Evoluzione della città

“La Maddalena non mancava di una sua caratteristica veste elegante: lo stile cosiddetto umbertino, che ritroviamo ridondante nell’architettura civile e militare lungo tutta l’isola con i suoi begli esempi che ritroviamo nelle palazzine dell’Ammiragliato, del Genio Militare, dell’Ospedale Militare, nell’istituto San Vincenzo, nel cimitero nuovo, nelle Scuole pubbliche del Palazzo e nell’edificio comunale, come nei vari palazzi del centro storico e dell’immediata periferia di allora, è stato concepito con una classicità semplice ma rigorosa. Oggi si sono perse le tracce di quel decoro che aveva fatto coniare per la nostra isoletta l’epiteto di Piccola Parigi”.

La strategica posizione geografica delle Isole Intermedie tra le Bocche di Bonifacio, più vicine alla Sardegna che alla Corsica, ma considerate terra di frontiera per sardi e corsi, ha da sempre determinato il loro destino.
Soste di rifugio da temporali, scali di fortuna per attraversare le Bocche, furono per millenni lo scenario della esistenza dell’uomo preistorico nell’arcipelago.

La non rintracciata presenza nuragica, greca, fenicia e punica ha caratterizzato un territorio senza presenze stabili, ma solo sporadiche, sino alla dominazione romana, quando si formò per la prima volta un interesse politico militare riferito alle isole, vero punto nevralgico tra le rotte mediterranee.

Tra esse fu istituita una sorta di base navale per resistere alle azioni piratesche sempre attive e temibili in queste acque.
Con la fine dell’Impero Romano anche gli interessi militari vennero meno e per secoli le isole non videro presenze umane stabili ma solo occasionali e, agli albori del cristianesimo nascente, furono terra di confino ai deportati per ragioni religiose, addirittura di papi, antipapi e santi.

Intorno al 1.200 è documentata in quasi tutte le isole dell’arcipelago una presenza di anacoreti che col tempo si istituzionalizzò in una comunità religiosa incardinata nell’ordine benedettino, il cui priore, per incarico del papa Innocenzo IV, ebbe un ruolo di considerevole rilievo in alcune questioni diplomatiche di altissimo livello.

I tre conventi, molto piccoli, non sono rintracciabili materialmente sul territorio; di essi rimane una testimonianza nella toponomastica che ancora oggi ci ricorda la loro documentata esistenza. Delle piccole cappelle, solo due sono rimaste come presenza: Santa Maria, ora casa del pastore dell’isola omonima e Santa Maria di Lavezzi, un rudere, recuperato alla vista solo recentemente.

La dominazione pisana, più economica che militare, ha lasciato una traccia visibile nella torre di avvistamento (probabilmente Guardia Vecchia) ed una, non più visibile, in una fontana e in una cappella forse dedica alla santa da cui prese il nome tutto l’arcipelago.

La presenza di pirati saraceni, che durante la bella stagione venivano spartirsi i bottini e le prede in queste isole, fece allontanare monaci e pisani verso posti più sicuri, quali il castello fortificato di Bonifacio che rappresentava il più vicino avamposto della civiltà e della vita sociale.
Sino al 1600 solo pescatori di corallo, marsigliesi e campani, frequentarono le isole ma non le abitarono in senso stretto.

Anche un gruppo di pastori della Corsica meridionale venne a dimorare in queste terre per dieci mesi l’anno; con indicibile difficoltà, provarono a colonizzare l’arcipelago. Nell’isola più grande, si stanziarono nella zona del Collo Piano detto la Villa ora La Trìnita, vicino ad una fonte naturale d’acqua, in una posizione nascosta alla vista di probabili pirati invasori, in un pianoro adatto a piccole coltivazioni necessarie per il sostentamento e per l’allevamento del bestiame di proprietà dei signori bonifacini; nelle altre isole dell’arcipelago si stabilirono in zone con caratteristiche logistiche consimili. Dimoravano in capanne primitive e la proprietà dei terreni occupati era comunitaria; non avevano una cappella per le necessità di culto. Per gli atti civili e religiosi dipendevano in tutto da Bonifacio, dove i pastori risiedevano e dove nei due mesi estivi ritornavano per registrare le nascite, i decessi e i matrimoni avvenuti nei mesi invernali.

