Correva l’anno 1875

Correva l'anno 1875Il 1875 e il 1876 furono gli anni in cui il Cincinnato di Caprera, ormai definitivamente stabilitosi nell’arcipelago, lascerà la sua isola per lunghi periodi e non per compiere imprese di guerra, ma per dedicarsi all’unica attività che aveva sempre trascurato: quella di deputato. La lunga carriera politica dell’Eroe, durata dal 1848 fin quasi alla sua morte, fu un vero e proprio fallimento. Stavolta però, visto che i politici non si occupavano di lui, aveva deciso di recarsi a Roma per curare i suoi interessi e quelli dei figli. Le condizioni economiche dell’Eroe non erano certo delle più floride e c’erano in ballo cose di cui gli premeva occuparsi personalmente. Il 23 gennaio 1875, dopo aver rifiutato il Dono Nazionale, lasciò Caprera per la nuova capitale d’Italia dove non era più stato da quell’infausta giornata del 3 giugno 1849 quando era uscito a cavallo, attraverso la Porta di San Giovanni, con a fianco l’eroica Anita e alla testa dei pochi uomini che gli erano rimasti fedeli. Gli premeva in primo luogo andare in parlamento per sostenere il suo grandioso progetto di legge per rendere il Tevere navigabile da Roma fino al mare con la deviazione dell’alveo del fiume e la bonifica dell’agro romano. Per risolvere poi i suoi problemi finanziari aveva accarezzato l’idea di aprire a Caprera delle cave di granito, a ciò sollecitato soprattutto da Menotti, il quale aveva già intrapreso delle trattative con la Banca d’Italia per la costruzione della nuova sede in via Nazionale che doveva sorgere con una facciata tutta in granito di Caprera. Il suo terzo scopo era quello di ottenere un incontro con il re perché intervenisse a risolvere l’annoso problema dello scioglimento della sua infelice unione con la contessina Raimondi cosa che non gli consentiva di legittimare i figli nati dal rapporto con Francesca Armosino. La notizia del trasferimento di Garibaldi a Roma, per svolgere la sua attività di deputato si era sparsa ovunque e le gerarchie vaticane erano entrate in grande apprensione: “Quale sarà il contegno di Garibaldi arrivato a Roma? Si sa – scriveva un’agenzia di stampa della capitale – che lancerà uno sguardo minaccioso, ma impotente verso il Vaticano; quale condotta terrà nei confronti del Quirinale, nessuno ha saputo presagire”. Ad attenderlo, sia a Civitavecchia che a Roma, c’era una folla immensa. I romani non erano stati ammessi ad entrare nella stazione, ove per ricevere Garibaldi si erano recati il sindaco e numerosi deputati, ma all’apparire dell’Eroe la folla abbatté le transenne, superò ogni cordone di sicurezza e gli si precipitò incontro portando poi quasi a braccia la sua carrozza fino all’albergo Costanzi in via San Nicola da Tolentino. La moltitudine che era rimasta all’esterno, chiamandolo a gran voce, doveva però rimanere delusa. Spalancatosi il balcone, Garibaldi, in camicia rossa, poncho e papalina in testa, pronunciò il discorso più breve della sua vita: “Romani! – disse – Siate seri!”. La stoffa del politico proprio non l’aveva. Le sue apparizioni alla Camera non destarono i temuti allarmi; prese di tanto in tanto la parola, ma mantenne sempre un tono pacato assai lontano dagli accesi e irruenti interventi con i quali si era esibito in passato. I suoi due primi obiettivi, purtroppo, naufragarono ben presto. Malgrado l’accorato intervento alla Camera di molti deputati suoi amici, il governo si oppose all’apertura delle cave di granito a Caprera perché era in programma, sin da allora, la realizzazione in quell’isola delle opere di fortificazione a protezione delle coste del nord Sardegna e della base navale che stava per nascere. L’incontro con Vittorio Emanuele, alla presenza dell’aiutante di campo del sovrano Giacomo Medici, che era stato l’eroe del Vascello, fu molto cordiale, ma quando Garibaldi gli chiese