Correva l’anno 1906

16 gennaio

Muore a Pozzuoli, dove si era recato per curare la tubercolosi che da alcuni anni l’aveva colpito, il tipografo Giacomo Tortu. Nato a Laerru il 4 dicembre 1859 da Salvatore e Maria Brundu. Sposato con Mariangela Bajardo, originaria di Castelsardo (sebbene nata a Bitti), si trasferì a La Maddalena intorno al 1894-1895 per avviarvi nell’isola una cartoleria-tipografia. Al momento la coppia aveva già due figli, Salvino (Castelsardo 1891) e Maria (Sassari 1893). Il terzogenito Nino nacque invece proprio nel comune isolano, nel febbraio 1897. Nell’isola già risiedeva Ciccu Bajardo, fratello maggiore di Mariangela, e lì – per collaborare al lavoro della tipografia – si sarebbe trasferito anche il fratello minore Giovanni Maria. Quanto si è detto riguardo al trasferimento della famiglia e alla nascita della tipografia a La Maddalena (non Tempio, quindi, come ad oggi si credeva e si è sempre scritto), sebbene senza riscontro nelle memorie familiari e al momento nei documenti, sono da considerarsi ipotesi molto probabili. (Le ricerche svolte presso l’Archivio di Stato e la Camera di commercio di Sassari non permettono di fondare su fonti scritte l’apertura delle due sedi). La presenza stanziale di Giacomo Tortu a La Maddalena, e finanche il convincimento che qui fu fondata la tipografia, scaturiscono dall’incrocio degli elementi biografici e familiari sopra riportati con i dati del catalogo, vale a dire l’indicazione esclusiva del nome del borgo isolano nei primi due titoli della Tortu, rispettivamente del 1895 e 1896. (Sarà poi un caso che il necrologio riporti nell’ordine prima La Maddalena e poi Tempio come sedi dello stabilimento tipografico?). Il trasferimento della famiglia e l’apertura della tipografia nel capoluogo gallurese avvennero poco dopo, tra il 1897 e il 1898: così indicherebbero il terzo titolo del catalogo, del 1898, che riporta per la prima volta Tempio come unico luogo di pubblicazione, e la nascita qui, nel 1899, di Bice, l’ultima dei figli. Per alcuni anni, però, Giacomo Tortu mantenne a La Maddalena una succursale: alcuni titoli del catalogo recano infatti, fino al 1903, la dicitura del comune isolano, qualche volta da solo, più spesso come secondo luogo di pubblicazione, dopo Tempio. La succursale maddalenina fu affidata alla gestione del giovane cognato Giò Maria Bajardo, che in seguito avrebbe a sua volta legato il suo nome ad una pagina ancor più importante della storia delle tipografie e della cultura sarda: la Tipografia Chiarella di Sassari. Grazie al fiuto e al dinamismo imprenditoriale di Giacomo Tortu due centri popolosi ed in espansione come La Maddalena (nel 1891 fu avviata la costruzione dell’arsenale militare marittimo, ultimato ed attivato nel 1910), e soprattutto Tempio, sede di Ginnasio, seminario ed episcopio, sottoprefettura, tribunale e molti altri importanti istituti e uffici statali, ebbero la fornitura immediata di servizi essenziali come i vari materiali di cancelleria. Più in generale, la tipografia Tortu colmava in pochi anni non solo un vuoto imprenditoriale ma anche offriva alla Gallura, con la pubblicazione di giornali e libri, inediti spazi di offerta e proposta culturale divenendo protagonista nei processi di acculturazione e di informazione del territorio. Non solo: la pubblicazione di opere di buon profilo e interesse (e la maggior parte non