Ortaggi e verdure

Fino a qualche decennio fa i bambini conoscevano tante piante spontanee perché erano abituati a vederle, nelle loro lunghe ore di giochi all’aperto, e anche a mangiarle: erano, ad esempio, l’acetosella (agretta) coi suoi steli aciduli, il malvone, i cui frutti simili ai panini erano chiamati pani d’oru e diventavano parte dei pranzi più o meno finti che le bambine preparavano per le signore loro ospiti, o i furchetti di cui si staccavano i minutissimi frutti.

Questo patrimonio pratico di conoscenze naturali nei bambini è scomparso. Rimane fra gli adulti di oggi, che forse sono i bambini di un tempo, la voglia di cercare ancora, durante le passeggiate in campagna, alcune piante commestibili magari solo per il gusto di continuare a sentire gli antichi sapori: della cicoria, che si consumava bollita, avendo cura di cambiare almeno due volte l’acqua per togliere l’eccesso di amaro; della grattalingua (lattaredda) usata in insalata o bollita anch’essa; della bietola marina, che veniva usata nei tortini o nei ravioli; del broccolo selvatico che sostituiva degnamente il cavolo; del porro con il suo gusto di aglio delicato, che entrava a far parte di frittate e minestre; dell’asparago i cui germogli (turioni) si possono consumare bolliti e conditi con olio e aceto o in frittate o ancora nelle minestre; infine del finocchietto usato nella salamoia per conservare le olive o come ingrediente della favata e dei minestroni di ceci o castagne.

Parzialmente tratto dal libro “Cucina isolana. Un arcipelago di sapori mediterranei” a cura di Giovanna Sotgiu e Antonio Frau – Paolo Sorba Editore – La Maddalena

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