il suo interessamento risolutore per l’annullamento del matrimonio con la Raimondi, il re gli rispose che anche lui aveva dei figli illegittimi che gli sarebbe piaciuto riconoscere “…ma le leggi sono uguali per tutti – concluse – e io non posso cambiarle per l’uno o per l’altro”. Ben altra piega sembrava però prendere il piano per la deviazione del Tevere. L’incarico era stato dapprima affidato all’ing. Wilkinson di Londra il quale aveva predisposto un progetto che prevedeva a Fiumicino un immenso porto. Per realizzarlo occorrevano cento milioni, ma il Wilkinson si era impegnato a trovarli in Inghilterra. La proposta, accolta con molta diffidenza perché era evidente che dietro c’erano precisi interessi di potenti gruppi finanziari, venne abbandonata. Wilkinson inviò a Garibaldi un conto di 800 sterline, ma siano certi che ancora aspetta di essere pagato. Un secondo progetto, stavolta meno ambizioso, che prevedeva una spesa di sessanta milioni, fu redatto dall’ing. Landi. La proposta di legge, presentata alla camera da Garibaldi nella seduta del 26 maggio 1875, ebbe un inter velocissimo, ma trovare sessanta milioni era quasi impossibile. Il presidente del Consiglio aveva suo tempo proposto di coprire le spese con una nuova tassa, ma nella seduta del 16 giugno vi si era opposto l’onorevole Petruccelli, il quale, pur essendo meridionale mostrò in quell’occasione, quasi come un antesignano di Bossi, un’apertura alla padana; intervenne in favore dell’Eroe dicendo: “Quando fu presentato questo progetto di legge, l’onorevole presidente del Consiglio lo bollò della sua massima: a nuove spese contrapporre nuove entrate. Il regno intero non può pagare per la sua capitale, avvegnachè ciò si sia visto a Torino, ed in proporzione più grave a Firenze. Questa tassa piglierebbe il nome di Garibaldi. E nella mente del popolo egli cesserebbe di essere il “redentore”, e diventerebbe il “gabelloso”. Lo si è di già sfatato di troppo. In questa terra di rovine rispettiamo questa superba rovina vivente”. Petruccelli propose quindi di finanziare il progetto attraverso strette economie da parte dello stato, ma, su invito del presidente della Camera, per far proseguire l’iter della legge dovette poi ritirare il suo emendamento riservandosi di “…meglio riproporlo allorquando verrà innanzi alla Camera la proposta per determinare l’entrata con la quale provvedere a questa spesa”. Garibaldi credette di aver raggiunto il suo scopo quando il suo disegno di legge, passato al Senato, ove venne approvato nella seduta del 27 giugno con 70 voti favorevoli e 24 contrari, divenne la Legge dello Stato n. 2853 del 6 luglio 1875. Pago di questi risultati, che si riveleranno poi effimeri, l’11 agosto Garibaldi si imbarcherà a Civitavecchia per far ritorno nella sua Caprera. Porterà con sé la figlia Anita, avuta dalla relazione con Battistina Ravello, che lo aveva raggiunto a Roma dopo aver abbandonato Speranza von Schwartz alla quale era stata affidata. La giovane Anita, appena sedicenne, morirà poi a Caprera il 31 agosto successivo. In attesa di far rientro a Roma alla riapertura della Camera, Garibaldi ritornerà ad essere il Cincinnato di Caprera; dopo la mietitura, si occuperà a tempo pieno delle sue coltivazioni, della vigna, di cui era prossima la vendemmia, dell’orto, del frutteto e del bestiame. Approssimandosi l’inverno decise di far ritorno a Roma. Stavolta gli era giunta notizia che il suo progetto aveva destato l’interesse del grande finanziere Luigi Schandler e che due società di Parigi avevano già contattato le maggiori banche europee tra le quali quella dei Rothschild. La cronologia garibaldina della bibliografia di Garibaldi a Caprera pubblicata nel 1982 da Antonio Frau e Gin Racheli fissa al 25 novembre la data della partenza di Garibaldi per Roma, annotando che Bizzoni e Vismara la riportano per