localiste) furono per Tempio un efficace sponsor pubblicitario, portando forse per la prima volta il suo nome all’attenzione di lettori peninsulari. Quando morì, aveva da poco compiuto 46 anni, mentre la tipografia aveva appena compiuto i primi dieci anni di vita. I figli erano ancora piccoli, il maggiore Salvino aveva 14 anni, poteva essere la fine dell’azienda. E invece ecco che a questo punto entra in scena la moglie Mariangela. Maestra elementare, donna forte e volitiva, lasciò l’insegnamento e assunse la direzione della tipografia. Già dal 1905, stante le sue critiche condizioni di salute, Giacomo le aveva affidato l’amministrazione di tutti i suoi beni ed i suoi affari, tra cui il «negozio di Tipografia e Cartoleria» che ormai vantava «numerosissimi clienti». Di lei Enrico Baravelli dice che fosse «vivace mangiapreti», «brillante conversatrice che teneva circolo nel suo negozio […] “covo di massoni”» (si consideri che il fratello tipografo Giò Maria fu capo della massoneria maddalenina dal 1913 al 1918); altresì che nel 1907 ottenne «un permesso di ricerca di galena», cioè solfuro naturale di piombo, nella zona di Tungoni, in comune di Aggius. Una figura di donna manager inedita alla luce della condizione delle donne nell’Italia del primo Novecento («la prima donna che si dedicò agli affari» in Gallura, dice precisamente Baravelli). Della direzione di Mariangela c’è chiara menzione in alcuni titoli del catalogo, intestati alla “Vedova Tortu”. Alla storia della tipografia Tortu si intreccia poi strettamente la storia di altre due tipografie: quelle fondate da Giò Maria Bajardo, cognato di Giacomo Tortu, già menzionato alcune volte nella prima parte di questo articolo. Classe 1876, originario di Castelsardo, collaborò strettamente all’avviamento della tipografia Tortu a La Maddalena. (Non sappiamo se il giovane Giò Maria, classe 1876, giunse nell’isola contemporaneamente a Giacomo, oppure se risiedesse già lì poiché vi abitava il fratello maggiore Cicu, oppure ancora se vi sia giunto dopo per gestire la succursale quando Giacomo Tortu si trasferì a Tempio). Tra il 1903 e il 1905 si mise in proprio: i cataloghi bibliotecari segnalano tra il 1905 e il 1914 cartoline, qualche periodico e alcuni manoscritti stampati a La Maddalena dalla «Tipografia Giò Maria Bajardo». Nell’isola divenne certamente un personaggio noto e influente: dal 1914 al 1918 fu il capo della loggia massonica “Giuseppe Garibaldi”. Sposatosi nel 1908 con Giuditta Corso, anche lei di Castelsardo ebbe, tra il 1909 e il 1918, quattro figli (Cicu, Manlio, Bruno, Liana, di cui il primo e il terzo nati a La Maddalena nel 1909 e nel 1913). Intorno al 1915 lasciò La Maddalena (sebbene in quel momento fosse a capo della massoneria locale) e fece rientro a Castelsardo, suo paese natale, dove impiantò una coltivazione di tabacco che gli permise di essere esonerato dal recarsi al fronte; successivamente si trasferì a Sassari dove, nel 1921, acquisì la famosa tipografia Chiarella di Sassari, la cui attività imprenditoriale e culturale fu poi portata avanti dai figli e dai nipoti fino al 2002, anno della sua chiusura. Un particolare di grande interesse, questo dello stretto rapporto di parentela e professionale tra le due famiglie Tortu e Bajardo, non ancora messo a fuoco ed evidenziato come meriterebbe negli studi concernenti la storia dell’editoria e della cultura sarda.

