrocchiali”. Sulla base di queste indicazioni, il viceré Des Hayes aveva mandato al seguito del corpo di spedizione un cappellano militare ed aveva dato al maggiore La Rocchetta le seguenti istruzioni: “Essendovisi destinato un cappellano per munirli del dovuto pascolo spirituale colla spiegazione dei Vangeli e Catechismo, sarà di lei incarico il far che il medesimo non manchi a un così stretto dovere, giacché la Religione istessa e le buone massime morali, oltre al vantaggio particolare di caduno servono altresì a contenerli da vizi, e a mantenervi per conseguenza il buon ordine e l’ubbidienza. Lo stesso cappellano, dovendo pure ivi servir da parroco con celebrare la Messa nei dì festivi (per cui Ella farà dare il segno del tamburo in mancanza della campana) e somministrare i Sacramenti tanto alla truppa, che agli Isolani; sarà di Lei opera degna di procurare che quei miseri vengano da lui insibilmente istrutti ne’ Misteri della Nostra Fede, ed in altri doveri del Cristiano, tale essendo la precisa intenzione di S.M.”. Vedi anche La presa di possesso dell’ottobre 1767 e la questione religiosa

11 aprile

Relazione del conte Rivarola sullo stato delle isole intermedie. -“Sono molti anni che un certo sig. Angelo Doria nobile genovese, stato Giusdicente in Corsica e stabilitosi d’abitazione in Bonifacio, mandò alcuni pastori corsi coi suoi bestiami sull’isola della Maddalena: e questi pastori conducendovi le loro famiglie, e crescendo a poco a poco e crescendo i bestiami passarono anche nella Cabrera, che sono le due isole più grosse, perciò meno esposte ai turchi che vi approdavano. Cresciute dunque le famiglie dei pastori e fattesi ricche col grano che principiarono a seminare, coi getti e naufragi del mare, han cominciato a rendere alla casa Doria il suo bestiame e mantenere del proprio; onde al dì d’oggi i figliuoli del suddetto fu signor Angelo Doria (Domenico ed Angelo), già vecchi e capi di numerose famiglie non hanno che una tenue porzione di bestiame in cura di ognuno di essi pastori, i quali la tengono puramente per godere della protezione di essi signori Doria. Le famiglie attualmente esistenti nell’isola della Maddalena sono: 1. Giuseppe di Salvatore; 2. Francesco di Salvadore; 3. Simon Gioanni di Salvadore; 4. Gioanni Andrea di Simon Gioanni; 5. Giò Batta di Francesco; 6. Pietro di Leone; 7. Giò Domenico di Gambarella; 8. Nicolò Pauzino; 9. Silvestro Pauzino; 10. Pasquale Calidoro; 11. Marco Polizza; 12. Giacomo Cugliolo: 13. Domenico Cugliolo; 14. Pasquale Fiorino; 15. Bacciuolo Cimputo; 16. Giuseppe Colomello; 17. Francesco Colomello; 18. Giò Batta Colomello; 19. Antonio Colomello. Ognuna di queste famiglie ha dei figliuoli grandi da maritarsi onde ripullularne delle altre. Tutta l’isola della Maddalena è stata divisa in tante parti quante sono le famiglie che vi abitano, ed ognuna di queste parti si chiama da esse un Corsojo. In ogni corsojo vi è l’abitazione per la famiglia a cui è assegnata, consistente in una capanna fatta di pietra a secco e coperta di paglia o simile prodotto. Costumano queste famiglie di scegliere ogni anno un corsojo per la semente di tutte assieme, ed allora il padrone del corsojo seminato porta il suo bestiame a S. Stefano. Se un corsojo non è capace per la semente di tutte ne scelgono due. Si servono dell’isola S. Maria per mettervi i capretti allorché li separano dalle madri, contrassegnati tutti del proprio marchio. Le famiglie esistenti nell’isola della Cabrera sono: 1. Matteo Cugliolo; 2. Giò Andrea Cugliolo; 3. Baccircolo di Bianchinetta; 4. Giò di Baccircolo; 5. Giò Batta di Giò; 6. Natale di Giò; 7. Francesca vedova di Michele di Marco; 8. Marco di Zicao; 9. Domenico N.; 10. Anton Giò di Domenico; 11. Giulio Polizza; 12. Giò Batta Ornano; 13. Ignazio della Zonza; 14. Pietro di Levia; 15. N.N. Queste famiglie vivono più d’accordo che quelle della Maddalena per essere più unite tra loro in parentela; abitano in case simili alle altre ma tutte unite quasi nel centro dell’isola. Abitano questi pastori dieci mesi dell’anno in queste isole, e nei soli due mesi di luglio e di agosto si ritirano tutti in Bonifacio, ove portano a battezzare i lor ragazzi nati nel tempo della lor dimora nelle isole e riconoscono per lor parrocchia quella di Bonifacio, senza però dargli alcuna decima o altro temporale tributo. Lasciano in questi due mesi il loro bestiame contrassegnato nelle isole, e vi lasciano in certe caverne fra scogli il grano necessario per la futura semente e per il loro vitto fino alla raccolta: il sovrappiù avendolo già imbarcato sul bastimento venuto a caricarlo. Hanno delle piccole barchette delle quali si servono per passare da isola in isola, e per andare in Bonifacio, benché per questo più lungo viaggio sogliono far venire da quel presidio bastimenti più grossi. Sull’isola di Spargi solea andarvi la famiglia di Nicolò Pauzino, allorché il suo corsojo era destinato alla semente a pascervi il suo bestiame, senza andare come tutti gli altri a S. Stefano: in quest’anno non vi è andato perché i bonifacini entrati in pretensione d’avervi diritto, come appartenenti alla Repubblica di Genova hanno voluto seminarvi in compagnia di qualcuno dei stessi isolani. Sulla Rezzola sogliono andare i pastori bonifacini, i quali abitano nell’isola di Cavallo ed il Lavezzo, isole adiacenti a Bonifacio, per quali pagano dazio alla città. Le pecore abbondano più sulla Cabrera, le capre sulla Maddalena. Si aspettano quest’anno molte coralline a pescare nei mari di quest’isole per pagare i loro diritti in Bonifacio.”

