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Fico d’India

Fico d’India (nome scientifico Opuntia ficus-indica, nome locale Fighidinda)

Originaria del Messico, infatti, questa pianta vive rigogliosa nella Cordigliera delle Ande e nelle Serre messicane. Fece la sua prima apparizione in Europa grazie a Cristoforo Colombo che l’aveva portata in Spagna, ma sembra siano stati i Saraceni ad introdurre i fichi d’India in Italia allorquando, nell’827, sbarcarono a Mazara, in Sicilia, da cui partì la conquista musulmana di quel territorio, e da qui attraverso Sardegna e Corsica giunsero in Provenza, per poi espandere la conquista su tutta l’attuale Liguria.

Sia da un punto di vista estetico che prettamente botanico, questa pianta si presenta quasi come un unicum. Le sue radici altro non sono che le pale (cladodi), ossia le foglie carnose e piene di spine, che si sovrappongono generando in tal modo un arbusto senza tronco e senza rami. I suoi fiori sono di colore giallo ed il frutto (detto anche fico-cactus o fico indiano) è di forma ovale, pesa circa 80-150g, ed è di colore variabile tra il verde, il giallo, l’arancione, il rosso ed il viola. Ha una polpa totalmente commestibile ma ricca di semi e deve essere sbucciato con attenzione per rimuovere l’esocarpo che è ricoperto di piccole spine. (Se la buccia non viene rimossa interamente e accuratamente, i glochidi (le spine più piccole, simili a peluria) potrebbero venir ingeriti causando non pochi disagi alla gola, alle labbra e alla lingua. Alcune popolazioni di nativi americani, come i “Tequesta”, rotolavano i frutti nella sabbia fino a rimuovere totalmente i glochidi; in alternativa, è possibile bruciarli sul fuoco vivo, evitando però di “cuocere” anche la polpa.)

La pianta cresce molto rapidamente, senza particolari cure nei territori aridi raggiungendo i 3-5 metri di altezza e non ha bisogno di acqua, ad eccezione della fase iniziale quando una pala, meglio due pale, della pianta madre viene interrata per circa due terzi per permetterne la riproduzione. Per il resto attecchisce ovunque e con grande facilità tranne che alle basse temperature.

I frutti hanno una funzione depurativa anche a livello epatico e sono raccomandati nei casi di calcolosi renale in quanto favoriscono la diuresi, vengono impiegati come rimedio alle scottature e come analgesico. Nelle giuste quantità hanno un effetto blandamente lassativo anche se i semi legnosi contenuti nella polpa possono provocare stitichezza.

Un tempo aveva grande valore economico e veniva coltivato per l’uso alimentare dei frutti. Una volta ripuliti dalle spine, possono essere consumati sia crudi, sia per la preparazione di confetture, dolci e liquori, Specialmente nel passato, se ne ricavava una sapa, in sostituzione della sapa d’uva. Con i prodotti di questa pianta si possono ad esempio preparare succhi, marmellate, gelati, granite, sciroppi, frittelle, risotti e molto altro.

Ottimo anche il gel estratto dalle pale da utilizzare non solo per uso interno ma anche da applicare sulla pelle come se fosse un vero e proprio cosmetico naturale viste cicatrizzanti e disinfettanti. Estratti di fichi d’india si utilizzano anche per arricchire creme e shampoo dato che sembra possano contribuire ad una maggiore crescita dei capelli.

Le pale della pianta, diventavano cibo per le bestie nei periodi di siccità. Inoltre le pale venivano utilizzate per curare diverse patologie quali angine, tonsilliti, tossi, febbri, suppurazioni ed ascessi. Una curiosità è che anticamente esse venivano addirittura usate per levigare il legno. Uno studio più avanzato sul fico d’India aggiunge a queste proprietà quelle di combattere i parassiti del sistema digestivo, di essere utilizzata nel trattamento del diabete e del colesterolo.