Giacomo Fiorentino

Rio della Plata 15 luglio 1837: Fu il maddalenino Giacomo Fiorentino il primo caduto della prima battaglia dell’Eroe dei due Mondi.

Una delle immagini più ricorrenti nell’iconografia garibaldina, quasi un passaggio obbligato in tutti i testi che parlano delle gesta dell’Eroe dei due Mondi, è quell’incisione di Matania che raffigura Garibaldi ferito e sorretto da un marinaio negro sulla tolda di una goletta. Ai suoi piedi giace il cadavere di un marinaio perito in battaglia.

Era il mattino del 15 luglio 1837, per Garibaldi fu il battesimo del fuoco, un modesto combattimento navale, breve ma violento, svoltosi nelle acque del Rio della Plata tra la sua modesta “sumaca” con dodici uomini di equipaggio e due grossi e ben armati lancioni brasiliani. Pochi però sanno che il corpo esanime del marinaio che giace ai suoi piedi, il primo morto della prima battaglia di Garibaldi, è quello di un maddalenino: “un isolano della Maddalena” come lui stesso lo ricorderà nelle sue memorie.

Le vicende che portarono Garibaldi in sudamerica sono ben note: cospiratore mazziniano, disertore dalla fregata Des Geneys ove era imbarcato col nome di guerra di “Cleombroto”, condannato a morte, deve riparare oltremare. Giunge a Rio de Janeiro alla fine del 1835 ed è accolto dai liguri Giambattista Cuneo, Giuseppe Stefano Grondona, Giuseppe Gavazzini, Luigi Rossetti e tanti altri patrioti che avevano dovuto lasciare l’Italia dopo i falliti moti mazziniani.

Entra subito a far parte della congrega e col nome di Giovanni Borel, già da lui assunto a Genova nel 1833 come nome di guerra nell’organizzazione mazziniana, scrive alcuni articoli sul modesto giornale “La Giovine Italia”, fondato dagli esuli, e su altri giornali brasiliani. Il suo arrivo, con notizie fresche dalla patria, segna il risveglio dell’attività mazziniana. La cosa non passa inosservata alla diplomazia locale tanto che l’incaricato d’affari dello Stato Pontificio Fabbrini e quello sardo Borgofranco non mancano di segnalarla ai loro rispettivi governi; quest’ultimo scrive a Torino “…un certo Garibaldi, suddito di S.M., ha segnalato il suo arrivo in questa capitale con un articolo contro S.M. pubblicato sul giornale ‘Paquet du Rio’”.

Ma Garibaldi non era tipo da starsene inattivo e di limitarsi a scrivere articoli o far solo il cospiratore, come i suoi compagni. Ben presto, come scrive il Montanelli “…si era venuto accorgendo che fra i congiurati di Rio, tolte poche eccezioni, veri e propri ardori rivoluzionari non ce n’erano. Finchè si trattava di chiacchere se ne facevano tante, e Grondona ne era maestro. Egli faceva il cospiratore da tanti anni che per lui era diventata una professione fine a se stessa. Ma gli altri non erano da meno”. Uno di quelli che faceva eccezione era Luigi Carniglia, giovane e animato da ardori battaglieri. In quel periodo, capeggiata da Bento Gonsalves, con a fianco il bolognese Tito Livio Zambeccari, era in corso la rivolta della provincia del Rio Grande do Sul che volendosi riscattare dal dispotico governo brasiliano si era proclamata repubblica indipendente. La rivolta era fallita e Bento Gonsalves imprigionato.

Proprio in quei giorni però era riuscito a fuggire e Garibaldi, presi contatti con Zambeccari, gli fece sapere che era disposto a mettersi al servizio della causa riogradese offrendo la sua modesta barca “Mazzini” con la quale insieme a Rossetti aveva iniziato, con scarsi risultati, un piccolo traffico mercantile. Finalmente, dopo intense trattative clandestine, ebbe dalla Repubblica Riograndese una “lettera di marca”; un documento che lo autorizzava alla guerra da corsa che così diceva: “Il Governo della Repubblica Riograndese…autorizza la Sumaca “Farraupilha” di centoventi tonnellate ad incrociare in tutti i mari e fiumi in cui trafficano navi da guerra e nercantili del governo del Brasile, potendo appropriarsene con la forza delle armi essendo ritenute buona preda, in quanto ordinata da autorità legittima e competente”. Di fatto, però, questa “lettera di marca” era rilasciata da un’autorità che non era né legittima né competente e per di più per una nave da 120 tonnellate denominata “Farroupilha” e non per il “Mazzini” di appena 20 tonnellate.