6 maggio

Torino, Parere della Giunta torinese, Niger, Pes, De Rossi di Tonengo, al progetto dell’Intendente Generale Vacha del 24.3.1766 e alla Giunta presso il Viceré del 10.4.1766. Si passa in rassegna i pareri dei singoli alti funzionari e delle giunte precedenti, notando alcune discrepanze, sopra sua rappresentanza tutto sulle dimensioni presunte delle varie isole e si decide di non parlare del diritto di S. M. sufficientemente acclarato. Non si intende parlare neanche “dei motivi politici che debbano persuadere la M. S. a far valere il suo dominio sopra d’esse. Poiché lo stato presente della Corsica, le contingenze a cui può essere esposta, la vicinanza delle isole alla Sardegna, la soggezione che può riceverne il regno, le conseguenze tutte che puonno derivar, danno bastantemente all’occhio, e conseguentemente ci restringeremo al modo con cui sia più conveniente che vi venga esercitata la sovranità di S. M.”. Per lo sbarco delle truppe non sono utili le fregate ma l’armamento leggero: lo sciabecco e la galera. Non essendo questo armamento leggero pronto per la campagna di quest’anno non si può operare se non armando due altri bastimenti. Da parte della Giunta, a tal proposito, si ignora se si possono avere i bastimenti a nolo, se si possono armare ed attrezzare per una valida difesa, se la cassa è capace di sostenerne la spesa anche per l’eventuale lunga sosta, soprattutto nel caso improbabile che Genova voglia contrapporsi con le tre galere che nell’estate usa intrattenere in questi pressi. Su tutto ciò ci si rimette ai pareri del Viceré e dell’Intendente generale. L’Avvocato fiscale rileva che la memoria del conte Rivarola prevede che quest’estate nelle acque delle isole si recheranno molte coralline dopo aver pagato i diritti di pesca a Bonifacio, anche se ciò non può portare Genova a reclamare sovranità sulle isole, giacché non si ha ancora l’armamento leggero, il comandante delle galere di S. M. dovrebbe obbligarle a pagare i diritti al regio patrimonio per la licenza di pesca nelle acque delle isole e predisporre i verbali. In caso di rifiuto si dovrebbe arrivare al sequestro delle gondole e l’arresto del patrone. Quando con l’armamento leggero si potrà far sbarcar la truppa si ritiene appropriato il piano previsto dal viceré, concordato col Reggente e la Giunta, per cui si potrà ridefinire tutto dopo che il comandante della spedizione relazionerà più precisamente sui luoghi, le situazioni, le persone e dell’orientamento di quegli abitanti. Il periodo migliore per la spedizione sarebbero i mesi di luglio e agosto, quando i pastori si recano a Bonifacio, in cui si possono approntare i trinceramenti nei siti adeguati ed intanto che si costruirà il baraccone si potrà prendere alloggio nelle capanne dei pastori, acquisire le informazioni sulla qualità dei terreni, sulle acque, sulla estensione delle isole e sulla loro distanza. Sarà necessario contenere la truppa perché non danneggi i bestiami e si appropri delle granaglie che i pastori hanno lasciato come semenza del prossimo anno. Alla notizia dell’occupazione i pastori da Bonifacio si faranno vivi e quindi faranno sapere se intendono ritornarvi accettando le condizioni, ovvero se non intendono farlo e chiedono di ritirare bestiame e granaglie. In mancanza di terreni in Corsica è verosimile che quei pastori preferiranno ritornare, di riconoscere il dominio di S. M., di godere della protezione del governo e quindi si potrà avere una popolazione che si adegua e che potrà in breve tempo affezionarsi al governo. Ma nel caso in cui non si assoggettino e non reclamino il bestiame e se la repubblica avanzasse reclamo si risponderebbe adeguatamente essendo nel frattempo in possesso delle isole. Preventivamente va calcolata la spesa per la spedizione e trattenimento della truppa sino a quando non sarà costruita una o due torri, per un chirurgo e gli strumenti, per un ufficiale ingegnere, un fabbro ferraio coi materiali necessari, e qualche falegname. Non si può prevedere inizialmente di ricavare un frutto dalle isole e la spesa è