Correva l’anno 1899

Nei primi mesi del 1899, che entrò in funzione la prima centrale elettrica di La Maddalena, una quindicina d’anni dopo il che primo impianto di illuminazione pubblica iniziò a rischiarare le notti a Torino e Milano. A portare l’innovazione nell’Arcipelago fu la Regia Marina Militare. Le pratiche per la costruzione di una stazione elettrica militare erano iniziate nel 1895 ma ci vollero quasi quattro anni per vedere le prime lampade accese. In realtà da qualche anno presso il forte di Piticchia e nella batteria di Palude operavano alcune macchine fotoelettriche che servivano per il controllo del mare circostante. La prima centralina elettrica, probabilmente la prima centrale di tutta la Sardegna, era collocata nel Lungomare di Mirabello, nel capannone attualmente adibito a Chiesa Militare e che fino agli anni ‘80 del ‘900 ospitava il Ricreatorio, il cinema che a giorni alterni proiettava per i militari e per i civili. La stazione elettrica entrata in funzione “era appena sufficiente per alimentare sette fabbricati di piazza Umberto e la banchina, il circolo e la banchina di Cala Chiesa, oltre al proiettore sistemato sul tetto del comando, per un totale di 370 lampadine. Aveva all’epoca il comando della piazza il contrammiraglio Candiani. Alla fine del 1901 ci fu un potenziamento della centrale che riuscì a servire l’ospedale militare e le sue pertinenze, la strada che porta verso Cala Camicia, la darsena del Regio Arsenale, altri fabbricati situati a est di piazza Umberto. Nel corso degli anni poi ci furono ulteriori potenziamenti. Quella centrale del Lungomare Mirabello funzionò fino a dopo la Seconda Guerra Mondiale quando fu spostata all’interno dell’Arsenale dove ha alimentato per decenni tutti gli enti militari. La necessità da parte della Marina di mantenere la possibilità di produrre energia autonomamente ha salvato quest’impianto dalla dismissione che ha colpito lo stabilimento di lavoro nel 2007: Una piccolissima porzione dell’area turistica privata, subentrata a quella industriale dello Stato, assicura ancora oggi luce ed energia alle banchine e agli uffici dei vari comandi ed enti della Marina maddalenina.

15 gennaio

Per Regio Decreto, alle lista delle località “d’aria malsana e disagiata, viene aggiunta La Maddalena”. Si tratta, il base al regio decreto del 28 giugno 1890, “di stabilire una indennità di residenza, per i personali amministrativo e di bassa forza delle capitanerie di porto, destinati nelle località d’aria malsana o disagiate”; …… La Maddalena (isola, provincia di Sassari) sede di compartimento marittimo.

15 febbraio

Il Vice Ammiraglio Comandante Militare Marittimo G.B. Mirabello, rende noto che è severamente vietato l’introdursi nei terreni demaniali Militari situati nell’isola di Maddalena, isola di Caprera e sulla Costa Sarda ed eseguirvi il taglio di alberi, arbusti, cespugli e che i contravventori saranno deferiti all’Autorità giudiziaria.

22 aprile

Il 5 aprile 1899 il Re Umberto I e Margherita di Savoia annunciarono in Campidoglio, durante il Congresso della Stampa, che il giorno 12 di quel mese si sarebbero recati in visita in Sardegna. E siccome i giornalisti chiesero stupiti il motivo di una visita così imprudente in una regione così poco “à la page” (per non dire degradata e patria del peggior banditismo), il Re, mostrando la sua immagine “buona” rispose che “le condizioni dell’Isola sono veramente gravi, molto gravi. Occorrono provvedimenti immediati, ed è a conferma della volontà (di intraprenderli) che io andrò a dirlo ai Sardi, visitando quella regione patriottica e tanto benemerita dell’Italia. Occorre portare urgentemente un sollievo nelle imposte, occorre riservare per quel mercato denaro buono e a buon mercato, ravvivare il credito, rinsanguare le industrie, che dal prodotto del suolo sono così favorite. Occorre estendere e rafforzare la coltura del suolo, così facendo, liberandolo dall’usura; ho visto a che usura producono denaro i sardi. Povera gente, è una faccenda abominevole. Ho preso sempre vivissima parte ai dolori di questa sventurata e cara isola che tanti ingegni e tante forze vive e generose raccoglie in sé; è tempo che venga ai fatti. E’ tempo che il governo decida qualche cosa per l’immediato sollievo dei contribuenti”. Al governo c’era il generale Luigi Pelloux, dal 4 febbraio, con una coalizione della destra storica, militari compresi e pochi indipendenti. Dopo la caduta del governo Rudinì nel giugno del 1898, il generale Pelloux era stato incaricato dal re Umberto I di formare un nuovo governo. Il generale lo fece, assumendo per sè anche il dicastero dell’interno. Forte del suo grado e del doppio incarico governativo, aveva adottato da subito ulteriori misure repressive contro gli elementi rivoluzionari dell’Italia, facendo approvare in particolare, con 310 voti a favore e 93 contrari, un disegno di legge volto a rendere permanenti le misure restrittive della libertà di riunione, di sciopero, di associazione e di stampa, al fine di attuare una politica ancora più repressiva di quella già in vigore. Avevano votato a favore di questo provvedimento, con il blocco della destra militare, anche la “sinistra liberale” di Zanardelli e Giolitti, con la fiera opposizione dei repubblicani, dell’estrema sinistra e ovviamente degli anarchici.

