Il bombardamento dell’incrociatore Trieste

Nel tardo autunno del 1942, con il progredire dell’avanzata alleata in Nord africa a seguito alla battaglia di El Alamein e gli sbarchi in Algeria e Marocco, ebbe inizio una violenta offensiva aerea statunitense sui principali porti e basi navali dell’Italia meridionale. I suoi effetti non tardarono a mostrarsi: già il 2 dicembre la VII Divisione venne semidistrutta da un bombardamento americano su Napoli, ed i violenti bombardamenti che colpirono, oltre a Napoli, anche Messina, Palermo e Cagliari, fecero decidere di trasferire le navi maggiori ancora efficienti nelle basi arretrate di La Spezia, Genova e La Maddalena, dividendole nelle tre basi per evitare un eccessivo accentramento; era necessario inoltre trasferire tali unità nel Tirreno per contrastare possibili azioni da parte delle forze navali nemiche contro le coste italiane (per alcune fonti, era anche previsto che la III Divisione avrebbe dovuto compiere, partendo dalla Maddalena, delle incursioni contro il traffico navale alleato nel Nord africa francese, o contro tali porti).
La III Divisione, formata da Trieste e Gorizia – ormai gli unici incrociatori pesanti ancora in efficienza – insieme agli incrociatori leggeri Duca d’Aosta, Duca degli Abruzzi e Garibaldi, dovette perciò lasciare per sempre Messina, che era stata la sua base sin dalla sua costituzione. Nella notte del 9 dicembre 1942 Trieste e Gorizia lasciarono Messina per La Maddalena, base navale che si reputava più riparata dai bombardamenti aerei alleati. Nel pomeriggio del 10 dicembre i due incrociatori arrivarono a destinazione: mentre il Gorizia fu ormeggiato in un’insenatura a sud di Caprera, sotto la protezione di alcune batterie contraeree terrestri (in tutto 12 pezzi da 76/40 mm), per il Trieste era stato preparato un recinto di reti parasiluri nella rada di Mezzoschifo (al largo della spiaggia della Sciumara), tra Punta Sardegna ed il paesino di Palau, a ponente della Maddalena. L’incrociatore, in tal modo, fruiva, oltre che del proprio armamento antiaereo, della protezione della batteria contraerea del vicino Monte Altura, dotata di quattro pezzi da 102/35 mm. I recinti di reti parasiluri vennero in seguito migliorati, in modo da offrire maggiore protezione. Difetto principale della base della Maddalena era l’assenza di radar per rilevare le formazioni aeree in avvicinamento: era stata prevista l’installazione ad Ajaccio di un radar che avrebbe dovuto coprire tutto il settore delle Bocche di Bonifacio, ma in base alle precedenze e priorità il Comando Supremo non aveva ancora assegnato tale apparato (il Trieste stesso, come detto, aveva subito modifiche strutturali per imbarcare un radar, che non venne però mai installato). Difetto cui avrebbe potuto supplire in parte un sistema d’ascolto aerofonico, che però non fu mai realizzato: a causa del forte vento che tirava solitamente alla Maddalena, che disturbava l’ascolto, gli aerofoni non erano stati piazzati. Si sarebbe potuto ovviare al problema scavando delle profonde fosse in cui collocare gli aerofoni, ma si era deciso di rinunciarvi per via dei costi elevati. Non era stato dato molto peso neanche alla difesa passiva, se è vero che non vennero mai realizzati nemmeno apparati nebbiogeni per annebbiare la base in caso di bombardamento. Non c’erano in zona neanche aeroporti da dove potessero decollare aerei da caccia per intervenire in caso di incursione aerea nemica: uno era in corso di realizzazione ad Olbia, ma non era ancora pronto.