richiesta dai superiori elementi politici del diritto di S. M., della lotta al contrabbando, del contenimento dei banditi, e per evitare che con l’inazione possa subentrare una situazione contraria agli interessi della Sardegna. Nel caso che l’occupazione avvenga alla presenza dei pastori bisognerà, innanzi tutto, farsi consegnare tutte le armi ed intimare loro di riconoscere il dominio di S. M. altrimenti di allontanarli permettendo loro di portarsi il bestiame. A tal proposito l’Avvocato fiscale ritiene che si debba obbligarli al pagamento del diritto di esportazione come per chiunque estragga bestiame dal regno, mentre il Presidente ed il Consigliere della Giunta ritengono che si debba riconoscere loro la buona fede ed esonerarli dal pagamento. Nel caso di adesione al riconoscimento della sovranità di S. M. non pare opportuno richiedere il loro giuramento di fedeltà perché non appaia che solo con quest’atto si contrae la qualità di suddito. Si dovrà censire il numero delle famiglie, delle persone divise per sesso e per età, del bestiame indicandone per nome, cognome e nazionalità dei proprietari. Per il primo periodo si dovrà addossare al Delegato che seguirà la truppa i compiti dell’amministrazione della giustizia della deputazione di sanità e della suddelegazione dell’Intendenza generale, con l’abbinamento di un segretario. Ma dopo la prima fase, potrà essere sufficiente che ogni 15 giorni vada da Tempio un Ufficiale di giustizia appositamente delegato dal Viceré. Riconosciuta la sovranità di S. M. si dovrà redigere un apposito pregone con la notificazione dell’Ufficiale di giustizia, della proibizione del possesso ed uso delle armi e dell’ammissione dei bastimenti alla pratica se non dopo la pratica ricevuta in un porto abilitato, con l’indicazione delle pene previste per i contrabbandi di vari generi compreso i tabacchi ed il sale che saranno erogato allo stesso costo che per i pastori della Gallura. Nello stesso pregone si proibirà l’imbarco per andar fuori dalle isole senza il passaporto del Comandante. E’ necessario inviare anche un cappellano con i sacri arredi necessari, che con l’approvazione del Vescovo di Ampurias e Civita amministrerà i sacramenti e la parola di Dio alla popolazione e svolga le funzioni di Parroco. Per ora non si fissa per lui uno stipendio , perché se i pastori resteranno non avranno difficoltà di pagargli le decime, che dalle 34 famiglie dovrebbero essere sufficienti a mantenerlo, tanto più se la popolazione aumenterà. Il Comandante ed il Delegato dovranno essere muniti di istruzioni del Viceré, preventivamente conosciute ed approvate dalla corte. Il Delegato dovrebbe formulare per iscritto i verbali degli atti possessori che si faranno nelle isole. Sia che gli attuali abitanti restino nelle isole, sia che si debba pensare ad una nuova popolazione, è necessario decidere se si deve arrivare ad una infeudazione o se da subito le isole entreranno nel demanio regio; il Viceré in caso di demanializzazione dovrebbe spiegare quanto l’operazione costerebbe. A proposito della notizia data dal Vicerè con la sua lettera dell’11 aprile, circa la richiesta di molte famiglie bonifacine di essere accolte nel territorio gallurese del Lissa, e che egli vorrebbe collocare nelle isole, si ritiene a prima vista che se questi vogliano dare la mano ai contrabbandi il distaccamento e le crociere dei legni dovrebbero evitarlo. Per contro si potrebbero collocare in Gallura stranieri e bonifacini e favorire invece dei pastori sardi nelle isole. Ma anche da questi si può temere i contrabbandi che il distaccamento e l’armamento leggero dovrebbero ugualmente bloccare, in questo caso però si tratterebbe di persone già abituati al governo che in caso di offesa da parte di barbareschi o di altri nemici resisterebbero. Su quest’ultima soluzione pare opportuna la riserva posta dal Reggente che teme che così facendo si spopolerebbe un’altra parte del regno, che però può essere superata dalla possibilità di sostituirla con l’immissione della suddetta popolazione bonifacina che lo richiede.