I morti venivano inumati in un terreno consacrato nei pressi dell’antico convento maddalenino di Sant’Angelo in Porcaria di cui rimane solamente traccia nel toponimo cala di Chiesa.

Dai primi registri parrocchiali risulta che per alcuni anni gli abitatori dell’isola inumarono i loro morti in una zona cimiteriale situata alla foce navigabile del Liscia, vicino alla chiesetta campestre di San Michele in territorio ora palaese.

La chiesa dedicata alla Santa Evangelica al centro del Collo Piano, fu uno dei segni tangibili del mutato assetto della comunità isolana dopo che essa entrò negli interessi del Regno di Sardegna, che con lungimiranza pose gli occhi su queste isolette da sempre usate dai pastori corsi. La presa di possesso del governo sardo piemontese nel 1767 fu un atto che definì le isole come sarde non solo geograficamente.
II governo sardo decise infatti di costruire una torre per la difesa e per il controllo delle isole e dette l’incarico ad un noto ingegnere che aveva già operato bene a Cagliari per il Governo: Saverio Belgrano conte di Famolasco; la torre, o casamatta, fu costruita a Santo Stefano ed è il più antico monumento esistente nell’arcipelago della metà del Settecento.

Esisteva anche una torre più antica ma di essa conosciamo solo il nome,Castelmagro forse per la sua esigua circonferenza: non si sa dove fosse collocata, ma si pensa che fosse anch’essa al Collo Piano.

Nel frattempo la primitiva comunità pastorale corsa, arroccata nella zona interna, mal si adattava alle idee di progresso economico e allo scambio culturale derivato dalla nuova presenza delle forze militari sulle coste isolane, in simbiosi con la presenza di pescatori campani che avevano costruito le loro baracche alla marina di Cala Gavetta. La discesa alla marina fu lenta e controversa, ostacolata dalle autorità che non vedevano di buon occhio l’abbandono del primitivo sito e che cercarono di imporre una colonizzazione forzata al Collo Piano, non comprendendo che lo sviluppo naturale per un’isola sarebbe stato solo con il mare.

Si andò formando in pochi anni una comunità scissa in due: una, più retrograda, legata culturalmente alla Corsica, con un proprio costume e con interessi agricolo-pastorali; l’altra, più variegata, legata alla marina militare ed alla pesca, quindi collocata intorno a una cala naturale dell’isola, cala che divenne in poco tempo un porto. La nascita del paese avvenne, come era prevedibile, alla marina e il gruppo di origine al Collo Piano fu abbandonato al proprio destino.

Le sorti della giovane comunità, rivolta al mare, furono più fortunate: il suo destino fu legato agli interessi militari, non disgiunti da quelli economici, non sempre onesti grazie alla grave piaga del contrabbando, e a una maggiore vivacità culturale e sociale. Al primo gruppo di pastori corsi si era unito anche un nutrito drappello di fuoriusciti che, o per ragioni politiche o per ragioni private, dovettero lasciare la Corsica.
I valenti marinai maddalenini dettero prova di attaccamento e devozione alla nuova patria: lo testimoniano i numerosi atti di eroismo sia contro i barbareschi, che da qualche secolo infestavano le acque dell’arcipelago, sia contro i “cugini” gallo-corsi che non avevano mai messo da parte le pretese di sovranità e giurisdizione sulle isole.

Cala Gavetta, la nuova sede della ricostituita Marina Sarda dopo Villafranca, divenne il nuovo punto di riferimento per scambi di ogni tipo con la Sardegna, che aveva a Cagliari la sede istituzionale del governo sardo-piemontese.

Alle baracche dei pescatori si andarono sostituendo solide costruzioni abitative più conformi al nuovo assetto del nascente paese. Dopo la costruzione di una torre di difesa a Santo Stefano, la disposizione urbanistica presso la marina ebbe una più rapida definizione.

Da un documento del 1790 dell’archivio di Stato di Torino, si può ricostruire il primo nucleo abitato organizzato, stranamente, in una sorta di tracciato urbanistico tipo castro romano, regolare nelle direttrici viarie ortogonali tra loro. Ciò fa pensare ad una sorta di idea urbanistica progettata a tavolino e non, come sarebbe più logico pensare, ad una costruzione più spontanea adattata alla natura del sito, come si può ancora oggi riscontrare a ridosso del porto banchinato, nelle stradette chiamate, alla genovese, carrugi.