Il complesso delle bocche da fuoco sistemate a terra (armate da personale della Regia Marina e della 3a Legione Milizia Artiglieria Marittima) più quelle delle navi della III Divisione sembrava assicurare una consistente difesa in caso di attacco aereo: ma nessuno di quei cannoni era stato progettato prima dell’entrata in servizio dei moderni bombardieri quadrimotori statunitensi, in grado di volare a quota di molto superiore al raggio massimo di tiro delle armi contraeree delle navi e della base della Maddalena. Le bocche da fuoco della base, 18 pezzi da 102/35 mm e 37 da 76/40, erano antiquate, alcuni dei pezzi da 76 mm della contraerea terrestre erano vecchi di trent’anni e conseguentemente usurati, il personale ad essi addetto scarsamente addestrato; centraline di tiro automatico non ve n’erano. Si era deciso di potenziare la difesa contraerea con 18 nuovi cannoni Ansaldo da 90/53 mm e si era valutata anche la possibilità di integrarla con 4 delle 12 batterie di efficienti pezzi da 88 mm tedeschi in corso di cessione alla Marina, ma i pezzi da 90, consegnati dalle fabbriche nel marzo 1943, non erano ancora stati trasferiti alla Maddalena, mentre quelli da 88 tedeschi non erano ancora stati ceduti.
Una delle soluzioni adottate per ovviare, almeno in parte, a questi gravi problemi, era consistita nel diradare gli ancoraggi (quelli di Trieste e Gorizia distavano 7 km, così che sarebbe stato impossibile colpirli entrambi con una singola salva di bombe) e realizzarli quanto più possibile vicino alla costa, a scopo mimetico.
Supermarina era bene al corrente delle molte deficienze della difesa della Maddalena, ma non aveva, sostanzialmente, avuto scelta: a La Spezia erano già state dislocate le tre moderne corazzate Littorio, Roma e Vittorio Veneto della IX Divisione ed i tre incrociatori leggeri della VII Divisione, a Genova i due incrociatori leggeri dell’VIII Divisione, e l’unica altra base navale del Tirreno adeguata, anche per il caso di uscita in mare della flotta, era La Maddalena. Del resto, il tempo avrebbe provato che nemmeno Genova e La Spezia potevano considerarsi al sicuro dall’offesa aerea, pur avendo difese migliori.
Di tutto questo non era a conoscenza la popolazione della Maddalena, che, vedendo le due potenti navi, le riteneva non un incentivo perché i bombardieri nemici attaccassero, bensì un dissuasore: nel 1947 Sandro Serra avrebbe ricordato “Ogni tanto allarme: ricognitori nemici in vista. “Forza Trieste” gridava la gente. Ed il Trieste rispondeva, poderoso. Pareva invincibile. Sembrava di vederlo ancora lì, sotto Monte Altura, mentre i franchi si preparano a scendere a terra, splendente al sole, come se il 10 aprile 1943 non fosse accaduto nulla. Anche questo videro gli isolani con occhi atterriti. Le due del pomeriggio: prime squadriglie di quadrimotori nemici altissime, luccicanti. “Forza Trieste!” si diceva ancora…” e trent’anni più tardi E. Casazza “…quando le notizie allarmistiche si diffondevano, si guardava con fiduciosa sicurezza il brandeggiare dei cannoni del Trieste, per sentirsi più sicuri, protetti”.
Dal 15 dicembre 1942, il comandante Rouselle era stato sostituito al comando del Trieste dal capitano di vascello Rosario Viola: questi sarebbe divenuto l’ultimo comandante della nave.
I nuovi sviluppi della guerra avevano fatto sì che il centro delle operazioni aeronavali si spostasse verso il Mediterraneo occidentale, ed i comandi alleati pensarono che lo spostamento dei due incrociatori pesanti alla Maddalena avrebbe potuto preludere ad interventi navali italiani ad ovest della Sardegna. Ne venne così pianificata la distruzione.