6 giugno

Le poche volte che il parroco Antonio Mannu (1768-1769) si recò a Caprera a far visita ai suoi abitanti, in tutto una settantina, in buona parte concentrati nella parte che guarda a Maddalena, tra il mare e il Tejalone, lo fece su uno dei regi legni militari. Era infatti sì il parroco delle isole ma in primo luogo era il cappellano delle regie truppe (e per questa funzione gli veniva corrisposto il “soldo” per il suo sostentamento) e questo gli dava diritto all’assistenza logistica (l’alloggio gli era stato assegnato, come abbiamo già visto, in uno dei baraccamenti militari del Collo Piano, oggi zona Trinita) e di spostamento. Il nostro canonico Mannu, durante la sua non lunghissima permanenza a La Maddalena, ebbe modo di sapere che già alla vigilia dell’occupazione piemontese delle isole, si pensava alla costruzione di “un ponte di legno per unire la Magdalena alla Cabrera, poco fra loro distanti per essere le isole più vaste di tutte, e che più converrebbe di aver unite per via di comunicazione”. Questo risulta da uno “scritto concernente le Isole Intermedie alla Sardegna e Corsica”, datato Cagliari, 6 giugno 1766, due anni prima dell’occupazione militare. La spesa preventivata era di 25 lire piemontesi per trabucco. Il trabucco era un’antica unità di misura antecedente all’adozione, nel 1848, da parte di Re Carlo, del sistema metrico decimale, e corrispondeva a metri 3,0825. Un costo elevato per le esigue casse regie, tanto che per vederlo realizzato bisognerà aspettare un secolo e un quarto (1891), e il primo prete a passarci sopra fu un successore di Virgilio Mannu, anche lui canonico, il parroco Antonio Vico. (Claudio Ronchi)

6 giugno

Cagliari, 6.6.1766

Lettera del viceré, Balio della Trinità, al ministro Bogino

(A.S.T. Sard. Pol. Mazzo 3, cat. 1, n. 78 – A.S.C. SdS, II serie, vol 1290)

Accennai all’eccellenza vostra che ben si potea sin d’ora dimostrare essere S:M: per ricavare dalla presa di possesso delle note isole Intermedie quanto saria per costarle; vò a mantenere la parola di quanto così di passaggio ed alla sfuggita le scrissi.

Prima però di porvi mano, andrò se ella non lo sdegna, poco alla volta ragionando su alquanti capi del di lei foglio de’ 7 scaduto maggio, per indi passare poi all’adempimento dell’accennata promessa.

Sebbene non occorra di più riparlare della pertinenza di dette isole al regno e conseguentemente alla sovranità della M.S., tutta volta potendo pure addivenire che si debano mettere in campo le ragioni e costatarne il diritto, io crederei ssere cosa non del tutto oziosa si per dimostrare il mio zelo per lo reale servizio, che per viepiù secondare le rette ire dell’E.V., che ancor io le ne rechi quelle prove che per m si possono le maggiori ad esclusione d’ogni dubbiezza.

Primieramente la topica situazione delle medesime assi più vicine al continente del regno che non ad altri, né le manifesta nell’accessoria dipendenza di esso. E a dir vero non si saprebbe rinvenire una appagante ragione per cui ben molte altre più distanti, e intersecate altresì da canale di mare ancor più largo siano censite accessorie ed appartenenti al regno, e queste,che, trovansi eziandio in più vicinanza, debbano venirne escluse.

In secondo luogo egli è pur incontrastabile che non l’isola propriamente detta di Sardegna (abbenché la più vasta) ne forma il regno. Ma tutte le altre adjacenti insiememente ad essa prese ne lo compongono, così la sentono quasi tutti gli storici che presero a farne la descrizione ……………………………………………………………..

Non componendo le dette famiglie bonifacine un corpo politico, e d’altronde non essendo né per nascita né per ultronea convenzione sudditi della M.S. non si avrebbe diritto di ritenerli essendo in loro balia di aggiungersi a qual altra societàlor piacesse di scegliere: e volendo pure farsi membri della nova società che intende di stabilirvi la M.S., non dovrebbero però privarsi della proprietà di que’ terreni già di loro colle proprie fatiche e coltivazione acquistati.

Per le quali cose lo spediente da me proposto di andarvi ne’ mesi in cui rimangono quelle di bel nuovo deserte (conciòsiacché in luglio ed agosto tornano quegli agricoltori in Bonifacio) parmi il migliore al divisato fine, primieramente perché così s’occuperebbe una cosa assolutamente vacante e di niuno; in secondo luogo perché così o ritornando ess possono interrogarsi se vogliono farsi parte della nuova società, o che pure non ritornandovi cadono dal possesso ancorché coll’animo ritenuto di que’ pochi terreni già da loro per via di coltura occupati e appropriati.

Comunque però vogliasi la M.S. rimettere nell’esercizio del possesso in dette isole, egli è pressoché impossibile andandovi coll’arme (mezzo assolutamente necessario) che non comparisca la cosa in sembianza o di revindicazioe di dominio o di prima occupazione, ma non dovria mai essere un oggetto questi per distornanrne da così vantaggiosa impresa, la quale puossi e con ragioni così sode e coll’armi amcora sostenere.