Molti studiosi davano per scontata la collocazione del primo spontaneo agglomerato urbanistico nella zona sottostante lo Spiniccio; la pianta del 1790, invece, spazza via ogni dubbio in merito, mostrando chiaramente che il paese all’epoca era situato solo sul lato destro, all’entrata del porto, e che non figurava nessuna casa nel lato opposto. La carta fuga anche ogni perplessità sulla collocazione della prima chiesa alla marina; essa era ubicata tra le fondamenta dell’attuale parrocchiale e fu voluta con pertinacia e determinazione dagli isolani, che avevano ormai perduto ogni interesse per il vecchio abitato all’interno dell’isola, dove era stata eretta la prima cappella.

La nuova chiesa venne realizzata su disegno dell’ingegnere savoiardo Marciot; quella progettata dal capitano ingegnere Cochis, di cui rimangono però a Torino i disegni originali, non fu attuata perché troppo pretenziosa e costosa per il governo sardo.
Dalla pianta del 1790 si deduce che la nuova chiesa di Santa Maria Maddalena fu costruita a ridosso del primo nucleo abitativo, con una grande piazza prospiciente e in asse all’attuale via Italia. Nel giro di pochi anni il tenore di vita dell’isola era tanto cambiato che i tuguri del Collo Piano erano solo un lontano ricordo.

Lo sviluppo della nascente cittadina è attualmente documentabile grazie a poche immagini originali (disegni, stampe, dipinti) pervenuteci per buona sorte, che ci offrono spunti e deduzioni per una attendibile lettura filologica dello stesso. Procedendo da una corretta datazione di questi quadri, prodotti con diligente realismo e scrupolosa attenzione ai particolari, possiamo stabilire l’esatta collocazione cronologica dell’intero impianto urbanistico rappresentato, e analizzare i singoli edifici nella loro evoluzione o riattamento. Con ragionevole certezza si può affermare che la così detta “stampa Millelire” che è un acquerello e non una stampa è stata eseguita da Salomon Brunner attorno ai primi del ‘800 pertanto, da un attento esame degli edifici rappresentati, si può dedurre che il tenore di vita isolano in quegli anni fosse consolidato e ben promettente. Ne fanno fede le palazzine decorose, anche a più piani, ivi effigiate. L’acquerello che noi conosciamo solo riprodotto è il primo documento iconografico in cui si può riscontrare quello che potremmo definire lo stile “maddalenino”, caratterizzato da una evidente segnatura delle paraste marcapiano, dalle cornici delle aperture, e dal bugnato nelle testate d’angolo colorate di bianco, con l’evidente intenzione di animare col colore le facciate dei palazzotti signorili del centro storico. Anche nelle case più modeste è evidente questo stile, se non altro nelle cornici delle finestre, che ancora oggi si delineano più chiare per tradizione, nell’imitazione degli architravi e degli stipiti in granito dipinto come fossero di marmo.

I palazzotti dove si può rilevare questa tendenza sono le due case Azara, in seguito uniformate (ora condominio Pozzetto), le due case Millelire, propilei della via Vittorio Emanuele, già via Larga, i palazzetti dei conti Albini a Cala Gavetta, l’edificio con portico a volte, già Regio Ufficio ed ora Caserma della Guardia di Finanza, il bel palazzetto isolato, già dimora del Capitano Roberts, ora riattato a sede del locale Banco di Sardegna.

Nel porto di Cala Gavetta si possono notare anche altre case meno “nobili” che hanno decorazioni settecentesche con lesene e triglifi: casa Susini accanto a casa Millelire e un gruppo di abitazioni, restaurate di recente, disegnate anche da Chiaese in uno dei suoi celebri quadri storici di La Maddalena come era nel 1880,eseguito negli anni ’50 del 1900.

Ma è solo nelle case monolocali dei pescatori isolani che si può riscontrare un modulo, o parametro di misura per ogni casa, che è ancora leggibile nel tessuto urbano e nella parcellizzazione catastale del centro; questo modulo è dato dalla lunghezza naturale del trave di legno di aiaccio usato come trave del colmo del tetto.