In un tentativo di emulazione dell’impresa di Alessandria del 19 dicembre 1941, quando gli operatori di tre siluri a lenta corsa della X MAS avevano minato le corazzate britanniche Queen Elizabeth e Valiant cambiando radicalmente, per lungo tempo, i rapporti di forza nel Mediterraneo, i comandi britannici pianificarono un’operazione d’assalto che prevedeva l’uso degli “chariots”, la versione britannica dei siluri a lenta corsa, copiata da alcuni SLC catturati in porti britannici in occasioni precedenti. Il sommergibile P 311, salpato da Malta il 28 dicembre 1942 al comando del tenente di vascello Cayley – lo stesso ufficiale che in precedenza, per singolare coincidenza, aveva silurato e danneggiato il Trieste quando era al comando del sommergibile Utmost – avrebbe dovuto traportare due “chariots” (denominati X e XVIII) nelle acque della Maddalena, dopo di che i mezzi d’assalto britannici avrebbero dovuto minare ed affondare Trieste e Gorizia, così distruggendo la III Divisione. L’operazione – denominata “Principle” – si risolse però per i britannici in un tragico fallimento, in quanto il P 311 non completò mai la propria missione, vittima, con tutti i 60 uomini dell’equipaggio ed i 10 operatori degli “chariots”, di una mina degli sbarramenti difensivi italiani. L’ultimo messaggio del P 311 risale al 31 dicembre, all’1.30, quando comunicò di essere nel punto 38°10’ N e 11°30’E; il 2 febbraio 1943 dei pescatori maddalenini segnalarono di aver sentito una violenta esplosione a sud del golfo di La Maddalena. La base della Maddalena non fu nemmeno allertata, la III Divisione non seppe mai quale rischio aveva corso.
Da parte angloamericana, dopo questo disastro, si decise allora di ricorrere a mezzi più tradizionali per neutralizzare la potenziale minaccia di base alla Maddalena.
I timori alleati non erano infondati: nello stesso periodo Supermarina, anche in seguito a pressioni tedesche, pianificò una puntata offensiva contro il traffico navale nemico nelle acque tra Bougie e Bona, nell’Algeria occupata dalle forze angloamericane. L’azione sarebbe stata più che altro dimostrativa, per riaffermare, davanti agli alleati tedeschi, la volontà della Marina italiana di continuare a combattere. A causa della scarsità di nafta, che in quel periodo raggiunse la sua massima gravità, immobilizzando la quasi totalità delle forze da battaglia, l’unica Divisione Navale operativa era proprio la III con Trieste e Gorizia, che fu quindi scelta per l’operazione. A causa del logorio delle siluranti impegnate nelle pericolose missioni di scorta ai convogli, e della loro scarsità ed indisponibilità, era previsto che i due incrociatori sarebbero stati scortati da due soli cacciatorpediniere, oppure, se fosse stato impossibile, sarebbero andati senza alcuna scorta. La III Divisione, dopo apposite ricognizioni aeree, avrebbe dovuto lasciare La Maddalena in modo da raggiungere la zona prestabilita nelle prime ore dell’alba, per poi iniziare a pattugliarla ed attaccare il primo convoglio che avessero trovato (probabilmente in arrivo a Bona), distruggerlo con la massima celerità e poi dirigere a tutta forza per il rientro; qualora non avessero trovato nulla, le due navi avrebbero dovuto defilare a 30 nodi davanti a Bona (dove era di base anche una divisione di incrociatori nemici), tenendosi su alti fondali, e bombardare le unità in porto ed alla fonda, poi sempre tornare immediatamente verso l’Italia alla massima velocità. La missione era estremamente rischiosa, per via del dominio alleato dei cieli, sia di giorno (sebbene in questo caso non ancora tale da poter facilmente distruggere delle navi che procedessero a forte velocità) che di notte. Dato appunto che nottetempo l’aviazione italo-tedesca non era in grado di contrastare efficacemente le forze aeree Alleate, che si erano invece specializzate negli attacchi notturni, Supermarina ordinò che i due incrociatori venissero dotati di apparati tedeschi «Metox» per la rilevazione delle emissioni radar nemiche, e che il Trieste avrebbe ricevuto uno dei nuovi radar italiani Ec.3/ter «Gufo». I lavori per dotare l’incrociatore del radar, però, avrebbe richiesto un turno di lavori in arsenale, che avrebbero ritardato di troppo la missione; quindi si decise che la III Divisione sarebbe stata accompagnata da uno dei cacciatorpediniere già muniti di radar, il Legionario (scelto inizialmente) o l’Alfredo Oriani (su cui cadde poi la scelta).