Resta pertanto che io le dimostri, il meglio sarammi possibile, come la presente spedizione non sia per oltrepassare nella spesa quanto saria per ritrarne la M.S. dal quieto e pacifico possesso di dette isole e popolazione-

Non è certamente così agevole l’affare, ma non è men sicuro per questo. L’E.V. soltanto mi permetta che a di lei imitazione, e con quel vero genio che addentra nella natura e sequela delle cose e non come fanno la minuta plebe di certi finanzieri, i quali guatando tuttora ne’ piccioli limitati guadagni presentano il lucro di un anno, lasciando addietro il detrimento di dieci, mi porti a darle un approssimante calcolo de’ rami di entrata che sin di presente ne può ricavare il sovrano.

Il primo che si pari sott’occhi, quantunque possa e debba dirsi anzi negativo, che positivo, egli è la cessazione de’ contrabbandi: 1° del grano, orzo e legumi; 2° de’ cavalli, bovi ed altri animali.

Rispetto al formento la sperienza ha ami sempre dimostrato essere queste isole la più felice scala agli sfrosatori per estrarnelo a man salva. La quantità solita asportarsene è certamente grandiosa ed a fissarne, fatta una comune, la concorrente di 25.000 starelli; egli è senza meno un non dipartirsi dalla più piccola partita el meno improbabile limite d’esso sfroso.

25/m starelli a soldi 21 lo starello fanno già la somma di L. sarde 26.250

Somma che mancherebbe di certo alla regia cassa ogni anno e

conseguentemente diventerebbe un nuovo annuo prodotto e ramo d’entrata alla medesima. D’orzo e legumi a basso calcolo se ne estrarrà pure clandestinamente da 5 in 6/m starelli per lo manco:

Orzo 3/m starelli, a soldi 16 = L. sarde 2.400

4.550

Legumi 3.000 starelli, a soldi 14.4 = L. sarde 2.150

Che formano al regio erario L. sarde 4.550

le quali unite alle suddette L. s 26.250 compongono in tutto L. sarde 30.800

Quanto ai bovi, cavali, capre, montoni, porci etc. io non crederei di eccedere quando le avanzassi che più di due mola escono per si fatta maniera dal regno, li quali:

bovi 500 a L. 2.10 cad.° L. 1.250

porci 500 a L. 1 cad ° L. 500

cavalli 20 a L. 50 cad.° L. 1.000

achette 20 a L. 5.12 cad.° L. 112

e tra montoni, capre, caprioli

e simili 1.000 a scudi 2.6 cad.° L. 125

totale L. 2.987

di diritto reale importerebbono L. sarde 2.987

e questo oltre la carne salata ed altri generi che passo sotto silenzio.

Avrà l’E.V. osservato nella memoria presentatami dal sig. conte Rivarola avervi ivi molti porti ed in ispezieltà quello detto di Villa Marina, al sud dell’isola di S. Stefano, dove scorgendo quegli abitatori la spessa affluenza di navi intendevano riscuotere questo dritto: esservene altresì degli altri anche di buon fondo nella Cabrera, nella Maddalena, in S.ta Maria, nella Rezzola ed in Sparg; ora, supponendo (come non v’ha dubbio massime in un golfo così pericoloso ed incostante per le terribili Bocche di Bonifacio) che approdino (tutti i porti compresi) almeno trenta navi al mese, sarebbero certamente 30 scuti di ancoraggio, e così in capo dell’anno scuti 360 sommanti la somma di

L. sarde 900

Senonché sarà ancor più frequente l’andata delle navi qualora si crederanno sicure, protette e munite all’uopo e provvedute di quanto loro abbisogna,

Succede il terzo ramo consistente nel dritto su la pesca del corallo. E qui mi giova ricorrere alle summentovate notizie recatemi dal testé nominato sig. conte, in cui verso il fine si asseriva che quest’anno si aspettavano colà molte coralline a pescare per pagare i lor dritti in Bonifacio. S’egli è vero (come conviene che sia dacché i bonifacini s’appigliano ad un tale partito) che ivi abbondi il corallo, è altresì vero che seguiteranno i medesimi a venirlo a pescare, ma con ben diverso successo, vale a dire pagandone il dritto a nostro sovrano. Supponendo pertanto che da 40 in 50 coralline all’anno vi concorressero, colle quali in vece del 5% si convenisse come in Algueri a scuti 14 per ogni corallina, sarebbero sempre scuti 700 all’anno

e così entrerebbero nella regia cassa L. sarde 1.750

Oltre la pesca del corallo può ritrarsi altresì il dritto su quella de’ pesci, i quali ivi meglio che altrove potrebbero in più fogge salarsi ed acconciarsi per farne smercio e un più vantaggioso commercio, siccome luogo meglio a portata dei genovesi, toscani ed altre nazioni; giusta li riscontri rivenutimi , vi si formerebbono eziandio delle tonnare: cosa, oltre un tanto da esigersene, utilissima al regno.

