Correva l’anno 1773

Viene nominato parroco della Maddalena, don Giacomo Mossa. Succeduto nel 1773 a Virgilio Mannu, fu parroco (o pro-parroco come sino al 1785 si qualificò) fino al 1799, cioè per ben 26 anni. Furono anni importanti per la giovane comunità isolana, da poco annessa allo Stato sabaudo, anni che videro la popolazione passare dagli originari 185 abitanti del 1767 agli oltre 800 della fine del secolo, che videro consolidarsi la guarnigione militare, la costruzione di alcuni fortini, il progressivo spostamento della popolazione sul mare, l’istituzione del Consiglio Comunitativo, la costruzione della nuova chiesa parrocchiale a Cala Gavetta dopo quella costruita sul Colle Piano (attuale SS. Trinità), il tentativo di occupazione da parte delle truppe rivoluzionarie franco-corse, la progressiva trasformazione da una economia agro-pastorale ad una fondata sui proventi della navigazione, sulla pesca e sul servizio sulle Regie navi. Quando, nel gennaio del 1768, fu fondata la parrocchia di Santa Maria Maddalena, “regnava” a Roma Papa Clemente XIII ed era vescovo di Ampurias e Civita mons. Pietro Paolo Carta. Papa Clemente nel 1762 aveva inaugurato a Roma alla fontana di Trevi; nel 1766, aveva pubblicato l’enciclica Christianae Reipublicae con la quale condannava tutte le pubblicazioni che non fossero in linea con la fede cristiana e col magistero della Chiesa. Papa Clemente XIII fu anche colui che fece ricoprire le parti intime di dipinti e statue esposti nelle chiese romane. Morì il 2 febbraio 1769 a Roma. Mons. Pietro Paolo Carta fu vescovo di Ampurias e Civita dal 26 novembre 1764 fino al 29 gennaio 1771. Fu lui che fece costruire il seminario di Castelsardo, sede vescovile, secondo le direttive del concilio Tridentino. Fu lui che nominò, nel 1767, il prete campidanese, Michele Demontis, cappellano della spedizione militare d’occupazione delle isole Intermedie e fu lui che poche settimane dopo inviò al suo posto il canonico Virgilio Mannu, nominandolo a gennaio 1768 parroco e istituendo la parrocchia di Santa Maria Maddalena, autorizzando la costruzione della chiesa. Mons. Carta fu vescovo per poco più di sei anni. Iniziò le visite pastorali nelle parrocchie, all’epoca non molte, della diocesi, ma per l’età avanzata non poté reggere a lungo alle fatiche che questa comportava, soprattutto nei trasferimenti di paese in paese attraverso le impervie strade dell’epoca. Le dovette pertanto interrompere, le visite pastorali, senza essere riuscito a visitare i paesi di Aggius e Bortigiadas e neanche quello di Maddalena, con la parrocchia appena istituita. Il vescovo Carta morì a Castelsardo nelle 1771, all’età di 74 anni, ed è sepolto nel presbiterio della cattedrale. Quel 14 ottobre 1767, giorno dell’occupazione militare delle “Isole Intermedie” da parte di una spedizione sardo piemontese, con la truppa e i marinai delle navi c’era anche un prete, certo don Michele Demontis, campidanese. Era stato nominato dal vescovo di Ampurias e Civita, Pietro Paolo Carta, su richiesta della Corte Viceregia di Cagliari, che l’aveva fatto imbarcare, al seguito della spedizione, perché potesse dare assistenza spirituale, tanto alla truppa occupante quanto agli abitanti delle isole, che erano circa 200, dei quali una settantina a Caprera. Vedi anche: Giacomo Mossa

20 febbraio

Muore Carlo Emanuele III, gli succede il figlio Vittorio Amedeo.