Il Re, comunque, forse perché si sentiva protetto dalla nuova normativa repressiva, o forse perché credeva davvero di poter spingere per l’attuazione di riforme democratiche, ora che Zanardelli e Giolitti portavano al governo di destra una timida ventata democratica, si era lanciato in questa avventura oltre Tirreno. Umberto I° era famoso, a livello popolare, con due soprannomi di valore opposto e contrario: Il “Re buono” per due terzi dell’Italia fatta di povera gente e di contadini analfabeti e ai margini della vita politica, e il “Re mitraglia” per il popolo dell’estrema sinistra che sapeva leggere e scrivere e seguiva gli avvenimenti di cronaca e per gli anarchici in particolare. In buona sostanza “un santo” e un “criminale” contemporaneamente. Non a caso era uscito indenne già da due attentati. Gli addetti ai lavori, ma non solo, sapevano che il re, anziché punire il Bava Beccaris che aveva ordinato di sparare sulla folla che contestava, a Milano, per l’aumento del prezzo del grano e per la tassa sul macinato, lo aveva addirittura insignito con la Gran Croce dell’Ordine militare di Savoia. Questo inaspettato viaggio in Sardegna sembrava pensato, quindi, per mostrare ai suoi denigratori che il Re d’Italia sapeva nascondere in un pugno di ferro un cuore buono. Da circa dieci anni proprio la Sardegna era scombussolata dal dilagare del banditismo, tanto che quello poteva essere considerato il periodo di gran lunga più triste della storia della regione. Per il numero di omicidi, per le frequenti carneficine, per la frequenza dei conflitti con le forze dell’ordine, soprattutto in Barbagia, quella situazione poteva considerarsi non molto dissimile da uno stato di guerra. Come se non bastasse, Cagliari, come del resto tutta la Sardegna era letteralmente in ginocchio, tormentata dalla malaria e dalle inondazioni autunnali che alternandosi con le ricorrenti siccità rendevano impraticabili, perché insicuri, gli stazzi che dovevano pure fare i conti con gli incendi incontrollati, appiccati dai pastori che, come da tradizione atavica, rigeneravano in tal modo i pascoli. Ogni anno decine di famiglie, in preda alla disperazione, abbandonavano definitivamente i campi. L’unica cittadina in controtendenza era, in Sardegna, La Maddalena, ma non certo per l’agricoltura. L’isola da circa dieci anni aveva ripreso a crescere in maniera addirittura esponenziale. Dal 1887, data in cui il Governo aveva deciso di farne una piazzaforte, c’era lavoro più o meno per tutti, le derrate alimentari non mancavano, le infrastrutture crescevano unitamente alle fortezze e ai palazzi, con loro il sistema fognario. L’acqua era l’unica nota dolente, perché ciclicamente, a causa della scarsa piovosità e del suolo granitico compatto che non tratteneva la corsa dell’acqua piovana verso il mare, all’Isola le crisi idriche erano ricorrenti. L’incremento costante della popolazione, passata da 1500 abitanti a oltre 8000 rendeva queste crisi sempre più preoccupanti. Comunque, forse pure per non dare l’impressione agli altri sardi che il Re veniva in Sardegna soprattutto per verificare lo stato dei lavori della nuova piazzaforte, che avrebbe dovuto corroborare l’immagine di una Italia potente sul mare, ma che tanti milioni stava succhiando dal non florido bilancio statale, Umberto I° e Margherita di Savoia, visitarono La Maddalena e Caprera per ultime. Il bagno di folla registrato a Cagliari, dove il Re pose la prima pietra dell’erigendo municipio, e a Sassari, per l’inaugurazione del monumento dedicato proprio a Vittorio Emanuele II, e così pure in tutti gli altri centri, si registrò-solo con un pizzico di spocchia in più-anche in quest’Isola. Il Sindaco Zicavo, per questa ricorrenza, “visto l’articolo 52 del Regolamento Edilizio aveva per tempo decretato che i proprietari dei fabbricati