Il tempo necessario a mettere a punto le strumentazioni, e la necessità che la missione fosse svolta in una fase di notte illune, costrinsero a rimandare l’operazione da metà marzo ad aprile; nel frattempo, il 18 marzo 1943 Trieste e Gorizia poterono effettuare una lunga esercitazione di tiro in mare: a causa della scarsità di carburante, i due incrociatori non uscivano più in mare per esercitazioni dal lontano 19 ottobre 1942. Ma, come si dirà più avanti, questa uscita dopo un periodo di totale immobilità non sarebbe passata inosservata.
L’ordine esecutivo, da parte di Supermarina, per dare il via all’operazione era previsto per il 12 aprile 1943: ma i fatti successivi avrebbero vanificato tutta la preparazione, ad un passo dalla sua attuazione.
Alla Maddalena, dove la III Divisione stazionava inattiva, l’atmosfera era quasi rilassata. Dopo tre anni in cui Trieste e Gorizia avevano partecipato a quasi tutte le battaglie ed operazioni aeronavali svoltesi in Mediterraneo, la guerra sembrava quasi lontana. La Maddalena non era mai stata bombardata; gli equipaggi, che avevano fatto amicizia con la popolazione del posto, erano ancora ignari dell’operazione che li avrebbe attesi di lì a poco.
Il pomeriggio del 10 aprile 1943 era un giorno di calma piatta. Splendido il tempo, quasi estivo: il mare era un olio, il cielo terso, faceva anche caldo. Non tirava un alito di vento: per una volta, anche gli aerofoni avrebbero potuto rendersi utili. Se solo fossero stati installati…
Durante la mattina, mentre le provviste venivano caricate sul Trieste, una grossa forma di parmigiano era caduta in mare, ma non la si era voluta perdere, per cui dall’Arsenale della Maddalena era stato inviato sul posto un palombaro civile, il maddalenino Rosario Caucci, per ripescarla.
Il sottufficiale Tavilla del Trieste, con due compagni, si era recato a terra con una lancia per prendere alcune provviste che mancavano a bordo, lasciando detto al marinaio addetto all’imbarcazione di tornare a prenderli alle undici. Dopo aver trovato il necessario alla Maddalena, i tre tornarono in porto in orario per l’appuntamento con l’imbarcazione, ma, quando giunsero sul molo, videro la lancia ripartire, mentre da bordo un sottufficiale gridava all’indirizzo di Tavilla un inesplicabile “Chi la fa l’aspetti!” e diede ordine di partire, lasciando i tre a terra nonostante i segni fatti da Tavilla.
Dopo pranzo – il rancio era a mezzogiorno – ognuno, sul Trieste, tornò alle sue normali occupazioni: metà al posto di guardia, gli altri occupavano il tempo leggendo, pulendo i propri vestiti, coltivando qualche passatempo o giocando con degli amici.
A terra, nella cittadina di La Maddalena, era stata organizzata per il pomeriggio una partita di calcio tra una squadra rappresentativa degli equipaggi della III Divisione e la squadra locale. Molti uomini del Trieste e del Gorizia, pertanto, erano scesi a terra in franchigia per assistere alla partita: in poche occasioni come in questa una partita di calcio avrebbe salvato tante vite. Altri barconi erano sottobordo ai due incrociatori per imbarcare altri marinai in franchigia, che a bordo delle navi stavano finendo di agghindarsi. Qualcuno guardava un film che stava venendo proiettato a bordo.
Erano passate le due e mezza: il palombaro era immerso per recuperare la forma di parmigiano, mentre la sua “guida”, l’assistente Stefano Uccioni (anch’egli di La Maddalena), lo aspettava su una barca, ed una grossa lancia si era appena staccata dal Trieste carica di 120 marinai in franchigia che andavano a terra per vedere la partita.