26 febbraio

Il nuovo sovrano congeda il ministro Bogino e affida al nuovo segretario di gabinetto, cavalier Chiavarina, la reggenza della Segreteria di Guerra con l’incarico di seguire provvisoriamente gli affari di Sardegna. Durante il suo Regno, furono intraprese in Sardegna nuove opere di fortificazione militare e si istituirono i “monti nummari” per prestare denaro a basso tasso d’interesse agli agricoltori bisognosi e la “Giunta di ponti e strade” competente per la realizzazione delle infrastrutture viarie, mentre i Gesuiti furono allontanati dall’Isola e i loro beni espropriati. Il giurista cagliaritano Pietro Sanna Lecca procedette al riordino e alla pubblicazione degli “Editti e Pregoni del Regno”. L’ultimo decennio del secolo fu segnato dalla vittoriosa resistenza sarda contro l’invasione francese del 1793, dai moti cittadini di Cagliari dell’aprile 1794, conseguenti alla mancata presa in esame delle “cinque richieste” degli Stamenti e dall’insorgenza antifeudale di Giovanni Maria Angioy, inizialmente inviato come “Alter Nos” nella Sardegna settentrionale e poi messosi a capo della rivolta e sconfitto(dicembre 1795-giugno 1796). Dei moti cagliaritani e angioiani, tuttavia, già lo storico Girolamo Sotgiu invitava a dare una lettura non localistica, ma inserita nel più ampio fermento politico che all’epoca pervadeva l’Europa. Essi, inoltre, erano diretti rispettivamente contro gli impiegati piemontesi e contro i feudatari sardi, non contro la monarchia sabauda: “il popolo sardo non volle udire niente del rivoltarsi contro i suoi legittimi sovrani, e restò loro fedele” (Francesco d’Austria-Este). Il 3 marzo 1799 arrivarono a Cagliari il nuovo Re Carlo Emanuele IV (salito al trono nel 1796), la famiglia reale e l’intera corte sabauda, costretta a lasciare Torino a seguito dell’invasione francese del 1798. Il secolo si chiuse con la morte dell’erede al trono e ultimo rampollo del ramo principale dei Savoia, il piccolo Carlo Emanuele, sepolto nella cripta della Cattedrale di Cagliari nell’agosto 1799. Alla vigilia del nuovo secolo, la Sardegna poteva dirsi definitivamente reinserita nel flusso della storia d’Italia. Il maddalenino Girolamo Sotgiu, storico sempre attento a interpretare le vicende storiche sarde in senso non localistico ma nell’ambito del più ampio quadro italiano ed europeo, lesse nella repressione dei moti angioiani del 1796 e nel trasferimento della corte sabauda a Cagliari nel 1799 una sorta di “restaurazione anticipata” rispetto a quella avvenuta nel Continente dopo il Congresso di Vienna. Non mancarono tuttavia, durante il soggiorno della famiglia reale a Cagliari e nel quadro di una più generale pacificazione, alcune sollevazioni popolari, isolati strascichi della “sarda rivoluzione” di Giovanni Maria Angioy: i moti popolari di Thiesi (1800), lo sbarco fallito di Francesco Sanna Corda e Francesco Cilloco a Longonsardo, l’attuale Santa Teresa di Gallura (1802), la congiura di Palabanda a Cagliari (1812). Carlo Emanuele IV si era allontanato dall’Isola già il 18 settembre 1799, lasciando come Vicerè il fratello Carlo Felice. Il 2 giugno 1802 Carlo Emanuele IV abdicò a favore del fratello Vittorio Emanuele I, che era privo di discendenza in quanto il figlio maschio Carlo Emanuele era morto a Cagliari l’8 agosto 1799. Nel 1800 Napoleone aveva annesso gli Stati di terraferma dei Savoia alla Francia e pertanto il Regno di Sardegna si era ridotto alla sola Isola. Il Re Vittorio Emanuele I, tuttavia, dopo un soggiorno a Roma tornò in Sardegna solo nel 1806. Durante quegli anni fondò Santa Teresa di Gallura, creò un esercito e una flotta, impiantò industrie cartiere e laniere, potenziò il servizio postale. Nel 1804 il Vicerè Carlo Felice aveva istituito a Cagliari la “Reale società agraria ed economica”, che continuava la tradizionale politica di sostegno all’agricoltura avviata dai Savoia già dai tempi del Ministro Bogino. Con il Regio editto del 4 maggio 1807, la Sardegna venne suddivisa in quindici Prefetture con competenze amministrative e giurisdizionali: Sassari, Alghero, Tempio, Ozieri, Bono, Nuoro, Bosa, Laconi, Oristano, Tortolì, Sorgono, Mandas, Villacidro, Iglesias e Cagliari.

21 luglio

Il breve pontificio Dominus ac redemptor meus decreta lo scioglimento della Compagnia di Gesù.

12 ottobre

Il sovrano ordina che il viceré e la Reale Udienza nel concedere l’exequatur ai provvedimenti di scioglimento della Compagnia di Gesù escludano le parti relative alla destinazione dei beni patrimoniali e alla giurisdizione ordinaria dei vescovi, per le quali si riserva di dare proprie disposizioni.

novembre