il giorno 22. Una inedita lettera recentemente ritrovata ci offre invece l’occasione per stabilire che il suo viaggio alla volta di Civitavecchia avvenne il 24 novembre. L’interessante missiva, datata 22 novembre 1875, diretta all’amico Francesco Susini e lasciata a Daniel Roberts per essere recapitata, è sottoscritta da Garibaldi, ma materialmente vergata da altra persona. L’Eroe, infatti, non era in quel momento in grado di scrivere a causa dell’artrosi che lo tormentava. La firma, tuttavia, è autentica; e dovette tremargli la mano perché sopra l’iniziale del suo nome vi è uno sbuffo di inchiostro. La lettera ci informa che, al momento di partire per Roma, egli aveva appena completato la semina del grano, ma che un incombente quanto inatteso pericolo metteva a rischio le sue coltivazioni. E a chi meglio dell’amico Susini poteva affidare durante la sua assenza la cura e la vigilanza dei suoi possessi. “Caprera, 22 novembre 1875 – Mio caro Francesco, ti faccio scrivere questa mia dettata in quanto tu sai come è messa la mia mano. Sono passato ieri per la tua vigna ma non ti ho incontrato. Ho pensato di far lasciare questa a Daniel. Come tu sai sono arrivati numerosi stormi di uccelli a controllare se possono nidificare nella mia zona. Secondo il nostro intenditore Lombardo dovevano arrivare due mesi o tre più tardi, ma ahimé sono già quì, ieri sera un pescatore li ha visti arrivare, gran disfaccio. Tu capisci che il nostro raccolto verrebbe perduto in base alla fresca semina”. Questa prima parte della lettera ci offre l’opportunità di rilevare, in un epoca di sconvolgimenti ecologici nella quale si dice che le stagioni sono cambiate e che anche gli animali non si comportano più come prima (dimenticando spesso quelle sette annate di vacche grasse seguite da sette annate di vacche magre di biblica memoria), che anche ai tempi di Garibaldi le cose non andavano diversamente. Una imprevista migrazione anticipata di uccelli, difatti, rischiava di apportargli quello che lui, usando una forma arcaica del termine disfacimento, definisce un gran disfaccio. “Devo partire subito per Roma a prendere nuove semenze. – prosegue speranzoso Garibaldi passando dalle piccole cose di Caprera a quelle più grandi dei suoi ambiziosi progetti – Si parla che il Tevere sarà navigabile da Roma verso il mare. Ho sentito Ferracciolo passerò con lui domani notte. Abbi come sempre tu scrupolo di controllare tutto durante la mia breve assenza. Contatta i nostri cugini e informali del mio arrivo in settimana. Tornerò in tempo per il nostro raccolto. Tuo debitore aff.mo G. Garibaldi”. La richiesta di informare della sua partenza i cugini (ben sottolineati) è un evidente messaggio massonico. E’ infatti documentalmente provato che, tanto il Susini quanto il Roberts, avevano aderito alla loggia di Garibaldi. La persona che lo doveva trasbordare dall’isola era il ventiseienne Pietro Ferracciolo, il figlio di quel pastore che gli aveva ceduto il lotto di terreno sul quale fu poi edificata la Casa Bianca. La seconda tornata parlamentare dell’Eroe non fu certamente delle più felici. La legge per la deviazione del Tevere e della bonifica dell’agro pontino non ebbe pratica attuazione e fu definitivamente sepolta. Venne invece approvata, escludendo da essa la paternità di Garibaldi, una legge che prevedeva lo stanziamento di dieci milioni, ripartiti in quattro esercizi finanziari, per l’esecuzione di lavori di rafforzamento degli argini del Tevere, lavori che, “…venivano a costituire una letterale esecuzione di quanto appunto previsto nel testo di legge del 1875?. La noncuranza e la diffidenza del governo non consentirono poi l’intervento dei grandi finanzieri europei interessati alla realizzazione del progetto. E poiché le economie e l’austerità auspicate per finanziare i lavori non vennero fatte, Garibaldi, con