Oltre ai corallari di Torre del Greco esistevano due comunità di pescatori provenienti da due distinti centri meridionali: Ponza e Pozzuoli. I due gruppi avevano diverse tecniche di pesca: i ponzesi pescavano con le nasse e i puteolani con le reti; e diverse erano anche le loro imbarcazioni. Si erano stabiliti in due differenti zone del paese, i ponzesi abitavano u molu a cala Gavetta, i puteolani a bassa marina, l’odierna via Amendola, caratterizzata urbanisticamente dalla tipica casa napoletana: il piano terra adibito a magazzeno o deposito o a riparo delle imbarcazioni per i pescatori, il piano superiore adibito a rivendita commerciale con terrazzo per tetto. Era sempre presente al piano terra la volta in tufo calcareo con della calce idraulica. Le case ponzesi invece erano costruite con il granito come gli stazzi galluresi, tipico di queste abitazioni era il cortiletto retrostante con fico e pozzo. Le case dei pescatori che si trovavano nella zona di bassa marina erano diverse anche per la presenza di scale esterne; nel tempo queste costruzioni sono state sostituite da palazzotti in stile “umbertino”, stile che ha caratterizzato quasi tutto il centro storico.

Tra le opere di difesa, oltre alla prima casamatta di Santo Stefano, sono la ricordare i fortini sardo-piemontesi approvati dal Des Geneys: il Sant’Andrea nel centro storico, attualmente denominato a prìsgiò, il Sant’Agostino, demolito nella zona dell’attuale dogana, il San Vittorio, detto Guardia Vecchia, il Sant’Elmo o Santa Teresa a Tegge, il forte Balbiano nella zona dello scalo, il Carlo Felice a Camiciotto, il San Giorgio a Santo Stefano, il Castelletto o Castelletti sopra Cala Gavetta ora distrutto ma ancora rintracciabile nella pianta catastale inedita dell’Ufficio Tecnico Comunale da cui prenderà il nome la zona e, infine, il quartiere Cannonieri all’Artiglieria.

Altri documenti iconografici molto importanti, anche questi appartenuti alla famiglia Millelire, sono due dipinti: uno, ad olio, ancora di proprietà della famiglia; l’altro, un acquerello, e oggi visibile nel Museo dei Conti Villasanta (imparentati dalla fine del Settecento con delle signorine della famiglia Millelire) a Sanluri. Essi meriterebbero uno studio sistematico e comparato; si possono comunque analizzare per i molteplici spunti che offrono, soprattutto per quanto riguarda l’evoluzione del centro cittadino.

Il quadro a olio, ancora di proprietà Millelire, ci presenta un panorama della cittadina visto dalla costa di S. Stefano, come nell’acquerello sopra citato. L’esecuzione dei particolari non di genere, ma garbatamente realistici, ce lo fanno collocare opera di un autore della così detta Scuola di Posillipo intorno al 1850.

L’altro, l’acquerello, è firmato W. Craig. Questo fatto rende più problematica una sua precisa datazione; infatti alcuni particolari, quali le bandiere italiane e la casa di Garibaldi a Caprera, inducono a una datazione intorno al 1860, fatto però, che crea un po’ di problemi con la firma che attesta l’attribuzione al cittadino scozzese William Sanderson Craig, che nei primi anni del 1800 scelse l’isola come sua dimora e della cui residenza a La Maddalena rimangono incontestabili documenti anagrafìci, tutti assai distanti dalla datazione 1860.
Il soggetto, molto curato nei particolari, è una veduta del porto di Cala Gavetta dalle pendici dello Spiniccio. Sono evidenti i palazzotti storici e le case più modeste in una visione d’insieme proporzionata e prospetticamente corretta.

Altre immagini maddalenine del 1860 sono le due stampe prodotte dagli schizzi del major Fitzmaurice: in una si vede il porto con casa Millelire a Cala Gavetta, casa Zicavo poi Roberts con i fortini di Sant’Agostino, Sant’Andrea e San Vittorio, nell’altra il fortino Carlo Felice.
Lo stendardo cosiddetto di Millelire, del 1793, attualmente esposto nel salone comunale, è l’unico documento d’epoca che attesta la presenza della prima chiesa parrocchiale del Marciot.