posti nelle vie Garibaldi, Vittorio Emanuele, Roma, Italia, 20 Settembre, Nelson e Villa Webber e nelle Piazze Umberto Primo, Garibaldi, Santa Maria Maddalena, 23 Febbraio e Barone Des Geneys, avrebbero dovuto, a datare dal 6 aprile e fino a tutto il 12 aprile, provvedere al coloramento esterno dei rispettivi fabbricati che non si trovassero in buono stato, secondo le indicazioni dell’Ufficio Tecnico all’uopo incaricato. In caso contrario si sarebbe intervenuti d’ufficio, con maggiori spese per quei proprietari che non avessero ottemperato”. L’Unione Sarda del 17 aprile, si era pure soffermata in maniera enfatica sulla presenza delle squadre navali militari straniere, sia francese che inglese, in sosta in queste acque, ma senza commentare. Come se questa presenza potesse non essere inquietante, ma solo una parata di enorme cortesia. Il cronista, il cui pseudonimo era Folchetto, scrisse che “vicinissimi alla Corsica e per antiche tradizioni di parentado (come si sa gli aborigeni, dirò così maddalenini, furono corsi)” queste isole ebbero continui e importanti scambi commerciali – “esportandosi dalla costa sarda anche bestiame, e importandosi castagne, legname ecc. di Corsica, come pure venendo di là, e recandovisi di qua in occasione di festività paesane, massime a Bonifacio, era penoso per questi abitanti trovarsi accolti in terra… francese, con poca simpatia politica”. Il cronista, che pure era esperto di politica estera e che rispondeva al nome del giornalista veneziano Iacopo Caponi, finse di ignorare i motivi di tali presenze navali, e si limitò ad elogiare il geometra comunale Antonio Cappai, capo dell’ufficio tecnico “il quale ideò e disegnò il bell’arco di trionfo per il ricevimento dei reali, nonchè ai bravi operai falegnami sassaresi Perria, Tola e Madrau che lo eseguirono”. Il giorno 22 aprile, sabato, il Re e la Regina dopo essere stati ricevuti per un brindisi a bordo della nave ammiraglia inglese “Majestic”, nelle acque di Golfo Aranci, dove incontrarono l’Ammiraglio Rawson, il principe Luigi di Battenberg, Lord Currie e l’Ammiraglio Brakemburg, visitarono anche la “Niobe”, per poi ritornare sull’incrociatore “Savoia” alle ore 17,10, dove offrirono una cena per cinquanta ospiti, tra cui le autorità della Marina Militare inglese. In rada, forse proprio a proteggere l’incrociatore, erano ancorate le corazzate “Sardegna”, “Trinacria” e “Sicilia”. A conferma di quanto si diceva sulla reale importanza del viaggio in Sardegna, avevano preceduto i Reali all’isola, nella giornata del 22, il Senatore Pier Desiderio Pasolini e i deputati Compans, Giuliani e Sola. Verso la mezzanotte era giunto pure l’on. Pala, che aveva visitato subito l’Ammiragliato. In rada, il 22, attendevano pure le navi scuola giunte appositamente da La Spezia, “Caracciolo”, “Chioggia”, “Miseno”. Alle ore 7,40 del 23, entrò in rada la “Trinacria” con il Presidente del Consiglio Pelloux e il Ministro Lacava. Il “Savoia” aveva salpato da Golfo Aranci alle ore 7,30, per giungere all’isola alle ore 9.30, scortato dalla squadra. “Alle ore 9.55 – scriveva Jago Siotto, direttore de “La Volontà” – i Sovrani sbarcano accolti da una lunga e frenetica ovazione della folla e delle Associazioni schierate sulla piazza”. Numerose furono le salve di cannone sparate dai forti dell’isola e dalle navi, mentre contemporaneamente suonavano le campane della chiesa. Vennero segnalati dalla cronaca “molti manifesti patriottici, (lungo) tutte le strade imbandierate, pennoni con trofei eretti nelle piazze, ed un arco con gli stemmi nazionali recanti iscrizioni di saluti ed augurio ai Sovrani”. Vi erano poi, davanti al resto della folla in visibilio, 500 ragazzi delle scuole con le bandierine di carta, i veterani della Marina con la storica bandiera di combattimento del 23 febbraio 1793 e le bande che