Nella base del VII Gruppo Sommergibili, che aveva sede alla Maddalena, dondolavano oziosamente all’ormeggio i sommergibili Topazio, Sirena, Dandolo, Mocenigo ed Aradam. Poche altre unità minori ed ausiliarie erano ormeggiate in porto od in rada.
Alle 14.45, la surreale tranquillità della Maddalena fu spezzata dal suono squillante delle sirene della DICAT (Difesa Contraerea Territoriale) Marina che davano l’allarme aereo. La totale assenza di radar od aerofoni fece sì che la formazione aerea attaccante fosse stata avvistata solo quando era praticamente giunta sulla base: non trascorsero infatti che uno o due minuti dall’allarme, prima che 84 quadrimotori statunitensi, dei Boeing B-17 “Flying Fortress” della 9th, 12th e 15th USAAF, apparissero dalla direzione del sole – nordovest – volando a 5000-6000 metri di quota (5700 secondo fonti statunitensi). Erano decollati dagli aeroporti statunitensi dell’Algeria ed avevano degli obiettivi precisi: 24 aerei (del 301st Bomb Group del 32nd Bomb Squadron) avrebbero attaccato la base dei sommergibili, 36 (del 2nd e 97th Bomb Group) il Gorizia, e 24 (appartenenti al 99th Bomb Group della 12th USAAF, facente parte della Northwest African Strategic Air Force, al comando del maggior generale James Harold “Jimmy” Doolittle, autore del primo famoso raid statunitense su Tokyo nel 1942) proprio il Trieste. Ognuno aveva nel suo ventre cinque bombe da quasi mezza tonnellata ciascuna.
Quasi contemporaneamente al tardivo allarme aereo, sul Trieste echeggiarono tramite i citofoni gli squilli di tromba che richiamavano gli uomini ai posti di combattimento, ma nello stesso momento si sovrapposero a questi gli scoppi delle bombe che iniziavano a cadere.
Le 24 fortezze volanti destinate al Trieste erano divise in due squadre di dodici velivoli ciascuna, che effettuarono il bombardamento seguendo il metodo d’attacco «MTO» a formazioni sovrapposte, formate da “quadrati oscillanti” di sei losanghe sovrapposte, con lo sgancio di 120 bombe da 1000 libbre (con spoletta all’ogiva di 1/10 di secondo e spoletta posteriore di 25 millesimi) a saturazione.
Tutti i pezzi della contraerea a terra aprirono il fuoco in una debole reazione, ma era inutile: gli aerei volavano al di fuori della portata dei vetusti cannoni.
Non appena giunsero sulla Maddalena, i bombardieri americani si divisero nei tre gruppi come prescritto, poi ognuno dei tre si diresse verso il proprio obiettivo.
Una pioggia di bombe distrusse la base del VII Gruppo Sommergibili e le altre strutture della base navale, danneggiando il Mocenigo, sbriciolando i MAS 501 e 503, affondando i motovelieri Eliana, Maria Pia e Carmen Adele della vigilanza foranea, demolendo diversi edifici, causando perdite tra il personale a terra. Il Gorizia aprì il fuoco con le sue armi contraeree nel vano tentativo di difendersi, ma fu colpito in pieno da svariati ordigni, che devastarono armamento e sovrastrutture, scatenarono incendi, uccisero o ferirono decine di uomini.