Altre carte importanti per la comprensione dello sviluppo urbanistico della nostra città sono una mappa datata 1848, una mappa catastale del Regio Catasto Rustico del 1854 con tutte le caselle numerate e con l’elenco delle proprietà (che si suppone possa essere stata la matrice della mappa precedente) e infine una mappa del 1887 del regio Catasto, in possesso dell’Ufficio Tecnico Comunale che potrebbe offrire suggerimenti per un’analisi filologica dell’evoluzione del centro storico. Un confronto puntuale tra la più antica mappa catastale e la moderna aerofotogrammetria sarebbe stato un utile strumento per la stesura del Piano Particolareggiato del Centro Storico.

Lo sviluppo urbanistico maddalenino è stato caratterizzato da diversi momenti: la nascita della cittadina alla marina, il suo evolversi seguito da un periodo di declino, allorquando l’isola perdette il suo ruolo di piazzaforte militare.

Quando attorno al 1887 gli interessi strategico-militari si rivolsero ancora una volta verso i lidi isolani, la cittadina ebbe una crescita impensabile. Il governo italiano, infatti, deliberò di impiantare una munitissima piazzaforte militare marittima nell’arcipelago; si costruirono numerose opere di difesa militare in quasi tutte le isole dell’arcipelago, tanto che questo felice momento storico fu in seguito ricordato come l’epoca delle grandi fortificazioni. Ai pochi e piccoli fortini settecenteschi si sostituirono delle opere enormi, moderne e funzionali, che fecero affluire una moltitudine di maestranze continentali, duplicando in pochi anni la popolazione isolana e contribuendo alla grande eterogeneità culturale, già abbondantemente variegata, del piccolo centro sardo.

La città ebbe una grande espansione urbanistica, tanto che sorsero altri popolosi nuclei abitativi nei quartieri periferici di Due Strade e di Moneta. Alla fine del XIX secolo, si estendeva ormai in un’area sei volte maggiore rispetto a venti anni prima. In effetti, si crearono due città: la borghese che andava da Cala Gavetta fino alla fine della via Garibaldi e la città militare che si estendeva da quella fino a Moneta.

La Marina Militare costruì la sua città, autosufficiente in tutto e per tutto, in uno stile architettonico modellato su quello in voga nel continente, l’eclettico stile umbertino, che caratterizzò la cittadina appellata nel primo Novecento la piccola Parigi, idealizzata dai galluresi che cercarono di copiare la vita moderna e civettuola che si respirava nella progredita via Garibaldi e nella grande piazza d’a Rinedda.

I palazzi di famiglie facoltose, non più costruiti per esigenze familiari, ma per speculazioni edilizie rivolte al mercato affittuario, furono costruiti con materiali lapidei locali, come il granito, e imitando gli stili più disparati (dal New Gotich al Nuovo Rinascimento, dal Barocchetto al Liberty) creando finti bugnati in muratura da scenografia teatrale sotto filari di massiccio granito. Le belle ringhiere in ghisa stampate utilizzate all’epoca rappresentano un patrimonio per l’enorme varietà di tipologie decorative leggere e leziose; oggi purtroppo stanno pian piano scomparendo, sostituite da volgari soluzioni in ferro.

Qualche sporadica soluzione, con un carattere stilistico floreale in facciata, fa ricordare le ridenti cittadine della riviera e la melanconia delle cittadine lacustri; sono comunque una rarità.

La decorazione interna delle case più importanti è tutta da studiare; si passa dall’ornamento neoclassico delle pareti interne di casa Millelire, da poco scoperto e restaurato nel salone delle feste del piano nobile, alle decorazioni floreali dei soffitti di molte case umbertine e liberty.
Il Novecento offre decorazioni architettoniche abbastanza azzardate, tra tutte la colonna Garibaldi del 1907 in granito locale, realizzata sul progetto dell’architetto continentale Valfredo Vizzotto e qualche soluzione marmorea nei palazzi Larco, Battaglia e Manini.