Questi due dritti possono ben ammontare all’anno L. sarde 1.000

Le accennate fonti di reddito, il quale in maggior parte ricade sugli stranieri e ben lungi di aggravare li paesani, loro all’opposto gioverebbe, rilevano, come ella ben scorge in tutto a basso calcolo e fattone una comune a

L. sarde 37.437

Senza poi anche frammischiarvi nessuno di que’ dazi o gabelle o pesi che coll’andare del tempo potrà poi imporvi il sovrano, ma che alla presente, e per un continuo decennio, crederei anzi contrarie al fine e ributtanti che allettative delle genti per andarvisi a stabilire, benché portino con seco l’apparenza di un presente emunto guadagno.

Veduto ora l’importare del reddito, è giusto che si passi a calcolare a un di presso la spesa della spedizione, onde dall’opportuno confronto sorga più chiara la verità di quanto ho promesso.

Adunque dato per sostenere con decoro il nuovo possesso vi faccia di mestieri di 150 uomini comprensivi gli artiglieri, è d’uopo di esaminare a quanto ascenderebbe la maggiore spesa per la loro manutenzione, dedotta però già la paga e pane, che attualmente loro si deve, perocché il variare di luogo non è variare punto il servizio; e siccome questa non in altro consisterebbe che nel procacciar loro con barche le provvisioni, così il sovrappiù della spesa ricadrebbe nella manutenzione di dette barche. Avendosi pertanto qui la lancia armata che se ne sta proprio mio malgrado oziosa; ed avendosi poi col seguito il nuovo armamento leggero della galeotta e sciabecco, a poco si ridurrebbe questa aggiunta di spesa, giacché di poco ancora distano le isole dal continente e dalla Gallura, solita uscita de’ grani ed altri generi commestibili: per la qual cosa a calcolo approssimante sembra possa fissarsi

all’anno L. sarde 180

Col decorso del tempo però si potrà comodamente provvedere eriggendovisi dei molini a vento per macinarvi il grano e ridotto in farina ivi cuocerlo, o mandandovisi in certi dati tempi della farina in proporzione per mesi 4° 6, nei quali casi la spesa sarebbe forse ancor minore.

I barracconi, compresovi i banchi, o sia tavolati, e tutto il

necessario possono ben costare L. sarde 2.000

E questo finché si adotti l’idea di fabbricarvi dei quartieri o case per lo ricovero e difesa della truppa, sebbene non ritornandovi gli attuali abitatori potriano per alcun tempo gli abituri a secco che vi si trovano servir di ricovero alla medesima, qualora fossero situati a portata de’ luoghi che debb’essa occupare.

Li trinceramenti compresovi le fascine, pali e gli istromenti opportuni per farli

L. sarde 4.500

Un chirurgo ed una bottega portatile di medicinali L sarde 1.000

Un cappellano con un altare portatile e arredi necessari L. sarde 400

Un ponte di legno per unire la Maddalena ala Cabrera

poco distanti per essere le isole più vaste di tutte e che più

converrebbe di avere unite per via di comunicazione a L. sarde 25 a trabucco

Noleggio di una picciola nave armata per la spedizione

in ragione di 140 scuti al mese L. sarde 350

Fondo di polveri, ossia maggior consumo per la dotazione

e difesa di dette isole, e magazzino d’arme, palle da fucile,

pietre fuocaje, L. sarde 1.000

Più per altre spese non prevedute ed impensate L. sarde 1.000

Questi, se mal non m’appongo, sariano li principali capi di spesa pel divisato oggetto, e della evidente comparazione tanto manca ch’ecceda la surriferita entrata che vi soggiace anzi di molto. E se dovesse anche essere di un poco più costoso sembra però che verria bene impiegato un così fatto capitale che renderebbe nel primo entrare alla M.S. la considerevole somma di L. sarde 37,437 in cadun anno, la quale anderebbe tuttora coll’aumentare della popolazione medesima.

Ma qui appunto s’affaccia l’oggettata difficoltà d donde chiamare a noi ed invitare de’ nuovi coloni a popolare quest’isole, poiché sembra non complire d’introdurvi de’ bonifacini, siccome altrettanti pozzuolaschi per lo contrabbando, e facinorosi; e tale essere per l’appunto stata la mira della proposta popolazione nel territorio di Lissa.

Per quello che concerne quest’ultimo progetto consento ancor io di buon grado che non convenga accettarlo, perocché ignorando costoro le nuove idee che si hanno dintorno alle suaccennate isole, maliziosamente avvisarono di popolare questa estremità del regno detta di Lissa a bella posta per potere unitamente agli attuali abitatori delle dette vicine isole darsi la mano e stringersi in una perniciosa reciproca confederazione di contrabbando onde la sana politica non comporta che si accetti alla periferia del regno gente che dopo una mala azione può in breve tratto di tempo evadersi con tanto pregiudizio del medesimo.

