Correva l’anno 1928

29 gennaio

Nasce alla Maddalena Annibale Francesconi; Consigliere regionale e sindaco di Porto Torres.

18 febbraio

Mussolini dichiara che stroncherà il banditismo sardo, ma sa già che Samuele Stochino, detto la Tigre di Arzana, è stato ucciso da qualche giorno. La notizia sarà data soltanto il giorno dopo.

21 marzo

Inaugurata l’aviolinea con idrovolanti Ostia-Cagliari.

Michele Scotto – Zi Cristu

6 maggio

Viene costruita la chiesetta della Madonnetta; Un vecchio pescatore di aragoste, il maddalenino Michele Scotto, di padre puteolano e madre procidana, persona religiosissima e devotissimo, tanto da essere soprannominato “Zi Cristu”, perché devoto in particolare alla Vergine, tanto da far portare a tutti i suoi figli una medaglietta della Madonna. Si narra, che un giorno tornando a casa da una battuta di pesca, viene sorpreso da una forte mareggiata di maestrale, tanto da non riuscire a governare la barca. In preda alla disperazione, pregò e si raccomandò alla Madonna e poiché riuscì a salvarsi, per riconoscenza mise in un piccolo anfratto riparata dal vento, una piccola immagine della Vergine e ogni mercoledì si recava lui, o qualcuno della famiglia, per accendere un cero “u luminu”. Essendo l’immagine di carta, il mare e la salsedine deteriorarono l’immaginetta, quindi la famiglia decise di acquistare e collocarvi una statua, che in breve tempo divenne meta di culto e devozione. La costruzione dell’attuale piccola cappella è dovuta alla volontà di una persona che nel 1923, essendo divenuto capo posto della batteria “Ermanno Carlotto”, decise di erigere la piccola chiesetta, si ratta di Giovanni Maria Pitturru. Lo rileviamo con certezza oggi, dopo la pubblicazione di una missiva del 1952, dove il Pitturru scrive al parroco Salvatore Capula: “Al Reverendissimo Monsignor Capula, parroco della Chiesa di Santa Maria Maddalena. Il sottoscritto Giovanni Maria Pitturru, mi onoro di fare la seguente dichiarazione. Nel 1923 dal Comando Difesa fui destinato a sostituire il pari grado Pilade Galimberti in qualità di capo posto della batteria denominata “Ermanno Carlotto”. Dentro il recinto della batteria esisteva una nicchietta dalle dimensioni di circa 60x50x30 contenente l’effige dell’Immacolata, per cui la località era ed è tuttora riconosciuta sotto la denominazione “La Madonnetta”. Per accedervi esisteva un semplice sentiero, e nei pressi della nicchia vi erano accavallamenti di rocce rendendo difficoltoso il passaggio a più di una persona, ciò malgrado si verificava una buona frequenza di adoranti. Il mio primo pensiero fu quello di migliorarne l’accesso alla nicchia. Nel momento in cui presi la consegna dell’Opera avevo destinato un secondo capo e circa 60 militari che nel tempo di circa un mese vennero ridotti a circa 20. Con 20 militari dislocati stabilmente e volontari nelle ore fuori servizio, si lavorò alla costruzione ella strada e alla pavimentazione del piazzale adiacente. Rimuovendo tutte le rocce che ne ostacolavano l’accesso. Altro lavoro di primaria importanza fu il riempimento di un pericoloso burrone a fianco della chiesetta. Questi lavori li avevo affidati al mio sottordine secondo capo Pietro Ufaro eseguiti con devozione e volontà per un paio di ore al giorno racimolando pietre scapole con gli allievi cannonieri che venivano all’Opera per il corso. Curai con devota costanza la pulizia e l’ordine della nicchia, preparai un riparo ai danneggiamenti del ponente io stesso costruivo con le mie mani un telaio con i sportelli in vetro. Fra i militari avevo il sottocapo cannoniere Vittorio Barollo che con sana e scrupolosa dedizione ogni sera al tramonto del sole si recava presso la nicchia per accendere la lampada ad olio riscuotendo il vivo compiacimento dei devoti pescatori che frequentavano nei paraggi. Una sera il Barollo mi pregò di recarmi con lui per il caricamento della lampada, subito constatai la nicchia strapiena di fiori, bottigliette di olio e qualche candela. Per evitare danni alla lampada si dovettero levare alcuni mazzi di fiori, lasciando i migliori. Era già maturata