19 gennaio

Nasce a La Maddalena, Raffaele Giraud; Calciatore e allenatore italiano, terzogenito di cinque fratelli, era indicato come Giraud I per distinguerlo dai fratelli minori Giovanni e Michele, con cui ha militato contemporaneamente nel Savoia dal 1930 al 1932 e nel campionato 1938-1939. Iniziò a giocare a tredici anni nelle giovanili del Savoia, disputando anche alcune gare nella prima squadra, nel campionato di Promozione, secondo livello dell’epoca. Passò alla Pro Fiume di Torre Annunziata per poi passare alla Forte e Veloce nella stessa città. Si spostò con il padre a Taranto dove rimase per tre anni, per poi ritornare nel napoletano tra le file del Pro Poggiomarino, con cui vinse il campionato di Seconda Divisione 1925-1926. In seguito militò ad anni alterni nel Savoia, per un totale di nove stagioni, in cui collezionò 183 presenze e 16 reti. Giocò nel Cagliari dal 1927 al 1930, dove tra l’altro svolse il servizio militare, siglando 3 reti in 31 partite, e nella Catanzarese nel campionato di Serie B 1934-1935. A fine carriera lasciò il Savoia per un anno per militare nella Scafatese e rientrare al Savoia l’anno successivo.

22 marzo

Nel 1905 il Re d’Italia Vittorio Emanuele III, presente nell’arcipelago di La Maddalena in occasione delle esercitazioni navali della Regia Marina espresse l’idea, così è riportato sul quotidiano ‘Il Messaggero di Roma’ del 22 marzo 1906, “dell’opportunità di procedere ad un rimboschimento di queste Isole, avendo osservato che ad onta della natura del suolo, in molte località crescono spontaneamente arbusti ed anche alberi di alto fusto, e che molti alberi di recente piantati vegetano in prossimità delle nuove abitazioni, che in numero sempre crescente sorgono alla Maddalena. Nella visita che il Re fece alle principali fortificazioni di questa piazza marittima accompagnato dall’on. Mirabello, espresse al Ministro della Marina il suo convincimento che il suolo, se non ovunque, in moltissime zone sia capace di vegetazione e l’opportunità di procedere ad rimboschimento, dal quale certamente trarranno grande vantaggio queste località. L’on. Mirabello, in omaggio al desiderio espresso dal Sovrano, interessò opportunamente i vari colleghi e ne facilitò il compito, mettendo a disposizione dell’Ispettore Forestale di Sassari, incaricato dei lavori, mezzi di trasporto, strumenti da lavoro e quanto altro poteva occorrere”. La citata corrispondenza giornalistica del 1906 così prosegue: “Da qualche settimana sono stati iniziati alla Maddalena importanti lavori di rimboschimento, secondo progetto completo che comprende oltre detta isola, l’altra di Caprera ad essa unita da un ponte agevole. Il primo saggio di cultura boschiva è stato intrapreso sopra una zona di 25 ettari di terreno demaniale nell’isola della Maddalena, a cura del Ministero di Agricoltura, Industria e Commercio. Recentemente infine, il Ministero dell’Interno dispose che una squadra di condannati questa casa intermedia di pena, fosse impegnata in questi lavori”. Il rimboschimento, composto soprattutto di pini marittimi, attecchì soprattutto nell’isola di Caprera, e crebbe sviluppandosi in grandi e caratteristiche pinete per oltre ottant’anni, grazie anche all’impegno ed al controllo della Regia Marina, fino ai disastrosi incendi degli anni Novanta, quando gran parte delle quasi centenarie pinete andarono distrutte per opera dei piromani. Dal 1977 Caprera era passata sotto le competenze del Ministero dell’Agricoltura e Foreste.