Rispetto all’altro però sarei di opposto sentimento pei seguenti motivi

Primo. Le note isole trovansi già mediocremente abitate da più famiglie bonifacine, le quali tratte dalla speranza di miglior fortuna, sé e le cose loro vi trasportarono. Queste, non avendo altrove altronde onde sostentare la vita, di leggieri s’arrenderanno al partito di starvi o di ritornarvi anche dopo la partenza. Se queste tornando s’accettano, possono ben accettarsene delle nuove della stessa nazione, le quali spinte dall’esempio ne faran volentieri lo stesso.

Secondo. Veggendo queste famiglie ricavare tutto il loro sostentamento dalle isole vi dimoreranno con animo di naturalizzarvisi, poiché in Bonifacio sicuramente vi morrebbon di fame; onde saranno soggette ed ubbidientissime anche per interesse, primo mobile del cuor degli uomini, al governo, e riguarderanno d’allora innanzi come in lor patria. Tanto più che già molti trovansi ad avere della prole ivi propagata e cresciuta.

Terzo. Poiché può il governo col mezzo di un savio e circospetto comandante, e mediante un continuo distaccamento di truppa e le solite cautele per contenerli, impedire che novellamente s’assoccino a banditi, o che più oltre attendano al contrabbando, intersecando loro interamente il commercio coi bonifacini negando looro il passaporto ed imbarco per quelle parti ed accordandolo soltanto limitato per dove si giudica opportuno, o costringendoli a non mai di là dipartirsi; a quali ordini non sapranno opporsi giacché debbono tenersi disarmati, salvo in caso di attacco de’ barbareschi, in qual occasione se ne armerebbe soltanto quella quantità che non sorpassasse la forza della guarnigione, e con le armi che si terrebero per tal effetto guardate ne’ quartieri della medesima.

Quarto. Perché in tali tratti stando la cosa, non è credibile che più pensino a Bonifacio, dove per lo addietro erano schiavi e tenuti a pagare de’ dritti, ch’è quanto dire una porzione di loro sudori ai padroni, laddove qui ogni capo di famiglia troverebbesi padrone e libero nel suo poco, che come cosa propria pazientemente e consolato coltiverebbe senza pagamento di verun dazio o gabella per alcun tempo, essendo il giuramento o prestazione d’omaggio piucché sufficiente per riconoscimento della suprema potestà del principe, il quale condonando loro questo laudemio, perdendo pochissimo, acquisterebbe assai conciliandosi dapprincipio la loro benivoglienza. Quinto. Finalmente perché allo stato delle cose presenti sarebbe malagevole impresa il popolarlo altrimenti.

Quando però le allegate ragioni non credesse l’E.V. bastevolmente provata l’utilità di una tale popolazione , invece di appigliarsi al partito di infeudarle, ardisco dirle essere meglio lasciar andare perduta tutta l’idea, poiché allora si che avremmo un dichiarato pozzuolo sostenuto dal barone o baroni, i quali, son certo, non bramerebbono altro che una si fatta sorte, e sarebbe assolutamente rovinata la regia cassa, poiché allora il contrabbando verria protetto che adesso ancora qualche poco si teme di farlo; oltreacché la giustizia vendicativa ben lungi di essere qui di ritorno, se ne andrebbe in fuga e si diria con ragione ad superos astraea recessit”