nella mia mente di confessare al Barollo il mio desiderio e la volontà di far costruire una chiesetta nel medesimo posto della nicchia, perché così si potevano raccogliere maggiori doni da parte degli adulatori. Il mio desiderio lo subordinavo al permesso di colui o coloro che fecero costruire la nicchia. Decisi di assumermi la responsabilità sulla mia decisa volontà, e non avendo i mezzi cogliendo l’occasione della presenza in batteria del Maggiore del Genio Marina, Signor Molinari, del Capo Rag. Signor Princivalle e dell’assistente Signor Zichina, venuti per l’esproprio del terreno da costruirvi gli alloggi, prospettai a questi il mio proposito chiedendo il loro benevolo aiuto se non con la mano d’opera almeno per il materiale occorrente. Mi fecero una lusinghiera promessa: quando si sarebbero fatti i lavori degli alloggi. Sembrava che veramente il Genio Marina mantenesse la promessa perché dopo poco tempo il Signor Zichina con due muratori e manovali vennero sul posto per costruirvi il lato di protezione lato mare. Dopo questo semplice lavoro non me ne vollero più sentire, anche perché gli alloggi furono costruiti dalla Ditta Virgona. Nei miei circa sette anni di destinazione in quella batteria, ho avuto una decina di Ufficiali Comandanti la batteria e fra questi va tutta la mia viva riconoscenza al Capitano Antonio Saliero. A questa degna persona, come a gli altri, racconto per filo e per segno il mio desiderio, il passato e le vane promesse mi rispose con queste testuali parole: Pitturru, mi propongo di venire incontro al suo desiderio e non avremo bisogno di nessuno, faremo tutto da noi. Intanto all’opera vi erano 68 militari ed avendo gli elementi necessari si organizzò un teatrino, furono invitate le famiglie circostanti, chiedendo loro volontaria oblazione “Pro Madonnetta”, risultato soddisfacente ma non adeguato alle spese. D’accordo con il Saliero, incaricai il II capo cannoniere Pietro Mario di fare una specie di colletta volontaria presso il personale di Cava Francese che lavoravano il granito e con questo ricavato, le oblazioni dei frequentatori e il ricavato del teatrino, si raggiunse la somma di 700 lire. Ritenuta questa somma sufficiente per l’acquisto del materiale, si iniziò la costruzione della chiesetta, affidando i lavori a due allievi cannonieri siciliani, uno vero e proprio muratore, l’altro stuccatore. La chiesetta è stata costruita nel medesimi posto dov’era la nicchia e nella muratura veniva anche utilizzata la pietra ricavata dalla demolizione in precedenza mediante regolare contratto con 2 tagliatori di pietra di Cava Francese, vennero abbattute due rocce sottostanti. A lavori ultimati il Saliero ne informava i comandi Difesa e Militare Marittima, la direzione di questa Chiesa Parrocchiale e veniva anche informata la popolazione. Vennero su posto, il Canonico Vico con seguito il Cappellano militare e tutte le più alte autorità militari e civili e anche numerosa popolazione. Riuscita una bellissima festicciola, con la Madonnina appositamente messa in ordine da noi fu benedetta, dopo la Santa Messa dal Canonico Vico e dal medesimo portata a braccio in processione, facendo il giro del caseggiato dell’opera. Dopo la solenne cerimonia, il Comandante Militare Marittimo fece un discorso di compiacimento ai militari dell’opera e contemporaneamente, per volontà di Don Vico, informava che ogni anno, alla prima domenica del mese di maggio si sarebbe festeggiata la festa della Madonnetta. Era la prima domenica di maggio del 1928. Trasferito il signor Saliero, il defunto capitano Sannocci nativo di Arezzo, lavorò con le proprie mani la lastra murata sulla facciata della chiesetta e per mio consiglio vi incise lo scritto ‘I marinai della Batteria edificarono’. I negozianti Stefano Usai, Fratelli Mascagni, i signori farina e Frau ed in particolare il defunto Bargone Perla, concorsero in buona parte a fornire gratuitamente materiale necessario.” in fede Giovanni Maria Pitturru.

Giugno

Luogosanto. Celebrate, alla presenza del vescovo di Tempio, le solenni ‘‘paci’’ tra due famiglie nemiche da 27 anni.