26 aprile

Muore Antonio Varriani; Nato a La Maddalena il 12 settembre 1825 era figlio di Domenico, Padrone marittimo e agiato commerciante e di Susini Maria Francesca, un suo fratello Cav. Giuseppe Varriani, nato nell’isola il 19 febbraio 1820, arruolatosi nella Regia Marina in qualità di timoniere partecipò alle Campagne di guerra per l’indipendenza del 1861 e del 1866 ottenendo una Medaglia al valor militare, divenne quindi Commissario generale della Regia Marina nonché Ufficiale e Cavaliere dell’Ordine dei Santi Maurizio e Lazzaro e della Corona d’Italia. Morì nell’isola il 1 agosto 1882 all’età di 62 anni. Cfr. Claudio Ronchi, Il Cimitero Vecchio, la demolizione, epitaffi e tombe, cit. – Cfr. Civiche Raccolte Storiche, Comune di Milano – Fondo Risorgimento, Elenco dei soldati italiani che hanno fatto una o più delle sette campagne dal 1848 al 1870 per l’indipendenza italiana.. – Archivio Parrocchia Santa Maria Maddalena -Libro Battesimi Vol. 2° (1805/1821) p. 261 e Libro Battesimi Vol. 3° (1822/1853) p. 53. La madre di Antonio Varriani era sorella di Francesco Andrea Susini il padre dei citati Pietro, Nicolò e Antonio Susini Millelire, con i quali quindi egli era cugino carnale. Le due famiglie erano rappresentanti dell’allora ceto benestante dell’isola. Egli ricoprì l’incarico di pilota, o timoniere che dir si voglia, del vapore ad elica Washington, unità navale garibaldina acquistata insieme ai vapori a ruota Oregon e Franklin per il costo totale di 752.489 lire, essa venne impiegata in varie fasi della Spedizione dei Mille, in particolare venne utilizzata con le predette navi nelle notti del 9 e 10 giugno 1860 per il trasporto dalla costa ligure e toscana di circa 2500 volontari costituenti la Seconda Spedizione in Sicilia guidata dal colonnello Giacomo Medici, inoltre il Washington ebbe un ruolo importante nel tentativo, progettato da Garibaldi e dai mazziniani, di operare una diversione tesa ad invadere lo Stato Pontificio, coordinatore della spedizione era il medico e patriota milanese Agostino Bertani, vera mente organizzatrice di tutta la Spedizione dei Mille. A riguardo, Garibaldi con Bertani muovono il giorno 12 agosto 1860 dal Capo di Faro (Stretto di Messina) a bordo del Washington per raggiungere il Golfo degli Aranci nel nord della Sardegna, ove su varie unità navali garibaldine attendevano 8000 volontari, grossa divisione organizzata su sei brigate chiamata simbolicamente “Terranova”, sotto il comando del patriota romano Luigi Pianciani, pronti ad invadere lo Stato Papale per concludere in tal modo l’opera di unificazione della Penisola, ma al contempo il governo piemontese per mano del Cavour oppostosi all’iniziativa, preoccupato di evitare che la monarchia sabauda potesse essere direttamente accusata di aggressione alla sovranità di Roma permettendo a chicchessia di utilizzare il suolo piemontese come base dell’operazione stessa, inviò allora la Regia cannoniera Gulnara per costringere tali truppe a convergere sulla costa siciliana, in rinforzo all’esercito garibaldino che ancora attendeva di poter passare lo stretto di Messina e sbarcare sulla costa calabrese. Fu quindi sul Washington, che Garibaldi, dopo aver preso atto che nel frattempo, dietro la pressione del governo sabaudo, buona parte della predetta spedizione garibaldina aveva già raggiunto Palermo, raccolse le rimanenti forze per ricongiungerle al resto dell’ armata operante in Sicilia. Il Washington infine venne anche impiegato fra luglio ed agosto sulla rotta Cagliari – Palermo per poter trasportare i volontari sardi, ed in particolare il Battaglione dei Cacciatori Sardi, il cui arruolamento ed organizzazione venne affidato da Garibaldi al patriota sardo Giovanni Sulliotti, avvocato e giornalista, il Battaglione probabilmente posizionato a Palermo venne comandato nel mese di settembre di raggiungere Napoli ove doveva far parte su disposizione di Garibaldi della Brigata comandata dal Colonnello Clemente Corte, la quale Brigata venne schierata nell’area di Aversa (Caserta). Il Battaglione guidato dal Sulliotti raggiungerà quindi Maddaloni, su diretta istruzione di Garibaldi, in previsione dello scontro finale con le truppe borboniche nella Battaglia del Volturno (1 ottobre 1860), è di tale frangente che, la presente lapide mortuaria di Antonio Varriani ne serba la memoria, il testo inciso cita testualmente “ ..FU BUONO E VALOROSO, PRESE IMBARCO COL GENERALE GIUSEPPE GARIBALDI NEL 24 SETTEMBRE 1860 UFFICIALE PILOTA AL COMANDO DEL PIROSCAFO NAZIONALE WASHINGTON (sic) NELLO SBARCO FATTO A NAPOLI CON I GARIBALDINI ” In effetti la data menzionata, andrebbe anticipata al giorno prima e il servizio svolto dal vapore Washington sarebbe consistito principalmente nel trasporto delle armi e munizioni spettanti al Battaglione dei Cacciatori Sardi, mentre il trasporto maggiore dei volontari sardi avvenne sulla nave Tücköry contestualmente al citato ordine di trasferimento. L’ultimo probabile impiego del Varriani, alla guida del Washington, collegato alla conclusione della Spedizione dei Mille, è datato 9 novembre 1860, in occasione della partenza di Garibaldi dal porto di Napoli, il quale salutato i suoi volontari, dopo aver adempiuto sino in fondo alla sua missione di unificare il Regno d’Italia, si ritirava alla volta di Caprera.

14 maggio

Il malessere operaio (sciopero dei portuali in febbraio, dei commessi dei negozi e dei fornai in marzo, quindi degli operai della Manifattura tabacchi) e la protesta contro il carovita sfociano in una serie di disordini a Cagliari: 2 morti e numerosi feriti negli scontri fra forze dell’ordine e dimostranti. Vengono devastati gli edifici della stazione ferroviaria e degli uffici daziari, divelti i binari del tram. I disordini continuano fino al 16 provocando le dimissioni della giunta Bacaredda.