intenti chiaramente provocatori, il 13 maggio del 1876 presentò un disegno di legge composto di un solo articolo così concepito: “Finché l’Italia non sia rilevata dalla depressione finanziaria, in cui indebitamente è stata posta, nessuna pensione, assegno o stipendio, pagati dallo Stato potranno oltrepassare le 5000 lire annue”. Era una proposta a dir poco rivoluzionaria che avrebbe visto decurtati gli stipendi di tutti i parlamentari e degli alti funzionari dello stato. La notizia di quella legge fu pubblicata da tutti i giornali prima ancora che ne fosse data lettura alla Camera. Tutti commentarono il fatto che Garibaldi stesso era disposto a fare un diretto sacrificio finanziario personale visto che quel rimedio avrebbe ridotto alla ventesima parte la pensione a lui assegnata. Il 9 aprile, difatti, aveva comunicato al Presidente del Consiglio Depretis di essere disposto ad accettare il Dono Nazionale fissato il lire 100.000 annue. E di simili utopistiche idee Garibaldi ne aveva avuto anche in passato. Il 13 settembre 1860, pochi giorni dopo la sua entrata a Napoli, aveva emesso un decreto per l’abolizione del gioco del lotto e l’istituzione di un istituto di Cassa di Risparmio (quella che poi diverrà il Banco di Napoli), con l’intento di combattere l’usura e agevolare con i suoi prestiti le classi meno abbienti. Il provvedimento, che avrebbe reso inutilizzabili i sogni dei napoletani e avrebbe fatto fallire gli editori delle “smorfie”, non era piaciuto agli inveterati cabalisti partenopei e non era piaciuto poi neppure al Ministro delle Finanze del nuovo governo italiano visto che il lotto era, ed è, uno dei maggiori cespiti delle entrate dello stato. Quanto poi al presumere che una banca potesse venire in soccorso alle classi meno abbienti era parimenti utopistico. Come disse Mark Twain “Le banche sono quelle istituzioni disposte a dare denaro a chiunque dimostri di non averne bisogno”. Nella seduta del 18 maggio 1876, quando il segretario della Camera Passavini diede lettura in aula della proposta di Garibaldi, il presidente, molto laconicamente, concluse: “Sarà fissato il giorno in cui si dovrà procedere allo svolgimento di questo disegno di legge”. Quel giorno, ovviamente, non fu mai fissato. Quando mai i parlamentari (allora come oggi), avrebbero votato una legge che riduceva loro lo stipendio e la futura pensione, “in attesa che l’Italia” superasse quella “depressione finanziaria”, dalla quale ancora oggi non pare sia mai stata sufficientemente “rilevata”. Il giorno stesso Garibaldi si dimetteva da deputato e il 31, a Civitavecchia, prendeva imbarco sul piroscafo postale “Umbria” per far ritorno a Caprera. Era ormai il mese di giugno, ma non sappiamo se l’Eroe-deputato-agricoltore prese quell’anno la falce in pugno, se il raccolto andò a buon fine, se gli uccelli abbiano poi depredato il suo campo e se da Roma sia giunto in tempo il grano per una nuova seminagione. La sua donchisciottesca avventura parlamentare, tuttavia, malgrado le dimissioni, annunciate irrevocabili, continuerà. Caduto il governo e indette nuove elezioni, il 12 novembre dello stesso anno Garibaldi verrà rieletto deputato nella Prima Circoscrizione di Roma. Il progetto di bonifica dell’agro pontino e quello, ancor’esso ambizioso, per la bonifica delle paludi sarde dell’Arborea, verranno poi realizzati negli anni del deprecato regime. Forse a qualcuno non piacerà questa conclusione, ma fra i tanti disastri che combinò il fascismo, il merito di aver portato a buon fine i sogni irrealizzati di Garibaldi bisogna pur riconoscerglielo, anche se oggi gli ecologisti accusano Mussolini di averci privato di quelle bellissime zone umide ove la malaria mieteva a fasci le vite umane. Ma il Duce era certamente ben lontano dal prevedere a quell’epoca l’arrivo degli americani e della fondazione Rockfeller.  