suonarono la Marcia Reale. La Regina, ricevuta al suo sbarco dalle “signore Zicavo, Lantieri, Sabatini e altre (mogli di ufficiali)” si commosse “profondamente alle parole pronunciate dalla bambina Ester Berretta”, che le offrì un mazzo di fiori “a nome dei vecchi soldati, delle donne e dei bambini degli operai”. I fiori erano stati ordinati espressamente da Firenze. Per la società “XX Settembre” offrì fiori la bambina Evelina Bisconti, con le compagne Vico e Frau. La sezione femminile delle scuole era rappresentata dalla signora Fiordiponti. Alle ore 11.00 i reali si recano nella Chiesa di Santa Maria Maddalena, per il Te Deum, “dove la signora del Sindaco ha preparato per la Regina uno splendido inginocchiatoio”. All’uscita dalla Chiesa, oltre alle solite delegazioni delle Società “Elena di Montenegro” e “XX Settembre” vi erano i bersaglieri schierati per la guardia d’onore. In carrozza i Sovrani raggiunsero il molo, dove alle 12.00 si imbarcano per la colazione a bordo, dopo aver rinunciato alla visita del forte di Nido d’Aquila. Nel corso del pranzo offerto alle autorità, a cui presenziò assieme al Sindaco Zicavo anche il Generale Sery, il primo cittadino osò avanzare finalmente una richiesta al Re, che il cronista (Jago) puntualmente documentò con evidente soddisfazione. Gerolamo Zicavo rammentò al Sovrano, in un momento in cui gli altri argomenti di discussione stavano probabilmente languendo, la straordinaria “urgenza di un acquedotto, la soppressione della colonia penale e la ferrovia del Palau”, al fine di far meglio figurare la piazzaforte e quindi l’Isola. Il Re rispose di aver studiato attentamente il “progetto Magnaghi” per quanto riguardava la questione relativa all’approvvigionamento idrico, soprattutto in funzione della crescente presenza militare nell’isola e garantì di interessarsi “vivamente in favore della Maddalena”. Il 23 aprile, alle ore 14.30 i sovrani Umberto I e Margherita di Savoia, accompagnati dal Presidente del Consiglio on. Luigi Pelloux, dal Ministro dei Lavori Pubblici on. Pietro Lacava e dal Ministro della Marina on. Giuseppe Palumbo, si recano con un lungo corteo di carrozze, in visita a Caprera. Attraversarono la “nuova via Nazionale (…) convertita in un viale di alberi freschi, tanto era l’alloro con cui erano stati rivestiti i pali che, dall’estremità di piazza Umberto andavano fino alla casa degli eredi Ornano, lungo il mare. All’estremità poi di questi alberi artificiali vi era in ognuno uno stemma delle città sarde e della casa Savoia e dell’Italia, intrecciato con le bandiere dei colori nazionali. Lungo tutto il percorso, la via litorale (era) illuminata (a sera) con lampioncini alla veneziana. Tutte le case che si affacciavano sul mare (erano) illuminate e imbandierate. Il corso Garibaldi (era) una selva di bandiere. All’entrata (vi era) un arco in legno artisticamente costruito” di cui si è già parlato. Era “alto otto metri e arrivava a 14 con l’ornatura e le bandiere. In alto (aveva), in mezzo al trofeo delle bandiere, lo stemma di casa Savoia, ai due lati il sardo e l’italiano. Alle due facciate delle basi portava le seguenti iscrizioni: Questa bandiera, monumento di gloria secolare e di sarda sicurezza contro lo straniero saluta alta e commossa il Re Sardo, che la giovane fronte imperterrita volse al nemico irruente alto serbando l’onor del suo sangue e della Patria. Te benedetta o Margherita, Regina d’Italia, che aspettata nel lungo sognante desio coll’inclito tuo raggio di bellezza, di virtù, d’amore susciti e consoli l’isola alpestre e romita. A chi si vide riverenza e gaudio ineffabile, meravigliosa e santa leggenda ai futuri. Incidi, o memoria, nei cuori, le due virtù oggi congiunte su questa fedele, forte, libera terra. La Maddalena 23 aprile 1899”. Seguivano sette versi dell’Ariosto. Accompagnava