Ad avere la peggio, però, fu il Trieste: senza nemmeno che l’incrociatore avesse il tempo di aprire il fuoco con il proprio armamento antiaereo, più di 120 bombe da 1000 libbre (oltre 450 kg) caddero tutt’intorno, e, quel che è peggio, sulla nave stessa, i cui ponti corazzati, spessi 5-6 centimetri, non poterono arrestare la caduta degli ordigni. Una bomba cadde all’estrema poppa, perforò il ponte di coperta ed aprì una grossa falla, altre due (almeno) colpirono il quadripode e distrussero la plancia comando, la plancia ammiraglio, la stazione di direzione del tiro antiaereo ed antisilurante, altri ordigni ancora perforarono il ponte di coperta ed il ponte di batteria per poi esplodere nella sala caldaie prodiera, sul lato sinistro, demolendo la parte sinistra del fumaiolo prodiero (per altra fonte, addirittura l’intero fumaiolo venne asportato dalla tremenda esplosione; uno dei piloti statunitensi ritenne che una delle bombe sganciate dal suo aereo fosse entrata esattamente nel fumaiolo). Parecchie altre bombe caddero vicinissime allo scafo, a dritta ed a sinistra, scoppiando sotto la linea di galleggiamento e causando aperture laterali nello scafo con la sola concussione, scardinando i corsi della corazza e del fasciame e facendo così rapidamente allagare i locali caldaie, motrici e turbodinamo di poppa; una, in particolare, esplose vicinissima alla carena e causò uno schiacciamento, che aprì una grossa falla sul lato di dritta, tra centro nave e poppa. Altre bombe esplose all’esterno dello scafo aprirono un’altra falla che causò il rapido allagamento dei locali diesel e dinamo, il che impedì completamente di utilizzare i mezzi di esaurimento e dunque di arginare gli allagamenti. Il tenente di vascello Luigi Campari, di guardia in coffa, fece aprire un intenso tiro contraereo con le armi che erano pronte, ma ormai era troppo tardi: le bombe erano già state sganciate, e Campari rimase ucciso al suo posto di combattimento.
Le esplosioni fecero sobbalzare notevolmente lo scafo, facendo mancare ovunque l’energia elettrica e precipitando gli interni della nave nel buio, mentre gli uomini correvano confusamente ai propri posti, spesso solo per trovare le armi già inutilizzabili.
Il sottocapo cannoniere armaiolo Mario Maffezzoni, addetto alla torre numero 3 del Trieste, salì affrettatamente la scaletta che conduceva in coperta per raggiungere uno dei complessi binati da 100/47 mm, al quale era assegnato quale capopezzo, ma mentre usciva in coperta tramite il boccaporto fu travolto dall’acqua di mare, mescolata alla nafta, che si riversava all’interno attraverso il boccaporto stesso. Maffezzoni comunque proseguì ed era quasi arrivato al complesso da 100/47, quando un ufficiale vietò di caricare i cannoni, perché la base imbullonata del complesso era stata smossa dalle esplosioni, il che impediva di usare i pezzi correttamente. Guardando per aria Maffezzoni vide sfilare in cielo le fortezze volanti, che procedevano in perfetto allineamento per poi sganciare le bombe a perpendicolo sulla nave. Quando gli ordigni andavano a segno, gli coppi proiettavano schegge arroventate in tutte le direzioni, uccidendo e ferendo quanti si trovavano nei pressi: Maffezzoni riuscì a ripararsi dietro lo scudo del pezzo da 100/47 insieme ad altri marinai, ma fu egualmente ferito al braccio destro, perdendo parecchio sangue finché l’ufficiale di guardia, toltosi prontamente la propria sciarpa, gliela legò stretta sul braccio a mo’ di laccio emostatico. Ad altri era andata anche peggio: un marinaio suo amico era stato decapitato da una scheggia, un altro aveva avuto una gamba quasi asportata, unita al resto del corpo da un unico lembo di pelle che un soccorritore dovette tagliare con un coltello, usando una cintura per bloccare l’emorragia, altri morti galleggiavano nell’acqua intorno all’incrociatore.
Guardandosi intorno Maffezzoni vedeva ovunque rovina e devastazione: la plancia comando, i cui sostegni erano stati divelti dalle esplosioni, penzolava pericolosamente nel vuoto, il lato destro della nave era dilaniato dalle bombe. Dappertutto gli uomini correvano chiedendo aiuto per sé o cercando qualcuno che li potesse aiutare a liberare i compagni rimasti intrappolati sottocoperta.
Il bombardamento era durato solo sei minuti: abbastanza per cancellare l’ultima divisione di incrociatori pesanti rimasta all’Italia.