6 gennaio

Garibaldi rifiuta il “Dono nazionale”.

11 – 25 gennaio

Garibaldi è in visita a Civitavecchia – Roma – Frascati – Velletri. Interviene ai lavori della Camera.

febbraio

Comincia la campagna elettorale per le elezioni che l’anno successivo avrebbero dovuto rinnovare la Camera dei Deputati. Il Giudice mandamentale di La Maddalena, si vede recapitare una lettera del sottoprefetto di Tempio, in cui quest’ultimo chiedeva, senza mezzi termini, che il magistrato sostenesse con il suo autorevole intervento il candidato governativo, l’avvocato Giò Maria Apostoli.

5 marzo

“La spesa effettiva occorrente per la riparazione del Porto si desume da una perizia dell’Ufficiale Tecnico locale essere di £ 3.000 le quali si devono ridurre a £ 2.400 avendo la Provincia deliberato un sussidio di £ 600 come appare dal conto 1873 residui attivi…”…Atto Consolare del Consiglio Comunale 5 marzo 1875 “Ricorso del Governo al Re”, Archivio Comunale La Maddalena.

27 maggio

Il ministro Minghetti presentò il 19 novembre 1874 un progetto di legge per accordare una rendita vitalizia di 50 mila lire ed per altre 50 mila in obbligazioni a Giuseppe Garibaldi. Il Senato votò il progetto di legge alla unanimità, la Camera diede 25 voti contrari (per lo più cattolici) e il 27 maggio 1875 il  decreto comparve nella Gazzetta Ufficiale. Erano infatti note, all’epoca, le sue ristrettezze economiche nonostante le glorie conquistate sul campo e solo le offerte di sovvenzione fattegli dagli stranieri, per lo più inglesi, gli avevano permesso di acquistare gran parte di Caprera e di intraprenderne la difficile bonifica, trasformando il valente marinaio e l’intrepido condottiero in un agricoltore impegnato a sfamare una numerosa famiglia e gli esuli stretti a lui, in un territorio suggestivo ma assai avaro. Questa la risposta scritta di Garibaldi da Caprera, attraverso Menotti e Mancini: “… le centomila lire mi peserebbero sulle a spalle come la camicia di Nesso. Accettando avrei perduto il sonno, avrei sentito ai polsi il freddo delle manette, le mani calde di sangue; ed ogni volta che mi fossero giunte notizie di depredazioni governative e di pubbliche miserie mi sarei coperto il volto dalla vergogna. Tuttavia ai nostri amici ed al Parlamento in generale, immensa gratitudine. Questo governo però, la cui missione é d’impoverire il paese per corromperlo, si cerchi complici altrove. “

27 giugno

Viene approvata una Legge per un Dono nazionale a favore di Garibaldi.

1 agosto

Il ricco possidente Gian Domenico Fresi, noto Zecchino, costruisce la prima casa di Palau, nella piazzetta oggi a lui intitolata.

8 settembre

Garibaldi invia un biglietto da Caprera al Sindaco di La Maddalena in data 8 settembre 1875 con il seguente testo: Ill.mo Sig. Sindaco Chirri, invio una parola di gratitudine a voi, per l’invio gentile del telegramma da Teramo e la risposta a cotesta Società giovanile. Di V.S. dev.mo G. Garibaldi.