6 agosto

Nel mattino l’F 14, al comando del capitano di corvetta Isidoro Wiel, salpò da Pola insieme al gemello F 15 per un’esercitazione d’attacco all’incrociatore leggero Brindisi, in navigazione, insieme all’esploratore leggero Aquila e con la scorta della V Flottiglia Cacciatorpediniere, da Parenzo a Pola. A bordo dei due sommergibili erano imbarcati, oltre agli equipaggi, 14 allievi motoristi delle scuole CREM (Corpo Regio Equipaggi Militari) di Pola, 7 sull’F 14 ed altrettanti sull’F 15. Alle 8.40 – con cielo sereno, mare mosso e vento montante – il cacciatorpediniere Giuseppe Cesare Abba avvistò l’F 14 a dritta, al traverso, e lo segnalò alle altre unità; l’individuazione del periscopio rivelò però che il sommergibile si trovava solo a pochi metri di distanza. Da bordo del cacciatorpediniere Giuseppe Missori, che seguiva l’Abba, l’F 14 fu avvistato solo quando era a 180-160 metri di distanza; a nulla valsero le manovre del Missori (timone a dritta e macchine indietro tutta) e del sommergibile (accostata a dritta), che si trovava pressoché immobile, quasi in affioramento: il cacciatorpediniere speronò l’F 14 a poppavia del portello di poppa, aprendo nello scafo una falla di 60 centimetri per 25, il sommergibile sbandò a dritta, si appoppò, impennò la prua spingendola fuor d’acqua ed affondò 7 miglia ad ovest di San Giovanni in Pelago (Pola). Sul punto dell’affondamento, dove erano emerse bolle d’aria e chiazze di carburante, furono gettati segnali; giunsero sul posto dapprima imbarcazioni delle varie navi, poi il Brindisi, l’F 15, l’Aquila ed il cacciatorpediniere Fratelli Cairoli. Poco dopo l’affondamento, dall’F 14 si cercò di mettersi in contatto con le altre unità, ma solo alle 10.35 l’F 15 riuscì a captare il messaggio «perché non mi rispondete?». Fu possibile apprendere che il sommergibile giaceva, appoppato e sbandato di 70°, su un fondale di 40 metri, e che dei 27 uomini dell’equipaggio 4 motoristi erano annegati, intrappolati in due locali poppieri, mentre il resto dell’equipaggio era incolume negli altri compartimenti, rimasti asciutti. Non era però stata individuata l’esatta posizione dell’F 14; per diverse ore palombari, imbarcazioni ed idrovolanti cercarono, ostacolati dal mare grosso, di localizzare il sommergibile (questi ultimi riuscirono a vederlo, ma diedero informazioni vaghe ed imprecise). Intanto da Pola, alle 10.30, si iniziò a preparare il grosso pontone a gru GA 141, da 240 tonnellate, comandato dal capitano di corvetta Tullio Vian. Solo alle 19.45, però, il GA 141 lasciò Pola: tale ritardo, si disse, era stato determinato dalla mancanza di rimorchiatori di potenza adeguata, e dalle avverse condizioni del mare. Dall’F 14 fu segnalato lo strisciamento di una catena (quella dell’ancora dell’Aquila) e fu finalmente possibile circoscrivere le ricerche: alle 18 una piccola barca per palombari dell’F 15 poté essere portata sulla verticale del relitto, ma proprio in quel momento dal sommergibile affondato giunse un drammatico messaggio: «vi siete molto avvicinati fate presto qui si muore». Fu collegata una manichetta e alle 20.22 iniziò il pompaggio dell’aria nei locali non allagati dell’F 14, ma questa fu una manovra fatale: l’aumento della pressione, non correttamente compensato, rese l’aria ancora più irrespirabile (la letalità dell’anidride carbonica nell’aria aumenta di pari passo con la pressione). Intanto si susseguivano gli ultimi messaggi dell’F 14: alle 19.34 «siete qui… fate presto…», alle 19.45 «…pa…lomb…bari su…noi…», poi solo messaggi privi di parole: alle 21.17 lunghe linee, alle 21.40 ancora lunghe linee con trasmissione sempre più debole, alle 21.50 due linee. Poi non giunsero più segnali dal sommergibile affondato. Solo all’una di notte del 7 agosto il GA 141 arrivò sul punto dell’affondamento, ormeggiandosi tra mille difficoltà. Alle sei del mattino il palombaro De Vescovi batté colpi sullo scafo, ma non giunse risposta. Entro le 8.30 il relitto del sommergibile era stato agganciato ad un cavo tirato da un rimorchiatore, e alle 10.15 ebbe inizio la fase di sollevamento; operazione ostacolata però dalla catena dell’ancora dell’Aquila, che fece sbandare il sommergibile. Il cavo fu agganciato al pontone GA 145, da 30 tonnellate, inviato da Pola, mentre l’F 14 veniva liberato dalla catena dell’ancora. Alle 18 del 7 agosto il ponte e la torretta dell’F 14 vennero a galla, ma ormai le speranze di salvare gli uomini intrappolati erano venute meno: quando, alle 18.40, furono aperti i portelli, dai locali del sommergibile fuoriuscì una nube di cloro. Era perito l’intero equipaggio: il comandante Wiel, l’unico altro ufficiale – il guardiamarina Sergio Fasulo –, 5 sottufficiali, 4 sottocapi e 16 tra marinai ed allievi (tra questi allievi, due allievi motoristi maddalenini Carlo Cenni classe 1907 e Giuseppe Doero, suo coetaneo, i cui corpi, vennero ritrovati esanimi ed abbracciati tra loro, all’interno del battello). Il capitano medico Guerriero Guerrieri si offrì per entrare nel sommergibile. Rischiando il soffocamento, recuperò il corpo del sottocapo torpediniere Bruno Uicich ed accertò la mancanza di sopravvissuti; i portelli furono chiusi e l’F 14, agganciato dai pontoni, fu trainato a Pola e portato in bacino di carenaggio, il mattino dell’8 agosto. Alle ore 10 furono recuperati i corpi dei quattro uomini annegati a poppa, poi, a partire dalle 10.30, avvenne l’estrazione delle altre vittime, la cui morte risultò essere stata causata – a una dozzina di ore dall’affondamento – dall’anidride carbonica e dal cloro presenti nell’aria. Il 9 agosto 1928 ai corpi dei 27 morti furono tributate le esequie solenni, alla presenza di numerose autorità. I funerali furono molto seguiti dai giornali italiani dell’epoca, dato che il disastro aveva colpito notevolmente l’opinione pubblica. Il relitto dell’F 14 fu demolito poco tempo dopo. Vedi anche Carlo CenniF14 e la triste storia di due giovani maddalenini