Nel disastro, la diversa protezione tra i classe “Trento” e gli “Zara” fece la differenza: mentre il Gorizia, pur gravissimamente danneggiato, con decine di vittime tra l’equipaggio, rimase a galla e riuscì infine a trasferirsi a La Spezia per le riparazioni (che non vennero però mai terminate), la sorte del Trieste fu segnata. Mentre l’allagamento causato dallo squarcio apertosi a centro-poppa sul lato di dritta risultava incontenibile, l’incrociatore andò lentamente appoppandosi e sbandando sulla dritta, finché alle 16, constatando che la sua nave era ormai pericolosamente sbandata a dritta (per altra fonte, verosimilmente erronea, a sinistra) e che tutti i tentativi di arrestare il capovolgimento erano ormai vani, il comandante del Trieste, capitano di vascello Rosario Viola, radunò i pochi uomini rimasti, li esortò a lanciare un ultimo “Evviva il Trieste” e poi ordinò di abbandonare la nave. Gli uomini ebbero il tempo di trasbordare sulle numerose imbarcazioni accorse dalla Maddalena, mentre la nave affondava con grande lentezza. Altri preferirono gettarsi direttamente in acqua e raggiungere la riva a nuoto.
Poi, il Trieste si capovolse sul lato dritto ed affondò di poppa in 17 metri d’acqua, scivolando sotto la superficie alle 16.13 ed adagiandosi capovolto sul fondale fangoso della rada, nel punto 41°11’204” N e 009°22’193” E. La III Divisione Navale aveva cessato di esistere.
Dell’equipaggio del Trieste morirono 4 ufficiali, 6 sottufficiali e 67 sottocapi e marinai, mentre altri 6 sottufficiali e 69 sottocapi e marinai furono feriti gravemente. Scomparvero nel bombardamento, per non essere mai più ritrovati, anche il palombaro inviato a recuperare il parmigiano, Rosario Caucci – evidentemente sorpreso dalle bombe mentre era sott’acqua, senza poter avere idea di quanto stesse accadendo –, e la sua guida lasciata ad aspettare sulla barca, Stefano Uccioni.
Il bilancio avrebbe potuto essere molto più pesante se non fosse stato per la partita, che aveva fatto sì che parte degli oltre mille uomini dell’equipaggio si trovasse a terra, al sicuro. I marinai che erano giunti a riva, sui barconi, subito prima dell’attacco, non poterono che stare a guardare mentre le loro navi sparivano dietro alte colonne d’acqua per poi ricomparire in fiamme, poi il Trieste che lentamente si capovolgeva…
Altri, che erano già in paese, corsero verso il mare e la loro nave appena il bombardamento fu terminato, e quando giunsero in vista del faro della rada di Mezzoschifo videro per prima cosa una enorme chiazza di nafta, “come un’autostrada di argento liquido che separava il mare di Palau da quello della Maddalena”.
Il sottufficiale Tavilla, che aveva lasciato liberi i due marinai perché potessero mangiare un panino, era rimasto in riva al mare guardando la lancia che tornava alla nave, quando aveva sentito il rombo dei motori dei bombardieri in arrivo. Attardatosi per aiutare una vecchia a raggiungere un rifugio antiaereo, vide anche lui la tragedia svolgersi sotto i suoi occhi: le bombe che cadevano in acqua, sempre più vicine ai due incrociatori, alzando immense colonne d’acqua, poi la prima bomba a segno sul Trieste, l’incrociatore che sbandava mentre le imbarcazioni venivano messe a mare ed altri uomini si gettavano direttamente in acqua tentando di raggiungere la riva, poi il mare intorno al Trieste coperto di rottami, imbarcazioni, naufraghi, mentre le bombe continuavano ad esplodere in acqua.
Una lancia con a bordo un marinaio triestino che era stato imbarcato sulla nave fino al 1941, e che ora, accompagnando a bordo un amico che ancora apparteneva all’equipaggio del Trieste, tornava così a trovare i suoi molti amici dell’equipaggio, era stata sorpresa dall’attacco aereo a poca distanza dall’incrociatore, ed i suoi occupanti videro la nave venire bombardata e poi affondare. Alcuni dei suoi amici, il marinaio, non avrebbe più rivisti.