i Reali l’Ammiraglio Comandante della Piazza Mirabello e il Sindaco, oltre a tutte le altre autorità militari, civili e religiose dell’isola e del circondario. I reali vennero ricevuti a Caprera dal Generale Menotti Garibaldi, già gravemente ammalato di tisi, “dalle figlie, dal Generale Canzio, da Teresita Canzio, e dal commendator Cariolato”. Dopo la visita alla tomba dell’Eroe e al Museo garibaldino, i Sovrani si trasferirono alle ore 17.00, col loro seguito, a La Maddalena, dove assistettero dalle batterie di Guardia Vecchia e Nido d’Aquila ai tiri di artiglieria verso il mare delle Bocche, mentre il Pelloux e il Lacava lasciavano in anticipo l’isola per urgenti impegni parlamentari. Al ritorno, in piazza “la folla rompe nel suo entusiasmo i cordoni delle truppe. E’ tanta la ressa che ai carabinieri a cavallo riesce difficile aprire il passaggio. Le carrozze reali sono costrette a procedere lentamente tra le ovazioni della moltitudine”. A sera il Re e la Regina offrirono sul “Savoia” una cena di gala alle autorità, mentre centinaia di imbarcazioni locali, inscenarono una fiaccolata a mare, attorno all’unità reale, ed a terra si dava il via ad uno spettacolo pirotecnico. Alle ore 22.00 l’unità, mentre da terra si sparavano ancora delle salve di cannone, ripartì per Civitavecchia. Il 23 giugno 1899 il Giornale di Sardegna, che continuava ad osannare la visita dei Sovrani e a commentare positivamente la richiesta dell’acquedotto per l’isola, annunciò che dal 16 giugno precedente “sulla base di lire 61.992,36 soggetta al ribasso si accettano offerte sino alle ore 10.00 dell’8 luglio per l’aggiudicazione della gara finalizzata alla costruzione dell’edificio comunale (di La Maddalena) che avrà luogo anche se vi fosse un solo offerente”. Se da una parte vi era chi si diceva grato nei confronti del Sindaco Zicavo per aver domandato senza timore il bacino di raccolta delle acque piovane a La Maddalena, dall’altra-come sempre succede ancora oggi all’Isola su ogni argomento-vi era già chi avanzava timori di danni alla salute pubblica, attentati o cattiva gestione degli impianti, come si era già verificato a Cagliari. Il 24 giugno Il Giornale di Sardegna, annunciò in poche righe che Teresita Garibaldi durante la visita dei Reali a Caprera, (…) supplicò inutilmente il Re perché concedesse l’amnistia ai condannati politici per l’insurrezione del 1° maggio 1898, tra i quali vi erano alcuni suoi figli, di cui si parlava già da tempo sulla stampa[9]. Umberto I°, però, a conferma che proprio “buono” non era, lasciò cadere il discorso, come se si trattasse di una sciocchezza. In un resoconto dell’attività parlamentare, lo stesso quotidiano rese noto che “gli onorevoli Pala e Garavetti avevano presentato uno speciale ordine del giorno per caldeggiare (assieme all’acquedotto, di cui tutti ormai parlavano) la costruzione di un bacino di carenaggio nell’estuario della Maddalena”. In attesa che il Re facesse il miracolo, (in cui per altro non sembravano in molti a credere, a La Maddalena), il Consiglio Comunale adottò il nuovo regolamento per mettere ordine nel rifornimento d’acqua potabile a mezzo di acquaioli, il 24 luglio 1899. L’assassinio del re d’Italia Umberto I di Savoia compiuto dall’anarchico Gaetano Bresci durante una visita ufficiale del re a Monza il 29 luglio 1900, un anno dopo la sua visita e il suo impegno per l’Isola, mise fine pure alle speranze di risoluzione immediata della cronica crisi idrica maddalenina. La comunità locale se lo ricorderà, comunque, per il suo nome “gentilmente concesso” alla ex Piazza Renella, e per il nome dato in onore di sua moglie a via Regina Margherita. L’Ammiraglio Mirabello si dovrà accontentare della “strada militare” che dalla nuova Piazza Umberto I condurrà, rasentando il mare, fino a Moneta. (Gian Carlo Tusceri)