2 luglio

L’on. Giacomo Pala fu protagonista di una seduta della Camera dove vennero assunte decisioni rilevanti per la Sardegna, decisioni che costituirono la premessa delle leggi speciali a favore della regione insulare, presentate, nel dicembre successivo, dal ministro dell’Agricoltura, il cagliaritano Francesco Cocco-Ortu, approvate dal parlamento qualche mese dopo. In particolare, Pala si fece promotore di un’interpellanza rivolta ai ministri dei Lavori pubblici e della Marina Mercantile. Il tema: la necessità di migliorare le condizioni e la classificazione del porto commerciale della Maddalena. La “questione era molto semplice, secondo l’onorevole Terranova: l’isola madre dell’arcipelago delle Bocche di Bonifacio rivestiva notoriamente una grandissima importanza come porto militare e pure mercantile. Il flusso dei prodotti dell’agricoltura, della pesca e dell’industria, delle materie prime in partenza e in arrivo nell’approdo maddalenino, nel periodo in cui l’illustre lurese consumava la propria carriera di parlamentare a Roma, non era indifferente. La comunità isolana si formava sì, in larga parte di classe operaia – le maestranze dell’Arsenale di Moneta, gli scalpellini di Cava Francese, i pescatori ponzesi e puteolani, i portuali, i piccoli artigiani – ma non mancava la piccola e media borghesia legata alla piazzaforte militare e alle poche famiglie ricche che vivevano nella città. Non mancava, pertanto, accanto a una costante domanda di beni di prima necessità, una richiesta di beni strumentali e, diciamo anche di beni lusso, benché rapportata alle contenute propensioni consumistiche che consentivano le tecnologie dell’epoca. Un “indotto” economico che lo Stato non poteva trascurare, al contrario avrebbe dovuto incentivarlo con ogni mezzo disponibile. Giacomo Pala enunciò’ dati esatti. “Da sette-otto anni, la media del movimento merci supera non solo le diecimila tonnellate all’anno, ma va oltre il doppio. Ragione vorrebbe che quel porto fosse classificato in armonia con il suo movimento commerciale, come del resto è previsto dalla legge, che provvede alla classifica dei porti del regno. Invece sta di fatto che la classifica del porto della Maddalena è quella semplicemente di un modesto porto di quarta classe, mentre avrebbe tutti i requisiti per essere classificato di una categoria superiore”. L’aumento di classe avrebbe significato automaticamente il concorso del governo nazionale, attraverso l’erogazione di finanziamenti cospicui al Genio Civile, nelle realizzazione di quelle opere che sarebbero servite per porre lo scalo nelle condizioni di soddisfare le esigenze del commercio. Maddalena in quel periodo pullulava di simpatizzanti socialisti, sopratutto tra i tanti operai sindacalizzati dell’Arsenale di Moneta, e tutti gli scalpellini di Cava Francese, mentre fra i pescatori una vera e propria coscienza di classe si manifestò apertamente solo nel 1919, quando fu costituita la prima ‘Società dei Pescatori ’ con lo scopo “di assicurare un sussidio ai soci ammalati e cooperare alla loro educazione e istruzione civile con ogni loro possa, venire in aiuto alle famiglie dei soci defunti, accordare al socio che ne farà richiesta un mutuo in danaro” (‘Statuto della società fra i pescatori della Maddalena’, La Maddalena, 1919).Primo presidente della Cooperativa fu Luigi Birardi d’Alghero, padre di Mario che è stato negli anni Sessanta, Settanta e Ottanta del secolo scorso consigliere regionale e parlamentare del Partito Comunista Italiano e dal 1997 al 2002 sindaco della Maddalena. Era stata fondata anche una locale sezione della ‘Federazione dei Lavoratori del Mare ’, un’organizzazione che, a livello nazionale, era legata ai circoli repubblicani. Ancora oggi, alla Maddalena, in Piazza XXIII febbraio, nel palazzo che ospitava la sezione, è visibile l’insegna. Vedi anche: “Un porto di terza classe”: Giacomo Pala e La Maddalena