Correva l’anno 1817

Quando casa Savoia prese possesso dell’ex ducato di Genova, una delle prime priorità fu la ricostruzione di una Marina; sotto la guida dell’energico conte Giorgio Andrea Des Geneys furono presto messe in cantiere due grandi fregate, la Maria Teresa e il Commercio di Genova, e una corvetta, il Tritone. In attesa del completamento di queste navi la difesa del litorale ligure e nizzardo e della Sardegna dalle razzie dei corsari barbareschi ricadde su due mezze galere fatte costruire nel cantiere della Foce e varate entrambe a luglio del 1815, e sui bastimenti a remi che già componevano la piccola squadra sabauda della Sardegna.
Tra questi vi erano le due mezze galere Falco ed Aquila, entrambe cedute ai Savoia dal Regno delle due Sicilie nel 1803. L’Aquila è raffigurata in un acquarello conservato al Museo Galata del Mare di Genova, fatto realizzare nel 1816-17dal suo comandante luogotenente di vascello Zicavo. Come si vede aveva tre alberi con altrettante vele latine; nel dipinto è rappresentata con una andatura con vento in poppa e le vele disposte “ad orecchie di lepre”, ossia con le vele di trinchetto e mezzana con mure a sinistra e quella di maestra con mure a dritta.
Il bilancio della Regia Marina del 1817, conservato dall’Archivio di Stato di Torino, ci permette di conoscere la composizione del suo equipaggio quando era in forza al 3° dipartimento marittimo del vicereame di Sardegna.
Lo stato maggiore era composto da un luogotenente di vascello al comando, da un sottotenente e da due furieri. Vi erano poi un cappellano e un chirurgo di 2° classe, entrambi impiegati civili.
I “Bassi Ufficiali di Marineria” erano: 1 “piloto” di 2° classe, 1 secondo “piloto”, 2 allievi di Pilotaggio di 1° classe, 1 nocchiere di 4° classe, 2 secondi nocchieri, 1 capo cannoniere di 4° classe e 3 quartiermastri o timonieri.
Gli “applicati alle manovre”, ossia i marinai, erano 13 marinai di 1° classe, 6 di 2° classe, 11 di 3° classe e 1 mozzo di 1° classe.
Vi erano inoltre 29 bassi ufficiali e cannonieri di truppa comandati da un ufficiale subalterno del 2° reggimento di Artiglieria di Marina.
La “ciurma”, ossia i rematori, era composta da 2 “Marinai di Grazia” (forse ex-forzati graziati), 2 aguzzini e 50 forzati.
Dato il numero di forzati, si può ipotizzare che ve ne fossero due per ciascun banco (remo) e che il numero totale dei banchi fosse di 25, 13 su un fianco e 12 sull’altro.
L’Aquila era armata con tre cannoni di calibro non specificato, ma che probabilmente erano da 24 libbre.
Dai documenti dell’Archivio di Stato di Torino si apprende anche che l’Aquila, con il Falco, il bovo Veloce e la penice Speditiva compì la prima crociera effettuata da bastimenti della Marina del Regno di Sardegna dopo la restaurazione: al comando del luogotenente di vascello don Gavino Cugia a luglio del 1815 la piccola squadra salpò per “corseggiare”, ossia compiere una crociera di guerra, le coste del Ducato di Genova e del contado di Nizza. Gli ordini di Cugia erano di tenersi vicino alla costa quando scostandosene avrebbe potuto mettere in pericolo l’onore della bandiera sabauda, dal momento che lo si avvertiva che “…ora i mari d’Italia sono coperti di fregate, corvette e sciabecchi [barbareschi] che corseggiano…”; una bombarda e un felucone barbareschi che avevano preso alcuni bastimenti nazionali si trovavano nel porto di Piombino. La crociera si concluse senza avvenimenti di particolare rilievo, ma in una relazione indirizzata al re Des Geneys affermò che era stata di grande utilità. A Nizza ogni volta che il tempo era stato favorevole si erano portate alla foce del fiume Varo, che segnava il confine tra la contea di Nizza e la Francia, per proteggere le truppe sabaude che lo presidiavano, contribuendo così ad evitare un’invasione minacciata dalla Francia, mentre nel canale di Piombino avevano protetto i bastimenti mercantili nazionali costringendo i corsari a restare nei porti dell’isola d’Elba.
Non è noto quando l’Aquila e il Falco furono radiate.