12 ottobre

Il “Violante” del capitano Enrico Alberto D’Albertis giungeva, proveniente da Palermo, nelle acque di Caprera, gettando l’ancora a Porto Palma. Erano state giornate di pioggia e forte vento con il barometro sempre a segnare maestro. Ancora piovigginava, quando il Capitano sbarcò sull’isola con il naturalista Leonardo Fea. Gran collezionista e preparatore d’insetti, il giorno prima Fea era sceso a terra, raccogliendo un ragno e alcuni coleotteri. Il Capitano d’Albertis, grande marinaio, si stancò di comandare le altrui navi e decise di farsi costruire un cutter che, in ricordo della Madre, chiamò “Violante”. Quel giorno, il Capitano, aveva fatto sventolare, salutando la casa del generale Garibaldi, lo stendardo azzurro con stella bianca del suo yacht. Il “Violante” gli era stato costruito da Luigi Oneto, un industriale del sapone di Sampierdarena, che per riposare veleggiava sulla spiaggia, dove aveva aperto un piccolo cantiere di imbarcazioni da diporto. L’amore del Capitano per il mare era antico. Il padre Filippo aveva studiato al Collegio Nautico di Palermo prima di dedicarsi al suo lanificio di Voltri, un tempo a Genova, dov’era nato nel Settecento per la produzione di panni e berretti alla turca da commercializzare con l’Oriente, quindi di stoffe per l’Esercito Sardo, equipaggi della Regia Marina, comunità religiose. Figlio di ricchi lanieri, dopo aver frequentato il Collegio dei Signori della Missione di Savona e il Collegio Carlo Alberto di Moncalieri, nel 1862 D’Albertis era entrato nella Regia Scuola di Marina di Genova, arroccata sulle alture di Montegalletto, fra le mura di un antico monastero, da dove dominava il porto e la città. Quell’estate partì per il Mare del Nord e il Mar Baltico a bordo della corvetta a vela “Euridice” per la sua prima crociera d’istruzione, raggiungendo, l’anno dopo, l’Egitto e le Canarie. Nel 1864 fu imbarcato sulla fregata “Principe Umberto” per un viaggio d’istruzione in Sud America. Nel 1866, di ritorno dalla sua missione, la nave fu inviata, con a bordo i giovani allievi, nel Mar Adriatico, dove partecipò alla battaglia di Lissa contro la Marina austriaca. Fra il 1867 e il 1869, ormai guardiamarina, D’Albertis fu imbarcato sulle corazzate “Formidabile” e “Ancona”, quindi sulla corvetta “Clotilde”. Nel 1869 lasciò la Regia Marina. Quell’anno, a Port Said, assistette, ospite del viceré d’Egitto, fra bandiere, orifiamme e stendardi con la croce di Cristo e la mezzaluna di Maometto, all’inaugurazione del Canale di Suez. Nel 1870 entrò nella Marina mercantile, navigando, come secondo ufficiale, sulla “Emma D.” fra il Mediterraneo orientale e il Mar Nero, quindi, nel 1871, fra Inghilterra, Scozia e Irlanda. Al ritorno, l’armatore Ferrero gli offrì il comando del piroscafo “Emilia”, della rotta di Calcutta. La nave salpò da Genova il 12 settembre 1871, raggiungendo l’India via Suez. Il 28 dicembre, dopo aver studiato commerci, usi e costumi indiani, D’Albertis lasciò Calcutta, portando con sé alcune curiosità orientali, fra cui un tigrotto del Bengala, che donò al marchese Giacomo Doria, che nel 1867 aveva fondato a Genova un museo di storia naturale, dove il tigrotto visse per anni. Erano i tempi in cui i viaggiatori contribuivano al progresso delle scienze naturali, ciò di cui il marchese Doria si fece interprete, riunendo nel museo ricche collezioni e radunando intorno a sé naturalisti, viaggiatori, esploratori. Nel 1873 D’Albertis lasciò anche la Marina mercantile. Dopo aver viaggiato per l’Europa con il fratello Domenico, preso da nostalgia per il mare si fece costruire un legno da diporto. Il 23 febbraio del 1875, nei cantieri Briasco, a Sestri Ponente, fu, infatti, varato il “Violante”. Grazie alle tante raccolte che si sarebbero potute fare, pesci, alghe, insetti, piante, il marchese Doria invitò D’Albertis a voler utilizzare le crociere del suo yacht a vantaggio del museo. Nella gara sorta inoltre fra le nazioni per l’esplorazione dei fondali marini, D’Albertis, da sempre sensibile al progresso scientifico, armò il “Violante” di tutto il necessario per le raccolte naturali e le campagne talassografiche, imbarcando di volta in volta il marchese Doria e alcuni naturalisti, fra cui Leonardo Fea, che dal 1872 ordinava le collezioni entomologiche del museo, realizzando disegni, xilografie e tavole litografiche per gli Annali. La casa del Generale si trovava poco dopo un sentiero, fra rocce granitiche, lo sguardo alla Maddalena. Poco vicino, c’era un giardino di aranci e alberi da frutto e magazzini tutt’intorno al piazzale. Più in là, una casetta con mulino con una ruota in ferro a grandi pale, come quella dei piroscafi. Quel giorno, il mozzo di bordo s’arrampicò vestito in alta uniforme su per il viottolo con alcune carte da visita per il