7 agosto

Viene nominato il nuovo podestà, si tratta del prof. Salvatore Brigaglia, sostituisce l’Avv. Avv. Nicolò Pirredda e rimarrà in carica fino al 23 ottobre, quando sarà a sua volta sostituito dal Commissario Prefettizio Celestino Manca.

20 settembre

Alle ore 10.40, ebbe luogo in forma solenne, nelle acque dell’isola della Maddalena, la consegna della bandiera di combattimento, offerta al nuovo sommergibile Domenico Millelire da un comitato cittadino composto dei signori: Paolino Spano, capitano di corvetta a riposo, veterano della Real Marina Sarda, presidente; cav. Antonio Berretta, vice presidente; cav. Cesare de Vecchi, segretario. Dal ministero della Marina erano stati autorizzati, fin dal maggio del 1924, anche i Maddalenini in servizio nella R. Marina a partecipare alla sottoscrizione. Il sommergibile era ormeggiato a levante del moletto di Punta Nera, tra la batteria galleggiante Faà di Bruno ed il molo stesso, in modo da permettere al maggior numero di persone di assistere alla cerimonia. Oltre il comandante militare marittimo in Sardegna, contrammiraglio Spano Fermo, e le altre autorità civili e militari della piazza, parteciparono alla cerimonia alcune rappresentanze dei comuni vicini, le associazioni patriottiche locali, ed una fitta adunata di isolani, che assistette da terra, mentre le autorità e gli invitati di rilievo avevano avuto posto, parte a bordo del sommergibile e parte sul molo di Punta Nera e sul Faà di Bruno. A bordo del sommergibile, presso il cofano della bandiera, era stato portato il glorioso stendardo che sventolò sul forte di S. Andrea nelle epiche giornate del 1793, durante le quali il Millelire ebbe a meritare la medaglia d’oro al valor militare per il suo eroismo, la prima medaglia d’oro concessa, dopo l’istituzione dell’alta decorazione, ai militari della Real Marina.” Presenti alla cerimonia erano altresì donna Anita Susini Millelire ed il fratello Ing. Francesco Romeo figli entrambi del fu Ammiraglio don Antonio Susini – Millelire “. Con l’occasione si fa presente che donna Anita Susini-Millelire, oltre ché figlia di un illustre marinaio e soldato, nipote diretto dell’Eroe, prima medaglia d’oro al valor militare della R. Marina, era per battesimo figlioccia di un’altra medaglia d’oro al valor militare, l’Eroe dei due mondi Giuseppe Garibaldi egli pure marinaio e soldato. Dopo che il parroco della Maddalena, cav. Antonio Vico, ebbe benedetta la bandiera, prese la parola il presidente del comitato, comandante Spano; indi la madrina consegnò la bandiera al comandante del sommergibile, accompagnando il dono con nobili parole, cui rispose il comandante del Millelire, capitano di corvetta Carlo Savio. Vedi anche: Regio Sommergibile Domenico Millelire

