La questione delle decime

Dopo la partenza di Biancareddu, per ricoprire il suo posto a La Maddalena occorreva bandire un concorso. La cosa non avrebbe avuto molto interesse per i maddalenini se non fosse stata legata alla infausta previsione di far pagare loro le decime per garantire il sostentamento del nuovo parroco.

Il vescovo Stanislao Mossa, nominato nel mese di novembre del 1823 dopo quattro anni di vacanza del titolare, dovendo inviare un nuovo parroco a La Maddalena, aveva manifestato meraviglia per il fatto che i maddalenini fossero esenti dal pagamento delle decime e aveva preso in considerazione l’idea di chiederne l’applicazione in modo da garantire la degna sopravvivenza del sacerdote. A questa notizia il Consiglio Comunitativo scrisse una lettera al nuovo vescovo che è un capolavoro di sottigliezza e di furbizia, nella quale toni esageratamente drammatici vengono usati per allontanare il paventato pericolo delle decime. Esprimeva “cupa tristezza e orrida costernazione alla notizia sparsasi che dovendosi per concorso conferire il vicariato di questa parrocchia, era precisa intenzione di V. S. Ill.ma e reverendissima di fissare le decime e così sottrarsi allo sborso dell’annua pensione di scudi cinquanta che dai di lei degnissimi predecessori, sin da quando ebbe origine questa popolazione venne esattamente corrisposta al Vicario”. L’innovazione era definita “grandemente pregiudizievole” perché avrebbe portato “alla rovinosa e totale rovina della popolazione e senza utili per il parroco”. Si proponeva, quindi, una serie di motivazioni, alcune delle quali condivisibili, per arrivare poi a ricordare al Vescovo lo sforzo compiuto dagli abitanti per costruire la nuova chiesa e, infine a provare, alquanto strumentalmente, che le decime non avrebbero garantito al Parroco le entrate che, invece, arrivavano con le elemosine volontarie. Vale la pena di percorrere questa parte della lunghissima lettera che lamentava la mancanza di terreni fertili ricordando che i pochi coltivati erano artefatti con riporto di terra; le vigne non davano neanche il tanto da compensare il lavoro dell’anno, il bestiame mancava di pascolo e, per di più, sottoposto alla presenza di certe erbe velenose che distruggevano quasi completamente i nuovi nati. Così non meno di 300 abitanti avevano abbandonato il paese per il regio servizio e più della metà della popolazione viveva degli “assegnamenti sovrani” per gli impiegati, gli invalidi o le famiglie che avevano perso in servizio il loro capo. A questo punto il Consiglio affermava, con orgoglio: “ciò nonostante la pianta della chiesa, i suoi altari, gli utensili e persino la stessa abitazione del Parroco fu fabbricata e provvista a spese ed opera dei popolatori in comune e dai benefattori particolari, senza vi abbia punto contribuito nella menoma parte la Chiesa ossia il vescovo e il parroco e simile emolumento, il di cui ammontare si fa ascendere alla somma di scudi ventimila sardi si eresse e terminò nel breve decorso di anni otto”; e per conservare il lustro della chiesa si provvedeva con le casse volontarie (parola aggiunta per far ben capire che erano senza obbligo) delle elemosine “che provengono dal commercio e dalla navigazione e producono assai più dei frutti di decima quando l’isola si estendesse al triplo terreno e tutto coltivato”. Inoltre la comunità contribuiva con una colletta particolare al pagamento del predicatore quaresimale, circa 60 scudi, e manteneva pure un romito. Quindi, il Consiglio Comunitativo retoricamente affermava di non poter pensare che il Vescovo facesse tutto ciò per economizzare i 50 scudi che inviava al Parroco perché “sarebbe poco decoroso alla dignità di un vescovo e contrario alla di lei magnanimità“. L’esperienza dimostrava che l’equilibrio era quello raggiunto senza le decime, ma con le offerte “incerte nel titolo, pure certe di fatto” tanto che, continuava il Consiglio, i vicari fino a quel momento “se ne partirono se non del tutto ricchi, almeno in uno stato decoroso e coi mezzi di formarsi un buon patrimonio e fra gli altri il secondo vicario reverendo Mossa di Calangianus finì il suo vicariato, lasciando la somma non indifferente di scudi tredicimila sardi non già alla chiesa ma ai suoi parenti”.

I consiglieri non potevano perdere la ghiotta occasione di parlar male del parroco Mossa e della sua avarizia nei confronti della Chiesa da lui retta. Alla fine di tutte queste argomentazioni, si chiedevano retoricamente perché far pagare obbligatoriamente le decime? E paventavano la possibilità di una forte reazione degli abitanti che avrebbero cessato di coltivare i magri appezzamenti, avrebbero abbandonato quella poca attività agricola e, forse, avrebbero fatto “nascere quasi un scisma che indurrebbe la popolazione a restringere la loro mano liberale alle frequenti oblazioni e limosine” e alla celebrazione delle feste di molti santi. Per non apparire rivoluzionari suggerivano anche come rimediare alla situazione: si poteva dare l’incarico di parroco, senza concorso, a Luca Ferrrandico, in servizio da 12 anni a La Maddalena alle solite condizioni, e nominare un vice reclamando presso il governo la concessione di una pensione di 75 scudi della quale già godeva Luca Demuro come cappellano della regia truppa e dei servi di pena. Con le abituali formule di saluto di rito, finivano col ribadire la richiesta di lasciare le cose come stavano e di “restituire al pubblico la tranquillità perduta colla sparsasi voce”. A dimostrazione di quanto fosse sentito il problema, seguivano le firme dei consiglieri del momento e passati, dei probi uomini, dei militari presenti, dei funzionari governativi nessuno escluso, nemmeno Pietro Azara Bucheri.

La risposta del Vescovo fu molto pacata; metteva in evidenza la disparità di trattamento rispetto a tutti gli altri paesi della diocesi che le decime le pagavano e suggeriva, venendo incontro ai maddalenini, un accomodamento: potevano assicurare una pensione annua di 100 scudi al parroco in modo da garantire la sua sopravvivenza, senza dover ricorrere alle decime sui prodotti. In ogni caso, si riprometteva, prima di assumere qualunque decisione, di interpellare “le ragguardevoli persone” firmatarie della lettera per cercare una equa soluzione.

Giovanna Sotgiu – Co.Ri.S.Ma