Generale, fino a quando non arrivò anche il Capitano con Fea. Il Generale riposava, vestito della sua camicia rossa, su un letto di ferro. Da quando il tempo era andato peggiorando, i dolori artritici erano tornati. Con la mano fece segno al Capitano e al suo giovane ospite di volersi sedere. “Credevo, Generale, di trovarla guarita dopo la cura dei bagni di Civitavecchia” gli disse il Capitano. E mentre parlavano di mare, viaggi e traversate, secche e carte marine, l’occhio del Capitano prese a vagabondare per la stanza, cadendo su pile di libri, giornali, fascicoli, quindi su una biblioteca traboccante di opere di marina, storia, arte militare. Da una corda, che correva da una parte all’altra della stanza, pendevano confusamente camicie di lana e altri indumenti. Sopra il letto c’era, dolce ricordo, una cornice con la treccia di Anita, quindi, poco più in là, fra quello di due ufficiali garibaldini, il ritratto dell’amico e patriota Candido Augusto Vecchi. Il Generale volle quindi sapere come mai non si fosse ancorato nel passo della Moneta, dov’era la sua casa. Il Capitano si scusò, dicendogli della piccola scala della sua carta e della poca pratica che aveva di quei luoghi. “Ritorni” gli disse allora il Generale “e tuttoché le carte dell’estuario della Maddalena e dintorni lascino molto a desiderare, come idrografia, i miei figli l’accompagneranno volentieri nelle sue escursioni e così se ne impraticherà”. E quando il Capitano lo invitò a bordo per un pasto frugale, il Generale si scusò, dicendo che pochi giorni prima avrebbe accettato, ma che ora, non potendosi muovere, ci sarebbero voluti dieci paranchi per issarlo a bordo. E per farsi perdonare, fece portare del vino dei suoi vigneti. Il Capitano gli chiese allora se poteva mandargli un assaggio di vino di Pantelleria e come mai non facesse coltivare una più larga parte dell’isola. Non fosse stato per la manodopera non proprio a buon mercato, gli fece capire il Generale, e poi, i suoi amici non gli lasciavano “mancar di nulla”, quindi chiese che notizie si avessero del continente e nel farlo allungò al Capitano un fascio di giornali italiani, inglesi e francesi che teneva sparsi sul letto, pregandolo di volergli consegnare la corrispondenza del “Violante” da mandare, con la sua, alla Maddalena e far partire con il primo postale. Il Capitano, commosso da tanta gentilezza, imbarazzato, gli s’avvicinò, confessandogli come nel 1868, imbarcato come guardiamarina sulla corazzata “Formidabile”, avendo ricevuto l’ordine di raccattare scope d’erica per il lavaggio di bordo, era sceso a Caprera, dove crescevano più rigogliose, facendone di nascosto bottino. Il Generale rise di cuore e nella stanza fattasi confessionale, perdonò il Capitano, “absolvemus” gli disse, facendo il gesto della mano, “e ritorni, Capitano, ché sarà sempre il benvenuto”. Giunto a bordo, il Capitano gli fece avere il vino di Pantelleria, alcuni canditi di Genova e delle grosse triglie che erano incappate nei tramagli del “Violante”, nonché una lettera e una fotografia dell’Eroe, che staccò dall’album di bordo e che tornò indietro con tanto di autografo e un messaggio del Generale: “Caprera, 12 ottobre ’75. Caro Com.te D’Albertis, grazie per il vino ed i confetti che proverò subito. Le invio il ritratto. Le lettere saranno mandate alla posta. Le auguro un felice viaggio e sempre suo. G. Garibaldi. Un saluto ai compagni”. Il 13 ottobre, nonostante il vento che soffiava gagliardo dalla sera prima, il “Violante” fece vela per Genova, scivolando, inosservato, dall’estuario della Maddalena, dove avvistò la nave idrografica “Washington” del comandante Magnaghi. La navigazione verso la Liguria non fu felice, funestata come fu da forti venti e onde alte, fino a quando un colpo di mare non spazzò la coperta, lanciando fuori bordo il marinaio Zebù, che si salvò, aggrappandosi a una cima. Il 16 ottobre il “Violante” entrò nel porto di Genova, andandosi ad ormeggiare nella vecchia Darsena. Qui il Capitano ricevette un telegramma del comandante Magnaghi che, avvertito della scomparsa dello yacht alla Maddalena, aveva chiesto ad alcune imbarcazioni di voler perlustrare l’estuario. Da Caprera, arrivò, poco dopo, una lettera: “Mio caro D’Albertis, dalla vostra partenza da Porto Palma io fui veramente inquieto sulla sorte del Violante, poiché il mio barometro marcava tempesta e soffiarono dei venti furiosi. Vi fo i miei complimenti per il coraggioso vostro contegno in mare e desidero che il vostro esempio serva agli agiati italiani per affrontare un elemento, primo, alla prosperità Nazionale. Vi saluto di cuore e sono vostro. G. Garibaldi”.

31 ottobre

Esce a Sassari il periodico ‘‘La Stella di Sardegna’’, promosso da Enrico Costa. Cesserà nel settembre 1879 e riapparirà ancora nel 1885-86.