Senza alcun dubbio, rivestono un certo interesse i palazzi pubblici: il Municipio, il Mercato e il Palazzo Scolastico, tutti realizzati in uno stile classico severo, compatto e proporzionato. Il granito, sempre presente nella storia del costruire isolano, è stato usato con rara maestria sia come materiale per basolato stradale sia per decorazioni funerarie o per docce o caditoie nelle opere militari, potendo contare su due grandi cave locali e su scalpellini preparati e di talento venuti dal continente. La città ebbe la luce elettrica nel 1901, l’acquedotto nel 1937 e il lastricato nobile, di granito ben lavorato e ben posato nelle maggiori strade cittadine, già dai primi dell’800.

Dopo la prima guerra mondiale la città attraversò una grave crisi economica, mitigata in seguito alle due visite di Mussolini nel 1923 e nel 1935, che determinarono un progresso nella funzione difensiva e strategica della piazzaforte, non solo come polo strategico in funzione antifrancese, ma anche in relazione al più vasto scacchiere mediterraneo. Tra le batterie costruite nei primi decenni del ‘900 vogliamo ricordare quella di Candeo a Caprera, perfettamente mimetizzata nell’ambiente, forse realizzata da Pierluigi Nervi. L’architettura del ventennio fascista vanta qualche villa fuori città e pochi edifici di un qualche rilievo nel centro (Dogana, Villa Chirico, Casa Acciaro, ex negozio Ferrigno).

Nel periodo del dopoguerra la città è stata offesa urbanisticamente con interventi inadeguati, pregiudicando il futuro di una città in naturale espansione.

Lo scotto pagato al moderno razionalismo in architettura è stato enorme; alla Maddalena si è costruito male per miopia storica, demolendo anche realtà autentiche, basti ricordare la facciata della parrocchiale e il vecchio cimitero, in cambio di alberghi sorti laddove non si sarebbero mai dovuti edificare (Esit, Excelsior, Flathause).

La città era disciplinata urbanisticamente solo da un misero regolamento edilizio comunale e dalla discrezione dei vari sindaci succedutisi nel governo della città. Il piano di fabbricazione del 1972, primo strumento urbanistico, ha avuto il solo pregio di non fare edificare nelle isole, salvaguardando un luogo incontaminato caro al nostro attuale modo di fruire il territorio.

Nel centro storico si sono malamente inseriti edifici nuovi, ma senza stile (come le Poste, le moderne scuole pubbliche cittadine, in cemento povero che mostrano ora un degrado enorme); si è abbandonato il gusto equilibrato per l’uniformità stilistica che aveva caratterizzato il Settecento, l’Ottocento e i primi decenni del Novecento. È stato stravolto l’equilibrio nei rapporti di vuoti e pieni, causa le forzate aperture fuori misura nei piani terra ad uso commerciale per dare spazio a vetrine sempre più grandi nei negozi del centro.

Le strade della periferia sono state costruite senza una preventiva pianificazione territoriale, quasi all’impronta, mal calibrate, senza spazi verdi, tra casermoni dormitori, mal inserite nel paesaggio per spicciolo egoismo, senza pensare al bene di una comunità in espansione demografica.

Per vedere fino a che punto si è costruito male basta pensare a cosa siano oggi strade come via Indipendenza, via Livenza e La Crocetta.
Il boom economico ha prodotto anche quartieri di edilizia privata privilegiata, come il Villaggio Piras in Regione Gambino, nato quasi come un’oasi di ville inserite nel verde a due passi dal mare, e diventato sovrappopolato alla stregua di un quartiere periferico.
Il tempo ha, invece, reso giustizia ad un villaggio turistico (Porto Massimo), che attorno ad un albergo di lusso stile Costa Smeralda ha trovato una sua dignità stilistica in equilibrio tra volumi e verde attrezzato, con la sola pecca forse, di essere lontano e non solo distante dalla vita cittadina isolana.

L’arcipelago potrà essere salvato da un turismo che dovrà essere intelligente e non di massa, che crei un’area culturale che si riallacci all’antico passato sardo – corso; dovrà offrire al turista, ricettivo e dinamico, non solo mare incontaminato e natura, ma anche storia e cultura, con musei, manifestazioni e spazi architettonici umani, fruibili in una natura lontana dal degrado della vita moderna.

Antonio Frau – Co.Ri.S.Ma.