23 giugno

Il Giornale di Sardegna, che continua ad osannare la visita dei Sovrani e a commentare positivamente la richiesta dell’acquedotto per l’isola, annuncia che dal giorno 16 giugno precedente “sulla base di lire 61.992,36 soggetta al ribasso si accettano schede sino alle ore 10.00 dell’8 venturo luglio e l’aggiudicazione definitiva per la costruzione dell’edificio comunale (di La Maddalena) avrà luogo anche fosse un solo offerente”. Contemporaneamente, lo stesso giornale, in prima pagina, rende noto ai lettori che “la Corte d’appello di Cagliari, confermando la sentenza del Tribunale, ha condannato la Società dell’Acquedotto alle maggiori spese incontrate dal Comune (di Cagliari) per la penuria dell’acqua verificatasi (in città) alcuni anni addietro”. Questa notizia, che non può non colpire il lettore medio, in un momento di massima diffusione del giornale, dovuta ai continui commenti sulla visita dei Reali in Sardegna. Se da una parte vi è chi è grato al Sindaco Zicavo per aver domandato senza timore il bacino di raccolta delle acque piovane a La Maddalena, dall’altra vi è chi teme danni alla salute pubblica, attentati o comunque cattiva gestione degli impianti, simili a questo approdato in Tribunale e in Corte d’Appello, relativo alla città di Cagliari.

24 giugno

Il Giornale di Sardegna, annuncia in poche righe che Teresita Garibaldidurante la visita dei Reali a Caprera, (…) impetrò inutilmente, (davanti agli inviati del Secolo, del Corriere della Sera, del Messaggero, della Gazzetta di Torino, del Fieramosca, del Resto del Carlino, della Gazzetta Senese, e del Don Chisciotte) dal Re l’amnistia per i condannati politici” di cui si parlava già da tempo sulla stampa. In un resoconto dell’attività parlamentare, lo stesso quotidiano rende noto che “gli onorevoli Pala e Garavetti hanno presentato uno speciale ordine del giorno per caldeggiare (assieme all’acquedotto, di cui tutti ormai parlano) la costruzione di un bacino di carenaggio nell’estuario della Maddalena“. In attesa che il Re faccia il miracolo, (in cui per altro non sembrano in molti a credere).

17 luglio

Se il sindaco ha avvertito l’esigenza di regolamentare l’afflusso del pubblico alla fonte di Cala Chiesa, ci lascia immaginare il via vai di traffico a piedi con carri e carretti che si sviluppava dalla città alla fonte e viceversa! “Sentita la necessità di regolare la distribuzione dell’acqua nella fonte Comunale adibita ad uso pubblico – Cala Chiesa onde non venga a mancare per l’uso della pubblica alimentazione. Visto l’art. 150 della legge Comunale 4 maggio 1898 N° 164: DECRETA – A datare da oggi sarà per tutto il giorno concesso l’uso dell’acqua della fonte Cala Chiesa al pubblico che si presenterà per attingerla con anfore o recipienti simili. Per i rivenditori che trasportano l’acqua a mezzo di carri, l’uso resta limitato dalle ore cinque alle dodici. Trovandosi per attinger acqua ivi, rivenditori e privati, costoro dovranno sempre avere la preferenza. Il Custode Cala Chiesa è incaricato della osservanza del presente fino a nuovo ordine. Maddalena 17 luglio 1899 – Il Sindaco G. Bargone.

24 luglio

Il Consiglio Comunale adotta il nuovo regolamento per mettere ordine nel rifornimento d’acqua potabile a mezzo di acquaioli.

9 ottobre

Tra i documenti dell’archivio comunale, si è rinvenuta una breve relazione dell’Ing. Domenico Ugazzi, “a corredo della Perizia per lo scavo da eseguirsi per la sistemazione della via Castelletto” (ora via Viggiani).
Riportiamo: “La via Castelletto, che più propriamente dovrebbe chiamarsi piazza, è un ammasso di roccia granitica e di muri a secco.
Il percorso vi è difficilissimo in maniera che spesso cadono persone.
Inconveniente gravissimo poi, per cui ne rimane ardua la sistemazione, è questo, che le soglie delle case a Nord si trovano più alte di quelle delle case a Sud di circa m. 2.50.
Per addivenire quindi ad una ragionata soluzione è giuoco forza formare due strade l’una a monte, l’altra a valle, togliere cioè l’inclinazione della roccia al basso sino al ciglio della via superiore.
Come si rileva dall’unita perizia, le opere occorrenti ammontano a £. 440,00 compresi i lavori e imprevisti”.
La via (o largo Viggiani) è uno degli spazi pubblici più interessanti del rione Castelletto, benchè molte delle costruzioni che vi si affacciano siano state rimaneggiate anche in modo poco accettabile.