Ma Garibaldi, forse non rendendosi conto che così diveniva un vero e proprio pirata e non un corsaro, non guardò per il sottile; in tre giorni reclutò l’equipaggio mentre Rossetti provvedeva all’armamento e alle provviste. Ad accingersi all’assurda impresa erano tredici uomini: Garibaldi, col falso nome di Cipriano Alves; Luigi Rossetti di Genova, secondo; Luigi Carniglia di Deiva, nostromo; Luigi Calia di Malta, secondo nostromo; Pasquale Lodola di Genova, pilotino; Joao Baptista brasiliano, capitano d’arme; Giacomo Fiorentino di La Maddalena, timoniere; Antonio Illama di Capraia, Giambattista Caruana di Malta, Maurizio Garibaldi di Genova, Josè Maria portoghese e Giovanni Lamberti, marinai; ed infine un marinaio veneziano di cui Garibaldi non fa il nome e vedremo poi perchè.

Cosi Garibaldi descrive nelle sue memorie l’emozione di quel momento: “Corsaro! lanciato sull’oceano con dodici uomini a bordo di una “garopera”, si sfidava un impero e si faceva sventolare per primi, in q quelle meridionali coste, una bandiera di emancipazione! La bandiera della Repubblica del Rio Grande”. Per prima viene predata la lancia “Marimbondo”: una preda modesta dalla quale Garibaldi preleva una pompa e un pò di viveri, ma si porta appresso un uomo, uno schiavo negro di nome Antonio che al momento del passaggio sul Mazzini viene solennemente dichiarato libero.

Qualche giorno dopo, l’11 maggio 1837, avvista la “Luisa” una sumaca del commerciante brasiliano Felipe Neri con un carico di caffé diretto in Russia per conto di un armatore austriaco. Garibaldi ne fa facile preda trasferendovi l’equipaggio e l’armamento è dà un’aggiustata ai documenti di bordo e alle scritte della nave mutando il nome di “Luisa” in quello di “Farroupilha” come indicato nella lettera di marca. Frattanto la presenza della nave “pirata” era stata segnalata alle autorità brasiliane che subito si erano messe alla sua caccia. Il giorno dopo la cattura della Luisa due grossi lancioni senza alcuna bandiera si avvicinano ad essa e Garibaldi, intuito il pericolo, mette in allarme l’equipaggio.

I suoi timori risultano fondati; uno dei due lancioni, giunto a tiro di voce, gli intima la resa in nome del governo brasiliano ed è subito battaglia. Lo scontro ha una durata di poco meno di un’ora; Fiorentino, che era al timone della nave cade subito mortalmente ferito e Garibaldi, accorso a sostituirlo alla barra, viene anch’egli colpito da una pallottola che gli si conficca nel collo tra l’orecchio e la carotide. La breve battaglia, per l’inattesa reazione dell’equipaggio garibaldino, si conclude con la fuga dei due lancioni brasiliani. Tutti combatterono con valore, tranne il marinaio veneziano che non sapremo mai come si chiamava perchè, per la sua viltà, Garibaldi non ne fa neppure il nome. Concluso il combattimento il cadavere di Fiorentino sta per essere sepolto in mare secondo l’usanza della marineria; Garibaldi riprende i sensi proprio in quel momento, capisce quello che sta per succedere e comincia a gridare: “…Io no! …Io no!”.

Per lui, impavido davanti a mille pericoli, fu un momento di grande paura. Un giorno, parlando delle sua battaglie, scriverà “…cominciai a familiarizzarmi col pericolo e ad accorgermi che, senza essere Nelson, potevo come lui domandarmi: cosè la paura?”; ma quando vede che gli uomini dell’equipaggio stanno per consegnare agli abissi il cadavere di Fiorentino si risveglia in lui la grande atavica paura di tutti i marinai: quella di essere sepolti in mare e di non avere una tomba su cui qualcuno possa portare un fiore. E in quel momento di delirio, mentre Carniglia cerca di calmarlo facendogli scivolare in gola un sorso di caffè, comincia a declamare: “…un sasso! …un sasso che distingua le mie dalle infinite ossa mortali che in terra e in mar semina morte…”. Tutti lo guardano spaventati non capendo ciò che farneticava ed egli serenamente li rassicura dicendo “…è il Foscolo”. Stava recitando i versi del poeta che prediligeva e che lo avrebbero accompagnato per tutta la vita anche nella solitudine di Caprera.

Molti sono i momenti della vita di Garibaldi che dimostrano, per le sue intuizioni e premonizioni, come egli sia stato un sensitivo, ma l’episodio che ne dà maggior prova è certamente quello del combattimento del Rio della Plata. In un momento di estremo pericolo e di grande paura, alla vista del suo compagno sepolto in mare, anela a un “sasso”; e quel sasso alla fine della sua turbinosa esistenza lo avrà a Caprera: la terra di Fiorentino. Giacomo Fiorentino, modesto marinaio di quest’Isola, morto senza saperlo da pirata, ma nella convinzione di servire una giusta causa, è dunque il primo caduto della prima battaglia di Garibaldi.

Antonio Ciotta