Le vittime rimasero pressoché tutte uccise nel bombardamento; se non altro, la lentezza dell’affondamento diede al resto dell’equipaggio il tempo di abbandonare la nave prima che questa affondasse. Subito dopo il bombardamento, numerose imbarcazioni private si erano immediatamente recate sul luogo dell’attacco, recuperando i feriti e le salme che galleggiavano sul mare (ai corpi venivano legati un cartellino con le generalità ed una delle loro piastrine), aiutando le centinaia di sopravvissuti a raggiungere la riva; parecchi ci arrivarono direttamente a nuoto, nonostante ferite ed ustioni. Un superstite, un tenente di vascello, ricordò in seguito che l’acqua era diventata rossa per il sangue delle vittime e dei feriti, un altro, il marinaio Francesco Randazzo, sbalzato in acqua dal bombardamento, nuotò sino alla vicina terra passando in mezzo ai corpi delle vittime ed ai sopravvissuti. Molti naufraghi vennero ospitati dalle famiglie del posto; i feriti vennero portati negli ospedali della Maddalena e di Palau nonché in quello dell’Arsenale, tanto traboccante di pazienti che molti dovettero essere sistemati all’aperto, nei cortili. Mario Maffezzoni venne condotto nell’ospedale militare della Maddalena, anch’esso danneggiato dalle bombe.
Alcune delle salme delle vittime vennero disperse dalle correnti e ritrovate sulle coste della Sardegna e delle sue isole minori. L’enorme quantità di nafta fuoriuscita dai serbatoi del Trieste, chiaramente visibile nelle foto aeree scattate da ricognitori Alleati nei giorni successivi, annerì per lungo tempo gli scogli della rada.

Morirono sul Trieste alla Maddalena:

Giuseppe Acerbi
Pasquale Ainis
Luigi Angoscini
Salvio Argiolas 
Antonio Arneodo
Antonio Arthemalle
Ciro Balzano
Dante Barani
Luigi Benatti
Francesco Benedetti
Biagio Birilli
Angelo Bozzano
Sergio Brunetti
Stefano Brunetto
Luigi Campari, 40 anni, tenente di vascello (MBVM)
Mario Casotto
Giuseppe Cattani
Vilmer Cavallet
Antonio Celeste
Nicola Cellini
Carlo Chicchi
Pietro Coppola
Antonino Corrao
Romolo Corti
Pietro Craviolatti
Francesco D’Amico
Carlo Damato
Andrea De Cecco
Vittorio De Matteis
Pio De Simone
Alfonso Di Gerlando
Vincenzo Di Marzo
Michele Di Meo
Giuseppe Di Pierro
Bruno Fanfani
Paolo Fassio
Luigi Ferretti
Carmine Fiore
Ettore Frambati
Brancaleone Fravega
Aldo Gandino
Ottavio Vincenzo Gatto
Fernando Giambastiani
Antonio Giancane
Vincenzo Giuliano
Lamberto Granini
Salvatore Grasso
Antonio Grimaldi
Luigi Longo
Graziano Manca
Sergio Manetti
Vincenzo Minni
Giovanni Minto
Lolo Moriconi
Demetrio Murzi
Francesco Onorato
Guglielmo Ota
Giulio Pani
Giovanni Pillisio
Luigi Poli
Letterio Quagliata
Umberto Quass
Alfio Rapisarda
Guerrino Rosa
Giovanni Rosiello
Salvatore Ruggeri
Francesco Santoro
Carmelo Scarnano
Luigi Scotti
Giovanni Scrigner 
Gioacchino Serretta
Pietro Simoncini
Francesco Taddeo
Vito Titone
Mario Toniolo
Lorenzo Trucco
Mario Ulivieri
Aniello Vanacore
Lorenzo Vesco
Giovanni Zocco

 

 

2 pensieri riguardo “Il bombardamento dell’incrociatore Trieste

  • 26 Agosto 2019 in 16:51
    Permalink

    Immagini e parti del diario del marinaio Maffezzoni (che lui stesso mi inviò), sono già state pubblicate dal sottoscritto su vari forum del settore.

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