10 novembre

Grave incidente in cava occorso a Lorenzo Crescioli, uno dei più vecchi scalpellini di cava, nato a Fiesole nel 1858 e arrivato alla Maddalena nel 1901 con una sua compagnia. Malgrado l’età e la notevole mole, era abile ed esperto, aperto con i più giovani, sempre pronto a una battuta in un colorito linguaggio nel quale spiccavano le bestemmie. Verso le nove, stava andando alla forgia a lasciare i ferri consumati e ritirare quelli temperati, passando lungo il binario (cosa che era espressamente vietata, ma ignorata da chi voleva rapidamente raggiungere la forgia). Si trovava nel punto in cui la linea ferroviaria costeggiava il muro della tettoia lungo la banchina quando sopraggiunse il treno; non aveva via di scampo perché lo spazio era troppo stretto: fu urtato e schiacciato contro il muro riportando delle lesioni interne gravissime. Soccorso subito, fu adagiato su una scala a pioli e portato nel piazzale di fronte alla direzione, dove poco dopo, bestemmiando ed ”imprecando contro tutti i santi del cielo” morì. Portava cuciti nel gilè i soldi guadagnati negli ultimi 15 giorni.

11 novembre

In un articolo apparso su “La Rivista Illustrata del Popolo d’Italia”, il giornalista Renzo Larco, che a guerra finita sarebbe diventato anche sindaco a La Maddalena, descrive i passi da gigante delle opere avviate dal regime, con particolare riferimento all’edilizia statale in Sardegna.

12 novembre

L’Ilva sta portando avanti l’opera di ricostruzione della società, duramente colpita dalla tragedia della Prima guerra mondiale. Dalla società maddalenina viene fuori un giovane e talentuoso portiere, Cleante Balata. I dirigenti della Torres, sempre più ambiziosi, scoprono che Balata andrà a Sassari per il servizio di leva. Per tesserarlo ci mettono due minuti. E’ il 1927. Torres e Ilva si rincontrano il 12 novembre 1928, nel campionato di Terza divisione Sardegna. Vincono i rossoblu 1-0, grazie a un gol di Bertucci. Il maddalenino Balata, che all’occorrenza esce dai pali per giocare come centrocampista o attaccante, rientra alla Torres l’anno successivo. Resterà a lungo a Sassari, dove verrà assunto come impiegato in Prefettura. Nel 1930 la Torres fa il suo esordio in un campionato nazionale. L’anno successivo sfiora la promozione in serie B, giocandosi tutto nelle ultime tre gare, tutte perse. Dall’Ilva alla Torres partirà anche un altro ottimo giocatore, Egidio Casazza. Le sue giocate funamboliche gli valgono un soprannome impegnativo, “il brasiliano”. In rossoblu giocherà in tutto 58 partite, tutte in Prima divisione con 15 gol.

14 dicembre

Viene emanato il R.D. n. 3134 «Provvedimenti per la bonifica integrale», noto come ‘‘legge Mussolini’’. Comincia la storia della bonifica integrale in Sardegna, che interesserà più di un terzo del territorio isolano.

18 dicembre

Arriva il nuovo Podestà, si tratta del geometra Onorio Agnesa, che rimarrà in carica fino al 17 febbraio del 1932.