17 gennaio

Nasce alla Maddalena Giacomo Serra, nome di combattimento Tanetti, “il maestro di nuoto di Re Umberto”. L’uomo, fatta la carriera in Marina fino a secondo nostromo, nel 1833, per la fiducia che l’ammiraglio Persano nutriva su di lui, lo mise a disposizione di un austero generale-barone, educatore del principe Umberto, allora di 9 anni, perché gli insegnasse a nuotare. In cambio chiese un fischietto, che il principe gli regalò in argento, con le incisioni del caso.

Correva l'anno 181717 aprile

Giorgio Andrea Desgeneys scrive al sindaco; U Barò, il “padre patrono” al quale gli isolani, durante il suo soggiorno a La Maddalena, dovevano gran parte del loro progresso e il definitivo riscatto dalla misera vita di contadini e di pescatori alla quale le piccole comunità isolane sono generalmente destinate. Vedi anche: La Maddalena: quale futuro?

17 settembre

Una nuova carestia minaccia la Sardegna: un pregone offre premi ed esenzioni fiscali alle navi che porteranno grani nell’isola.

18 settembre 

Per annientare una banda di malfattori che opera nella zona tra Oristano e Uras il Pes di Villamarina fa dare alle fiamme la vasta foresta di Sant’Anna.

1 novembre

Nasce “Le Journal de la Corse”, il giornale più antico dell’isola nato per avvicinarla al continente. Quando diede la notizia della morte di Napoleone, nel 1821, aveva già quattro anni di attività alle spalle. Parliamo del Journal du Département de la Corse, come si chiamava all’epoca, il più antico giornale di Corsica. Nel corso dei decenni ha cambiato diverse forme, diventando da quotidiano a settimanale, e pur senza poter competere con i numeri del colosso “Corse-matin”, il “Journal de la Corse” ha sempre mantenuto un fascino dato dal suo blasone e dalla sua storia. E proprio di quella storia vi vogliamo brevemente raccontare in queste righe. Sabato 1° novembre 1817 il primo numero del “Journal du département de la Corse”, fa la sua comparsa nell’isola, voluto da una decisione del governo. La gestione e la diffusione del giornale erano infatti affidati al prefetto dell’isola, all’epoca inquadrata nello Stato francese come dipartimento. La decisione derivava da una constatazione “Di tutti i dipartimenti di Francia, non ce n’è nessuno in cui la pubblicazione di un giornale potrebbe essere più utile della Corsica”. L’obiettivo infatti era quello di permettere agli abitanti dell’isola, annessa alla Francia ormai da cinquant’anni, di avere accesso all’informazione nazionale, soprattutto a quella di tipo legislativo, come le nuove ordinanze, le trascrizioni degli atti legislativi del governatore dell’isola, i fatti principali della cronaca locale e le informazioni più importanti provenienti dal continente francese. Vi si trovavano informazioni riguardanti anche i progressi nell’industria o nell’agricoltura fatti dagli altri dipartimenti della Francia continentale, che potevano dare impulso allo sviluppo dell’economia isolana. Una specificità di questo giornale salta subito all’occhio guardando le sue prime pagine dell’epoca: era suddiviso in due colonne, una scritta in francese e l’altra… in italiano. Era l’italiano infatti – all’epoca e fino ai primi anni del XX secolo – la lingua abituale dei Corsi, usata nella corrispondenza e ancora largamente nella Chiesa, nell’istruzione e negli atti amministrativi. Il suo suo negli atti ufficiali verrà vietato dalla Corte di cassazione il 4 agosto 1859. Se l’uso dell’italiano prendeva atto della situazione linguistica dell’epoca, lo sforzo del giornale era invece proprio quello della costruzione di una nazione francese unita attorno agli stessi valori e alle stesse leggi. E il Journal de la Corse del XXI secolo si porterà dietro un po’ di quest’anima legislativa delle sue origini, con molte pubblicità e annunci legali ancora presenti, accanto alla cronaca locale, sulle sue colonne.