21 agosto

Il Balio Della Trinità, viceré di Sardegna, emanò un pregone nel quale veniva ventilata l’ipotesi dello sradicamento dell’indocile centro di Aggius. Delenda Aggius. Distruggere Aggius. E stato questo l’assillo dei Savoia per tutta la seconda metà del Settecento. Per ben due volte il borgo gallurese fu minacciato di essere distrutto e la sua gente dispersa. “Informata Sua Maestà dello scandaloso ricovero e favore che trovano i banditi e facinorosi in codesta villa di Aggius, non meno che dei frequenti furti e contrabbandi che vi si commettono, servendo la medesima di piazza di Mercato, dove pubblicamente si trasportano gli effetti derubati e i generi destinati alle clandestine imbarcazioni, giuntavi la resistenza che gli stessi abitanti hanno talvolta usato di far giustizia ed alla truppa medesima, stava per prendere la determinazione di schiantare affatto in una colla villa tutta la cagione di tanti pregiudizi che ne derivano alla quiete ed agli interessi dei pubblici e dei privati…”. Trentasei anni dopo, il 12 luglio 1802, torna alla carica Placido Benedetto di Savoia, conte di Moriana, governatore di Sassari. Il quale al fratello Carlo Felice, viceré di Sardegna, proponeva: «… contro i perfidi pastori di Aggius si usi il massimo rigore, senza remissione. Quella sciagurata gente è ormai arrivata al colmo dell’iniquità. Esauriti tutti i mezzi, rimane quello di ridurre in cenere quel villaggio, dividendosi gli abitanti in tante diverse popolazioni fuori della Gallura». Ma perché tanto accanimento nei confronti del borgo e della sua gente? Se il conte di Moriana voleva far pagare agli aggesi il fiancheggiamento assicurato da alcuni pastori al peraltro sfortunato sbarco dalla Corsica degli angioiani Cilocco e Sanna-Corda, eccessive e sproporzionate sembrerebbero le misure minacciate qualche decennio prima da Balio Della Trinità per porre fine ad un seppur fiorente ma sempre esistito flusso di contrabbando fra Gallura e Corsica. Anche in questo caso le ragioni furono di ordine politico. Quel flusso di traffici illeciti, con centro nella villa di Aggius, sarebbe passato per le Isole Intermedie _ le isole dell’Arcipelago di La Maddalena _ e ne avrebbe ostacolato l’estensione della sovranità ed il pacifico possesso da parte dei Savoia contro le mire bonifacine. Distruggere Aggius risultava così un obiettivo strategico. E quanto si ricava da un documento poco noto _ la relazione di Don Gavino Pailacho, marchese della Planargia, reggente la regia governazione di Sassari _ rispolverato ultimamente alla Maddalena nell’ambito della rivisitazione della cosiddetta Questione delle Isole Intermedie. Il marchese della Planargia aveva infatti ricevuto dal re Carlo Emanuele III l’incarico di individuare soluzioni atte a stabilire l’ordine nelle aree prospicienti le Bocche di Bonifacio e di tentare il definitivo recupero al Regno delle Isole maddalenine. Esaminata la situazione, il Pailacho riferì al re il 6 giugno 1766. Otto mesi dopo ecco l’emanazione del fatidico Pregone di Balio della Trinità che ne recepiva uno dei suggerimenti: distruggere Aggius. Tre infatti furono gli «espedienti» proposti per tentare la conquista delle Isole Intermedie: un improbabile negoziato con la Francia, la concessione della amnistia ai banditi che vagavano fra Sardegna e Corsica e quindi «quello di degnarsi Sua Maestà, concedere quelle isole, La Maddalena, La Cabrera e Santo Stefano (con aggregare le altre tre picciole una per cada una delle suddette) in feudo a tre soggetti forestieri con l’obbligo però di dover sloggiare da quelle isole i corsi che vi si trattengono con gente di mare e che la gente medesima dovesse stabilirsi e farsi poco alla volta una popolazione». Occorreva però sgombrare il campo «da continui frequenti contrabbandi commessi nelle spiagge marine di Tempio d’ogni sorta di bestiame, cuoi, lane e formaggi, non solamente provenienti dalla Gallura ma anche da tutto il Logudoro». Spiega infatti il Pailacho che «in varie parti, monti e siti scoscesi e difficili a penetrarsi vi si annidans vari banditi con qualche sua gente, come a dire il famoso Biliano Fois nelle montagne di Bolotona, altri in quelle di Bultei, Giò Fais nel sasso di Claramonte ed altri in diverse parti i quali, sebbene non siano quelli che vanno d’ordinario a commettere i furti di cavalli, buoi domati e abbigeati d’ogni sorte di bestiami, hanno però le sue segrete corrispondenze con tutti quasi li ladri delle ville di detto capo, i quali animati da detti faccinorosi rubano ogni sorta di bestiami e indi menandoli in qualche d’una di quelle parti dove hanno le loro corrispondenze, quelli trasportansi nella villa di Aggius che è l’antrepò (deposito. ndr) per così dire, di detti furti. Indi poi sono condotti e scortati dagli aggiesi alle marine della Gallura in quel giorno e tempo già prima concertati con i Bonifacini, per portarsi in quelle spiagge con sue barchette, per condurre il tutto in Bonifacio. E vero _ considera ancora il Pailacho _ che correggendosi l’impeto dei sovradetti furti, verrebbe ancora a calmare in gran parte il contrabbando, ma per svellere simili disordini, sarebbe di mestiere distruggere quei banditi che occupano li predetti monti e luoghi inaccessibili quali e annidano e che hanno in animo ai ladri di questo capo con quali mantengono le predette corrispondenze. Ma primariamente bisognerebbe atterrare la villa d’Aggius, quale è l’Emporio quello pernicioso e scandaloso commercio». Come si sa ad Aggius la pena fu sospesa alla condizione _ mai rispettata _ che i suoi abitanti divenissero veri e buoni sudditi. Nessun altro «espediente» del Pailacho ebbe attuazione. Quanto alla questione del recupero ai territori del regno delle Isole Intermedie, essa tardò a risolversi. Il 14 ottobre 1767 un corpo di spedizione sardo-piemontese occupò le nostre isole. Ma 26 anni dopo, Napoleone Buonaparte restituì il colpo occupando a sua volta, seppure per pochi giorni, le stesse isole. Occorrerà aspettare la militarizzazione della Maddalena perché quelle isole divenissero sarde e piemontesi.